rivista anarchica
anno 43 n. 379
aprile 2013


Casella Postale
17120

Calcio e dittatura/Quel gol a porta vuota

Cara Redazione,
ho letto con piacere i recenti articoli “a tema calcistico” di Giovanni Cerutti e Angelo Pagliaro e ho pensato di sottoporre all'attenzione dei lettori di “A” un episodio storico ma non sufficientemente ricordato.
Santiago del Cile, settembre 1973. La giunta militare del generale Pinochet con un golpe (e la complicità degli Stati Uniti) prende il potere e il presidente Salvator Allende si suicida per non consegnarsi vivo ai soldati che stanno occupando il palazzo governativo della Moneda. Nell'ultimo appello dato al suo popolo per radio, Allende aveva annunciato: “Ho fiducia nel Cile e nel suo destino [...] Non dubitate che, più prima che poi, si apriranno di nuovo i grandi viali per i quali passa l'uomo libero per costruire una società migliore”. Con Pinochet capo di stato, inizia subito una caccia spietata a tutti gli oppositori del regime, e in poche settimane lo stadio della capitale cilena si trasforma in una sorta di lager dove vengono rinchiusi un migliaio di dissidenti e gli spogliatoi diventano camere di tortura e fucilazione.
Il 21 novembre dello stesso anno, all'Estadio Nacional è previsto il ritorno del match – valido per la qualificazione ai mondiali di Germania del 1974 – Cile-Urss (0-0 il risultato dell'andata). Per l'importante evento sportivo le autorità militari si affrettano a trasferire dagli spalti ad altri “luoghi della morte” tutti i prigionieri, ma la Federazione calcio dell'Urss comunica che la propria nazionale non disputerà nessuna partita in un campo-prigione di dissidenti politici. Le autorità sportive e governative cilene invece vogliono che la loro squadra sia in campo, e nel più importante impianto calcistico del paese, anche per dare un segnale rassicurante al mondo. E così, quel giorno di novembre del 1973 all'Estadio Nacional di Santiago, davanti a circa ventimila spettatori, si consuma una delle pagine più grottesche della storia del calcio: il Cile si gioca la qualificazione al mondiale senza avere di fronte avversari. Quando l'arbitro (austriaco) fischia l'inizio, si avverte una strana atmosfera, poi la roja allenata da Luis Alamos appronta dei brevi scambi in avanti finché la palla giunge a Carlos Humberto Caszely. Il centravanti del Colo-Colo (la Juventus cilena di cui era tifoso il poeta Pablo Neruda) è tentato di gettare la sfera oltre la linea laterale in segno di protesta al regime fascista e alla pantomima a cui stava dando il suo contributo da protagonista, ma non trova il coraggio e appoggia la palla al capitano Valdés, il quale si spinge in avanti, per poi arrivare a mettere il sigillo al più fesso dei gol segnati a porta sguarnita. La partita Cile contro nessuno è durata meno di due minuti. Ai sudamericani la Fifa dà la vittoria a tavolino per 2-0 e ignominiosamente stringono in pugno la qualificazione per Monaco '74. Messo a segno il gol-farsa, Valdés si rifiuta di giocare “l'amichevole di ripiego” coi brasiliani del Santos (batteranno i cileni per 5-0) e scappa negli spogliatoi dove si chiude nel bagno e vomita tutta la vergogna che si sente addosso. Vent'anni dopo Francisco Valdés ha ancora la coscienza in subbuglio: decide di mettere nero su bianco e scrivere una lettera indirizzata (simbolicamente) a Pablo Neruda. Scrive, tra l'altro: “Querido Don Pablo [...] Pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena. Mi disse: 'Francisco, il gol lo devi segnare tu'. Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare. Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Sì, perché quella partita era soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la sua forza al mondo, il quale condannava la sua violenza. Ed io ero stato scelto per un gioco più grande di me.”

Mimmo Mastrangelo
Moliterno (Pz)

Botta.../Che cosa mi suggerite di leggere sull'anarchia?

