rivista anarchica
anno 42 n. 373
estate 2012


in direzione ostinata e contraria

Si fa, ma non si dice

Intervista a Franco Grillini
di Renzo Sabatini


È questa la regola-base dell'ipocrisia italica, anche in tema di sessualità e omosessualità.
In quest'intervista del 2005 il presidente onorario dell'ARCI-Gay parla anche del ruolo possibile degli artisti.
A partire da Fabrizio De André e Francesco Guccini.


Lei è attivo da molti anni nel movimento per i diritti civili degli omosessuali, è il presidente onorario di ArciGay e nel 2001 è stato eletto parlamentare con i Democratici della Sinistra. Quindi con lei si fondono impegno politico e sociale. Potrebbe farci un autoritratto di Franco Grillini?

Ho appena compiuto cinquant'anni, trentacinque dei quali dedicati al'impegno politico, cominciato con le battaglie nel movimento studentesco e proseguito con la militanza nel Partito di Unità Proletaria, un piccolo partito della sinistra che si è poi sciolto nel 1984. La militanza omosessuale è cominciata nel 1982, l'anno del mio “coming out”. Dal 1982 in poi è stato un crescendo di iniziative, di lotte, di battaglie, di presenze nella vita politica italiana: nel 1985, assieme ad altri, abbiamo fondato l'ArciGay nazionale; nel 1987 abbiamo dato vita alla Lega Italiana per la Lotta Contro l'AIDS; nel 1997 abbiamo fondato la Lega Italiana Famiglie di Fatto, che è l'associazione delle famiglie omosessuali ed eterosessuali, volta ad ottenere la legge che riconosca anche in Italia i diritti delle coppie non sposate. Sono stato per tre volte consigliere provinciale a Bologna. Come Deputato sono membro della Commissione Giustizia, dentro cui mi sono occupato di tante cose, per esempio la legge sulla prostituzione, un provvedimento molto repressivo e restrittivo proposto dal Governo, cui mi sono opposto fieramente, tanto che alla fine la legge non è passata. Ovviamente anche come parlamentare mi sto occupando della legge per il riconoscimento delle coppie di fatto, che spero sia approvata entro la fine della legislatura.

Potrebbe presentare anche l'attività di ArciGay? Che obiettivi si propone, che attività svolge, quanta gente coinvolge?

ArciGay è l'organizzazione nazionale degli omosessuali ed ha più di 200 circoli sparsi su tutto il territorio nazionale, da Aosta fino a Palermo. Ha più di 100.000 iscritti quindi, forse, è la maggiore organizzazione gay europea. Siamo anche l'unica organizzazione gay al mondo che ha una tessera elettronica che i soci usano per entrare nei circoli e nei locali gestiti da ArciGay. Sembra una frivolezza ma in realtà è un modo per garantire la sicurezza dei soci, garantire una certa privacy e fare in modo che nei locali frequentati dai gay non entrino dei malintenzionati. È un'associazione molto vivace che ha costruito una presenza gay in tutte le città ed è stata protagonista di tutti i “Gay Pride” dal 1994 ad oggi, alcuni dei quali sono stati molto rilevanti, basti pensare al “World Pride” di Roma fatto nel 2000, anno del giubileo, con mezzo milione di persone; e poi i “Gay Pride” di Padova e Bari che hanno inciso profondamente sulla realtà locale.
Il “Gay Pride” di Bari, del 2003, è considerato il momento di inizio della “primavera pugliese” che ha portato Nichi Vendola a diventare Presidente della giunta regionale. Quella è stata la prima volta in Italia in cui un omosessuale dichiarato ha vinto un'elezione popolare, per di più in una regione molto popolosa di quel sud italiano considerato molto “machista” e molto maschilista. Quindi una specie di rivoluzione culturale che qualcuno ha paragonato alla vittoria che ci fu un tempo nel referendum sul divorzio.

