rivista anarchica
anno 43 n. 377
febbraio 2013


dibattito anarchismo

Libertà senza Rivoluzione

di Giampietro “Nico” Berti


Con questo titolo è appena uscito un libro di un nostro storico collaboratore. Il sottotitolo recita: “L'anarchismo fra la sconfitta del comunismo e la vittoria del capitalismo”. È un libro che farà discutere, per l'eterodossia di tante sue analisi e proposte. Dal prossimo numero ospiteremo numerose riflessioni sul volume e soprattutto sul ruolo dell'anarchismo oggi.
Ne pubblichiamo la premessa dell'autore e un paragrafo del quarto capitolo.



Premessa

Nel 1998 ho pubblicato Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento con lo scopo di interpretare il pensiero anarchico in chiave anarchica. Si è trattato di un'operazione culturale necessaria, data la persistenza di molte errate, parziali e mistificanti versioni storiografiche sull'argomento. Ho cercato di far dire agli autori ciò che essi intendevano veramente dire. La mia interpretazione dava conto dello svolgimento delle loro riflessioni all'interno dei tre diversi periodi che scadenzano i duecento anni che corrono dal Settecento al Novecento. Il primo va dalla fine del XVIII secolo agli anni Sessanta-Settanta del XIX e vede la nascita e il formarsi del pensiero anarchico in presenza di un parallelo sviluppo dell'anarchismo, ma in assenza di uno specifico movimento militante. Il secondo inizia con il sorgere della Prima Internazionale e si conclude con la rivoluzione spagnola del 1936-39. Qui si assiste all'organica compenetrazione fra l'anarchismo, il pensiero anarchico e il movimento anarchico. Il terzo corre dall'inizio della seconda guerra mondiale e finisce intorno al '68. Esso decreta il progressivo venir meno del movimento anarchico, mentre prendono vita alcuni tentativi di aggiornamento dell'anarchismo. Dal '68 ai giorni nostri tale disgregazione si è ulteriormente accentuata, nel senso che quel movimento militante nato con la Prima Internazionale, e intrecciatosi per molti decenni con il movimento operaio e socialista, è ormai in completa dissoluzione, anche se sono continuati, quali logici contraccolpi, i tentativi di aggiornamento dell'anarchismo e del pensiero anarchico. Con quest'ultima fase si registra una nuova divisione fra i tre ambiti: il declino irreversibile del movimento anarchico, il pensiero anarchico e i suoi tentativi di rivitalizzazione dell'anarchismo, l'anarchismo “generico“ alla ricerca di un nuovo autore.
Siamo dunque in presenza di un passaggio storico che non può più essere sottaciuto.
Oggetto del presente libro è il problema politico e culturale di questo mutamento. A Il pensiero anarchico dal Settecento al Novecento subentra perciò Libertà senza Rivoluzione. L'anarchismo fra la sconfitta del comunismo e la vittoria del capitalismo. Esso affronta il problema che l'anarchismo si trova a sostenere oggi dopo la fine della prospettiva rivoluzionaria connessa – in qualche modo – alla possibilità di un rovesciamento radicale dell'esistente dovuta alla spinta obiettiva dell'anticapitalismo socialista e proletario. L'esaurimento di questa spinta ha definitivamente dissolto – senza alcuna possibilità di ritorno – tale possibilità. La rivoluzione sociale quale risoluzione obbligata dell'emancipazione umana è oggi soltanto una chimera. Ne consegue che l'anarchismo oggi rappresenta soltanto se stesso; una condizione, questa, che nessuna prassi sovversiva può minimamente modificare e rimediare.
Per capire in senso anarchico cosa significa – e comporta – questo limbo di auto rappresentatività è necessario innanzitutto guardare in faccia la realtà, non per accettarla così come è, ma per vederla con un'altra angolazione. Essa impone di distinguere le valenze universali dell'anarchismo dalla specifica concretezza conferitagli dalla storia del movimento anarchico, vale a dire la specificità relativa al periodo che ha visto l'organica compenetrazione fra l'anarchismo, il pensiero anarchico e il movimento anarchico; compenetrazione riassumibile, appunto, nel mito rivoluzionario.
Se non si attua questa distinzione-divisione l'anarchismo è destinato alla medesima deriva cui è destinato il movimento operaio e socialista, vale a dire un esito che comporta, inevitabilmente, la fuoriuscita dalla storia, la sua definitiva marginalità: l'anarchismo passa dal suo essere stato nella storia, ma contro la storia, al suo essere semplicemente fuori dalla storia. Estrarre gli elementi di universalità dalla sua precedente determinatezza – ovvero elevare l'anarchismo a criterio di interpretazione meta-storica – è l'unico modo per comprendere fino in fondo la svolta epocale avvenuta con la sconfitta irreversibile del comunismo e la conseguente vittoria del capitalismo sul comunismo; svolta epocale entro cui l'anarchismo si muove oggi con grande difficoltà e smarrimento, essendo stata predominante in esso la componente anticapitalistica.
Distinguere le valenze universali dell'anarchismo dalla specifica storicità conferitagli dal movimento anarchico è un'operazione tuttavia difficile, dato che molti anarchici sono più interessati a salvare la loro (pregressa) identità, che a liberare l'anarchismo dalla sua (pregressa) storicità. Non occorre dirlo: qui non si rinnega ciò che l'anarchismo è stato, ma si riconosce che il suo passato ha esaurito il compito di orientare in senso positivo il presente, anche se sprigiona ancora tutta la sua forza morale. Esso illumina i cuori di molti militanti, ma la sua luce è come quella delle stelle morte milioni di anni fa: inonda il presente solo se lo sguardo di chi la riceve è rivolto all'indietro. Per lanciare nel futuro i princìpi generali dell'anarchismo occorre invece cambiare – forse completamente, comunque in gran parte – la loro strumentazione scientifico-concettuale.
Bisogna portare la storia anarchica, intesa come movimento anarchico, alla sua dimensione transeunte. È questa la sola possibilità – cioè la condizione teorico-culturale preliminare – per immettere nuovamente l'anima universale dell'anarchismo contro la storia. Ma per essere contro la storia bisogna essere nella storia. Ed è questo, oggi, per l'anarchismo, il problema del problemi.