Cara redazione,
sono uno studente liceale di 18 anni. Vi chiedo di indicarmi il titolo di qualche saggio, possibilmente non troppo astruso (ma se lo è, me ne farò una ragione), sulla genesi e l'evoluzione dell'anarchismo.
In attesa di vostre indicazioni, vi ringrazio.

Giacomo
Gorgonzola (Mi)

...e risposta/Ecco tre titoli, per un primo approccio.

Sono parecchi i testi che potrebbero rispondere alle tue esigenze, anche perché in questi ultimi tempi la pubblicistica anarchica e libertaria sta vivendo un momento felice; sono molti, infatti, i testi di carattere storico, di carattere filosofico, di storia delle idee che sono venuti ad arricchire il panorama editoriale.
Fra tutti questi, ti proporrei, come approccio propedeutico all'anarchismo, alcuni lavori particolarmente appropriati, lasciando a tempi successivi l'indicazione di altri volumi.
Inizierei con un agile e fortunato volumetto che permette di entrare con facilità nel pensiero e nella storia dell'anarchismo. Si tratta di L'anarchia spiegata a mia figlia, scritto da Pippo Gurrieri e pubblicato recentemente dalla Biblioteca Franco Serantini di Pisa.
Una sorta di antologia è Gli anarchismi. Una breve introduzione (La Baronata, 2009) nella quale Francesco Codello ha raccolto in un lemmario esaustivo e approfondito pressoché tutte le tematiche che ci interessano.
Per finire, vorrei consigliarti il libro nel quale Ruth Kinna, un'anarchica inglese, ha condensato in maniera comprensibile e non troppo “filosofica” la nascita e gli sviluppi del pensiero anarchico. Si tratta di Che cos'è l'anarchia. La guida essenziale alla teoria della libertà, pubblicato da Castelvecchi nel 2010.
Come detto in precedenza, potrebbero essere molti altri i suggerimenti, ma penso che come primo contatto questi tre volumi potrebbero essere sufficienti.
Buona lettura.

Massimo Ortalli

No Tav/ I costi della repressione

La presentazione di costituzione di parte civile da parte della presidenza del consiglio dei ministri, del ministero dell'interno, del ministero della difesa e del ministero dell'economia e delle finanze nei confronti di tutti gli imputati rappresenta una precisa scelta politica volta a colpire duramente ogni forma di lotta sociale e costituisce un gravissimo precedente nella repressione del dissenso nel nostro paese.
Il governo non lamenta danni patrimoniali ma solo danni d'immagine, mentre i vari ministeri presentano il conto dei costi della repressione: circa un milione e mezzo di euro per rifonderli dei costi di personale, automezzi e materiali in dotazione. In pratica dovremmo pagare allo stato la spesa dei manganelli che ci hanno spaccato in testa e del gas CS che ci hanno fatto respirare. Probabilmente, se nel 2001 ci fosse stato Monti al governo, la famiglia Giuliani avrebbe dovuto rifondere allo stato il costo del proiettile che i carabinieri hanno sparato in faccia a Carlo.
È veramente ridicola l'affermazione che i “riflessi negativi registrati nell'opinione pubblica europea” nei confronti “dell'Italia intesa come Sistema-Paese” siano dovuti all'esistenza e alla combattività di un irriducibile movimento popolare che lotta strenuamente contro la devastazione ambientale del progetto Tav, e non per gli scandali politici e finanziari, per gli sprechi a vantaggio di pochi del pubblico denaro, per la connivenza tra potere politico e potere mafioso.
È chiaro che ai nostri governanti (passati presenti e futuri) dell'opinione pubblica europea non gliene importi un accidente, quello che a loro interessa sono solo i potentissimi partner, governi banche imprese e investitori finanziari, a cui avevano gabellato una Valle pacificata e sottomessa dove avrebbero potuto devastare indisturbati e invece si ritrovano a scavare pochi metri di roccia assediati in un recinto di muri e filo spinato, sempre illuminato a giorno, presidiato da ingenti forze militari.
La richiesta di costituzione di parte civile da parte del governo, sebbene gravissima sulla deriva repressiva che potrebbe assumere, rende di fatto onore al movimento che è riuscito (e continua) a metterlo in difficoltà. Il Movimento No Tav è la “madre di tutte le preoccupazioni”, come ha dichiarato il ministro dell'interno Cancellieri.
L'accanimento della presidenza del consiglio e dei vari ministeri è quindi un sintomo evidente di quanto la Val Susa li spaventi, hanno paura della sua determinazione e dell'esempio pericoloso che il movimento No Tav costituisce per tutte le situazioni di lotta e di difesa della salute e del territorio sparse nella penisola.
Per questo vogliono colpire duro.
La Val Susa paura non ne ha!

