Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 10 nr. 86
ottobre 1980


Rivista Anarchica Online

La nostalgia della rivolta
di Massimo La Torre

Quando, una decina d'anni fa, io ed altri ragazzi (età media sedicianni) incominciammo a fare attività politica, organizzati (si fa per dire) nel gruppo libertario "Era Nuova", ci eravamo fatti una promessa reciproca: saremmo stati noi "la generazione che non perdona". Avevamo dinanzi il vuoto lasciato dalla generazione resistenziale che era passata dalla lotta armata all'integrazione ed alla dimissione, simbolizzate dalla 600 FIAT e dalla tivù in casa. Avevamo dinanzi il caso della nostra città di provincia nella quale da quasi vent'anni era scomparsa qualunque forma organizzata dell'anarchismo, e l'esempio di alcune vite che un tempo avevano voluto essere "sovversive" ma che riuscivano ora ad essere appena "progressiste".
Ma sono passati appunto degli anni, e dei quindici circa di "E era Nuova", quasi più nessuno ha ancora voglia di cambiare il mondo. C'è chi è diventato magistrato, chi fa teatro d'avanguardia, chi si è letteralmente "vaporizzato": grandi e piccoli compromessi. Dunque anche per noi sono bastati degli anni, nemmeno troppi, per farci rientrare nei ranghi, per dimenticare l'urgenza di quel sentimento di rivolta che riusciva a farci fare levatacce all'alba e chilometri a piedi per distribuire un volantino ad una fabbrica o farci affrontare i manganelli dei "giovani nazionali" e dei celerini. Noi, "la generazione che non perdona", siamo oggi premurosi mariti e convinti padri di famiglia, portiamo eleganti borse di pelle, ci annodiamo le odiate cravatte, marciamo in quegli uffici che hanno visto i genitori ingrigirsi e noi con la schiuma alla bocca dall'altro lato del banco.
Dico questo, rievoco questa storia, forse scontata, in un certo senso antica quanto il mondo, per spiegare perché ho sentito così vicina la scrittura di Stefano Terra. Di questo narratore italiano, abbastanza ignorato peraltro, sono stati pubblicati recentemente il primo e l'ultimo romanzo (La generazione che non perdona - Bompiani, Milano 1979; Le Porte di Ferro - Rizzoli, Milano 1979), i quali segnano fisicamente i confini di un'esperienza di segno libertario.
La generazione che non perdona fu pubblicato nel 1942 al Cairo, dove Terra si era rifugiato per sfuggire alla leva fascista, dalle edizioni di "Giustizia e Libertà", e poi ristampato nel dopoguerra da Einaudi con un nuovo titolo (Rancore). Questo primo breve romanzo, in quanto "opera prima" di un autore che doveva giungere compiutamente alla narrativa molto dopo, è abbastanza anomalo all'interno della sua produzione; esso segue la storia politica e soprattutto umana di un gruppo di "teste calde", ragazzi formatisi nel famigerato ventennio i quali si aggregano attorno all'esigenza individuale della rivolta. Una rivolta, è bene sottolinearlo per rimarcare la modernità anche di questo lavoro, che è dispiegata sull'intero fronte dei comportamenti giovanili, e che non passa esclusivamente lungo l'impegno politico. L'impegno è il prodotto di un'insoddisfazione profonda per la meschinità cui si è costretti, per la povertà culturale e la sterilità emozionale di un Regime fondato proprio sulla mediocre psicologia del piccolo-borghese: la liturgia di Piazza Venezia, le spacconate dell'Impero, l'attivismo virilista dei Sabati fascisti.
La generazione che non perdona è la storia di un attentato ad una manifestazione fascista che il gruppo mette a segno prima di sciogliersi, incalzato dalla polizia, come per un pegno di momenti rivoluzionari decisivi che seppure confusi e ancora lontani si avvertono nell'aria insieme ai primi rumori di guerra. Dei personaggi del libro non è necessario qui soffermarsi, se non per segnalare uno del gruppo, Gaspare, dietro il quale s'intravvede l'Autore: una grande testa con i capelli ricci e la cultura orgogliosa dell'autodidatta, figura che ritornerà in tutti i suoi romanzi svelandone l'ispirazione nettamente autobiografica. Merita di essere ricordato Mallalocchio, un vecchio anarchico "capo" di una bidonville, specie di "zona franca" la cui miseria non nasconde la dignità di spazio libero e la fierezza di proporsi quale embrione della società solidale.
In questo romanzo è rilevante l'impostazione populista che anticipa il neorealismo più maturo del dopoguerra e le polemiche di Terra contro l'intellettualismo e la cattiva coscienza della narrativa post-resistenziale. E vi è ancora un qualcosa di non ben definibile (forse dentro l'ambientazione nella periferia torinese, capannoni industriali e caseggiati popolari, e nei colori che sembrano tutti graduati tra il bianco e il nero) che rimanda le atmosfere brumose ma crude dei film di Marcel Carné. Inoltre c'è nelle avventure di quegli adolescenti, nelle loro fughe tra fiumi e sentieri collinari, il sentore delle scorribande di Huckleberry Finn.

