rivista anarchica
anno 35 n. 311
ottobre 2005


ecosistemi

 

riflessioni


Sfogliando gli annuari ovvero cercare di capire il mondo dei numeri

I dati seguenti sono tratti da l’annuario “Il mondo in cifre 2005” elaborato da The Economist tradotto e pubblicato in Italia dalla rivista “Internazionale” ad un prezzo contenuto. Sono quindi dati aggregati, semplici, che danno un quadro sintetico ma contemporaneamente definiscono a grandi linee i problemi e sono molto accessibili e comprensibili. Le considerazioni sono le nostre. Ma, come si vede, non c’è bisogno di una grande scienza per capire come stanno le cose.

Economia
Considerando il PIL dei singoli paesi: i primi dieci hanno un PIL di 24.475 miliardi di $; dall’undicesimo al ventesimo 3.643 $; dal ventunesimo al trentesimo di 1.722 $; dal trentunesimo al quarantesimo 1.062 $; dal quarantunesimo al cinquantesimo 698 $.
I primi cinquanta paesi hanno un PIL complessivo di 31.600 miliardi di dollari, gli altri 132 paesi considerati hanno un PIL di 700 miliardi di $ corrispondente al 2% del totale.
Gli stati Uniti da soli hanno un PIL pari a 10.383 miliardi di $ ovvero superiore tre volte a quello del Giappone, secondo paese in graduatoria, e costituente il 32,2% del totale dei primi cinquanta paesi.
I paesi del G7 fanno il 65% del PIL mondiale con 11,5% della popolazione; gli Stati Uniti il 32% con il 3,5 % della popolazione
I paesi del G7 esportano il 45,4% della loro produzione (l’Asia il 9,9%, l’America latina il 4,5%, l’Africa il 1,9%).
50 paesi hanno un onere sul debito estero pari a più dell’80% del loro PIL; 50 paesi hanno debiti esteri superiori a 10 miliardi di dollari (10 superiori a 100 miliardi di dollari); 50 paesi hanno un debito estero superiore al 250% delle loro esportazioni annuali di beni e servizi (i paesi dei tre elenchi citati per gran parte non sono gli stessi).

Distribuzione del PIL mondiale tra i 182 paesi censiti
(i numeri riportati nel grafico: 1-10, 11-20, 21-30 ecc., sono relativi alla posizione dei paesi come Prodotto Interno Lordo, PIL)

Agricoltura
Tra i paesi meno dipendenti economicamente dall’agricoltura gli Stati Uniti sono al dodicesimo posto. In quel paese l’agricoltura contribuisce al PIL nazionale solo per il 1,9%. Questa condizione è simile a quella del Regno Unito (che si posizione al sesto posto solo con il 1,0%) e dell’Italia (al ventitreesimo posto con la Francia con una incidenza sul PIL del 2,7%).

Il dato indica solo la marginalità del settore rispetto all’economia del paese ma non la capacità dei produttori di quel paese di incidere sul mercato agricolo del pianeta. Se infatti si analizzano le produzioni mondiali dei cereali gli Stati Uniti sono al 2° posto e la Francia al 5°; per la carne gli Stati Uniti al 2° posto e la Francia al 4°, per la frutta gli Stati Uniti al 4° e l’Italia al 5°; per gli ortaggi gli Stati Uniti al 3° e l’Italia al 5°.
Gli Stati Uniti, inoltre, sono nella condizione per quanto riguarda il grano e le granaglie, prodotti di base per l’alimentazione e la politica ad essa connessa, di avere consumi inferiori alla produzione e quindi ad essere esportatori.

Consistenza PIL Stati Uniti

Consistenza popolazione Stati Uniti

Industria
La produzione industriale dei primi cinquanta paesi produttori è del valore di 8.017 miliardi di dollari. Il 57% di questo totale è costituito della produzione dei G7 (4.619 miliardi di $), il 26% dagli Stati Uniti e 12,9% dal Giappone (insieme circa il 40% della produzione mondiale. Il cinquantesimo paese produce lo 0,05% del totale.

