Rivista Anarchica Online
La nostalgia della rivolta
di Massimo La Torre
Quando, una decina d'anni fa, io ed altri ragazzi (età media sedicianni) incominciammo a fare
attività politica, organizzati (si fa per dire) nel gruppo libertario "Era Nuova", ci eravamo fatti
una promessa reciproca: saremmo stati noi "la generazione che non perdona". Avevamo dinanzi
il vuoto lasciato dalla generazione resistenziale che era passata dalla lotta armata all'integrazione
ed alla dimissione, simbolizzate dalla 600 FIAT e dalla tivù in casa. Avevamo dinanzi il caso
della nostra città di provincia nella quale da quasi vent'anni era scomparsa qualunque forma
organizzata dell'anarchismo, e l'esempio di alcune vite che un tempo avevano voluto essere
"sovversive" ma che riuscivano ora ad essere appena "progressiste". Ma sono passati appunto degli anni, e dei
quindici circa di "E era Nuova", quasi più nessuno ha
ancora voglia di cambiare il mondo. C'è chi è diventato magistrato, chi fa teatro d'avanguardia,
chi si è letteralmente "vaporizzato": grandi e piccoli compromessi. Dunque anche per noi sono
bastati degli anni, nemmeno troppi, per farci rientrare nei ranghi, per dimenticare l'urgenza di
quel sentimento di rivolta che riusciva a farci fare levatacce all'alba e chilometri a piedi per
distribuire un volantino ad una fabbrica o farci affrontare i manganelli dei "giovani nazionali" e
dei celerini. Noi, "la generazione che non perdona", siamo oggi premurosi mariti e convinti padri
di famiglia, portiamo eleganti borse di pelle, ci annodiamo le odiate cravatte, marciamo in quegli
uffici che hanno visto i genitori ingrigirsi e noi con la schiuma alla bocca dall'altro lato del
banco. Dico questo, rievoco questa storia, forse scontata, in un certo senso antica quanto il mondo, per
spiegare perché ho sentito così vicina la scrittura di Stefano Terra. Di questo narratore italiano,
abbastanza ignorato peraltro, sono stati pubblicati recentemente il primo e l'ultimo romanzo (La
generazione che non perdona - Bompiani, Milano 1979; Le Porte di Ferro - Rizzoli, Milano
1979), i quali segnano fisicamente i confini di un'esperienza di segno libertario. La generazione che non
perdona fu pubblicato nel 1942 al Cairo, dove Terra si era rifugiato per
sfuggire alla leva fascista, dalle edizioni di "Giustizia e Libertà", e poi ristampato nel dopoguerra
da Einaudi con un nuovo titolo (Rancore). Questo primo breve romanzo, in quanto "opera prima"
di un autore che doveva giungere compiutamente alla narrativa molto dopo, è abbastanza
anomalo all'interno della sua produzione; esso segue la storia politica e soprattutto umana di un
gruppo di "teste calde", ragazzi formatisi nel famigerato ventennio i quali si aggregano attorno
all'esigenza individuale della rivolta. Una rivolta, è bene sottolinearlo per rimarcare la modernità
anche di questo lavoro, che è dispiegata sull'intero fronte dei comportamenti giovanili, e che non
passa esclusivamente lungo l'impegno politico. L'impegno è il prodotto di un'insoddisfazione
profonda per la meschinità cui si è costretti, per la povertà culturale e la sterilità
emozionale di un
Regime fondato proprio sulla mediocre psicologia del piccolo-borghese: la liturgia di Piazza
Venezia, le spacconate dell'Impero, l'attivismo virilista dei Sabati fascisti. La generazione che non
perdona è la storia di un attentato ad una manifestazione fascista che il
gruppo mette a segno prima di sciogliersi, incalzato dalla polizia, come per un pegno di momenti