Dai giorni del Cairo di quel 1942 "quando Rommel arrivava a El Alamein e si bruciavano gli archivi nel cortile dell'ambasciata britannica" molta acqua, vieppiù inquinata, è passata sotto i ponti. Terra passa attraverso una misteriosa missione in Tracia (che ritornerà come riferimento appena accennato nei suoi romanzi), rientra in Italia e partecipa alla prima esperienza del "Politecnico" di Vittorini criticandone la trasformazione in rivista per intellettuali. Nel 1946 lascia l'Italia per andare come corrispondente de "La Stampa" alla Conferenza della Pace di Parigi, poi sono vent'anni di giornalismo all'estero, soprattutto nei Balcani e in Medioriente. Pian piano è il ritorno (e l'approdo) all'attività letteraria, pensata in lunghi anni di "esilio": è il suo primo successo La fortezza del Kalimegdan (Bompiani, 1956), poi ancora un intervallo e quindi Calda come la colomba (Bompiani, 1971), Alessandra (Bompiani, 1974) e Il Principe di Capodistria (Bompiani, 1976). Accanto ai romanzi crescono alcune raccolte di versi: Il quaderno dei trent'anni (Mondadori, 1957) e L'avventuriero timido (Guanda, 1968).
I suoi ultimi tre romanzi, prima de Le Porte di Ferro, sono storie di amore e di morte, intessuto col filo d'argento della solitudine. I loro protagonisti sono figure di uomini unite dalla stessa autoemarginazione rispetto alle convenzioni ed agli "altri", e assorte, quasi un "mancamento", nel volontario esilio di se stessi: un'epilessia che è malattia dell'anima e non del corpo. Questi uomini subiscono e compiono tutti un "tradimento" (tema che già può rinvenirsi ne La generazione che non perdona) che è l'abbandono di una donna come della speranza e dell'impegno della giovinezza. Tante sono le venature che attraversano questi romanzi: le icone ("S. Demetrio su un cavallo rosso nell'atto di trafiggere un diavolo travestito da Vescovo"), il Monte Pendeli nell'Attica da cui Atene traeva i marmi per il Partenone, il gusto delle lettere (Irene in Il Principe di Capodistria ne scrive ogni notte senza mai spedirle) e dei vecchi merletti, l'amore per i gatti. Ma una di esse può bene riassumere le altre: tutte queste storie (così anche Le Porte di Ferro) iniziano in estate e finiscono in autunno. L'arco temporale del racconto è il medesimo: dalla violenza del sole alla melanconia dei colori soffusi. Dopo l'abbaglio di luce e il caldo raggiante, il tempo declina, al Giardino del Lussemburgo le foglie ingialliscono e l'alzarsi del vento preannunzia la prossima venuta della pioggia. "Le prime raffiche della tempesta venivano dal mare; andai dove il muro cade a strapiombo sulla spiaggia. I lampi scavalcavano le montagne dell'Anatolia illuminandole. Gabbiani e altri uccelli lamentosi volavano in formazioni disordinate. La tempesta seguiva la strada dell'alba ancora lontana. Alle mie spalle, nel cuore dell'isola, continuava a bruciare la montagna del profeta Elias" (Alessandra).