Combustibili
I paesi maggiormente industrializzati non controllano le fonti di energia ma sono costretti ad importare combustibili da altri paesi. In tale maniera chi controlla il mercato di fatto incide sulle politiche dei paesi industrializzati.
Tra i paesi produttori di petrolio gli Stati Uniti sono al secondo posto e tra i primi quindici c’è solo un altro paese afferente al G7 (Gran Bretagna). Per quanto attiene i dieci paesi maggiori produttori di gas naturali vi sono Stati Uniti (2°) e Gran Bretagna (4°) per il carbone solo Stati Uniti (2°).
Per il petrolio e il gas naturale gli Stati Uniti consumano molto di più di quanto producano (petrolio 19.708 di consumo contro i 7.698 migliaia di barili al giorno di produzione). È questo l’unico caso in cui il paese non produce direttamente risorse primarie di cui necessita.
Situazione particolare hanno Russia, che possiede risorse di petrolio, gas, e carbone molto superiori ai suoi attuali consumi (da qui l’interesse all’acquisizione da parte di compagnie internazionali delle società di petrolio ex nazionali), e Cina, che nonostante sia il maggiore produttore mondiale di carbone (di cui non consuma tutta la produzione) attualmente per permettere la crescita in corso importa petrolio (e non è un caso l’aumento del prezzo del petrolio a barile finalizzato anche ad affaticare l’economia cinese).

Consistenza PIL G7

Consistenza popolazione G7

Energia
I maggiori produttori di energia nel pianeta sono gli Stati Uniti e la Cina con rispettivamente 1.711 e 1.138 milioni di tonnellate di petrolio equivalente. Ma mentre la Cina consuma 1.139 milioni di tonnellate di petrolio equivalente gli Stati Uniti ne consumano 2.281 con un saldo negativo di quasi trecento milioni di tonnellate. Tranne la Gran Bretagna nessun altro paese G7 è tra i primi sedici produttori mentre tutti sono tra i primi sedici consumatori. Il consumo più altro pro-capite di un paese industrializzato è quello degli Stati Uniti con 7.990 kg di petrolio equivalente più del doppio del consumo riscontrabile in Italia.

Aziende
Il fatturato complessivo delle maggiori 44 aziende nel mondo è pari a 4.078,8 miliardi di dollari (2.269 sono degli Stati Uniti)
615.8 miliardi di dollari annui è la somma delle tre maggiori aziende mondiali. Per comprendere meglio il peso di questi soggetti all’interno dell’economia mondiale sottolineiamo che esse, in 44, hanno un fatturato pari al 13% del PIL di 182 paesi del pianeta (il PIL è composto da tutta la produzione e gli scambi in un anno effettuati da tutti i 6 miliardi e oltre di abitanti del mondo). Solo 19 paesi al mondo hanno un PIL superiore al fatturato delle più grande azienda mondiale (246,5 mld di dollari)
Le aziende tra le 44 che si interessano di petrolio sono 5 (al 3° USA, 4° GB, 5°GB, 14° FR, 15° USA), per un fatturato complessivo di 729,5 miliardi di dollari. Le aziende che producono auto sono 8 per un fatturato complessivo di 936.9 miliardi di dollari (petrolio e auto sono il 40% del fatturato delle prime 44 aziende)
Delle prime 44 aziende nel mondo, 18 sono degli Stati Uniti (petrolio, auto, apparecchiature elettriche e informatica, aerei), 2 Regno Unito (petrolio), 13 Giappone (auto, apparecchiature elettriche e informatica, assicurazione), 3 Germania (auto, apparecchiature elettriche e informatica, assicurazione), 4 Francia (petrolio, assicurazione), 2 Paesi Bassi, 1 Svizzera (alimentazione), 1 Italia (assicurazione).

