Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 10 nr. 86
ottobre 1980


Rivista Anarchica Online

Giovani scrittori, che menata
di Jules Elisard

Quando bacio il tuo labbro profumato, cara fanciulla, non posso obliare che un bianco teschio vi è sotto celato. Quando a me stringo il tuo corpo vezzoso, obbliar non poss'io, cara fanciulla, che vi è sotto uno scheletro nascosto. E nell'orrenda visione assorto, dovunque o tocchi, o baci, o la man posi sento sporgere le fredde ossa di un morto.

Abbiamo preso a prestito da un'antologia italiana questa breve poesia, significativa ed eloquente, dello scapigliato Ugo Tarchetti - morto tisico a ventotto anni: è importante! - perché nessuno meglio di lui avrebbe potuto descrivere con due colpi di spatola la fredda e scheletrica ossatura di una prosa e di una poesia quale l'editoria degli anni ottanta ci presenta come "Letteratura Giovane".
Ancora prima di avvolgere il filo del discorso intorno all'argomento, per rispetto in chi ci legge, vi elenchiamo qui a fianco tutto quello che non potrete trovare, perché "non ci sta scritto", con la gentilezza di chi si è impegnato a non farvi buttar via del tempo. Dunque, non ci sta scritto:
- il riassunto degli ultimi tremilaottocentoventiquattro romanzi giovanili che le case editrici, nel giro di tre settimane, hanno "lanciato sul mercato" con fare disinteressato raschiando perfino i fondi;
- la spietata critica - riga dopo riga - dei suddetti tremilaottocentoventiquattro romanzi; tale defaillance (che i redattori della rivista hanno assicurato di punire nel modo più atroce) è nata da uno smarrimento di identità in chi scrive, per ragioni non ancora precisate, dopo essersi letto i romanzi in questione;
- un'analisi semiologica, psicanalitica e strutturale del linguaggio giovanile in quanto... cazzo cazzo compagni, mi prende male, cioè non esiste. È una storia che è piena di menate perché ce la meniamo troppo; allora c'ho detto: mollatemi, cioè, io mi faccio i cazzi miei e non coinvolgetemi più in sbattimenti di questo genere, cazzo!

Ma chi sono stati questi "scapigliati"?