rivoluzionari decisivi che seppure confusi e ancora lontani si avvertono nell'aria insieme ai primi
rumori di guerra. Dei personaggi del libro non è necessario qui soffermarsi, se non per segnalare
uno del gruppo, Gaspare, dietro il quale s'intravvede l'Autore: una grande testa con i capelli ricci
e la cultura orgogliosa dell'autodidatta, figura che ritornerà in tutti i suoi romanzi svelandone
l'ispirazione nettamente autobiografica. Merita di essere ricordato Mallalocchio, un vecchio
anarchico "capo" di una bidonville, specie di "zona franca" la cui miseria non nasconde la dignità
di spazio libero e la fierezza di proporsi quale embrione della società solidale. In questo romanzo
è rilevante l'impostazione populista che anticipa il neorealismo più maturo del
dopoguerra e le polemiche di Terra contro l'intellettualismo e la cattiva coscienza della narrativa
post-resistenziale. E vi è ancora un qualcosa di non ben definibile (forse dentro l'ambientazione
nella periferia torinese, capannoni industriali e caseggiati popolari, e nei colori che sembrano tutti
graduati tra il bianco e il nero) che rimanda le atmosfere brumose ma crude dei film di Marcel
Carné. Inoltre c'è nelle avventure di quegli adolescenti, nelle loro fughe tra fiumi e sentieri
collinari, il sentore delle scorribande di Huckleberry Finn.
Dai giorni del Cairo di quel 1942 "quando Rommel arrivava a El Alamein e si bruciavano gli
archivi nel cortile dell'ambasciata britannica" molta acqua, vieppiù inquinata, è passata sotto i
ponti. Terra passa attraverso una misteriosa missione in Tracia (che ritornerà come riferimento
appena accennato nei suoi romanzi), rientra in Italia e partecipa alla prima esperienza del
"Politecnico" di Vittorini criticandone la trasformazione in rivista per intellettuali. Nel 1946
lascia l'Italia per andare come corrispondente de "La Stampa" alla Conferenza della Pace di
Parigi, poi sono vent'anni di giornalismo all'estero, soprattutto nei Balcani e in Medioriente. Pian
piano è il ritorno (e l'approdo) all'attività letteraria, pensata in lunghi anni di "esilio": è il
suo
primo successo La fortezza del Kalimegdan (Bompiani, 1956), poi ancora un intervallo e quindi
Calda come la colomba (Bompiani, 1971), Alessandra (Bompiani, 1974) e Il Principe
di
Capodistria (Bompiani, 1976). Accanto ai romanzi crescono alcune raccolte di versi: Il quaderno
dei trent'anni (Mondadori, 1957) e L'avventuriero timido (Guanda, 1968). I suoi ultimi tre
romanzi, prima de Le Porte di Ferro, sono storie di amore e di morte, intessuto
col filo d'argento della solitudine. I loro protagonisti sono figure di uomini unite dalla stessa
autoemarginazione rispetto alle convenzioni ed agli "altri", e assorte, quasi un "mancamento", nel
volontario esilio di se stessi: un'epilessia che è malattia dell'anima e non del corpo. Questi uomini
subiscono e compiono tutti un "tradimento" (tema che già può rinvenirsi ne La generazione
che
non perdona) che è l'abbandono di una donna come della speranza e dell'impegno della
giovinezza. Tante sono le venature che attraversano questi romanzi: le icone ("S. Demetrio su un
cavallo rosso nell'atto di trafiggere un diavolo travestito da Vescovo"), il Monte Pendeli
nell'Attica da cui Atene traeva i marmi per il Partenone, il gusto delle lettere (Irene in Il Principe
di Capodistria ne scrive ogni notte senza mai spedirle) e dei vecchi merletti, l'amore per i gatti.