Banche e mercato azionario
2.500 circa sono i miliardi di dollari che costituiscono il patrimonio (capitale proprio e riserve) delle maggiori 44 banche del pianeta (8 Stati Uniti, 6 Regno Unito, 6 Francia, 5 Giappone, 5 Cina, 2 Germania, 2 Svizzera, 3 Paesi Bassi, 2 Spagna, 2 Italia (33° e 43° posto).
La capitalizzazione del mercato azionario è di 11.052 miliardi di dollari negli Stati uniti, 2.126 miliardi di dollari in Giappone, 1.846 mld di dollari in Gran Bretagna, seguono gli altri paesi in rapida riduzione di importi a partire dalla Francia (996 al 4° posto fino a Singapore con 101 mld di dollari al 26° posto)

Consumi
32 sono i paesi (non tutti industrializzati) che hanno un numero di apparecchi televisivi a colori superiore a 90 per ogni 100 famiglie (il Belgio 99,6 apparecchi su 100 famiglie); 18 sono i paesi (quasi tutti industrializzati e ricchi) che posseggono più di 50 lettori cd per 100 famiglie (Danimarca 89,3);18 sono i paesi (quasi tutti ricchi ma non necessariamente industrializzati) che posseggono più di 40 computer ogni 100 persone (Svizzera 70,9); 30 sono i paesi (non tutti industrializzati non tutti ricchi) in cui vi sono più di 65 telefoni cellulari per ogni 100 persone (Taiwan 106,2).

Brevetti
123.978 sono stati i brevetti concessi agli abitanti del Giappone nel 2000, 83.090 agli abitanti degli Stati Uniti (insieme costituiscono più del doppio di quelli concessi ai successivi 18 stati nell’elenco), 9.983 agli abitanti dell’Italia (che si colloca al 9° posto). Il ventesimo posto è di Israele con 433 brevetti. Nessuna traccia di paesi non industrializzati, non ricchi, non occidentali. I casi sono due: o l’intelligenza non è uniformemente distribuita o il controllo della produzione è affidato a pochi soggetti.

Malattie
I primi dodici paesi nella graduatoria delle morti per cancro al seno sono europei (da 26,5 a 20,1 decessi per 100.000 abitanti); così come i primi sette nella graduatoria delle morti per cancro ai polmoni (da 79,o a 56,9 decessi per 100.000 abitanti), poi ci sono Stati Uniti e Canada e poi si continua con altri paesi europei.
Le morti da cancro ai polmoni è molto difficile connetterle alla pratica del fumo; il consumo medio pro capite di sigarette propone una classifica di paesi molto diversa. Appare invece molto stretta la relazione tra paesi industrializzati ed urbanizzati e morti di cancro, cosa che risulta palese anche dal 12° posto per morti di cancro al polmone di Hong Kong.
Di malaria, tubercolosi, Aids si muore, per la stragrande maggioranza, nei paesi poveri africani ed asiatici.

Nobel
Gli Stati uniti sono il paese che ha vinto il maggior numero di premi nobel per la fisica 45 (35%) sui 128 assegnati (uniti a quelli della Gran Bretagna, secondi, il 50%), 39 nella chimica (35,5%) sui 110 assegnati (uniti a quelli della Gran Bretagna, secondi, il 55%), 48 (40%) nella medicina sui 118 assegnati (uniti a quelli della Gran Bretagna, secondi, il 58%) e questo può essere riferito alla struttura di ricerca di quei paesi sostenuta dalle grandi aziende.
Gli Stati uniti sono il paese che ha vinto il maggior numero di premi nobel per l’economia 27 (63%) sui 43 assegnati (uniti a quelli della Gran Bretagna, secondi, il 81%) e questo può essere riferito all’attenzione nei confronti degli interessi privati che gli economisti dei due paesi hanno posto nel corso degli anni e da cui sono stati premiati.
Gli stati uniti sono il paese che ha vinto il maggior numero di premi nobel per la pace 17 (26%) sui 66 assegnati (uniti a quelli della Gran Bretagna, secondi, il 44%) e questo potrebbe essere capito, essendo questi i paesi che maggiormente hanno ideato, partecipato, sostenuto guerre, colpi di stato, guerre civili nel pianeta nel corso degli ultimi trecento anni, solo se i nobel fossero andati a dei grandi oppositori di tali politiche; ma essendo Kissinger, noto golpista e guerrafondaio, uno dei vincitori l’assegnazione di tanti nobel non può che essere inteso come un atto di inutile sottomissione della cultura premiante al potere.