I No Tav sotto processo
Si ringrazia Tobia Imperato (Torino) per la segnalazione


Arquata Scrivia (Al) - Manifestazione contro il terzo valico


Prosegue il dibattito su
Libertà senza Rivoluzione”

Prosegue il dibattito sul volume Libertà senza Rivoluzione di Giampietro “Nico” Berti (Piero Lacaita Editore, Bari 2012), di cui abbiamo ripreso qualche stralcio in “A” 377 (febbraio).  Sul numero scorso (“A” 378, marzo) sono intervenuti Franco Melandri e Domenico Letizia.
Ora è la volta di Luciano Lanza e Andrea Papi. Il dibattito è naturalmente aperto a chiunque intenda intervenire, con il limite delle 6.000 battute spazi compresi.
Altri interventi sono già pervenuti e appariranno, sempre due alla volta, sui prossimi numeri.



Dibattito
Libertà senza Rivoluzione/3

Luciano Lanza/Per chi suona la campana? Per l'anarchismo

L'ultimo libro di Giampietro Berti è soprattutto una disamina feroce e al contempo appassionata dell'anarchismo contemporaneo. Una teoria e una pratica in profonda crisi, sostiene l'autore. Che propone anche alcune ipotesi per costruire una dimensione in assonanza-dissonanza con la realtà contemporanea del movimento anarchico: «Ora l'anarchismo, inteso come movimento storico, non rappresenta altro che se stesso».
A prima vista questa frase estrapolata dall'ultimo libro di Giampietro Berti (ma tanti lo chiamano Nico) sembra suonare la campana a morto dell'anarchismo. E che in questi ultimi anni l'anarchismo e il movimento che lo rappresenta non stiano troppo bene è cosa purtroppo vera. E anche il titolo del libro non sembra incoraggiante: Libertà senza Rivoluzione. L'anarchismo fra la sconfitta del comunismo e la vittoria del capitalismo (Piero Lacaita editore, 2012).
In 395 pagine Berti analizza la crisi dell'anarchismo. Crisi che daterebbe dalla sconfitta della rivoluzione nella Spagna del 1936. Perché l'anarchismo «è sempre metafisico: è questo il prezzo che paga per essere etico, e dunque antipolitico e dunque rivoluzionario». E infatti oggi «l'anarchismo è destinato a una deriva storica terribile: i rimasugli del suo rivoluzionarismo inghiottiranno fino in fondo il suo libertarismo».
E poi Berti rincara la dose: «Perché gli anarchici sono incapaci di fare politica? Sono incapaci perché l'hanno sempre identificata con la logica del potere, con la dinamica del comando. Infatti, alla rivoluzione politica, hanno sempre anteposto la rivoluzione sociale. Questa, nella loro illusione, una volta posta in essere avrebbe dissolto ogni volontà e ogni possibilità autoritaria perché la forza germinativa del sociale sarebbe stata in grado di distruggere ogni divisione alienante fra società politica e società civile, rendendo superfluo il problema del politico, ovvero il problema del potere».
E se non fosse sufficiente Berti aggiunge: «In conclusione l'anarchismo si trova di fronte a questo aut aut. O coltiva la sua antropologia storica, chiudendosi in una controsocietà - che comunque non ha alcun avvenire -, o abbandona ogni idea socialmente definita di emancipazione umana, con tutto ciò che questo, politicamente e ideologicamente, comporta. Tertium non datur». E se il terzo, il quarto, il quinto... invece ci fossero?
