Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 10 nr. 86
ottobre 1980


Rivista Anarchica Online

Questa libreria è un'utopia
a cura della Redazione

La prima ha aperto i battenti nel febbraio '77 a Milano, nel popolare quartiere Garibaldi, negli stessi locali che quasi un secolo fa ospitavano il bar Aurora, noto ritrovo di sovversivi e rivoluzionari. La seconda è nata nel settembre '78 a Venezia e si affaccia su un tranquillo canale a cinque minuti dalla stazione ferroviaria. L'ultima arrivata è quella di Trieste, nella parte alta della città: funziona da dicembre '78. Tra breve, alle prime tre libreria Utopia dovrebbe aggiungersi l'Utopia 4, promossa dagli attivissimi compagni di via dei Campani, nel popolare quartiere di San Lorenzo a Roma.
Pur tra le solite mille difficoltà economiche, senza dimenticare gli attentati intimidatori subiti dall'Utopia di Milano e dall'Utopia 3 di Trieste, le tre Utopia si sono conquistate un loro spazio ben definito. L'intensa attività culturale promossa (dibattiti, tavole-rotonde, presentazioni di libri e di filmati, ecc.) ha contribuito ad allargare nella pratica il tradizionale concetto di libreria come punto/vendita e punto/ritrovo, facendo delle tre Utopia dei luoghi di vivace presenza politico/culturale di segno libertario. In periodi come il nostro, nei quali più difficile è assicurare la continuità di una presenza sociale e "pubblica" del movimento anarchico, queste tre librerie anarchiche svolgono dunque un ruolo particolarmente significativo.
Ai compagni/e delle librerie Utopia abbiamo chiesto di parlare della loro esperienza, dei problemi pratici, dei "successi" e delle delusioni. Ne esce un quadro tutto sommato positivo. Quando e dove nascerà l'Utopia 5?

Questa libreria è un'utopia: U1
Fausta (Utopia 1)

È risaputo che noi anarchici siamo da sempre accusati di essere utopisti, dove per utopisti si deve leggere sognatori perché desideriamo cose ritenute impossibili dalla stragrande maggioranza dell'umanità. Proprio per questo, quando all'inizio del 1977 siamo riusciti a mettere in piedi una libreria, abbiamo voluto chiamarla "Utopia", per dimostrare che a volte, anche se non molto spesso, le utopie possono trasformarsi in realtà concrete.
Il progetto risaliva a dieci anni prima, ma nel 1967 eravamo troppo giovani e inesperti e imbranati in tutti i sensi per riuscirci. Col passare degli anni, poi, ci è sembrato sempre più importante costruire un punto di riferimento culturale libertario in un universo culturale marcatamente marxista e cattolico. Ci è sembrato sempre più urgente uscire dalle sedi, dai nostri piccoli anche se accoglienti e rassicuranti "ghetti", per cercare il confronto e lo scontro con la cultura dominante su un piano paritario, senza quel complesso di inferiorità taciuto, comune a tanti anarchici, che li porta a rifiutare sdegnosamente qualunque dibattito con chi non appartiene all'"ecclesia", e che nasconde in realtà solo la paura di non essere all'altezza di un confronto.
Per questo abbiamo impostato il nostro lavoro su due piani: la libreria vera e propria, con una scelta di titoli abbastanza precisa per i vari settori, caratterizzata da una gestione "professionale" quanto a qualità di servizio fornito e quindi molto poco "alternativa" secondo il significato comune della parola; e il centro culturale, attraverso la cui attività ci siamo imposti a Milano come uno dei pochi luoghi dove si fa cultura in modo sistematico. Un programma stampato in 1000/1500 esemplari illustra ogni mese le iniziative del centro che prevedono una mostra e una serie di dibattiti (uno o più dibattiti ogni settimana).
Gli argomenti trattati sono stati i più disparati: dall'anarchismo (iniziamo ogni anno nuovo con una mostra di soggetto anarchico e con una serie di dibattiti sull'anarchismo) a temi politici d'attualità; dalla musica al cinema; dalla fantascienza al fumetto (è rimasta famosa la mostra del fumetto con tavole originali che abbiamo fatto nel 1978 corredata da una storia del fumetto illustrata e con la partecipazione dei maggiori disegnatori italiani); dalla pedagogia alla psichiatria; dalla poesia alla fotografia; dal femminismo all'emarginazione. Mentre scriviamo è in corso una mostra fotografica sulla lotta degli operai polacchi del cantiere Lenin di Danzica.
È stato, ed è, un lavoro duro, tenuto conto che siamo in tre e che oltre alla libreria abbiamo anche altri impegni politici, ma che ci ha dato grandi soddisfazioni.
Se a tutto questo si aggiunge che vendiamo una gran quantità di libri e di stampa anarchica e che anche i non anarchici che frequentano la libreria prima o poi decidono di informarsi su questo argomento, si può ben dire che abbiamo fatto più propaganda in questi quattro anni con la libreria che non in tutti gli anni precedenti.
Inoltre la libreria costituisce il punto di riferimento per tutta l'area libertaria, funziona in parte anche come sede politica (distribuzione di materiale di propaganda, centro di smistamento di informazioni, sede di riunioni di collettivi libertari di lavoratori, ecc.) e, cosa estremamente importante soprattutto in un momento di riflusso come quello che stiamo attraversando, costituisce l'unico legame con quegli anarchici che hanno abbandonato l'attività e non frequentano più le sedi.
Unico neo, il fattore economico. Vuoi per le spese fisse molto alte (affitto, luce, telefono, programmi mensili, ecc.) vuoi per i margini bassissimi del settore librario, a quasi quattro anni dall'apertura la libreria non si è ancora assestata economicamente.