Conclusioni
Che cosa si evince. Il controllo del mercato, della produzione e dell’economia da parte di pochi soggetti collegati ad un numero molto ridotto di paesi. Per le risorse e l’energia esclusivamente gli stati Uniti, la Cina e la Russia sono in questo momento autonomi. I primi, a differenza degli altri, sono anche grandi esportatori e controllano alcune risorse al di fuori dei loro confini, e ciò rende molto forte il loro peso. Alcuni paesi, sebbene del tutto in disequilibrio energetico, controllano i mercati delle merci e finanziari (ad esempio Giappone, Gran Bretagna, Paesi Bassi). All’interno dei paesi industrializzati la differenza in termini di produzione, consumo, disponibilità di risorse tra Stati Uniti e gli altri sette è enorme. Gli Stati Uniti, con un numero ridottissimo di altri stati (Giappone, Gran Bretagna e pochi altri), controllano tutta l’economia, la produzione, la finanza, la ricerca, e promuovono il modello che è fatto su misura per accrescere queste disparità sulle quali si costruiscono i loro profitti.
Anche i settori non direttamente produttivi (vedere Nobel) sono utilizzati strumentalmente al fine di accrescere attraverso di essi sia il commercio dei prodotti sia la stima verso se stessi.
Un mondo di Stati profondamente impari al cui interno, come a tutti noto, corrisponde una ancor più profonda disuguaglianza sociale.


testimonianze


Civilizzazione

In gran parte dei luoghi dove le comunità avevano un rapporto di rispetto dell’ambiente la proprietà privata aveva una peso marginale nella organizzazione sociale.
Nella cosmogonia della Melanesia ad inizio del secolo XX l’uomo non ha un posto predominante, è all’interno dell’ambiente e si sforza di rispettare l’armonia e l’equilibrio naturale. “La civilizzazione canàca – sosteneva negli anni settanta del secolo scorso un melanesiano – trae la sua essenza dal rapporto intimo e biologico dell’uomo con la terra”. Le modalità di coltivare la terra, di distribuire le risorse sono configurate per la conservazione dei beni ambientali, beni indivisi, e gran parte dei beni della società erano anche per questo indivisi.
A metà dell’ottocento R.P. Poumpinel, della missione marista, scriveva “qui bisogna dividersi tutto… questa piaga sociale, con le sue orrende e desolanti conseguenze, tiranneggia le tribù delle nostre isole…” ed ancora all’inizio del secolo successivo Leenhardt, giovane missionario a cui si deve poi la raccolta di una consistente documentazione sulle quelle popolazioni, osservava: “tutto quello che uno guarda gli è dato in dono, è l’uso del paese. Che bel comunismo! Ed è per questo che bisogna proibire a questa gente di regalare quel che si dà loro e che la maggiore difficoltà per educarli è l’insegnar loro di possedere” (le due citazioni sono leggibili in R.Dousser – Leenhardt La grande capanna. Miti e leggende della Nuova Caledonia, Jaca Book Milano 1974)
Che grande civiltà quella occidentale.
Che con cura ed impegno prima ha destrutturato le società e poi ha ad esse imposto la distruzione dell’ambiente.


Storie di case: la casa delle zanzare

Circa cento anni fa un gran numero di coloni francesi in Vietnam si spostarono dalle pianure sulle montagne di quel paese. Gran parte di questi morirono di malaria, malattia che non aveva mai presentato un problema per le popolazioni delle montagne.
La ragione di questa situazione può essere gran parte attribuita alla configurazione delle abitazioni.
Gli abitanti della montagna avevano abitazioni con al piano terra le stalle ed al piano superiore la residenza il cui interno aveva una area preminente e centrale, la cucina, con i suoi fornelli e senza cappa.
Le zanzare volano in prossimità del terreno e pungono preferibilmente gli animali, per questo la configurazione della casa poneva già in condizione di sicurezza gli abitanti che dormivano e mangiavano al piano superiore; inoltre i fumi della cucina, nonostante fossero fastidiosi, allontanavano ulteriormente gli insetti dalla parte alta dell’abitazione.
Quando arrivarono i coloni videro i limiti dell’abitazione (puzza degli animali e fumi in casa, scomodità dell’accesso al piano superiore) e non comprendendone le ragioni costruirono case ad un piano come erano abituati in pianura, dove stalle e fornelli erano posti fuori dall’abitazione.
Ciò fu centrale per il decoro e la comodità e letale per la loro salute.