Berti ha una visione «ottocentesca» o «sessantottina» della rivoluzione e per questo titola così il suo importante (nonostante le mie critiche) libro e ritiene che «il desiderio di utopia» sia fuorviante perché irragionevole. Ma non mi fermo qui: perché la rivoluzione futura (ammesso che possa realizzarsi) dovrebbe seguire i percorsi classici? Dove sta scritto che si esprimerà con barricate o sommosse? Da nessuna parte. E, ancora, dove sta scritto che la ragionevolezza sia superiore alla volontà desiderante di utopia? Da nessuna parte.
E molte pagine dopo Berti picchia ancora più duro: «la Rivoluzione non può che essere intrinsecamente universalista e quindi anti-relativista, altrimenti verrebbe meno la sua ragion d'essere […] la rivoluzione non sarebbe mai la Rivoluzione e non potrebbe mai aspirare al definitivo “totalmente altro”», e, molte pagine dopo, scrive anche: «L'anarchismo deve abbandonare ogni filosofia di fine della storia; deve smettere di pensare in senso poietico; deve uscire dal mito ed entrare nella realtà; deve eliminare il principio stesso di speranza».
Insomma, per Berti bisogna passare dal principio speranza (Ernst Bloch) al principio responsabilità (Hans Jonas). Ma domando: perché i due poli non possano coesistere? Perché la rivoluzione debba essere universalista e non relativista? Un dubbio che non sfiora Berti che rincara la dose: «Ecco dunque l'errore micidiale dei rivoluzionari perché un atto, qualsiasi atto, che pretenda di essere risolutore è intrinsecamente irrazionale e, di fatto, totalitario», ma, mi sembra doveroso sottolinearlo, non viviamo nell'Ottocento o nella prima metà del Novecento e non vedo in giro tanti «rivoluzionari» che vogliano compiere «l'errore micidiale».
Berti, però, è sicuramente ondivago, così dopo queste affermazioni perentorie arrivano intuizioni profonde: «l'anarchismo deve sopprimere qualsiasi configurazione determinata della società futura in termini economico-sociali e, più in generale, qualsiasi configurazione “futuristica” della propria azione». Qui sta il senso del libro di Berti che viene raffermato proprio nelle ultime righe: «Sono circa vent'anni che ripeto con forza la necessità di affrontare questo problema (il problema di una scienza politica anarchica). Se veramente si pensa che la differenza tra la liberal-democrazia, le dittature, i totalitarismi, et similia sia solo una differenza di forma e non di sostanza, allora gli anarchici si mettano il cuore in pace perché resteranno sempre subalterni. Se invece vogliono ritornare a incidere sul presente, devono seriamente – molto seriamente – confrontarsi con il liberalismo e la democrazia, unico modo per far uscire l'anarchismo dalla subalternità politica che da settant'anni lo tiene relegato ai margini della storia».
Insomma, questo di Berti è un libro destinato a lasciare un segno profondo nelle riflessioni sull'anarchismo di oggi e, soprattutto, di domani. Sia per chi concorda con le sue analisi sia per chi le critica più o meno aspramente e anche chi scrive questa recensione, come credo si sia capito, ha critiche, si spera non irrilevanti, da muovere alle riflessioni dell'autore, ma c'è una cosa importante da sottolineare: è grazie anche a libri come questi che l'anarchismo può rientrare nel discorso politico-sociale attuale.