Questa libreria è un'utopia: U2
Piero (Utopia 2)

Da noi l'idea di fare una libreria è nata un po' per imitazione verso la "mamma" di Milano (le considerazioni che ci hanno convinto della validità dell'iniziativa sono molte) e un po' perché, forse non lo sapevamo nemmeno noi, un po' perché sono passati 2 anni, è difficile dire senza cadere in demagogia cosa ci abbia fatto definitivamente decidere. Certo che ha contribuito in maniera determinante il prorompente e contagioso entusiasmo di uno di noi tre, Elis, poi in queste cose bisogna buttarsi perché i soldi spesso non ti bastano mai, l'esperienza, in questo caso non l'avevamo: così ci siamo buttati seppur con qualche incubo notturno, soprattutto da parte mia, riguardo i problemi economici, e facendoci molto "culo" poiché abbiamo costruito tutto l'arredamento noi, essendo l'unico modo per avere cose belle con pochi soldi.
Fare una libreria anarchica per noi ha significato tentare di risolvere il problema del lavoro in modo più accettabile, inoltre creare un punto di riferimento nella zona e la possibilità di contattare persone che non sarebbero mai venute in un circolo anarchico. Rispetto a ciò noi abbiamo qualche difficoltà poiché essendo la libreria piuttosto piccola per fare dibattiti dobbiamo rivolgerci a locali più o meno pubblici e ciò fino ad ora è stato un grosso limite che stiamo tentando di risolvere cercando un locale sufficientemente ampio nei pressi della libreria.
Spiego ora come siamo passati dall'idea all'azione, cioè la realizzazione pratica della libreria: prima di tutto ci siamo informati circa la possibilità di avere la licenza commerciale, poi uno di noi ha dovuto mettersi in nota ai commercianti per sostenere un esame di abilitazione al commercio (ciò non è necessario se c'è un compagno diplomato in ragioneria); contemporaneamente abbiamo trovato e preso in affitto un locale e abbiamo chiesto la licenza commerciale. A questo punto sono iniziati i contatti con le varie distribuzioni librarie, con i rappresentanti e i vari tentativi di avere libri in deposito (il deposito non è altro che un prestito in libri che le varie case editrici possono fare, il fatto che in futuro chiedano o meno la restituzione dipende dalla quantità di libri che riesci a vendere).