L’inettitudine dei selvaggi e la furbizia dei colori

Le Grandi pianure del Nord America erano utilizzate dai nativi per la loro sopravvivenza.
Il terreno era ricco e profondo ed era coperto da fitte ed alte erbe perenni che garantivano il mangiare alle mandrie di bisonti. Le specie vegetali presenti, molto varie, erano in condizione di mantenere sempre una copertura dei terreni in tutte le stagioni evitando che i venti e le piogge provocassero erosione ed impoverimento dei suoli.
L’alimentazione dei nativi era garantita dal bisonte che veniva cacciato nella quantità necessaria all’approvvigionamento e solo in alcune stagioni dell’anno, e poi conservato ed utilizzato tutto, anche le parti non commestibili, per attrezzi, coperte, tende, contenitori, simboli, etc.
Quando arrivarono i coloni capirono che il sistema poteva essere molto più produttivo di quanto non lo fosse per i nativi e, dopo averli massacrati e ridotto la popolazione dei bisonti da sessanta milioni di capi a poche migliaia, si dedicarono alla coltivazione delle pianure.

Le culture stagionali approfittarono per anni dei terreni vegetali che si erano costituiti nel tempo grazie alle modalità di uso dei nativi: si ridusse il ciclo da quello lungo (erbe – bisonti – uomo) ad uno più breve (coltivazioni – uomo) e ciò portò ad una grande produzione di biomassa; e contemporaneamente si cambiò il sistema produzione della carne (dalla caccia all’allevamento).
Ma le colture stagionali di mais, foraggi, grano ed altro lasciavano scoperto il terreno per gran parte dell’anno e gli agenti meteorologici, che in quei luoghi sono di grande entità, incominciarono una erosione dei suoli tale che dopo solo 120 anni la produttività di quelle aree si era fortemente ridotta. Per consentire il mantenimento dei livelli raggiunti in passato i terreni sono divenuti in parte irrigui (con tutte le conseguenze per le falde ed i corsi d’acqua) ed hanno avuto bisogno di una elevata e crescente concimazione chimica.
Nonostante questo le quantità di prodotto per ettaro sono in calo e lo spessore dei suoli continua a diminuire.
Non è un caso che la ricerca di OGM si sia sviluppata negli stati uniti e ciò non solo in ragione delle grandi compagnie chimiche e degli interessi globali di ampliamento dei mercati ma anche per rispondere ad un problema molto diffuso quale la desertificazione di suoli che dipende dal costante impoverimento prodotto da una cattiva utilizzazione.
Ma questi erano e sono coloni e gli altri erano e sono selvaggi.

 

osservazioni sulla contemporaneità


La distruzione dei beni comuni

L’immagine è un grafico elaborato da G.G.Marten in “Ecologia umana. Sviluppo sociale e sistemi naturali”, Edizioni Ambiente, Milano 2002 (pag.156). In esso viene mostrata la relazione tra l’intensità della pesca e la quantità del pesce pescato.

Il problema che si nasconde dietro questo modello è che ciascun individuo ritiene di poter essere A2 ed in alcuni casi per alcuni periodi realmente qualcuno può trovarsi nella condizione di essere avvantaggiato rispetto agli altri. Ma questo implica, nella maggior parte dei casi, una continua ricerca a tecniche e modalità produttive e di prelievo che possano portare ad una situazione di vantaggio rispetto agli altri.