Luciano Lanza
Milano



Dibattito
Libertà senza Rivoluzione/4

Andrea Papi/Dall'ontologia alla sperimentazione

Libertà senza rivoluzione, lunga ed energica ricerca filosofica che cerca d'identificare il nesso profondo che dovrebbe dar senso e anima allo sviluppo del pensiero anarchico e libertario, è un libro molto importante, fondamentale per la tenacia con cui scava a fondo. Pur non condividendolo nella sua essenza, mi ha profondamente colpito perché ha cercato di addentrarsi e trascinarci nelle viscere del senso dell'anarchismo. Leggerlo è stato come immergersi in un viaggio dantesco negli inferi della sapienza anarchica.
Purtroppo è quasi esclusivamente un'avventura intellettuale-filosofica che si nutre di pura speculazione. Non poteva che sfociare in una teoretica di tipo metafisico. Il suo problema principale è ontologico, studio e comprensione dei fondamentali. Al pari, aggiungo io, della prova ontologica dell'esistenza di dio, la ricerca del fondamento concettuale separa dalla terra e colloca in un empireo lontano. Una specie di ricerca della verità vera, supposta inoppugnabile. Metodo deduttivo, dal generale al particolare, sulla spinta del bisogno di affermare la fondatezza dell'idea, per poi eventualmente accettare nella pratica le possibilità della libertà anarchica. Così però viaggia in un iperuranio di puri concetti, una specie di mondo delle idee. Per la visione che ho delle cose un tale approccio, invece di avvicinare, non può che allontanare dall'anarchia.
Alla ricerca dell'“iperuranica incontrovertibile verità”, Berti dice cose importanti e, anche se intrise di “ontologica predisposizione”, condivisibili in gran parte. a) La rivoluzione classista ha fallito e ha preso storicamente la forma del totalitarismo perché non può non generare la morte della libertà. b) Il comunismo non è solo un errore, ma anche un orrore, com'egli stesso dice «un orrore ontologico sconfitto dalla modernità». c) Agganciandosi al liberalismo che ha scelto la libertà, il capitalismo ha vinto definitivamente sul comunismo bolscevico che, agganciandosi invece alla rivoluzione, ha scelto la non libertà dell'uguaglianza pianificata. d) Ne consegue, e concordo, che «l'anarchismo va ripensato come quel pensiero che può costituire realmente una delle grandi alternative politiche della modernità». Ma sciaguratamente lo vorrebbe costringere ad un «confronto-incontro con il liberalismo e la democrazia».
Un libro “fuori tempo”, ho pensato a fine lettura. Sarebbe stato dirompente qualche decennio fa, quando il problema principale era ancora l'egemonia marxista all'interno della sinistra. Mentre parla di un confronto che non si aggancia più alla dimensione percepita e immaginata della contemporaneità, nel presente siamo ben oltre le problematiche che pone. Oggi il problema non è affermare la superiorità del liberalismo sul “comunismo morto”, ma capire e denunciare il lato oscuro del liberalismo che annichilisce quella libertà che teoreticamente afferma in assoluto.
Ciò che condivido cozza purtroppo con uno schema di pensiero per molti versi schematico, una teoresi che inquadra la riflessione all'interno di schemi non flessibili. Forse troppo preso dal bisogno d'identificare la “verità” o la “soluzione concettuale giusta”, Berti spesso diventa necessitante e giudicante, stabilendo, vien da dire senza possibilità di replica, dov'è il bene e dov'è il male, quello che è necessario fare o non fare. Un ragionare che ho vissuto tutto interno ad un apparato logico-filosofico che ha perso d'attualità e si sforza di sopravvivere. I suoi paradigmi di senso fanno sempre più fatica a interpretare i movimenti del divenire in atto.
Muovendosi su un piano squisitamente teoretico dentro lo schema tutto funziona perfettamente. Solo il capitalismo sul piano economico e la liberaldemocrazia su quello politico, per esempio, nella modernità avrebbero abbracciato e realizzato la libertà, ontologicamente opposti al “comunismo”, identificato (ahimé!) nella sola esperienza giacobino/bolscevica, che al contrario ha abbracciato la rivoluzione e realizzato il totalitarismo. Nell'“iperuranio bertiano” è senz'altro vero, anche se liberalismo e capitalismo, in particolare nella forma attuale della predominanza finanziaria, nel concreto ci mostrano un sostanziale costante liberticidio. Affermata sul piano giuridico, nella realtà fattuale la libertà è costantemente vilipesa e annichilita, avvilita da regolamentazioni e restrizioni economiche che rendono impossibile ogni autonomia. Il problema è che non vuole ammettere che alla prova dei fatti anche il liberalismo è fallito perché non ha realizzato le sue promesse. Al pari del comunismo si sta trasformando in un incubo, massacrando la vita di masse di persone che rende indigenti e sottomesse.
Fuori da ogni “schematismo ontologico” l'approccio ermeneutico muta radicalmente. Libero da perentorietà definitorie fluttua nelle dimensioni problematiche e caotiche di un reale in costante mutazione, permettendo alle categorie concettuali di essere polisemiche, come alla fin fine sono sempre state.
La libertà diventa soprattutto un'esperienza esistenziale, sentita tale da chi la vive intensamente.
Il comunismo, non più solo espressione storica inchiodata all'esperienza bolscevica, si trova nel sentire condiviso di esperienze dove, comunitariamente e volontariamente, si annullano privilegi imposizioni e differenze di stato per valorizzare differenze individuali e reciprocità scambievoli.
La rivoluzione esce dall'alveo costrittivo della storicizzazione per diventare possibilità di un rivolgimento radicale, dirompente ma non necessariamente violento, processo di mutazione capace di regalarci una società autenticamente libera e liberata.
L'anarchismo finalmente diventa sperimentazione. Librandosi oltre ogni sistemismo si definisce innanzitutto facendosi, mentre la sua implementazione politica si traduce in un superamento degli schemi dell'usurata machiavellica modernità.
Una politica della libertà, che se è tale è anarchica non liberal/giuridica, per sua natura non può inverarsi secondo gli schemi delle politiche del dominio.