Circa i soldi che servono per iniziare credo che risparmiando sull'arredamento, cioè facendocela con 2 milioni, complessivamente sono indispensabili almeno 10 milioni, inoltre bisogna tener conto che per il primo anno non si riesce a tirar fuori più di 2-300.000 lire al mese, quindi anche se per la fornitura iniziale i pagamenti sono a 6 mesi, i soldi bisogna averli quasi tutti subito, poiché il primo anno si riesce a risparmiare ben poco. Rispetto ai tempi di realizzazione dall'inizio al momento che ti arrivano i libri passano circa 6-8 mesi. Una cosa importante che caratterizza le tre "Utopie" è la suddivisione dei libri negli scaffali per argomento, così la libreria diventa più consultabile e dà a chi entra l'impressione che ci siano più libri di quelli che ci sono, poiché con questa disposizione riesce a trovarli.
Un problema che ti mette in crisi è quello che senti sempre qualcuno che ti accuserà di essere commerciale. Effettivamente sei inserito nel commercio e a fine mese hai le tue scadenze economiche da assolvere, l'importante è scegliere tra i libri commerciali la roba più valida, poi ormai tutto è commercializzato, (anche i libri di Tony Negri! e allora?) io credo che sia necessario vendere anche roba commerciale (di qualità) se questa ti permette di tirare avanti e tenere quindi i libri che ti interessano, che però come quantità di vendite non sono sufficienti per mantenere una libreria. È meglio chiarirlo per tutti coloro che avessero ancora dubbi, le "Utopie" non sono finanziate.

Le prospettive per tipi di librerie come queste credo siano di mantenere con meno soldi di un lavoro borghese 2 persone, quindi dal momento che i soldi sono scarsini perlomeno bisogna avere più tempo libero, per averlo è necessario che le dimensioni della libreria siano concentrate in modo da poter essere gestita da una persona alla volta. Noi qui a Venezia in pratica la portiamo avanti in 2 facendo circa 30 ore settimanali ciascuno e questo non è male.
Quello che a questo punto dobbiamo cercare di individuare e il "frequentatore abituale", lasciando all'occhio la caratterizzazione di tante personalità, racchiuse in abiti che ormai funzionano più o meno da mezzo di riconoscimento, diremo che il pubblico in effetti è quello della sinistra dipendente e indipendente, di compratori occasionali, turisti ecc., e naturalmente di compagni anarchici e del movimento. Da qualche tempo con soddisfazione si notano sempre di più volti nuovi di donne e uomini interessati all'anarchismo; sappiamo da loro che la libreria è ora conosciuta come migliore se non unica distributrice di stampa anarchica.
In due anni di attività, oggi crediamo di non sbagliare nel ritenere la libreria un centro d'incontro, dove i compagni sentono di poter scambiare opinioni magari anche contrarie, ma con la consapevolezza di un comune filo conduttore. Per quanto riguarda il consiglio da dare a chi volesse intraprendere tale attività, speriamo proprio riesca da solo a trarre le conclusioni e casomai, buona fortuna!

Questa libreria è un'utopia: U3
Giuliana e Jerry (Utopia 3)