Capitolo 4°

Il bivio obbligato della storia
La fine della possibilità rivoluzionaria intesa come un “totalmente altro”; il fallimento catastrofico del comunismo ovunque questo sia stato applicato – cioè il fallimento del progetto di una società senza proprietà privata e senza mercato –; la vittoria planetaria e irreversibile del capitalismo sullo stesso comunismo; l'esaurirsi definitivo dell'onda lunga del '68; il venir meno di tutti i movimenti contestativi (che non siano solo di pura protesta), sia in Occidente sia fuori dell'Occidente; la metamorfosi delle lotte terzomondiste diventate in gran parte faide interne a carattere tribale hanno decretato uno scacco enorme per tutto il fronte progressista, segnando in modo indelebile l'ultimo quarantennio della storia mondiale. L'inizio del ventunesimo secolo vede la sinistra, compresa quella moderata, in una forte crisi di identità; una situazione che non poteva lasciare immune l'anarchismo. Anche l'anarchismo, sia pure con modalità molto particolari, risente di questo smarrimento generale perché le condizioni sociali e culturali che l'avevano visto nascere e vivere sono venute meno, essendosi dissolto l'alveo nel quale, più o meno, era vissuto fin dall'inizio: l'alveo del movimento operaio e socialista (naturalmente il movimento operaio e socialista c'è ancora, ma non è più, assolutamente, un protagonista primario del nostro tempo).
L'ultimo quarantennio della storia mondiale ha posto dunque l'anarchismo di fronte a una svolta storica decisiva perché esso si trova scisso fra una identità pregressa e la possibilità di un'identità futura, la quale, però, dovrebbe essere in grado di liberarlo dal contesto della sua genesi e dall'humus del suo ambiente, senza fargli perdere l'anima. Ma mantenere l'anima di un'identità pregressa, facendola vivere al di fuori del suo svolgimento ambientale, è un po' come ottenere la quadratura del cerchio perché, come affermava Giambattista Vico, «natura di cose altro non è che nascimento di esse in certi tempi e in certe guise». La fine delle condizioni storiche porta così in primo piano, in modo drammatico e ultimativo, il problema della natura vera dell'anarchismo, vale a dire ciò che rimane di esso dopo la sostanziale dissoluzione della sua fenomenologia storico-genetica. È l'auto-individuazione di questo irriducibile residuo il problema vero della riflessione anarchica odierna: problema nel senso che, se non si fa chiarezza su questo punto, è impossibile proseguire teoricamente e praticamente nella ricerca di una nuova identità politica e ideale in grado di rimettere le istanze a-storiche di libertà e di uguaglianza nell'asse della contemporaneità. La domanda a cui si deve rispondere perciò è questa: qual è questo residuo?
Si può cercare di rispondere riflettendo, prima di tutto, sulla fenomenologia storico-genetica dell'idea anarchica (...)