Nell'iniziare il discorso sulla letteratura contemporanea scritta da giovani, occorre minimamente capire da dove questa nuova letteratura ha ricevuto quell'humus che l'ha resa tanto rigogliosa. Non a caso si è citata la poesia di uno scapigliato, in quanto anche se non siamo per nulla concordi con il critico Spinella nel sottolineare il legame o perlomeno la similitudine fra la letteratura di metà ottocento e la letteratura di fine/inizio anni ottanta, vi è pur sempre da sottolineare che fra gli sbevazzoni orfani di sogni italici ed inni alla patria, e gli attuali flippati reduci dalla utopia realizzata e dall'immagination au pouvoir, indubbiamente sono presenti motivi molto simili. Uno fra questi: la disperazione, l'angoscia, il piangersi addosso.
Chi erano gli scapigliati se non intellettuali rifiutanti il loro mondo borghese perché rifiutati da esso; chi se non intellettuali traditi dal loro sogno chimerico di un'Italia Unita in cui potessero detenere il comando sullo scibile ed in questo modo esser onorati e decantati come paladini delle "magnifiche sorti e progressive"; chi se non individui incapaci - come del resto buona parte degli intellettuali nostrani - di far luce intorno ad una situazione in cui vedeva le masse proletarie disinteressarsi completamente di uno Stato - L'ennesimo Stato - che in nome di valori consunti e stantii cercava di anteporre le esigenze di un'oligarchia piemontese ai bisogni di un organizzarsi per conquistare la propria dignità di persone, che i movimenti rivoluzionari - quello anarchico in primis - proprio in quegli anni stavano sensibilizzando.
Eppure questi scapigliati maledetti si sono sempre letti e studiati come i veri rivoluzionari, i veri anticonformisti del momento, quando la rivoluzione e le sommosse passavano per altri lidi. Ma qualcosa di vero esiste in tutte le affermazioni; indubbiamente in una letteratura miserevole, come quella italiota, personaggi che rifiutano il bel vestirsi, sbevazzoni dal lungo sorso, bohemienne e mauvés di francese ricordo, erano in tutti i casi pietre di scandalo e sicuri sobillatori... ma sinceramente non ci voleva molto. Non ci voleva molto se si pensa che l'arte e la letteratura di quei tempi era ancora fagocitata di personaggi come Manzoni - scrivano della borghesia bigotta -, come Nievo, sclerotico - seppur giovane - mazziniano, senza dover poi citare i poeti della Arcadia; Aleardi, Prati e compagnia briscola. Lo stesso avveniva nel campo delle arti figurative dove al pari di una "Letteratura Sociale" vi era una "Arte Sociale" con i suoi contadini sofferenti piegati dal loro fardo, con gli ospizi tetri e putridi per anziani abbandonati e disperati, incompassionevoli descrizioni di bambini piangenti ed affamati dietro la vetrina di lussuosissimi ristoranti... come doveva esser ancora molto lontano Pellizza da Volpedo!
Da questo humus gli scapigliati traevano motivo per essere rivoluzionari d'avanguardia con le loro morti da tisi, da fegato spappolato (eh sì! erano dei gran bevitori), da suicidi che hanno creduto fermamente nel sostegno della loro corda. Ma - e qui tiriamo i remi in barca - che cosa hanno voluto dimostrare, che cosa hanno voluto proporre, per chi, cui prodest?
L'angoscia, la disperazione, il piangersi addosso di questi uomini sicuramente ci ha sempre commosso e resi tristi, ma niente di più. Niente, assolutamente niente di tutto quel popò di roba che i letterati ed i critici hanno voluto addossare e ricoprire sopra ad una realtà che, lo ripetiamo, rifiutante perché rifiutata, non sapeva opporre altro se non il loro dolore ed il loro struggersi. A questi signori ci piace rispondere citando una scrittrice di fantascienza, Ursula K. Le Guin, la quale con somma eleganza e con una precisione così tagliente ed efficace, nel suo ultimo libro ha impresso una considerazione che giunge ad hoc per farla finita con certi metodi e con certe metodologie che vedono nel sofferente, perché sofferente, il vero creatore e l'unico protagonista della realtà. La riportiamo qui di seguito:
"Il guaio è che noi abbiamo la pessima abitudine, incoraggiata dai pedanti e dai sofisticati, di considerare la felicità come qualcosa di abbastanza stupido. Solo la sofferenza è intellettuale, solo il male è interessante. Questo è il tradimento dell'artista: il rifiuto di riconoscere la banalità del male e la terribile noia della sofferenza. Se non potete batterli, unitevi a loro. Se fa male ripetete. Ma elogiare la disperazione significa condannare la gioia, abbracciare la violenza significa abbandonare tutto il resto. Abbiamo quasi perduto la presa: non sappiamo più descrivere un uomo felice, né celebrare la gioia.".

... e chi i loro attuali eredi?

