rivista anarchica
anno 35 n. 311
ottobre 2005


 

Che schifo!
(maledetti bastardi)

Odiosi ritardi non trovi tempo
sull’uscio soffice un bacio
quotidiano amore ti penso
correndo d’affanno in ufficio
solito caffè… che schifo!

Ancora ritardi la metro
e dire con scatto deciso
li semini tutti indietro
ma la porta sul viso
ti lascia basito…che schifo!

Soltanto ritardi non fai altro
ora ti sei proprio rotto
e ne prendi un altro e un altro
percorso non più sotto
il cielo fortuna non è… così schifo!

A piedi ritardi quel poco
di più lontano un breve cammino
fra gente rapita dallo stupido gioco
assieme li vuole per tanto vicino
un odore d’ascelle… che schifo!

Sempre ritardi la vita
soltanto un attimo perfino
infernale scoppio d’improvviso finita!
Fumanti macerie un caldo mattino
fra i tanti numerosi petardi… che schifo!

Maledetti bastardi.

Jules Èlysard

 

 

“In tanti ad
esser nessuno…”

In tanti ad esser nessuno
la voce nascosta nel fumo
grigiore urbano di camere fitte
attento ad evitare probabili bizze
taciuti motivi trattengono dure risse.

Fantasmi corporei nell’universo spazio
quotidiano lavoro di merda, uno strazio,
per tutti speranza un domani migliore
che l’oggi – si sa – son tante le ore
ancor più dir umiliato sissignore.

Ombratili percorsi d’incontri cittadini
seduti accanto distanti destini
invisibili allo sguardo distratto
un arabo, una nera, un mulatto
non certo un uomo, una donna, un coatto.

Spaventati ignoti clandestini
pagati diversi padroni ai confini
fra forze dell’ordine e luridi scafisti
la colpa d’esser presunti terroristi:
la lingua, il credo, lo sguardo, non capisti?

Celati desideri d’amori labili
lontani o vicini sicuramente palpabili
sogni per non morire soli e affranti
in terra straniera semplici emigranti
dal sud del mondo…si è in tanti.

In tanti ad esser nessuno
Mustafà, Aisha, Maria, Bruno…

Jules Èlysard

 

 

“Ni Dieu, ni César,
ni tribun...”

È la storia de L’Internazionale (Non più servi, non più signori, Cesare Bermani, Ed. Elleu Multimedia, Roma, 2005, pp. 108, euro 9,00), il canto rivoluzionario più conosciuto del novecento, l’inno che ha accompagnato i più importanti eventi storici del secolo passato: dalle lotte dei lavoratori per migliorare le condizioni di vita alle proteste per gli eccidi delle polizie e dei militari nelle piazze e nelle campagne, dall’opposizione contro le guerre ai tumulti per la conquista di un pezzo di pane in più, dalle rivoluzioni liberatrici all’affossamento delle stesse ad opera delle nuove classi al potere in nome e per conto del “proletariato”! Quegli eventi che hanno avuto come soggetto il popolo lavoratore, il proletariato, la classe operaia (come direbbero i marxisti); gli esclusi, i diseredati, i miseri, gli schiavi, i sofferenti della terra, i derelitti e senza pane (come direbbero gli anarchici); i dannati della terra, i forzati della fame, la folla schiava (come direbbe – ed ha scritto! – Eugène Pottier, autore dell’inno). Eventi che si sono succeduti, tumultuosamente, in ogni angolo della terra, a partire dalla Comune di Parigi (marzo 1871) fino ai giorni nostri.
È la prima volta che in Italia viene data alle stampe una monografia sull’Inno con ampi cenni biografici sull’autore ed è la prima volta che, così compiutamente, ci viene fornita una minuziosa ricostruzione storica della travagliata e controversa questione su chi, invece, ha musicato la poesia di E. Pottier.
Ma andiamo con ordine.
Cesare Bermani ci fa conoscere innanzitutto il poeta, il cantore, quell’Eugène Pottier frequentatore di circoli rivoluzionari repubblicani già dal 1832 per poi approdare a quelli socialisti e fourieristi nel 1848, anno in cui partecipa alle rivoluzioni di gennaio e giugno: è in questo periodo, frequentando anche i locali dove venivano declamate poesie e canzoni, che inizia a comporre canti di propaganda a sfondo politico-sociale stampati e diffusi su fogli volanti.