La natura “astratta” della crisi anarchica

A differenza del marxismo, l'anarchismo non subisce una specifica crisi scientifica perché la sua critica non è rivolta solo all'assetto di potere capitalista, ma al principio informatore di ogni dominio: il principio di autorità. Tale prerogativa “astratta” e “generica” lo sottrae a questa impasse, permettendogli, anzi, una grande attitudine adattiva, rinvenibile in molte “attualizzazioni” libertarie, tendenti a riscoprire intuizioni e idee del suo precedente patrimonio ideologico. Tuttavia, sebbene esso possieda questa specifica chance teoretica, le sue capacità rigenerative sono ormai esauste, dal momento che non sono in grado di far rivivere la sua anima militante, la quale era tutta fondata sulla speranza di giungere in breve tempo al “totalmente altro”. È morta, infatti, anche se finora nessuno ha avuto il coraggio di stilarne l'atto ufficiale con una dichiarazione franca e senza ritegno, la certezza nella rivoluzione e la certezza della rivoluzione: la certezza nella rivoluzione perché l'esperienza storica ha mostrato i molti limiti etici e politici di questa prassi, la certezza della rivoluzione perché, comunque, il passaggio rivoluzionario sembra più remoto che mai. L'esaurirsi della capacità rigenerativa – contemporaneamente alla dissoluzione della vecchia antropologia militante – è confermata dall'enfasi puramente rivoluzionaria della nuova antropologia nata con il '68, la quale non è più anarchicamente tale perché generata da una determinata condizione sociale, ma lo è in virtù della sua mancanza. Si tratta cioè di un'antropologia schizofrenica in quanto rappresenta un'anima senza corpo. Ecco perché si può parlare, per la cultura del '68, di una caricatura della dimensione rivoluzionaria, come è perfettamente rinvenibile nell'enfasi dei comportamenti attivistici dei suoi protagonisti, che hanno recitato negli ultimi quarant'anni una parte senza scena: come abbiamo già detto, ci sono – o ci sono stati – i rivoluzionari, ma non c'è stata e non c'è la rivoluzione.
Il senso profondo della contemporanea e inscindibile relazione fra la “tenuta” teorica anarchica e il venir meno della sua “attualità rivoluzionaria” rimanda, a sua volta, all'inscindibile relazione tra il fallimento del marxismo e la vittoria del capitalismo. Tutte queste relazioni si mostrano nella loro piena evidenza proprio nell'ultima fase della storia anarchica, quella iniziata negli anni Sessanta perché il carattere epocale del '68 non è dato solo dalla sua valenza “esistenziale-soggettiva”, ma soprattutto dal palese fallimento storico del marxismo, che proprio l'esigenza di una sua riscoperta libertaria emersa in quel periodo – esigenza del tutto inconsistente e fallimentare sotto il profilo scientifico –, ha messo pienamente in luce. La ricerca di una fondazione libertaria del marxismo deriva infatti dal fallimento del marxismo stesso, il quale, come avevano profetizzato gli anarchici, si è concretizzato durante il ventesimo secolo nei soli due esiti che gli erano storicamente consentiti: quello socialdemocratico (ovvero riformista), quello comunista (ovvero rivoluzionario-totalitario).
Tuttavia la vittoria del capitalismo, se da un lato ha segnato l'atterramento definitivo del marxismo, dall'altro ha determinato la destoricizzazione dell'anarchismo. È questo ciò che ci ha consegnato il '68: il successo del capitalismo si rinviene nella fine storica del marxismo e nella fine della storia dell'anarchismo definibile come classico. È all'interno di questa triplice relazione che va individuato il segreto emancipazionista della storia contemporanea. È qui che va trovata la sua spiegazione: la fine storica del marxismo mostra, attraverso la vittoria del capitalismo, il significato della fine della storia dell'anarchismo classico, evidenzia, cioè, l'astrazione universalizzante, la natura ultima dell'anarchismo medesimo. Dunque, la natura ultima dell'anarchismo è data dalla sua dimensione universale e questa dimensione universale è tale in quanto è astratta, ovvero sciolta da ogni sua determinatezza storica. Ciò conferma che solo in questa prospettiva, cioè ponendosi non contro un determinato potere, ma contro il potere in quanto tale, è possibile riportare per intero il messaggio anarchico di una emancipazione integrale dell'uomo.
A questo punto bisogna formulare la seguente domanda: perché il segreto emancipazionista della storia contemporanea va individuato nella triplice relazione fra la vittoria del capitalismo, l'atterramento del marxismo e la destoricizzazione dell'anarchismo? Ovvio: perché solo la contrapposizione anarchica rende evidente che il capitalismo, in quanto capitalismo – cioè in quanto precisa e determinata forma storico-sociale –, è un'espressione del dominio, ma non è il dominio. E che, perciò, esso non deve essere combattuto in quanto tale, ma solo in quanto fenomenologia del principio autoritario, del principio della dominazione: non si può scambiare il “fenomeno” per il “noumeno”. Bisogna quindi domandarsi: ma qual è questo noumeno? Per restare allo “schema kantiano”, possiamo dire che il noumeno è inconoscibile, mentre è conoscibile la sua “perenne” rappresentazione storico-sociale, ovvero la società piramidale data dalla divisione gerarchica del lavoro sociale. Questo significa che la lotta