La realizzazione di una libreria anarchica a Trieste rispondeva ad una serie di bisogni che da tempo stavano maturando nei compagni. Innanzitutto il creare un punto d'incontro che tenesse conto dell'istintiva ostilità emersa ultimamente nei confronti delle sedi "militanti"; dare un punto vendita organico alla nostra stampa anche a livello regionale (all'inizio s'era pensato ad un centro di documentazione); infine controllare di persona s'era possibile gestire in maniera libertaria un'attività "commerciale".
Partiti con una cifra che ci sembrava più che adeguata ci saremmo resi conto in seguito che, se non fosse stato per l'aiuto diretto dei compagni in grado di svolgere lavori manuali a livello professionale, non avremmo probabilmente mai aperto. Trovandoci di fronte a locali totalmente da restaurare, perdemmo più di 6 mesi per arrivare all'apertura. Questo influì sul conto-spese in maniera determinante perché due compagni lasciarono il lavoro precedente quasi un anno prima per poter seguire i mille problemi che si sviluppano attorno ad un'attività così complessa: licenze, notai, banche, permessi ecc.. Contemporaneamente alla costruzione della libreria viaggiava il progetto d'organizzazione del futuro lavoro: primi contatti con le distribuzioni (già facilitati dall'apertura delle altre Utopie), lotte con gli agenti per i depositi e gli sconti, scelta dei 2/3.000 titoli indispensabili per iniziare.
Pochi giorni dopo l'apertura il primo riconoscimento politico: due molotov incendiano buona parte della moquette, una scaffalatura piena di libri e anneriscono il soffitto; fortunatamente eravamo assicurati da 15 giorni. Successivamente abbiamo applicato alle vetrine una rete metallica visto il costo eccessivo dei cristalli antiproiettile (che resta comunque una spesa da tenere in considerazione). Veniamo quindi alle prime somme dopo un anno e mezzo di lavoro.
Due compagni lavorano a tempo pieno (senza finora un giorno di ferie), altri danno un aiuto più o meno saltuario soprattutto alle attività collaterali - banchetti esterni e circolo culturale -. Nei primi mesi s'era invece resa necessaria la presenza a tempo pieno di 4/5 compagni per tutta una serie d'attività importanti come la schedatura dei libri, la scelta e disposizione dei settori, l'immane lavoro - purtroppo mai seguito con la dovuta attenzione in seguito - della preparazione dello schedario dei titoli disponibili.
Un monte-debiti di 15.000.000 per fidi bancari e prestiti dei compagni che ci assillano quotidianamente non permettono di scorgere un futuro molto roseo, anche se le vendite dal primo anno sono aumentate del doppio. Si pensa spesso di organizzare un concerto o altro a sostegno della libreria, ma l'alto costo dei gruppi musicali e la difficoltà di reperire uno spazio sufficientemente ampio in città hanno finora frustrato questa idea. Si potrebbe considerare forse la cosa a livello nazionale per tutte le Utopie.
Un consiglio per chi volesse iniziare un'attività simile è senza dubbio quello di trovare il modo di coinvolgere a tempo pieno solamente un compagno, mentre uno o più dovrebbero collaborare parzialmente e mantenere un impiego stabile anche dopo un anno dall'apertura. Si arriverebbe così a dare l'indipendenza economica a chi vi lavora senza intaccare gli incassi, inevitabilmente volti a pareggiare la grosse cifra immobilizzata per creare un magazzino di almeno 5.000 volumi. Un intervento di compagni esterni è pure utile per evitare una eccessiva specializzazione e personalizzazione dei ruoli.
La risposta del cosiddetto pubblico si può valutare abbastanza positiva. Bisogna tener conto della sfortunata posizione piuttosto decentrata rispetto alla zona dei servizi (qui a Trieste molto circoscritta). Un vantaggio della città è stato invece la mancanza di centri vendita Rinascita o Feltrinelli che ha dirottato all'Utopia la parte meno prevenuta di un pubblico di sinistra nel senso più ampio. Questo particolare è utile per mettere a fuoco un problema che spesso vede divisioni anche fra compagni: quello della quantificazione della specificità politica della libreria. Mancando appunto le strutture sunnominate si viene a creare un vuoto sia di vendita sia politico - quello marxista per intenderci - che noi siamo tenuti a riempire con tutta una serie di titoli che ci vedono politicamente discordi; ricordiamo però la marcata colorazione reazionaria della città. A questa impasse si cerca di rispondere con un contatto più stretto con le persone e consigliando, ove possibile, altri titoli. La scelta di questi, senza dimenticare la narrativa (50% delle vendite) e i libri per ragazzi, è una delle responsabilità più grosse che ci si assume, non sempre infatti è facile la selezione con le novità poco conosciute - valga per tutte l'osceno "O si domina o si è dominati" recentemente pubblicizzato addirittura dalla prima pagina di Repubblica -; mentre è con una certa soddisfazione che si cacciano