Tra l'altro Vendola ha vinto a dispetto di una campagna che tentava di screditarlo proprio per la sua dichiarata omosessualità.

È stata una campagna di fango e di insulti, addirittura con volantinaggi nelle chiese. Una campagna molto sporca e molto brutta che però gli elettori non hanno gradito, tanto che molti elettori di centrodestra hanno scelto il voto disgiunto, votando per il loro partito ma anche per Vendola, probabilmente per protesta contro questo atteggiamento assurdo, di una destra che non capisce che persino l'Italia è cambiata e si pone ormai su standard di modernità, apertura e laicità a livello degli altri Paesi europei.

Franco Grillini. Esponente
“storico” delle lotte per i diritti civili
e in particolare degli omosessuali,
attualmente Grillini è nell'Italia
dei Valori, consigliere regionale in
Emilia-Romagna, presidente della
Commissione Politiche economiche
della regione, responsabile
nazionale diritti civili e
associazionismo Idv, presidente
di Gaynet (associazione di
giornalisti gay) e direttore
di Gaynews.it

Andrea, una canzone bellissima

Passando a Fabrizio De André, nell'album “Rimini” del 1978, scritto con Massimo Bubola, è inserita la canzone “Andrea”, il cui protagonista è un omosessuale. De André disse poi che si trattava di una canzone scritta proprio PER gli omosessuali. Lei come reagì quando uscì questa canzone?

Fu una sorpresa molto forte. De André ha fatto parte della colonna sonora della mia vita e quando uscì questa canzone provai un grande sentimento di gratitudine, anche perché quando un cantante così importante e stimato, uno che ha una grossa influenza sulle giovani generazioni, fa una canzone di questo tipo, da una grossa mano a chi, come noi, si batte nella società per cambiare la cultura. Perché il pregiudizio contro gli omosessuali vive soprattutto come pregiudizio culturale. Anche se riusciamo a portare a casa quelle leggi che ancora non abbiamo, contro le discriminazioni o per il riconoscimento delle coppie di fatto, se però non cambiamo anche la testa della gente, la cultura, evidentemente le leggi non servono a un granché. Queste canzoni invece incidono profondamente su un sentimento, richiamano al dovere di solidarietà e di comprensione della diversità, alla tolleranza e quindi hanno un ruolo molto grande. Per di più Andrea è anche una canzone bellissima.

Nel 1991 De André presentava questa canzone in modo molto esplicito, dedicandola ai “Figli della luna”, come Platone chiamava gli omosessuali. La cantava a luci accese per dire che ognuno doveva poter essere semplicemente se stesso, senza doversene vergognare. C'è stata una reazione da parte sua e della comunità omosessuale ad un atteggiamento così esplicito da parte di un artista così famoso e così amato?

Certo! Ricordo che facemmo un comunicato stampa e ci ripromettemmo anche di incontrare De André per ringraziarlo, cosa che purtroppo poi non è accaduta. Invitammo tutti ad andare ai concerti e ad applaudire in modo particolare questo momento. Tra l'altro proprio in quegli anni (e forse, chissà, è proprio questa l'origine dell'iniziativa di De André) noi abbiamo avuto in Italia un picco di violenze contro gli omosessuali. C'era una violenza fortissima contro gli omosessuali in quel periodo, con omicidi a Roma, Milano e in alcune città italiane del sud. Era una violenza brutale, perché molti omosessuali venivano trovati con la testa fracassata, uccisi in modo barbaro. Violenza che si sommava alla violenza sommersa, quella nei luoghi di lavoro, negli ambienti familiari, coi ragazzi cacciati di casa.
Era un fenomeno così forte che molti artisti, tra cui De André, decisero di dare un contributo alla campagna contro la violenza sugli omosessuali, attraverso un impegno artistico che è stato veramente molto importante, perché dagli anni novanta ad oggi le cose sono radicalmente cambiate in questo paese, tanto è vero che io sono stato eletto in Parlamento, Nichi Vendola è diventato Presidente regionale, molti nostri soci sono diventati consiglieri comunali e provinciali e c'è un'attenzione verso la questione omosessuale, in Italia, che mai c'era stata prima di allora.