contro il potere espresso dalla società capitalistica, in qualunque variante questa possa essere rappresentata, deve essere condotta non come semplice ed esaustiva contrapposizione antagonistica, irrimediabilmente perdente, ma come un superamento di civiltà. La nuova, possibile identità anarchica scaturita quale residuo universalizzante uscito quasi indenne dalla destoricizzazione dell'anarchismo post 1968, deve concepirsi storicamente nella consapevolezza che il fallimento del comunismo e la vittoria planetaria del capitalismo sono eventi irreversibili (ovviamente quando si parla qui della definitiva vittoria del capitalismo si intende sempre la sua sola e diretta vittoria sul comunismo). Il problema dell'anarchismo è dunque quello di sapere se esso possa essere concepito come qualcosa che sia in grado di situarsi storicamente oltre il capitalismo medesimo: invece di pensare se il capitalismo possa essere abbattuto (cosa priva di senso), gli anarchici devono pensare se il capitalismo possa essere superato: si può superare un evento, non si può abbattere un evento.
Riassumendo, possiamo dire che l'esito fallimentare del marxismo – libertario o non libertario –, rendendo evidente questo pregresso aut aut, mostra che nella lotta contro il capitalismo il marxismo ha perso: la sua sconfitta è irreversibile. La storia riporta la bandiera emancipazionista nelle (uniche) mani nelle quali avrebbe sempre dovuto rimanere: quelle anarchiche. Se non che la “tenuta” teorica anarchica, e il venir meno della sua “attualità rivoluzionaria”, si danno – e possono darsi soltanto – sotto la forma della sua destoricizzazione: è questo il punto decisivo, ed è un punto decisivo perché è un punto di non ritorno. L'anarchismo “tiene” nella misura in cui è spogliato dei suoi caratteri storici e sociali, per cui si può dire che la prospettiva anarchica è rimasta la sola radicale alternativa emancipazionista al sistema di dominio capitalistico proprio perché – grazie a questa sua natura “astratto-universale” – ha passato indenne il venir meno delle proprie condizioni di partenza.
Questa perdita del concreto, della sua specificità determinata, spiega altresì l'ovvio saccheggio di molte sue idee e intuizioni da parte del fronte progressista avvenuto negli ultimi quarant'anni: tutti si sono riempiti la bocca, molte volte a sproposito, delle parole “libertaria”-“libertario”, declinandole come un verbo-prezzemolo in ogni occasione. Il lungo, complesso e positivo strascico ideologico che un settore consistente dello stesso '68 ha messo in moto – femminismo, non violenza, pacifismo, anti-dogmatismo, discussione critica, disobbedienza civile, libero amore, e così via – mentre costituisce per alcuni versi una grande “rivincita” di molte idee anarchiche, soprattutto sotto l'aspetto esistenziale-emancipazionista, dimostra che ciò è stato possibile solo perché esse hanno pagato il prezzo della loro scarnificazione storico-genetica; una “selezione” che, togliendo di mezzo la dimensione contingente della loro insorgenza, rende difficile la creazione di una nuova identità dell'anarchismo medesimo, se esso rimane prigioniero dell'anima ideologica e politica che l'aveva visto nascere: quella socialista-rivoluzionaria. A causa della sua scarnificazione storica, l'anarchismo socialista-rivoluzionario non costituisce più un'alternativa concreta all'esistente. Non c'è più un “mondo”, come cent'anni fa, dietro il movimento anarchico. Se si ostina a porsi come antagonista diretto della fenomenologia capitalistica del dominio, le possibilità effettive dell'anarchismo finiscono per essere dettate dallo stesso protagonismo capitalista.
All'anarchismo rimangono perciò oggi solo due strade: o preserva i suoi contenuti storici, coltivandoli sotto forma di memoria (impressionante, e altamente significativo, questo suo guardare indietro come è dimostrato dal numero crescente di iniziative archivistiche di documentazione del passato promosse all'interno del movimento anarchico), o si apre al futuro, rinunciando a una parte – non piccola – della sua identità pregressa. O sceglie l'inevitabile deriva valdese (i valdesi da trecento anni sono “asserragliati” nelle valli del Pellice, e da lì non si muovono e non si muoveranno), o accetta di farsi interprete generale della secolarizzazione e di diventare coscienza critica della modernità. La deriva valdese ci viene già offerta, per esempio, dalla terrificante dichiarazione dell'Ufficio della Cultura del Cantone di Berna, il quale ha proposto che l'anarchismo sia iscritto nella lista cantonale delle tradizioni viventi trasmessa all'Unesco in base alla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale. Noi, diversamente dagli anarchici di Espace Noir, che hanno fatto esplicita richiesta per ottenere tale riconoscimento – non abbiamo parole! – non vogliamo un anarchismo imbalsamato, un anarchismo-panda, un anarchismo museale: le tradizioni vanno bene, ma vanno collocate nei musei non nella lotta per l'avvenire. In conclusione l'anarchismo si trova di fronte a questo aut aut: o coltiva la sua antropologia storica, chiudendosi in una contro-società – che comunque non ha alcun avvenire –, o abbandona ogni idea socialmente definita di emancipazione umana, con tutto ciò che questo, politicamente e ideologicamente, comporta.
Tertium non datur.