Andrea Papi
Forlì



Botta.../I colonnelli anarchici?

Salve,
leggendo la storia sulla resistenza antifascista di stampo anarchico e su altri eventi rivoluzionari (come la rivoluzione spagnola del 1936), mi è sembrato di trovare alcuni elementi secondo me abbastanza contraddittori e incoerenti sul nostro mondo, come il ruolo di comandanti o colonnelli anarchici nelle varie brigate o comunque movimenti rivoluzionari. Lo segnalo senza nessuna polemica ma solo per documentarmi meglio.
Ecco la mia curiosità e il mio desiderio di informazione sta nel fatto di ottenere un chiarimento in merito a questa vicenda e capire se queste persone e queste situazioni possono ritenersi anarchiche o meno.
Anticipatamente grazie per le risposte che riceverò.

Alberto anarchico siculo

...e risposta/Grazie agli anticorpi libertari

Le contingenze della storia, si sa, possono portare ad effetti imprevedibili, tali da sovvertire la coerenza di opinioni, credenze, comportamenti che sembravano profondamente sedimentati.
Come nel caso dei cosiddetti generali anarchici, uomini dediti alla causa della libertà, dell'antimilitarismo e dell'umanità, che per forza di cose dovettero trasformarsi, seppur senza gradi né mostrine, in comandanti militari, in strateghi attenti alle fredde regole della guerra, in impietosi nemici del fronte avverso. Ma le regole del gioco, dettate ed imposte da situazioni eccezionali, non avrebbero potuto essere modificate. Pena danni materiali e morali ben peggiori.
Non sono poche le vicende che hanno visto anarchici a tutto tondo diventare comandanti di uomini. E sono tutte vicende di grande importanza storica, così come furono di grande importanza storica le figure di questi anarchici. Basterà citare Nestor Machno, il combattente contadino ucraino che arrivò a comandare un'intera armata di contadini come lui, combattendo ora contro la reazione bianca che voleva soffocare la rivoluzione proletaria, ora contro la reazione bolscevica che pure voleva soffocare, anche se con altri obiettivi, quella rivoluzione. E poi Buenaventura Durruti e gli altri anarchici comandanti di colonne, di brigate, di centurie che, pur avendo assunto, nel fuoco della guerra spagnola, funzioni militari, riuscirono a portare i principi e la metodologia anarchica anche sui fronti di guerra. E i comandanti partigiani che dal 1943 al 1945, rientrati dall'esilio o usciti dalle galere, divennero dirigenti militari di grandi capacità tattiche e di altrettanto grandi potenzialità umane. Basti pensare a Emilio Canzi che fu a capo dell'intero partigianato piacentino, conquistandosi il rispetto di tutti i suoi uomini.
E questi sono, anche se fra i più famosi, solo alcuni esempi. Esempi di come sia possibile, in determinate circostanze che impongono scelte senza alternative, soprassedere alle proprie convinzioni e alla propria storia personale.
Certo si potrebbe pensare che una volta accettate contraddizioni così sostanziali sarebbe potuta iniziare una deriva inarrestabile, una deroga ai principi, quale si è verificata in altri campi e in altre circostanze: leaders rivoluzionari trasformati in autoritari dittatori, organizzazioni sovversive mutate in cinghia di trasmissione del potere, apostoli dell'idea diventati pontefici della reazione. Ma così non fu nel caso dei nostri, e per due motivi: la loro grandezza etica e morale e il controllo dal basso esercitato da chi era stato da loro comandato militarmente. Coerenza etica che faceva rifiutare spontaneamente il principio della delega, e quindi del comando, nel momento stesso in cui ciò diventava possibile, e volontà dei “subalterni” a limitare i “danni” e non essere più tali cessate le esigenze belliche.
Evidentemente, nonostante si fossero accettate o subite scelte così contraddittorie, gli anticorpi libertari seppero far fronte all'infezione del militarismo. Senza bisogno di cure radicali.