Quindi il fatto che a parlare di omosessualità fosse in questo caso una persona non omosessuale non ha rappresentato un problema. La comunità omosessuale non s'è sentita “usata” per essere finita nell'album di un famoso cantautore senza nemmeno essere stata consultata?

Assolutamente no. Noi valutiamo positivamente tutte quelle iniziative, anche spontanee, che pongono il tema della lotta al pregiudizio. Non ci interessa che a promuoverle siano omosessuali o meno. In questo mondo gli omosessuali sono discriminati, purtroppo ancora oggi in molti paesi è prevista addirittura la condanna a morte per gli omosessuali.
Proprio in questi giorni stiamo raccogliendo firme di solidarietà per trentacinque omosessuali sauditi che verranno sottoposti al supplizio delle frustate per aver partecipato ad una festa privata che aveva al centro i festeggiamenti per una coppia di due omosessuali che stanno assieme da tanto tempo, in Arabia Saudita. Insomma, nel mondo c'è ancora tanta violenza, ce n'è anche in Italia, quindi ben vengano tutte quelle iniziative anche spontanee, soprattutto quelle di artisti popolari che decidono di inserire nella loro produzione artistica una parte che riguarda anche la lotta a un pregiudizio che è ancora molto forte e produce molti danni e molta sofferenza.

Andrea è un testo delicato, quasi una fiaba. Come in tante altre occasioni De André racconta senza dare giudizi. Sul protagonista si abbatte la tragedia della guerra, che uccide il suo amore e lo spinge al suicidio. Quindi, in fondo, è anche una canzone contro la guerra. Secondo lei qui De André ha colto nel segno? È una canzone nella quale si è ritrovato o avrebbe preferito un testo più esplicitamente militante?

Personalmente sono sempre stato un nonviolento, ho sempre detestato l'uso delle armi e le guerre di qualsiasi tipo. Mi viene in mente un episodio della guerra in Iraq: un soldato americano che ha sparato a un iracheno con cui aveva avuto un rapporto sessuale, evidentemente assalito dal senso di colpa. Da un gesto d'amore è nata una tragedia! La riflessione sulla guerra ci porta a fare un ragionamento in fondo molto semplice: la guerra uccide l'amore, uccide le relazioni fra le persone, uccide i diritti, perché quando c'è la guerra non esiste altro linguaggio che quello della violenza e delle armi. Allora non c'è dubbio che un'idea di libertà e di società aperta e tollerante prima di tutto esclude la guerra.

Un fatto rilevante

Allargando il discorso alla comunità gay italiana, questa canzone secondo lei ha lasciato un segno, è una canzone nella quale la comunità si è sentita in qualche modo rappresentata, rispettata, compresa? Ha retto nel tempo? O magari non se n'è proprio parlato?

Non se n'è parlato molto. Tutte le volte che qualcuno ha deciso di fare una “compilation” sul tema dell'omosessualità ovviamente c'è un posto d'onore per Andrea. È una canzone che ha lasciato un segno perché tutte le volte che si è parlato di questi temi con altri artisti noi abbiamo sempre citato ad esempio la canzone di De André. Andrea ha lasciato un segno e soprattutto ha lasciato un esempio: quando si parla di contenuti della produzione artistica, voi sapete bene che ogni tanto c'è qualcuno che storce il naso e dice che non è tanto importante se un pezzo d'arte abbia un contenuto di un certo tipo, l'importante è che la musica sia bella, che la poesia sia bella, che poi dica una cosa o un'altra non ha importanza.
Io credo invece che il contenuto di una qualsiasi opera d'arte, canzone, poesia, quadro, scultura, romanzo, sia veramente importante, perché nella dialettica tra forma e contenuto è ovvio che quest'ultimo ha una parte rilevante perché parla alla gente, parla alle intelligenze, parla ai cuori e può lasciare un segno profondo. Proprio come ha lasciato un segno profondo questa canzone, che è un esempio che noi additiamo e diciamo: “se l'ha fatta De André la possono fare anche altri”. De André è stato capace di questo gesto straordinario, delicato, un gesto d'amore in definitiva, magari per un amico che lui ha conosciuto, un amico che ha avuto dei problemi. Non conosciamo i motivi che hanno spinto De André a scrivere questa poesia ma non c'è dubbio che è stato un fatto rilevante.

