rivista anarchica
anno 35 n. 311
ottobre 2005


attenzione sociale


a cura di Felice Accame

 

Cronologia di ortologia linguistica

 

Ogni tanto anche il politico si accorge dell’importanza della semantica. Peccato che non disponga di alcuna teoria del significato, finendo così per arrampicarsi sugli specchi.
Dopo gli attentati di Londra, la British Broadcasting Corporation decide di cambiare politica semantica, diciamo così, e che d’ora in avanti “terrorista” (“terrorist”) verrà sostituito da “bombista” (“bombist”). In un paese come il nostro – dove il “presidente del consiglio” è diventato “premier” (tanto per fare un solo penoso esempio fra i tanti a disposizione) – c’è chi se ne preoccupa. Primo, si chiede il preoccupato, è legittimo manipolare il linguaggio? Secondo, sotto sotto non c’è forse quella vecchia e illusa fiducia – tipica della cultura filosofica anglosassone, aggiungo io – che il linguaggio possa essere neutro, asettico e “scientifico”? Che non sia zeppo di termini valutativi o che, addirittura – direi io –, valutativo lo sia sempre e comunque? Manipolare il linguaggio, poi, non sarà un preliminare per occultare realtà sgradevoli? E giù citazioni: il preoccupato cita Linneo – “se non hai un nome non percepisci nemmeno la cosa” –, ma potremmo tutti aggiungerci Orwell ed i suoi ragionamenti sulla Neolingua nella buia dittatura del Grande Fratello in quel “1984” che, come anno, è passato da un pezzo, ma che come tesi su “come siamo finiti o come finiremo” è più che mai di attualità.
A portare Orwell sul problema del rapporto tra lingua e politica era stata la moda giornalistica del “cablese” – una sorta di stenografia – e l’invenzione del Basic English da parte di C. K. Ogden, fondatore di un Istituto di Ortologia nel 1929 e autore, con l’estetologo I. A. Richards, di uno dei libri più vani che abbia mai letto, Il significato del significato. Visto e considerato che Ogden – in nome dell’Ordine – sosteneva l’eliminazione dei verbi dal nostro dizionario nonché tesi palesemente assurde come quella che la riduzione dei termini più complessi in termini più semplici avrebbe comportato l’approdo a concetti “indefiniti e veri”, Orwell ne dovette rimanere costernato. E terrorizzato. Fa l’esempio del “Comintern” che i giornali inglesi avevano imparato a usare al posto di “Internazionale Comunista” e sostiene che “abbreviando il nome, si restringeva e si alterava con sottigliezza il suo significato” – e immagina una triste società dai significati sempre più ristretti e alterati dalle esigenze del potere.
Neo-orwelliano, allora, il preoccupato odierno dubita che per il solo fatto di non nominare più il “terrorismo” sparisca la realtà che il termine designerebbe e invoca i numi che alla parola sia fatta salva la vita. Lasciandolo, ovviamente, con il problema di definirla – problema che è di tutte le parole e non solo della parola “terrorista”. Si rende conto, allora, che il “discorso” rimane da “approfondire”, ma nel frattempo, si accorge anche che la parola avrebbe “una sua evidentissima trasparenza semantica” in grazia della quale tutti ne sapremmo il significato senza soverchie possibilità di equivocare. Con il che, in pratica, il problema si rivanifica – come se il politico ad una propria ignoranza di fondo tenga molto.
Se se ne vuole venire a capo, ovviamente, il problema non va affrontato in questo modo. Il linguaggio non designa realtà – non è dotato di questo magico potere –, ma designa le più modeste nostre operazioni mentali. Soltanto allorché le eseguiamo uguali (quando? qualche volta? mai?) possiamo dire di condividere i significati. In caso contrario passiamo alla faticosa negoziazione e, implicitamente, chiediamo al nostro interlocutore che il risultato di questa negoziazione rimanga valido almeno per l’intera durata dell’interlocuzione (cosa che non sempre accade). Ferma restando questa consapevolezza possiamo guardare con relativa serenità a chi si dà gran pena di trafficare con la semantica nella speranza di far cambiare le nostre opinioni politiche.

Felice Accame

Note
Il preoccupato di turno è Giovanni Sartori. Cfr. Illusionisti pericolosi, in “Corriere della Sera”, 24 luglio 2005. Che, di passaggio, nel vano tentativo di conferire solidità alla propria argomentazione, dice che “gli animali non hanno un linguaggio valutativo” mentre “gli esseri umani sì”. Dopo l’intelligenza, il linguaggio, il pianto, il riso, la capacità di produrre strumenti e mille altre “differenze” poi regolarmente falsificate, ecco anche il valutativo. Chi ha un cane sa già benissimo che abbaia in modo diverso a seconda di chi incontra. Da che dipende se non da valutazioni?
Una riflessione analoga a quella di Orwell è quella dello scrittore russo Zamjatin (cfr. Noi, Feltrinelli, Milano 1984). Per una corretta esposizione di queste vicende, cfr. C. Marrone, Le lingue utopiche, Melusina, Roma 1995, pagg. 239-244 e pagg. 250-258.


Di passaggio: una nuova differenza fra umano e animale: quest’ultimo non avrebbe un linguaggio valutativo.