Ne Le Porte di Ferro il Terra del gruppo di giovani rivoluzionari torinesi è l'uomo della "prodossia" (tradimento in greco moderno), il ribelle e l'"epilettico" si incontrano finalmente e si fronteggiano, si studiano, divengono amici, ma non possono ormai mutare i loro destini, proiettati l'uno verso la "lutte finale" e l'altro verso l'accentuarsi del "mancamento". Siamo nel 1946, la seconda guerra mondiale è da poco finita e le Potenze vincitrici si danno appuntamento con la Conferenza della Pace a Parigi al Palazzo del Lussemburgo. Contemporaneamente il "movimento rivoluzionario", un insieme composito di gruppi rivoluzionari che non si riconoscono nell'ortodossia moscovita, libertari e IV Internazionale, organizzano un convegno per contestare la logica dei blocchi e la spartizione di Yalta. In parallelo e sotterraneamente si prepara un attentato alla Conferenza della Pace, che clamorosamente riveli la determinazione dei comunisti antistalinisti.
Così su un treno che da Torino via Modane conduce alla Gare de Lyon si incontrano Gerolamo Traversa, giornalista disincantato, e Fioravanti, un giovane libertario con simpatie trotzkiste. L'incontro è tutt'altro che casuale: Traversa, che aveva avuto durante la guerra contatti con i servizi segreti inglesi e sovietici, viene da questi incaricato di tenere sott'occhio il giovane, il quale è sospettato d'essere l'organizzatore dell'attentato alla Conferenza della Pace. Ma Traversa (un Terra maturo e scetticamente dimesso) dinnanzi a Fioravanti (il Terra giovane e focoso) finisce per assumerne le difese, e fa di tutto per sottrarlo alle grinfie dei "servizi" che lo vogliono eliminare, anche se continua a guardare all'ardore rivoluzionario con occhio disilluso. L'attentato, che nella Generazione che non perdona, va a assegno, questa volta abortisce; Fioravanti fugge e riesce a raggiungere le Porte di Ferro ("Sembra che ancora oggi esista nel cuore dell'Europa una fascia indeterminata dalle Porte di Ferro alla Tracia controllata da irregolari"), una "zona franca" sfuggita all'abbraccio delle Potenze vincitrici e gestita dai "banderovisti". "Dentro ci sono non solo ex-collaborazionisti, ma russi che si rifiutano di rientrare, lituani, estoni, polacchi che non vogliono diventare sovietici, ucraini contrari a Stalin e agli zar (...), ungheresi della Voivodina cacciati via e sostituiti da Montenegrini; e poi saccheggiatori, fanatici, sbandati e anche qualche punta della Quarta Internazionale. Da tempo "Banderovisti" non indicava soltanto i seguaci dell'irrendista ucraino Stefan Bandera, ma le diverse bande armate e incontrollate". Qui è ancora possibile lottare armi in pugno contro la spartizione del mondo e sottrarsi alla schiacciante tutela russo-americana.
Tuttavia il centro del romanzo non è la figura di Fioravanti che continua fremente la propria milizia tra le foreste dei Balcani e il delta del Danubio, ma è questo Traversa, è Terra a trent'anni dal Cairo, che con la fuga di Fioravanti perde l'ultimo legame col passato libertario. Fioravanti gli proiettava il film della giovinezza, gli incideva nel cuore il rimorso di ciò che avrebbe dovuto fare e non aveva fatto (la "prodossia"), e nello stesso tempo egli al suo contatto poteva dominare la propria tristezza e il senso di fallimento. La partenza del giovane ribelle segna il distacco ulteriore di Traversa da ogni forma di impegno e di speranza: accentua la propria solitudine, volontariamente perde la donna che ama. La nostalgia sprofonda nel "mancamento", nell'isolamento eccitato ed esaltato dall'alcol, nel continuo avvolgersi nella "prodossia". "Prodossia" non solo morale, segnata dal distacco e dalla sfiducia, ma "prodossia" esistenziale che è dentro il gusto pungente del liquore segretamente distillato con le uve del deserto di El Karem.
Cosa può dirsi, infine? Affilare la propria esistenza come quel "pugnale dal manico rotondo" che fu spinto nel cuore dei tiranni? Rifarsi alla "comunità della lotta", alla solidarietà che dovrebbe riconciliare l'individuo all'impegno e alla speranza? Proporre il gruppo come entità in cui il militante trova anche intera la ragione del vivere? Per quel che mi riguarda, mi auguro solo che il "mancamento" non giunga a farsi "prodossia", perché allora la solitudine sarebbe mortale.