Il rischio che il desiderio di poter essere A2 divenga un elemento di alterazione/distruzione dei sistemi naturali è esponenzialmente maggiore quanto più la società locale è aperta ai mercati internazionali ed alle “opportunità” e consuetudini che li regolano.
Sempre per rimanere nell’ambito della pesca, ma questo ragionamento può essere esteso a tutti i settori di prelievo e produttivi, la crescita della domanda di pescato è determinata da mercati che raramente sono locali. Ciò vuol dire che il pescatore non svolge una attività finalizzata alle sue necessità dirette o a quelle della comunità di appartenenza, e che contemporaneamente la comunità non ha più uno stretto legame con quelle risorse che non gestisce direttamente e non usa esclusivamente.
È il mercato globale, quello che permette di mangiare il pesce fresco giapponese in Italia o il pesce dell’adriatico in Finlandia, che impone quantità e prezzi e quindi sottopone ad un continuo stress gli operatori all’inseguimento di tecniche che gli consentano di aumentare le quantità e di ridurre i costi.
E questo avviene anche quando il 70% del pesce azzurro pescato in Italia diviene farina di pesce, anche quando il prelievo supera di gran lunga la capacità di rigenerarsi del sistema (si vedano le dimensioni sempre minori dei pesci e la riduzione delle specie).

La distruzione dei beni comuni:
l'esempio della pesca

A. Tutti i pescatori usano un numero minore di reti per raggiungere la sostenibilità della pesca
B. Tutti i pescatori usano un numero maggiore di reti: il pescato procapite è inferiore perché il sovrasfruttamento riduce il popolamento ittico
A2. Un pescatore raddoppia le sue reti mentre tutti gli altri ne usano poche per una pesca sostenibile
B1. Un pescatore usa poche reti mentre tutti gli altri ne usano molte, esercitando un sovrasfruttamento
B2. Un pescatore usa il doppio delle reti rispetto agli altri pescatori che già stanno esercitando sovrasfruttamento

 