Massimo Ortalli





I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Rino Quartieri (Zorlesco – Lo) in memoria degli anarchici uccisi dal nazifascismo, 20,00; Piera Codazzi (Calderara di Reno – Bo) 10,00; Paolo Sabatini (Firenze) 20,00: Giacomo Dara (Certaldo – Fi) 20,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Pio Turroni 31 anni dopo la sua morte (7 aprile 1982), 500,00; Claudio Venza (Trieste) saluti a Fulvio Gamerini, cardiologo grande e solidale, 100,00; Gennaro Gadaleta Caldarola (Molfetta – Ba) 10,00; Antonello Cossi (Sondalo – So) 20,00; Nicola Antonio Totaro (Conversano – Ba) 5,00; Dimo Delcaro (San Francesco al Campo – To) 20,00; Pietro Mambretti (Lecco) 50,00; Benedetto Valdesalici (Villa Minozzo – Re) 20,00; Libreria San Benedetto (Genova) 13,50; Rosanna Ambrogetti e Franco Melandri (Forlì) 30,00; Salvatore Pappalardo (Venezia-Marghera – Ve) 50,00; A.L. Pala (Amsterdam – Olanda) 10,00; Mario Alberto Botta (Ayamavilles – Ao) 10,00; Romeo Muratori (Rimini) 10,00; Giorgio Franchi (Ferrara) 10,00; Gianpiero Bottinelli (Massagno – Svizzera) 10,00; Santi Rosa (Novara) 5,00; Anita Pandolfi (Castel Bolognese – Ra) 20,00; Saverio Nicassio (Bologna) 20,00; Roberto Angelini (Spoleto – Pg) 60,00; Pino Fabiano (Cotronei – Kr) ricordando Spartaco, 10,00; Aldo Curziotti (Sant'Andrea Bagni – Pr) 20,00; Giorgio Franchi (Codigoro – Fe) 10,00; Angelo Pizzarotti (Borsano di Calestano – Pr) 20,00: Giglio Frigerio (Lecco) “Giglio, Marco e Marina uniti da un pensiero comune”, 15,00; Donata Martegani (Milano) “in ricordo della mia mamma”, 100,00; Camilla Galbiati (Robecco sul Naviglio – Mi) 50,00; Luciana Caruso (Roma) 10,00. Totale € 1.278,50.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, trattasi di euro 100,00). Sergio Loise (Cosenza); Oreste Roseo (Savona) ricordando Umberto Marzocchi, Ugo Mazzucchelli, Isaac Barba Garcia e Gaspare Mancuso; Giacomo Ajmone (Milano); Giovanni Satta (Genova); Gianni Alioti (Genova); Maurizio Guastini (Carrara – Ms) 200,00; Francesco Martinelli (Castel del Piano – Gr); Fernando Ainsa (Zaragoza – Spagna); Massimo Locatelli (Inverigo – Co); Pietro Masiello (Roma) ricordando Armando Galieti di Genzano di Roma; Roberto Panzeri (Valgreghentino – Lc); Andrea Albertini (Merano – Bz) 150,00; Fantasio Piscopo (Milano); Roberto Tozzi (Mercatale Vernio – Po) 120,00; Matteo Gandolfi (Genova); Margherita e Giulio (Castano Primo - Mi). Totale € 1.770,00