madri affettuose in cerca di Heidi e sadici bambini fans di Mazinga (Z naturalmente). È anche da queste scelte apparentemente superficiali che la faccia pubblica della libreria uscirà più o meno pulita. Vediamo così che a Trieste il pubblico di Utopia è molto vario: vi si ritrovano le varie frange di un movimento anni '70 ormai sfatto sul quale si può contare ben poco ad ogni livello (tranne che alla pratica ben sussunta dell'espropriazione più o meno proletaria); giovani comunisti in cerca di un'identità più definita; arancioni; gruppetti femministi; gay. Forse l'elemento più interessante sia da un punto di vista politico che commerciale proviene da una fascia 30/35enne dai ricordi sessantotteschi che in un modo o nell'altro si è garantita ma non per questo è meno in crisi. Essi hanno ancora il gusto del libro ricercato ed oggi hanno i soldi che allora non avevano. Passati per troppe esperienze di militanza, non accettano più discorsi troppo dogmatici ma allo stesso tempo sono in grado di valutare con più serietà la situazione attuale, si son già lasciati alle spalle problemi di vecchio e nuovo misticismo e non subiscono, se non per scelta, il fascino del Partito. Sono quindi, se presi con una certa delicatezza, disponibili ad un dialogo libertario ed ad una lettura più accorta dei libri.
Da questo settore proviene la stragrande maggioranza degli interessati ai dibattiti. Passiamo così ad esporre l'attività che dopo la vendita dei libri ci coinvolge di più: l'organizzazione del circolo culturale. All'attivo una trentina di incontri e presentazioni di libri che spaziano sugli argomenti più disparati. Abbiamo infatti scelto fin dall'inizio di alternare dibattiti specifici (Proudhon, autogestione, Max Stirner) ad altri estremamente vari (Pellerossa, fantascienza, yoga). In questo periodo abbiamo accumulato un indirizzario di 250 persone interessate alla nostra attività: attività che purtroppo continuiamo a svolgere da soli senza per ora riuscire a coinvolgere, come c'eravamo prefissi, persone estranee a noi. Si è visti invece che riuscendo ad organizzare incontri attuali ed accettando di affrontare temi nuovi anche per noi si può contare su una notevole partecipazione (80/100 presenze di media) che ci ha costretto ultimamente a richiedere altre sale a prestito. Vogliamo sottolineare come il confrontarsi senza paura su temi alieni è estremamente utile a noi anarchici, abbandonando un certo presuntuoso dogmatismo che troppo spesso ci blocca nel rapporto con altri. Si può così ottenere contemporaneamente di collaborare alla costruzione di una cultura libertaria seria e priva di lacune, disponibile al confronto ed allo stesso tempo di stimolare alla discussione persone che non sarebbero coinvolgibili sul piano politico.
A questo riguardo vorremmo riuscire ad avere un collegamento più solido con le altre "sorelle", prefiggendoci di stabilire un futuro calendario degli interventi comuni. Si potrebbe prendere in considerazione pure la possibilità di entrare in contatto con altre realtà di movimento quali Calusche, Picchio ecc.. Questi contatti potrebbero essere usati anche per far circolare notizie filtrate dagli organi d'informazione. Questa attività di raccolta e diffusione di informazioni, che si è sviluppata qui a Trieste solo ultimamente e spontaneamente dopo gli arresti di Catania e Bologna e la lotta di Galli, se porta via una certa quantità di tempo, riesce però molto utile quando si riescono a sviluppare contatti con radio libere o fogli d'informazione di movimento. Proprio con questi noi cerchiamo di avere un rapporto continuativo anche a livello professionale, gestendo pagine e trasmissioni di informazione e critica libraria in cambio di pubblicità. Tutto ciò collabora al crearsi verso l'esterno di una dimensione pubblica della libreria diversa da quella di semplice centro vendita. Questo cerchiamo di farlo essendo presenti - con l'aiuto dei compagni più disponibili - alle feste, concerti e in tutte le occasioni d'incontro, soprattutto nella regione, con mostre mercato di libri che sottolineano una presenza libertaria.
Per quel che riguarda il futuro professionale di Utopia 3 pensiamo che questo primo periodo ci abbia insegnato diverse cose che ora dobbiamo imparare a mettere in pratica per superare questo troppo lungo momento di crisi economica. Più accorti contatti con case editrici e distributrici, una miglior conoscenza dei momenti di vendita più favorevoli e la possibilità di fornire i titoli di più difficile reperibilità visto che non possiamo né vogliamo entrare in concorrenza con altre librerie sul numero dei titoli, ma sulla qualità degli stessi. Cerchiamo pure di sviluppare una vendita di posters, oggettini, quadernetti, cartoline ecc. provenienti per la maggior parte dall'Inghilterra, che attraggono tutta una fascia di giovani inizialmente poco disponibili alla lettura e che danno un tono più simpatico e vario al lavoro di libreria.