Da quanto abbiamo scritto, tra la "scapigliatura" ed il romanzo e la poesia degli anni ottanta, l'elemento comune è lo struggersi. Scene più o meno patetiche; confusioni d'identità a tal punto da non riuscire più a capire se i soggetti sono maschili o femminili; vere e proprie sfilate di situazioni amorfe, di personaggi falliti, di sesso da poche lire.
Ecco: gli ingredienti della "letteratura giovane" sono presenti più o meno tutti; certo vi è anche l'affermarsi di scrittori che prestano più attenzione nell'abbinare i vocaboli, anzi alcuni di loro si impegnano - non senza qualche buon risultato - a far rimarcare nello scritto il loro sforzo ad andar oltre ad una semplice trascrizione di un nastro a cassette registrato in una delle tante serate perse nei bar e nei locali alternativi. Ma presi nel mucchio la differenza scompare. A dire il vero, molte volte siamo incerti nel dare giudizi così catastrofici della nuova letteratura, a tal punto da considerarci ormai vecchi ed un po' conservatori... ma come si fa?
Come si fa a non essere stanchi di trame contorte, il più delle volte prive di un reale significato che non sia quello della filosofia a buon mercato, smerciata sui tavolini dei bar o nelle serate in cui non si ha niente da dire? Come si fa a non essere stanchi di una rappresentazione del mondo e della socialità dei giovani dove l'unico valore in conflitto con i valori imposti da questa società gerarchica ed autoritaria lo possiamo trovare - ma anche qui sforzandoci di chiudere un occhio - sui sofà e nei gabinetti delle stazioni in amori nati da conflitto, paura, e non da piacere? Come si fa a non capire che la pretesa di un nuovo linguaggio da opporre alla semantica codificata dal potere, per buona parte dei casi si trasforma in virtuosismi stilistici privi di qualsiasi contenuto, o peggio ancora, in un preteso sound letterario da masticare con insistenza al pari della gomma americana, tanto ne è intriso e fagocitato?
Nessuno di noi ha la pretesa di dover "suggerire" come si deve scrivere un romanzo giovane, né tanto meno si vuole classificare la produzione letteraria in base alla sua trasparenza nell'impegno assunto con la lotta di classe. Per nostra fortuna non siamo orfani di nessuna critica marxista, né di un Gramsci il quale risolveva la problematica di un qualsiasi scritto letterario in un contesto dove per forza l'intellettuale ha la funzione di servitore del Principe (sia esso uno Stato o un Partito); e neppure di un Lukàcs il quale era incapace di esprimere un giudizio sull'opera che non fosse innanzitutto un giudizio ideologico. Di rimando le nostre misere indicazioni metodologiche non hanno niente da spartire con una critica formalistica-idealistica; non ci sentiamo, come Croce, ispirati dallo Spirito delle Cose, né eleviamo l'individualismo ed il soggettivismo ad apice dell'espressione umana. Siamo ben fin troppo materialisti per capire quali forti condizionamenti esercita il potere su questo osannato individualismo.
Noi ragioniamo in base all'individuo, alla sua capacità di esprimersi, di porre dei problemi e di risolverli; l'individuo ragionante e nello stesso tempo passionevole, ma sempre ed in ogni caso unico. Per questo non sopportiamo l'individualismo! Non lo sopportiamo perché falso, inventato, di moda.
Ora i romanzi da noi letti, quelli che si vendono e che hanno la "originalità" di parlare dell'attuale condizione giovanile, i "Boccalone", gli "Altri Libertini", gli "Inverno", i "Cuore di piombo", questi ed altri romanzi degli ultimi anni ci appaiono come trovate letterarie per aprire e continuare collane di case editrici. E non a caso.
In conseguenza dell'ormai tramontato Movimento, la stampa, le grandi holding cartarie e le più importanti case editrici e discografiche si invitarono tutti al lauto banchetto dove veniva servito il Movimento "al Riflusso", piatto molto succulento e prelibato a giudicare dalla grande abbuffata che se ne è fatta. L'incessante opera di terrorismo culturale che tutti i mezzi del IV Potere hanno utilizzato per condizionare il dibattito-riflessione all'interno e dopo le esperienze del '77, sono riusciti a pilotare le conclusioni che già da lungo tempo si stavano traendo. Che dopo le giornate di settembre il movimento avesse bisogno di una controllata e di una messa a punto per precisare i propri obiettivi ed individuare con maggiore chiarezza le parti antagoniste, tutti i fogli ed i periodici d'informazione "interni" lo avevano da sempre precisato, chi con un briciolo di lungimiranza, chi invece con la pretesa di imbrigliare il tutto in un altro partito emme trattino elle.
I fatti succedutisi in seguito hanno condizionato in modo indelebile il corso di un movimento profondamente antiistituzionale che se proseguiva nel suo corso rischiava di rompere gli argini del controllo sociale e del suo falso benessere. Così che dall'affaire Moro fino ai suoi ultimi prodomi intenti ad uno sviluppo indiscriminato della criminalizzazione dell'intera massa giovanile in rivolta contro lo Stato i mezzi d'Informazione del Potere hanno architettato una sorta di controrivoluzione culturale come punto di appoggio e di legittimazione al suo apparato repressivo, al suo braccio armato.
Questo piano, secondo il nostro punto di osservazione, è appunto quell'humus che ha fatto fiorire la nuova letteratura giovane. Naturalmente le basi di sostegno di questa ennesima "campagna offensiva" ad opera del Potere non potevano poggiarsi su pilastri così insicuri, si aveva bisogno di rocce. E quali migliori rocce non potevano non essere gli Hesse, i Roth, i Carnevali, i Pessoa e i decadentisti in genere? Intendiamoci: con questo non vogliamo dire che vi è stata una scoperta o addirittura una riscoperta di questi autori; soltanto crediamo che la controrivoluzione culturale ha utilizzato questi "decadenti" per darne una propria e "moderna" chiave di lettura.
Seguendo questa economia del discorso sembra chiaro che il movimento degli "scapigliati" rientra come appendice provinciale di un movimento europeo e nordamericano iniziato dai poeti maledetti e proseguito dai decadentisti; un filone letterario riesumato ad hoc per una situazione difficile ed in un momento difficile, dove la crisi di valori morali e culturali di pari passo all'assenza di nuovi sbocchi letterari, impegnava il IV Potere nella rivalorizzazione di antichi contenuti, magari a volte scomodi per il passato, ma nel presente ottimi soporiferi e tranquillanti.
Da qui sono nate le abbondanti messe ed i copiosi frutti della letteratura decadente: dalla rivalorizzazione dell'IO metafisico che lotta, in un delirio titanico, da solo contro questa immonda società, alle conseguenziali forme di trascendentalità più o meno consacrata a qualche dio; l'individuo privato (ma proprio qui sta bene dire: privato di tutto) è stato riletto in forma individualistica, accentuandone, naturalmente, i segni più deboli e impropri.
Se questi sono i contenuti il loro termine che li ha generalizzati e sviluppati è stato quel fantomatico riflusso.