Tra i tanti testi è degno di nota quel “Propaganda delle canzoni” che rappresenta, all’epoca, il suo manifesto politico: In tempo di pace, l’esercito è una morsa / Nelle mani di chi governa, / Per serrare la gogna al collo / Del popolo senza giberne. / ... Aderisce all’Internazionale e nel 1870 organizza una Camera del lavoro con 500 membri aderenti anch’essi all’Internazionale, è uno strenuo antimilitarista, oltre che pacifista; partecipa attivamente alla Comune di Parigi nel marzo 1871 ed alla sua caduta viene ricercato e condannato a morte in contumacia ma riesce ad espatriare rifugiandosi prima in Belgio e poi a Londra e negli Stati Uniti dove soggiornerà sette anni continuando il suo impegno sociale.
Rientra in Francia nel 1880, in seguito all’amnistia, e con lui ritornano dalla Caledonia centinaia di rivoluzionari deportati dopo la Comune. Pottier scrive una prima versione del testo poetico L’Internazionale nel 1870, rimaneggiandolo soprattutto nel 1876-77 ma sarà pubblicato per la prima volta solo nel 1887 nella raccolta “Chants rèvolutionnaires”, stampato in 1.500 copie qualche mese prima della scomparsa dell’autore. “Muore il 6 novembre 1887. Seimila persone seguono, il giorno dopo, il suo funerale (tra gli oratori, per gli anarchici, Luisa Michel), la polizia interviene perchè non sopporta la bandiera rossa dietro al feretro ma dovette cedere, di fronte alla protesta di quei vecchi cospiratori ex galeotti, ex garibaldini, poeti e ribelli, che conducevano al finale riposo la salma di tanto battagliero militante” (1).
Ma se Eugène Pottier è l’autore del testo, chi è l’autore della musica?
Pierre e Adolphe Degeyter sono due fratelli appartenenti al Partito Operaio Francese nella città di Lille, fanno parte della banda musicale, soprattutto Pierre scrive canti sociali su arie di canti preesistenti, diffusi attraverso fogli volanti: fondamentalmente i due fratelli sono dei cantastorie ambulanti.
Nel giugno 1888, Pierre viene invitato dal responsabile del partito a leggere la raccolta di poesie di Pottier (stampata l’anno precedente) per musicare qualche testo ed arricchire il patrimonio bandistico di cui è importante elemento; ed è così che compone e firma la musica de L’Internazionale col solo cognome per evitare rappresaglie, anche se questa precauzione non è stata sufficiente ad occultarlo come autore (viene infatti licenziato e non troverà mai più un lavoro): l’inno viene, dunque, eseguito per la prima volta a Lille il 23 giugno 1888 ed è un successo clamoroso, L’Internazionale con parole e musica viene pubblicata subito in 6.000 esemplari e diventa anche un buon affare economico nei primi anni del novecento per i diritti d’autore pur se Pierre si è sempre rifiutato di iscriversi alla Società degli Autori e Compositori.
Ci penserà il responsabile del Partito Operaio a complicare le cose iscrivendo Adolphe al posto di Pierre alla Società degli autori ed incamerando così i diritti d’autore dopo aver fatto firmare ad Adolphe un documento di cessione di tutti i diritti a suo favore; questo soprattutto a seguito di una spaccatura interna al partito che vede Pierre allontanarsene per altri ambiti politici sempre nella sinistra. Inizia così una tormentosa vicenda giudiziaria che dal 1904 si trascina fino al 1922 allorchè una corte sentenzia che autore della musica de L’Internazionale è Pierre Degeyter e non Adolphe, anche perchè quest’ultimo prima di morire scrive una lettera raccontando la pura verità, compreso il raggiro effettuato dal suo responsabile di partito, allora sindaco, a cui era sottomesso in qualità di suo datore di lavoro.
Ma al di là delle miserie umane e partitiche per ingrossare le casse attraverso i “diritti” (?) d’autore, l’inno comincia ad essere conosciuto in Francia solo nell’ultimo decennio dell’ottocento e nei primi del novecento, prendendo il posto de La Marsigliese – diventato nel frattempo l’inno ufficiale del nuovo potere dopo la rivoluzione francese e perdendo automaticamente la sua carica rivoluzionaria originaria – nel cuore delle masse sfruttate e viene cantato sia dai socialisti che dagli anarchici, pur se l’idea è che L’Internazionale non è che la continuazione proletaria de La Marsigliese.
Anche in Italia l’inno di Pottier viene conosciuto e diffuso grazie soprattutto ad una effimera traduzione (ancor oggi cantato e riprodotto) scelta dal giornale satirico “L’Asino” nel 1901, a seguito di un concorso organizzato dallo stesso giornale. Non si conosce ancora con certezza chi si nasconda dietro lo pseudonimo di Bergeret (il giornalista Ettore Marroni, oppure Umberto Zanni come scrive Spartacus Picenus?), sta di fatto che la pessima traduzione del testo francese, definita un minestrone insipido, viene fortemente criticata dai sindacalisti rivoluzionari nel 1910 (2).