Poco fa ci ha raccontato che questo atteggiamento di De André vi ha molto aiutato come movimento. In relazione al discorso che lei ci ha appena fatto, sul rapporto fra forma e contenuto, noi ci chiediamo a volte quanto davvero servano le canzoni a far cambiare idea alla gente. Le è capitato, concretamente, di conoscere qualcuno che ha modificato un atteggiamento di pregiudizio perché proprio questa poesia, questa canzone, l'aveva convinto?

Beh, certo! I concerti furono molto partecipati, c'erano decine di migliaia di persone, i palasport erano pieni, le sale erano piene e moltissimi ci telefonarono emozionati, perché quando si accendevano le luci e la canzone veniva cantata con la grande attenzione di tutti, beh, questo ha inciso profondamente su molte persone che partecipavano a quei concerti, perché non dimentichiamo che il pregiudizio non alberga solo nella parte del paese ultraconservatrice o ultrareligiosa. Troviamo il pregiudizio alle volte anche tra i giovani o in area progressista. Ma anche per gli stessi omosessuali che parteciparono a quei concerti, sentire parlare esplicitamente il cantante amato che con coraggio faceva un discorso di apertura e di tolleranza, ma anche un discorso di impegno perché fare quel gesto significava chiamare gli ascoltatori ad un impegno concreto, non semplicemente ad una testimonianza, ebbene questo ha cambiato le vite di molte persone e ha consentito a molti di ragionare su questo tema e a loro volta trasformarsi in persone che lottano contro i pregiudizi. Diciamo che ha avuto un effetto positivo a cascata, che ha lasciato un segno profondo in molte persone. Recentemente ho incontrato un omosessuale che mi ha raccontato che proprio da quel giorno, da quando ha sentito quella canzone, da quando partecipò a quel concerto, decise di buttare all'aria le sue paure e di vivere la sua vita alla luce del sole.

È un'informazione che avrebbe fatto sicuramente piacere a De André! La canzone di cui stiamo parlando è ambientata ai tempi della guerra 15/18. Andrea è un “contadino del regno” e il suo uomo muore in battaglia sui monti di Trento. Secondo lei perché De André ha scelto di ambientare questa storia un po' nel passato? Non avrebbe potuto scegliere il suo tempo, come ha fatto con le prostitute di Via del Campo, il transessuale Princesa o i Rom di Khorakhané?