La filosofia del riflusso: l'evasione possibile

Caduti ormai nella trappola, molti compagni si sono fatti abbindolare da questa tematica, la quale seppure era percepibile nell'aria, non lo era tanto quanto poi la si è voluta far sentire. Certamente i problemi della militanza e del personale; i miti che ad ogni piè sospinto cadevano come castelli di sabbia, perché erano castelli di sabbia; un non più preciso "che fare?", hanno costretto il movimento a fermarsi per poter riflettere. Ma invece di rilevare con grande spirito autocritico l'assenza di qualsiasi nuova analisi sulla composizione sociale che non fosse datata 1977, il movimento si è adagiato su queste: anzi, accorgendosi della propria inefficacia analitica e di pari passo dell'evolversi in senso sempre più repressivo e disciplinante del controllo sociale, non gli è restato altro da fare - sollecitato dal terrorismo militare e da quello culturale - che rifugiarsi nel personalismo. Espressioni emarginate ed emarginanti sono diventati il vessillo dello "scioglimento" di quello che è stato e di quello che avrebbe potuto diventare il Movimento. Ma ormai la controrivoluzione culturale prendeva piede, ed i vecchi dei, i vecchi miti gettati poco prima dalla finestra, ricomparivano dalla porta. È bastato riesumare il "lupo della steppa" e tutto il suo branco perché fossero pronti a funzionare, ad inserire le loro problematiche contorte dalle tonalità fosche, le loro interpretazioni mistiche, il loro culto del sofferente e del sofferto. Il gioco era fatto: l'immagine di un senso di confusione, di impotenza, di incomunicabilità da dove bisogna fuggire per approdare su spiagge serene, tranquille e soprattutto sacre, finalmente era stata ottenuta. L'evasione possibile è la merce che l'attuale letteratura ci propina; niente paura ce n'è per tutti, e se per caso non dovesse soddisfare la clientela o fosse troppo "seria ed impegnativa" ecco subito pronto un altro prodotto questa volta casereccio, fatto dalla clientela per la clientela.