Già nel 1903 su “Il Pensiero”, una delle più prestigiose riviste anarchiche fondato da Luigi Fabbri e Pietro Gori, si affaccia in Italia il dibattito iniziato in Francia sul tema dei due canti rivoluzionari più conosciuti (La Marsigliese e L’Internazionale): “La Marsigliese, questo vecchio canto di odio e di vendetta popolare contro i tiranni, non ha ormai più alcuna efficacia: ha fatto il suo tempo...Tutt’al più non ci resta che constatare l’idiotismo degli imperatori e dei re che sentono, senza capirle, parole come quelle dell’inno di Rouget de l’Isle, o, se no, bisogna che i tiranni ed i despoti abbiano molta filosofia, per non curarsi di quanto, in ogni strofa, c’è che direttamente li riguarda...I reazionari possono ormai usare ed abusare di questo canto nazionale che fu già del popolo, come oggi lo è L’Internazionale. Da molto tempo noi non cantiamo più La Marsigliese; da molto tempo è finito il suo effetto rivoluzionario e s’è spento l’entusiasmo che destava.
Questo inno, che fu proscritto dai due Napoleone e dai re della restaurazione, adesso non serve più, in Francia, che come decorazione nelle cerimonie militari e ufficiali del governo!... Così oggidì L’Internazionale è l’espressione esatta di ciò che il popolo vuole e aspetta.” (3). Alcuni decenni dopo, nel 1974, Pier Carlo Masini in una corrispondenza con Gianni Bosio, giudica la traduzione italiana de L’Internazionale un “...tradimento letterario e politico, un volgare adattamento opportunistico delle parole e delle idee di Pottier all’epoca della seconda Internazionale...” (4). È forse per questo che Franco Fortini ha scritto negli anni settanta un nuovo testo Sull’aria dell’Internazionale preferito in alcuni settori della sinistra rivoluzionaria. Sta di fatto che anche in Italia in ambito anarchico (dal 1914 e dopo il secondo conflitto) viene diffusa una traduzione de L’Internazionale più vicina al testo originale francese e con diversi titoli: L’Internazionale, Su sofferenti! e Germinal.
Di notevole interesse il fatto che negli anni venti del novecento numerosi canzonieri anarchici – ed ognuno con numerosissime riedizioni – pubblicati in America e diffusissimi tra gli emigranti, riproducono L’Internazionale col titolo di Germinal!
Anche Arturo Toscanini, notoriamente antifascista ed amico dell’anarchico Armando Borghi (ambedue esuli in America durante il regime fascista), ha orchestrato L’Internazionale nel 1943 alla NBC di New York.
Destino: proprio in coincidenza del compleanno del dittatore russo (Stalin), che in quel momento decide di abolire L’Internazionale come inno ufficiale di Russia. “Meglio tardi che mai” per dirla con A. Borghi, il quale ha narrato su “L’Adunata dei Refrattari” del concerto e del desiderio di A. Toscanini di saperne di più sia sul comunardo E. Pottier, che sul testo.
E proprio su Pottier e su L’Internazionale il Borghi effettuerà una ricerca che entusiasmerà il Maestro, pubblicata sulle colonne de “L’Adunata”: “...Andammo alle Fonti dell’Internazionale. Le trovammo nelle fonti del socialismo, dell’anarchismo. L’Internazionale come poesia, si sviluppava coll’Internazionale come dottrina, come rivolta sociale...” (5) .
Lo stesso Borghi si cimenterà in una traduzione italiana dell’inno di Pottier, fatta liberamente e senza sacrificarne lo spirito per la forma “come è sciaguratamente avvenuto nelle maldestre traduzioni italiane”. Non tutti conoscono, ed è bene che si sappia, che “L’Adunata dei Refrattari”, settimanale anarchico in lingua italiana diffuso tra gli immigrati in America per oltre mezzo secolo, ha avuto in A. Toscanini un abbonato vitalizio ed in Toscanini figlio un assiduo collaboratore, durante il periodo dell’esilio, sui temi della monarchia.
Nel novecento L’Internazionale diventa, dunque, l’inno più conosciuto tra le masse sfruttate di tutti i continenti; viene ripreso da quei regimi che si sono dichiarati socialisti e pomposamente diffuso persino durante le esibizioni militariste (sempre “socialiste!”) e allo stesso tempo intonato dagli oppositori antistalinisti; viene adottato dal movimento Spartachista, dai sindacalisti rivoluzionari dell’IWW americana e per la liberazione di Sacco e Vanzetti, viene cantata in una versione anarchica durante la rivoluzione spagnola del 1936-39; la Cina invece studia e utilizza L’Internazionale fino all’ultimo decennio del novecento, mentre nel corso del sessantotto l’inno ritorna a nuova vita grazie al movimento di contestazione che scuote il mondo.
Ed oggi? Sì, l’inno viene cantato, ma molto meno. E suscita anche un dubbio: non è che L’Internazionale abbia già fatto, da tempo, la fine politica de La Marsigliese, ricordata nelle pagine de “Il Pensiero” nel 1903?
Ma, forse, a noi piace interpretarla alla maniera di Armando Borghi che sessant’anni fa commentava così: “Ma non è morta, di parricidio, L’Internazionale? Non è inchiodata pur essa lassù nella croce capovolta, quale il Cristo su gli altari del Papa? Non è la sua ora!
Le guerre rumoreggiano di Inni nazionali e nazionalismi e si addobbano delle bandiere multicolori, che vanno a zonzo su le frontiere, in cerca di abissi. E quando un inno che ha marcato il passo alla rivoluzione, viene assunto in tutela da uno Stato, allora è Rouget de l’Isle che freme sotterra...Allora è anche Pottier che piange con lui... Sollevatevi o dannati della terra! / Sollevatevi o dannati della fame! / La Ragione tuona nel suo cratere / È l’eruzione della fine!
Le appropriazioni indebite sono finite. L’Internazionale e La Marsigliese tornano al Popolo!” (6).