Recessione

In questi ultimi periodi più volte è stata nominata questa parola come richiamasse uno spettro impronunciabile.
Recessione, ovvero riduzione o stallo continuo nel PIL. Ovvero non crescita del prodotto interno lordo, il valore complessivo della produzione di un paese escludendo il dato dei valori ambientali (ed umani) alterati, compromessi, distrutti per produrre.
L’incubo di un modello economico che per stare bene (esso e non la popolazione che lo pratica) non può che crescere continuativamente.
Un modello che già solo a descriverlo appare del tutto impraticabile in tempi lunghi. Come si può crescere sempre in un sistema (il pianeta) che è limitato nello spazio e nella quantità di risorse disponibili?
Alla riduzione del PIL è connessa la riduzione della produzione. Ma come è possibile prevedere che si possa continuare a crescere nella produzione senza limiti, ed in particolare in un sistema economico come quello globale?
In sintesi, il sistema economico globale è stato fondato sul fatto che i paesi ricchi (industrializzati e possessori di finanze) potessero liberamente vendere le proprie merci o acquisire attività in qualunque parte del mondo. In questi ultimi venti anni il modello si è articolato su tre importanti capisaldi: l’aver posto come valore universale di scambio non più l’oro ma il dollaro, il che, come è chiaro, pone alcuni paesi in grande vantaggio rispetto ad altri (l’oro lo possono avere in parecchi ma la fabbrica dei dollari ce l’ha uno solo); aver posto in essere delle regolamentazioni nazionali che hanno ridotto il peso delle comunità e hanno aumentato la capacità di movimento dei capitali e delle merci dei ricchi (e questo è avvenuto attraverso il sostegno a governi, movimenti, partiti amici del modello a livello locale); aver emarginato e poi destrutturato ogni tipo di economia locale che non fosse simile al modello.
Questo modello è pensato in una sola direzione di scambio: dai ricchi verso i poveri, ed in tutti i paesi tranne uno tutte le regole che tendevano alla difesa del lavoro, dei prodotti locali sono state eliminate. Tranne uno, appunto, gli Stati uniti che conservano una legislazione a tutela delle proprie produzioni.
Questo modello ha prodotto degli utili spaventosi per decine di anni ai paesi ricchi ma oggi il flusso delle merci si sta invertendo anche e proprio perché i produttori dei paesi ricchi vanno a produrre nei paesi poveri dove costa di meno. Costa di meno il lavoro, vi sono più risorse da sfruttare, più comunità da schiavizzare, meno normative da infrangere.
Qual è allora il sistema per difendersi da questa degradazione del modello. I paesi ricchi tra i ricchi l’hanno già capito ed hanno attuato la nuova strategia: occupare militarmente i luoghi con le risorse, tenere sotto controllo i paesi politicamente in modo tale che entrino nel mercato globale danneggiando tutti tranne coloro i quali li sostengono militarmente ed economicamente.
Così questo sistema non ha recessione: è colonialismo democratico (ovvero modelli democratici di sudditanza alla speculazione).
E l’Italia? L’Italia è l’esempio tra i più tragicomici di questa vicenda. È, per quanto riguarda il PIL, tra i sette maggiori paesi del mondo e ha uno tra gli uomini più ricchi del mondo, che si è arricchito non producendo nulla ma facendo soldi sulla pubblicità e la “comunicazione”; tra i maggiori gruppi vi sono banche, aziende di telefonia (Telecom), di produzione energetica (Enel, Eni). La più grande azienda del paese è una banca (Banca intesa). Aziende dunque che fanno soldi sulle necessità degli altri, non producono benessere anzi taglieggiano il benessere degli altri.
Le altre grandi aziende sono poche ed in crisi. Questo è grave ma potrebbe essere irrilevante se queste aziende non avessero eliminato ogni concorrenza acquisendo al loro interno ogni soggetto che produceva le stesse merci e costituendo enormi monopoli (tipico il caso della Fiat che ha acquisito nel tempo: Autobianchi, OM, Alfa romeo, Lancia, Ferrari, Maserati, Abarth, etc per le macchine, e per un certo periodo anche Piaggio, Gilera etc per le moto).
Il settore alimentare (uno dei settori di primaria importanza e di maggiore fatturato: si mangia, seppur poco, anche quando si è in bolletta) è stato prima oggetto delle maggiori azioni di aggregazione e cessione da parte dello stato e poi, e non è un caso, quello dei maggiori fallimenti (Cirio, Parmalat), lasciando così spazio a ingressi di merci e di capitale di altre multinazionali.
Il paese non produce quello che gli necessita con l’agricoltura, con la trasformazione agroalimentare, con l’industria e consuma molto di più di quanto le sue risorse ambientali consentano.
Un paese che non solo ha un debito economico tra i primi nel mondo ma ha un debito verso l’ambiente e verso la sua società spaventoso.
Ed allora, perché non pensare ad un modello diverso in cui alle grandi aziende (o alle piccole che fanno componenti per le grandi o selvaggiamente producono sull’onda di situazioni di favore come il ridotto costo di lavoro, gli immigrati, il non pagare le tasse, la mobilità e il disinteresse verso l’ambiente) si favorisce chi produce per reali necessità e non per il mercato, chi produce collegato al suo territorio, alle esigenze vere e per il benessere delle persone, chi produce in maniera corretta verso l’ambiente e la società, chi ricerca profitti equi (ovvero ridotti), chi ha attività stabili continuative nel tempo e non alteranti?
E, in sintesi, perché non pensare ad un modello che non cresce in quanto è collegato ad esigenze effettive e non del mercato, che non cresce in quanto risponde alla domanda di benessere e non di profitto?