Probabilmente la ragione sta nel fatto che la Prima Guerra Mondiale fu una guerra brutale, come tutte le guerre, non è che esista una guerra che non sia brutale, ma quella fu particolarmente brutale, sconvolse il paese e lo trasformò profondamente. Ci furono le decimazioni, morirono centinaia di migliaia di persone. Quindi, forse, ambientarla lì voleva dire parlare non solo di una guerra da molti dimenticata ma anche parlare di un periodo storico del nostro paese nel quale esistevano molte problematiche, molte pulsioni, tra cui anche quella omosessuale. Oggi quando gli storici parlano di omosessualità si riferiscono sempre agli ultimi trent'anni della storia di ogni paese. O al massimo gli anni che vanno dalla rivolta di Stonewall, accaduta il 28 giugno 1969, quando in un bar di New York ci fu la ribellione contro i soprusi della polizia e da quella data parte l'idea e la sostanza di un movimento omosessuale moderno ed è una data che è diventata simbolo internazionale della ribellione dei gay e delle lesbiche di tutto il mondo, quando si celebra il Gay Pride. Però c'era una storia omosessuale anche prima.
L'omosessualità esiste da quando esiste l'umanità ed ha prodotto straordinari esempi di amori che si sono poi riflettuti nell'arte. Pensiamo per esempio al “Simposio” di Platone, dove si dice quella frase straordinariamente bella: “il potere ha sempre paura dell'amicizia fra le persone”, perché gli amori, le amicizie, i sentimenti forti sono profondamente conflittuali con il potere. Quindi ambientare una canzone come questa all'epoca della Prima Guerra Mondiale a mio parere ha voluto ricordare che la questione omosessuale esiste da sempre nella memoria collettiva e nella storia dell'umanità e, per quanto riguarda la guerra, è profondamente connaturata con il sentimento pacifista, perché non c'è un amore che possa esistere dentro una guerra, infatti poi il compagno di Andrea muore, a dimostrazione che le guerre sono profondamente in contraddizione con ogni sentimento umano.

Pasolini, una morte emblematica

Nel caso di Khorakhané, la canzone dedicata ai Rom, ci è stato raccontato da amici di De André che lui prima di scrivere questo testo ha lungamente e puntigliosamente studiato la storia dei Rom e li ha anche frequentati per capire a fondo la loro cultura. In genere è noto che De André parlava di emarginazione a partire da una conoscenza profonda e diretta. Ascoltando Andrea lei ha la stessa sensazione anche per quanto riguarda le persone omosessuali?

Per quanto riguarda gli zingari va ricordato che furono tra coloro che vennero sterminati nei campi di concentramento nazisti. Tra l'altro si tratta di un sterminio poco ricordato nelle celebrazioni ufficiali, ma furono diverse decine di migliaia i Rom rastrellati in tutta Europa, trascinati nei campi di sterminio e ammazzati semplicemente perché erano Rom. Spesso la storia ritorna nell'immaginario collettivo e si trasforma in produzione artistica, in canzoni, che nel caso di De André sono anche straordinariamente belle.
Per quanto riguarda Andrea, secondo me De André ha scritto questa canzone perché l'ha voluta dedicare a qualcuno, probabilmente un caro amico, che magari in quel momento non c'era più, del quale ne conosceva profondamente la sofferenza e le vicissitudini. Generalmente un artista, quando scrive una canzone come questa, lo fa perché è profondamente coinvolto anche sul piano personale.

Nel 1980 Fabrizio De André e Massimo Bubola hanno scritto “Una storia sbagliata”, dedicata ad un omosessuale per così dire eccellente, Pier Paolo Pasolini. Dice De André di questa canzone: “La morte di Pasolini fu un grave lutto per noi, come se ci fosse mancato un parente stretto. Un aspetto tragico che abbiamo voluto sottolineare è quello legato a una moda, purtroppo ancora corrente, che si ricollega al clima di ignoranza e di caccia al diverso. E cioè il fatto che della morte di un grande uomo di pensiero si sia fatta praticamente carne di porco da sbattere sul banco di macelleria dei settimanali spazzatura e non solo di quelli”. Una presa di posizione molto netta. È cambiato qualcosa rispetto al clima descritto dall'artista genovese?