Franco Schirone

Note

  1. A. Borghi, Eugenio Pottier poeta dell’Internazionale, in “Volontà”, rivista mensile del movimento anarchico italiano, Napoli, RL, a. 1, n. 3, 1 settembre 1946
  2. Cfr G. Pieri, La canzone rivoluzionaria a Parigi, in “Pagine Libere”, Lugano, 15 dicembre 1910.
  3. G. Yvetot, La Marsigliese e L’Internazionale, in “Il Pensiero”, Roma, 10 ottobre 1903, a. 1, n. 6.
  4. P. C. Masini, I canti della Prima Internazionale, in “Movimento Operaio e Socialista”, gennaio-marzo 1974.
  5. Sull’argomento è utile consultare gli scritti di Armando Borghi pubblicati in giornali, riviste e libri. Ecco alcuni riferimenti: “L’Adunata dei Refrattari” del 27 novembre 1943 e del 1 gennaio 1944; Armando Borghi. Un pensatore ed agitatore anarchico, Pistoia 1988 (volume di oltre 400 pp., con scritti pubblicati su “L’Adunata…” tra il 1927 ed il 1946); A. Borghi, Mezzo secolo d’Anarchia, Esi, Napoli; A. Borghi, Eugenio Pottier poeta dell’Internazionale, cit.
  6. A. Borghi, 1 gennaio 1944; ora in Armando Borghi. Un pensatore ed agitatore anarchico, cit.