Privatizzazione dei beni comuni tecnica e sviluppo

La corsa alla privatizzazione dei beni comuni è stata interpretata come la colonizzazione di terre “selvagge”, fisicamente esterne al modello occidentale. Al termine di questo inglobamento la società occidentale ha iniziato ad operare al proprio interno anche in quelle piccole sacche di autonomia e di indivisibilità dei beni che nel passato avevano supportato la vita delle piccole comunità locali.
In questo ha attuato una concentrazione di beni nelle mani di pochi di tali dimensioni che in passato non era mai stata riscontrata, una concentrazione che ha al suo fondamento la divisione e commercializzazione dei beni comuni che è stato il principale strumento di sviluppo economico degli ultimi decenni. Una razzia completa nei confronti di società diverse e degli ecosistemi.
La nascita della privatizzazione delle risorse è attribuibile alla modificazione dei rapporti con l’ambiente naturale, e le tecnologie si modificano proprio in ragione di questo cambiamento. Sono tecniche che tendono ad aumentare la produttività delle risorse o a utilizzare al massimo le risorse stesse.
Le tecniche divengono strumenti di disequilibrio finalizzate all’aumento del prodotti indipendentemente dalla produttività.
Questo non accade ovunque e sempre alla stessa maniera: vi sono società che hanno mantenuto negli anni dei rapporti congrui con le risorse, o per un profondo senso di appartenenza alla natura o in ragione di una grande consapevolezza della produttività naturale dell’ecosistema nel quale erano insediate (e quindi piegavano le tecniche ai caratteri del sistema naturale tentando di utilizzare le risorse senza alterarle).
Solo prescindendo dalla relazione delle tecniche con i sistemi naturali si può individuare un progressivo “sviluppo” della tecnica (uno sviluppo interno alla disciplina) che, non ponendosi limiti né obiettivi, continua ad evolversi ed innovarsi.
Altro sono quelle società che misurano la tecnica con l’ambiente e che tendenzialmente non si “sviluppano” oltre un equilibrio con i sistemi naturali in cui vivono.
“I popoli “primitivi” non vivono dunque (come è stato teorizzato da molti antropologi) in uno stato di sviluppo simile a quello dei popoli primordiali….Il. modello evolutivo basato su stadi di sviluppo che ci è sembrato tanto semplice applicare – età della pietra, del ferro, del bronzo è così via – è basato soltanto sulle tecnologie, e nella maggior parte dei casi è talmente rozzo da risultare errato” (Magli I., Saggio introduttivo in Onorate il grande spirito, Bompiani, Milano 1999.
Il rapporto con la natura in molte popolazioni è strettissimo e diretto. Molti, tra i popoli nativi del Nord America o dell’Oceania, vivevano in totale simbiosi con la natura e ad essa riferivano la loro esistenza ed il giudizio delle loro azioni.
I Cherokee ad esempio “immaginano che la maggior parte del male esistente sia il risultato di una disarmonia umana con la natura” (Witt S.H., Steiner S. (1992) Scritti e racconti degli indiani americani, Jaca Book, Milano) e rimandando ad una naturalità dei comportamenti si preoccupavano delle possibili aberrazioni dei singoli tanto che “nutrire sentimenti malvagi è indicato nella religione-stregoneria cherokee con il termine perifrastico di “pensare”” (ibidem).
Ma al di là di queste sottomissioni sociali alla religione “la mente degli indiani si rivolgeva continuamente all’ambiente naturale con uno strettissimo senso di identificazione nella natura (Washburn W.G. (2000) Gli indiani d’America, Editori Riuniti, Roma).
I caratteri propri della cultura delle popolazioni native del Pacifico si trovano nella Melanesia: “essa si basa su una cosmogonia dove l’uomo occupa un posto ma non preponderante. L’uomo ha il suo ruolo nel cosmo, si sforza di rispettarne l’armonia e l’equilibrio ma non lo domina. La competizione, nella società di una volta, non ha un carattere individualista perché non c’è opposizione tra me e gli altri” Il pensiero melanesiano non si basa sulla nozione di opposizione (bello-brutto, ricco-povero etc) ma su nozioni di complementarietà (uomo e natura, maschile e femminile, etc) e “questa complementarità si ritrova nell’habitat, nelle colture, nella società intera” R. Dousset-Leenhardt (1974) I canachi della Melanesia in R. Dousset-Leenhardt, La grande capanna, Jaca Book, Milano.
Nelle coltivazioni si manifesta questa comunione tra uomo e natura: non si tratta di un asservimento ma di una rispettosa collaborazione.
È evidente che le tecniche utilizzate non possono ignorare tale relazione e che esse non potessero non ispirarsi a tali sentimenti/ragionamenti.

Adriano Paolella
antiglo@mclink.it

La prima puntata di questa rubrica, dedicata a “Energia e comunità”, è stata pubblicata sul n. 295 di “A” (dicembre 2003-04). La seconda, dedicata a “Governi, comunità, mutamenti climatici”, è stata pubblicata nel n. 296 (febbraio 2004). La terza, “Deindustrializzarsi”, è stata pubblicata nel n. 298 (aprile 2004). La quarta puntata, “Fuori”, è stata pubblicata sul n. 301 (estate 2004). La quinta, Acqua e potere, si trova nel n. 303 (novembre 2004).