Pasolini fu ucciso nella notte fra il primo e il due novembre 1975 e con Pasolini l'Italia ha perso forse il più autorevole degli intellettuali e scrittori del Novecento. Quella morte fu scioccante anche per come avvenne, perché Pasolini fu letteralmente massacrato e fu una morte emblematica di tutte le violenze che gli omosessuali subiscono nella nostra società. Quella morte rappresenta anche uno dei fatti oscuri della vita italiana degli anni Settanta.
Gli anni Settanta sono un buco nero nella storia di questo paese; sembra che non si riesca mai ad avere la verità definitiva su quello che successe in Italia in quegli anni: sul terrorismo, la violenza, le stragi. Anche l'omicidio Pasolini è rimasto inspiegato, una vicenda infinita. L'autore presunto adesso nega, affermando di essere stato vittima di un complotto. Ma non c'è dubbio che anche Pasolini a suo tempo fu vittima del pregiudizio. Le frasi che abbiamo sentito riportate dal presunto omicida, che racconta che quelli che lo massacravano gli gridavano: “sporco frocio” e cose simili, sono frasi molto significative del clima di quel tempo. Perché bisogna tener presente che il pregiudizio, gli stereotipi che lo alimentano, il rifiuto e l'odio della diversità, sono tutte cose che producono violenza, sofferenza, morte.
Questi pregiudizi, purtroppo, sono ancora molto diffusi. Meno diffusi del 1975, quando fu ucciso Pasolini, perché all'epoca il pregiudizio era quasi istituzionalizzato, ma ancora sono molto forti e producono ancora molta sofferenza.

L'ipocrisia italica del “si fa ma non si dice”

Su questo tema abbiamo intervistato lo scrittore Stefano Benni. Lui ci ha detto che le canzoni di De André, proprio perché raccontano senza giudicare, sono “un antidoto contro tutti i razzismi”. Lei come la pensa, concorda con Benni?

Assolutamente sì! Anche perché la musica, che entra profondamente nella mente e parla all'anima di ciascuno di noi, quando veicola messaggi, nel caso di De André in modo poeticamente così elevato, tocca nel profondo le corde più nascoste di ciascuno di noi e incide profondamente. In questo periodo in Italia non accadono, sul piano musicale, fatti così rilevanti come quelli degli anni Settanta, cioè una presenza così massiccia e così forte di cantautori nella cultura del Paese. Allora i ragazzi di adesso stanno riscoprendo la musica di quegli anni, i cantautori italiani degli anni Settanta, tra cui lo stesso De André. Questa riscoperta della cultura degli anni Settanta è molto positiva perché il valore di quello che fu fatto allora non si esaurisce con il passare degli anni.

Su questo punto mi viene da farle una domanda direi sul costume, sul sentire comune. Spesso oggi si sentono artisti, critici e giornalisti che, commentando De André, dicono: “ha restituito dignità alle prostitute, ai drogati”. Però non mi è mai capitato di sentir dire: “De André ha restituito dignità agli omosessuali”. Secondo lei perché? È un aspetto sottovalutato, poco conosciuto della produzione dell'artista, oppure l'omosessualità è ancora un tema di cui è più difficile parlare rispetto, per esempio, alla prostituzione?

Direi decisamente quest'ultima. È più facile parlare degli altri temi, è meno inquietante. Quando si parla di omosessualità si tocca una corda delicata, spesso si parla di se stessi e quindi molti preferiscono sorvolare su questo tema. Riguardo alla sessualità, l'Italia è un paese di grandi sfaccettature contradditorie, perché nella vita privata ci sono comportamenti molto liberi, molto liberali, però nella vita pubblica non bisogna dirlo, non bisogna farlo vedere, non bisogna che si sappia.
C'è un'ipocrisia italica del “si fa ma non si dice”, probabilmente legata alla cultura del senso di colpa e del peccato che dovrebbe poi essere confessato. Una cultura che incide profondamente e allora, da questo punto di vista, c'è una certa ritrosia. Il coraggio di De André è rimasto un fatto isolato per molto tempo, anche nella produzione artistica. In quel momento era un fatto quasi unico e questo ne definisce anche la grandezza, l'intelligenza. E il fatto che altri, quando citano De André, però non citino questo aspetto, è significativo del forte prevalere del pregiudizio, che incide ancora in modo molto serio nella nostra società.

Ci sono altri artisti italiani che hanno preso posizioni altrettanto cristalline, che hanno realizzato opere su questo tema?