Da una bancarella ad un'altra

La storia di "Altri Libertini", di "Inverno", di "Boccalone" et similia, sono storie di impotenti, di delusi, di frustrati. Potremmo dire se queste opere avessero un pur minimo valore, che sono la continuazione di quel "ciclo dei vinti" di cui il verismo italiano e Verga in particolar modo ci ha copiosamente innaffiato. È vero: il linguaggio, lo stile ha superato il vuoto verismo fatto di descrizioni sciroppate, ma... cazzo cazzo compagni... che americanate!
Si veda a mo' di esempio il romanzo di Tondelli, "Altri Libertini", romanzo che a giudizio dei critici, ed in parte anche del nostro, è il più raffinato e ricercato per quanto riguarda lo stile. Senz'altro vi è la ricerca di vocaboli, l'aggettivazione abbondante e descrittiva psicologicamente accompagnata con un certo gusto da una punteggiatura sospesa e strisciante. Ma che pena di racconti e che poca fantasia nella descrizione di situazioni. Sotto il cielo di una Correggio, di una Parigi, di una Amsterdam non succede nient'altro che non sia quello che succede in una serata al solito bar; gente che si fa una pera e sta male (perché così è più bello, più emozionante); storie di omosessuali consumate nella brevità di un rapporto orale; piagnistei collettivi del tipo "la vita è una merda, più vai avanti più ci trovi gusto nel mangiarla"... il tutto adornato da un linguaggio degno del migliore vecchio porco dei bassifondi di Chicago. Ma questa è letteratura e per di più ricercata mediante uno studio sui vecchi poeti maledetti e sugli ultimi francesi di turno; una letteratura che con il suo stile linguistico scardina, rivoluzionandola, la costruzione semantica e strutturale del linguaggio codificato. Così sentenziano i critici. Ma a noi, noi che non siamo e non vogliamo essere dei critici, caro Tondelli, tutti questi francesi, americani, inglesi che dicono essere la tua musa ispiratrice per la tua rivoluzione semantica, li hai proprio letti tutti? Perché, se così fosse, ci sarebbe da dubitare che ti sei imbattuto nei più disgraziati e maledetti, nel vero senso della parola tanto devono essere degli incapaci nello scrivere. E per quanto riguarda quel linguaggio ai confini di ogni regola, caro Tondelli, ti vorremmo dare un suggerimento: la prossima volta che ti metterai a scrivere dai un'occhiata in giro, magari potresti imbatterti in un Artaud o in un Ducasse e capire cosa vuol dire scrivere fuori dai denti.
Ma se "Altri Libertini" i critici l'hanno giudicato "il più meglio", non vi parliamo dei restanti. Vere e proprie trascrizioni di cassette registrate al bar durante le solite serate uggiose e piene di fumo; in questi casi le "menate" diventano malloppi dal sostanzioso peso. Nel libro "Inverno" di Pino Corrias, dopo averlo letto quasi completamente, siamo usciti ed affrettandoci ad entrare in un bar menzionato nel testo ci siamo fatti raccontare il finale del libro dal primo sbevazzone cadutoci a peso morto sul tavolino.... Più realismo di così!
Di un altro genere letterario si presentano due ultimi libri scritti appunto da giovani. Il genere possiamo chiamarlo autobiografico; ora senza crearsi nessun problema linguistico, né pretendere la palma dell'avanguardismo in assoluto, "Compagno Poeta" di Giulio Stocchi e "Nero di Puglia" di Antonio Campobasso, hanno un percorso letterario del tutto diverso dai precedenti romanzi citati. Anche loro, vi è da dire, non scherzano con le lacrime; i funerali, le sconfitte sociali, i pentimenti di certo non mancano nel libro di Stocchi come del resto "Nero di Puglia", sotto molti aspetti, appare una versione nostrana di "Radici". Ma: onore al merito. In questi due libri si è stati più realisti del re; mancano completamente personaggi tratti dipeso dalla letteratura americana, né luoghi o situazioni inscrivibili soltanto in una grande metropoli statunitense e non in un paesino ai piedi degli Appennini. La realtà, le situazioni ed anche il periodo storico sono a noi molto simili seppure vissuti con altro spirito ed in modo diverso. Da una parte abbiamo la Milano operaia con i suoi fermenti di un autunno sindacale, le sue ferme risposte antifasciste e le sue occupazioni dell'università; dall'altro abbiamo un sud contadino, dove un negro, germogliato in quell'immonda incubatrice che è la guerra, si trova ad essere più negro di quando è nato. È una storia vera, sofferta da un orfanotrofio ad un carcere minorile per poi passare ai tristi nomi dei Fornelli di Fossombrone e via proseguendo.
Ma questi due libri, più che essere il frutto della nuova politica editoriale, sono i classici manoscritti dimenticati nel fondo del cassetto che hanno avuto finalmente pubblicazione grazie al successo dei libri di moda. Infatti i libri di Stocchi e di Campobasso sono libri fortemente datati, quando la letteratura e la saggistica usava denunciare scandali e torti commessi dalla sbirraglia del Potere. Ora invece i nuovi romanzi non accusano più e non denunciano nessuno; anzi, si accusano e si insultano in una vorticosa concorrenza nel "chi è più verme". Ed è proprio in questo "essere più verme" che traspare la manovra del IV Potere: l'allontanamento dell'individuo dalla socialità collettiva a favore di un marginalismo individualista! L'evasione possibile di cui si accennava prima consiste appunto nella ricerca disperata, "maledetta" di un ghetto dove nascondersi e fuggire da una socialità disperata e maledetta. Ci ritornano in mente le parole di Ursula Le Guin: "... se non potete batterli, unitevi a loro. Se fa male ripetete...".
Che cos'è il ghetto se non la riproduzione in piccolo di una socialità che si emargina perché è stata emarginata nella sua incapacità di insorgere contro chi mirava alla sua espulsione ed alla sua ghettizzazione ai bordi della società? Che cos'è la pretesa cultura marginalista, quella cultura di cui la "Letteratura Giovane" è intrisa, se non la legittimazione e la consacrazione del débâcle di tutto un movimento e della sua cultura? Ed in questa débâcle non si trova un certo "compiacersi"?
... Ricordate? "Se fa male ripetete.".