Giampietro “Nico” Berti


Signora libertà, signorina anarchia

“Signora libertà, signorina anarchia”, una grande iniziativa che ha chiuso la stagione degli eventi 2012 in viadelcampo29rosso, nel cuore della città vecchia cantata da Faber con la partecipazione reale di straordinari amici come don Andrea Gallo, Mauro Macario, Reinhold Kohl e virtuale (causa avverse condizioni meteo) di Paolo Finzi.
Siamo orgogliosi delle parole di Andrea “non esiste un posto in tutta Genova dove si respira un'aria così libertaria... anarchica...” e nella direzione “ostinata e contraria” di Faber, in sinergia con le realtà che ci circondano siamo decisi a proseguire il nostro cammino.
Genova, 15 dicembre 2012, Emporio viadelcampo29r -
da sinistra: Mauro Macario, don Andrea Gallo,
Reinhold “Denny” Kohl e Laura Monferdini

La testimonianza sul pensiero anarchico di De André è stata rievocata da due suoi amici e compagni, Mauro Macario che ci ha emozionato con le sue parole, i suoi altissimi concetti e che ha rievocato un mondo, quello dei “ragazzi della Foce” che hanno condiviso con Faber un periodo storico ineguagliabile e indimenticabile. Accanto a lui, Reinhold Kohl, con la poesia delle sue immagini dell'uomo Faber consacrate dal suo ritratto più evocativo, lo “scatto del timo”, simbolo di un'idea intramontabile e di un artista che l'ha vissuta e resa ancora più vicina a tutti noi.
Il messaggio di Don Andrea Gallo, prete da marciapiede come lui stesso si definisce, una guida spirituale e morale di respiro universale che illumina il nostro percorso quotidiano invitandoci a seguire i precetti del libro più rivoluzionario della storia dell'uomo, il Vangelo che per lui contiene più evidente che mai una “spruzzata” di anarchia.

Laura Monferdini