Per molti aspetti De André è un po' un caso unico. C'è un altro artista che ci è vicino, che è anche un amico che conosco personalmente e che amo moltissimo, ed è Francesco Guccini. Lui per esempio, parlando di omosessualità, ha fatto una cosa molto simpatica, com'è nel suo custome, visto che a lui piace molto scherzare. Guccini, quando l'onorevole Mirko Tremaglia, Ministro per gli italiani all'estero, ha fatto quell'orrendo comunicato dicendo che la maggioranza degli italiani e degli europei, ormai, erano tutti “culattoni” (una cosa che ha sollevato molte proteste e condanne per questo modo di esprimersi così dispregiativo, che alimenta la cultura del pregiudizio e del razzismo che ha creato tanti lutti), bene, Guccini da allora ha cominciato i suoi concerti dicendo: “sia ben chiaro che siamo tutti culattoni e io vi annuncio che anche io sono culattone”! Quindi è stato molto simpatico e ricordava quello che si faceva negli anni settanta quando, contro il riemergere dell'antisemitismo, si diceva: “siamo tutti ebrei tedeschi”.
Devo aggiungere che ci sono stati anche altri cantanti che hanno parlato della questione omosessuale. Qualcuno lo ha fatto anche in occasione del festival di Sanremo. Un altro cantante che io amo molto, Lucio Dalla, ha scritto una bellissima canzona sul rapporto fra un tramviere e suo figlio omosessuale. Quindi direi che c'è un certo risveglio da questo punto di vista. Ma sicuramente De André è stato un precursore.

Prima ci ha detto con un certo rammarico che aveva progettato di incontrare De André ma di non essere riuscito a farlo. Se avesse avuto questa possibilità cosa le sarebbe piaciuto dirgli?

Intanto l'avrei ringraziato per l'insieme della sua produzione artistica. De André ha scritto canzoni importanti che fanno parte della colonna sonora della mia vita ma che sono diventate anche importanti metafore della vita culturale del Paese. È un'eredità che non è morta con lui perché la sua produzione artistica ha l'afflato dell'eternità. È una produzione artistica che ci aiuta a combattere le cose negative della nostra società, perché questo è un aspetto molto importante e positivo della modernità: che ci consente di combattere e di superare gli aspetti negativi della nostra società. Non a caso i fondamentalisti si oppongono ai cambiamenti e alla modernità.
Ma la modernità ci consente di capire e di comprendere realtà che prima non venivano comprese e intrepretate, attraverso strumenti culturali nuovi, tra cui la produzione artistica. Perciò se avessi incontrato De André in primo luogo l'avrei ringraziato per questo. Poi l'avrei ringraziato in particolare per quello che ha fatto nei suoi concerti per gli omosessuali, proprio per tutte le cose che dicevo prima.

Quella contestazione a Sanremo 1972

Le prostitute di “Via del Campo” sono del 1966 e “Tutti Morimmo a Stento”, l'album che apre una breccia sul tema dell'emarginazione, è del 1968. Bisognerà però attendere altri 10 anni per una canzone sugli omosessuali. Secondo lei perché questo ritardo?

Forse i tempi non erano maturi. In Italia il movimento è iniziato con la contestazione del congresso internazionale di sessuologia di Sanremo, nel 1972. In quel congresso gli omosessuali venivano tratteggiati in maniera molto negativa, trattati come malati da sottoporre a cure psichiatriche, in alcuni casi da sottoporre ad elettroshock (ma sono atteggiamenti e concezioni che permangono anora oggi in certi gruppi integralisti). Il movimento gay italiano nasce dalla contestazione di quel congresso. È quindi un movimento che ha ormai oltre trent'anni, però bisognerà attendere molto tempo prima che l'opinione pubblica si accorga di questo movimento, prima che se ne accorgano i media e la politica. In questo momento la questione omosessuale è una delle questioni più rilevanti nel dibattito politico del mondo occidentale. Ha inciso profondamente nelle elezioni americane e in quelle spagnole.
Però c'è stato bisogno di un paziente e certosino lavoro, durato diverse decine di anni, prima che la questione divenisse rilevante e influenzasse anche la produzione artistica. Pensiamo per esempio alla produzione cinematografica: prima della metà degli anni settanta gli omosessuali nel cinema erano tratteggiati come macchiette oppure gli ambienti omosessuali erano descritti come sordidi, ambienti dove si finiva ammazzati o suicidi. Persino in alcune canzoni, in Italia, si tratteggiava l'idea dell'omosessualità come macchietta.
La canzone di De André, che è invece una canzone fortemente emotiva, rispettosa, positiva, è del 1978, quando il movimento gay italiano aveva pochi anni, quindi non direi che fosse in ritardo.