stanchi...

Noi non siamo critici letterari, né, per un solo istante, nel corso di questo scritto abbiamo avuto la pretesa di esserlo. Volutamente non ci siamo soffermati su alcuna opera menzionata, in quanto abbiamo creduto utile capire, nel suo insieme, il perché ed il come di questo fenomeno letterario che indubbiamente ha acquistato una certa rilevanza all'interno di quello strato di socialità giovanile che per un niente non ha potuto proseguire nell'utopia praticata.
Il nostro giudizio è stato molto duro, sicuramente ingiusto per alcuni, come del resto qualsiasi fonte che esprima un giudizio; rimanendo fedeli ai nostri metodi libertari riteniamo indispensabile che chiunque, se vuole esprimersi, possa esprimersi come meglio crede e nel modo a lui gradito. La polemica, per chi non lo avesse ancora capito, non si rivolge a questo o a quell'altro autore, ma alla strumentalizzazione, o meglio: al terrorismo culturale che le case editrici e tutti gli organi di informazione del Potere commettono utilizzando ed incentivando questa cosiddetta "Letteratura Giovane".
Stanchi ormai del solito piagnisteo; stanchi del dolore e della sofferenza come finzione per un comportamento distinto ed intellettuale; stanchi delle menate, dei cioè, dei cazzo cazzo compagni, è un casino, crediamo che sia ancora possibile, e lo vogliamo, descrivere un uomo felice, condividerne le sue gioie, praticare, una volta di più e per sempre, la nostra Utopia!