Allora chiudiamo con un suo pensiero su questa canzone.

La canzone di De André, parla di un amore, parla di due persone che si vogliono bene. Questo amore nella nostra società non è ancora riconosciuto come dovrebbe. Quando due persone stanno assieme, si amano, vuol dire che stanno costruendo una piccola società o un piccolo pezzo di società che si esprime solidarietà, affetto, reciproca attenzione, reciproco impegno. Ci sono diritti e doveri di queste coppie che vanno riconosciuti.
Già nel 1991 noi facevamo una battaglia per il riconoscimento delle coppie di fatto, per i diritti delle coppie omosessuali. In questo momento questa battaglia è arrivata a un punto cruciale: la maggioranza dei paesi europei ha riconosciuto questi diritti. La questione delle coppie di fatto è al centro della discussione in tutto il mondo di cultura occidentale. Questa è una nostra battaglia in Italia e Andrea fa parte della colonna sonora di questa battaglia. Io vorrei dire agli ascoltatori che la violenza c'è ancora, il pregiudizio c'è ancora e c'è chi lo alimenta. C'è chi ancora ritiene di trovarsi nel giusto malmenando qualcuno che esprime la propria affettività omosessuale pubblicamente. De André ha messo questa cosa al centro di una delle sue canzoni più belle, noi siamo grati a De André e diciamo che la sua canzone accompagna la battaglia politica ed umana che stiamo conducendo.

Renzo Sabatini

(intervista realizzata via telefono il 09.05.2005. Registrata presso gli studi di Rete Italia – Melbourne. Andata in onda nell'ambito della trasmissione radiofonica settimanale: “In Direzione Ostinata e contraria”, dedicata ai personaggi delle canzoni di Fabrizio De André)

In direzione ostinata e contraria

Con questa intervista a Franco Grillini, prosegue la pubblicazione su “A” di una parte significativa delle 27 interviste radiofoniche realizzate da Renzo Sabatini e andate in onda in Australia nel programma “In direzione ostinata e contraria” sulle frequenze di Rete Italia fra il maggio 2007 e l’agosto 2008. In tutto si è trattato di sessanta puntate (ciascuna della durata di circa quaranta minuti, per un totale di quasi 40 ore di trasmissioni), nel corso delle quali sono state trasmesse le 27 interviste e messe in onda tutte le canzoni di Fabrizio De André. Si tratta dunque della più lunga e dettagliata serie radiofonica mai dedicata al cantautore genovese.

Se proponiamo questi testi, è innanzitutto per dare ancora una vlta spazio e voce a quelle tematiche e a quelle persone che di spazio e voce ne hanno poco o niente nella “cultura” ufficiale. E che invece anche grazie all’opera del cantautore genovese sono state sottratte dal dimenticatoio e poste alla base di una riflessione critica sul mondo e sulla società, con quello sguardo profondo e illuminante che Fabrizio ha voluto e saputo avere. Con una profonda sensibilità libertaria e – scusate la rima – sempre in direzione ostinata e contraria.

Precedenti interviste pubblicate: a Piero Milesi (“A” 370, aprile 2012), a Carla Corso (“A” 371, maggio 2012), Porpora Marcasciano (“A” 372, maggio 2012).

la redazione di “A”