Ma una di esse può bene riassumere le altre: tutte queste storie (così anche Le Porte di
Ferro)
iniziano in estate e finiscono in autunno. L'arco temporale del racconto è il medesimo: dalla
violenza del sole alla melanconia dei colori soffusi. Dopo l'abbaglio di luce e il caldo raggiante, il
tempo declina, al Giardino del Lussemburgo le foglie ingialliscono e l'alzarsi del vento
preannunzia la prossima venuta della pioggia. "Le prime raffiche della tempesta venivano dal
mare; andai dove il muro cade a strapiombo sulla spiaggia. I lampi scavalcavano le montagne
dell'Anatolia illuminandole. Gabbiani e altri uccelli lamentosi volavano in formazioni
disordinate. La tempesta seguiva la strada dell'alba ancora lontana. Alle mie spalle, nel cuore
dell'isola, continuava a bruciare la montagna del profeta Elias" (Alessandra).
Ne Le Porte di Ferro il Terra del gruppo di giovani rivoluzionari torinesi è l'uomo della
"prodossia" (tradimento in greco moderno), il ribelle e l'"epilettico" si incontrano finalmente e si
fronteggiano, si studiano, divengono amici, ma non possono ormai mutare i loro destini,
proiettati l'uno verso la "lutte finale" e l'altro verso l'accentuarsi del "mancamento". Siamo nel
1946, la seconda guerra mondiale è da poco finita e le Potenze vincitrici si danno appuntamento
con la Conferenza della Pace a Parigi al Palazzo del Lussemburgo. Contemporaneamente il
"movimento rivoluzionario", un insieme composito di gruppi rivoluzionari che non si
riconoscono nell'ortodossia moscovita, libertari e IV Internazionale, organizzano un convegno
per contestare la logica dei blocchi e la spartizione di Yalta. In parallelo e sotterraneamente si
prepara un attentato alla Conferenza della Pace, che clamorosamente riveli la determinazione dei
comunisti antistalinisti. Così su un treno che da Torino via Modane conduce alla Gare de Lyon si
incontrano Gerolamo
Traversa, giornalista disincantato, e Fioravanti, un giovane libertario con simpatie trotzkiste.
L'incontro è tutt'altro che casuale: Traversa, che aveva avuto durante la guerra contatti con i
servizi segreti inglesi e sovietici, viene da questi incaricato di tenere sott'occhio il giovane, il
quale è sospettato d'essere l'organizzatore dell'attentato alla Conferenza della Pace. Ma Traversa
(un Terra maturo e scetticamente dimesso) dinnanzi a Fioravanti (il Terra giovane e focoso)
finisce per assumerne le difese, e fa di tutto per sottrarlo alle grinfie dei "servizi" che lo vogliono
eliminare, anche se continua a guardare all'ardore rivoluzionario con occhio disilluso. L'attentato,
che nella Generazione che non perdona, va a assegno, questa volta abortisce; Fioravanti fugge e
riesce a raggiungere le Porte di Ferro ("Sembra che ancora oggi esista nel cuore dell'Europa una
fascia indeterminata dalle Porte di Ferro alla Tracia controllata da irregolari"), una "zona franca"
sfuggita all'abbraccio delle Potenze vincitrici e gestita dai "banderovisti". "Dentro ci sono non
solo ex-collaborazionisti, ma russi che si rifiutano di rientrare, lituani, estoni, polacchi che non
vogliono diventare sovietici, ucraini contrari a Stalin e agli zar (...), ungheresi della Voivodina
cacciati via e sostituiti da Montenegrini; e poi saccheggiatori, fanatici, sbandati e anche qualche
punta della Quarta Internazionale. Da tempo "Banderovisti" non indicava soltanto i seguaci
dell'irrendista ucraino Stefan Bandera, ma le diverse bande armate e incontrollate". Qui è ancora
possibile lottare armi in pugno contro la spartizione del mondo e sottrarsi alla schiacciante tutela
russo-americana. Tuttavia il centro del romanzo non è la figura di Fioravanti che continua fremente la
propria
milizia tra le foreste dei Balcani e il delta del Danubio, ma è questo Traversa, è Terra a trent'anni
dal Cairo, che con la fuga di Fioravanti perde l'ultimo legame col passato libertario. Fioravanti gli
proiettava il film della giovinezza, gli incideva nel cuore il rimorso di ciò che avrebbe dovuto
fare e non aveva fatto (la "prodossia"), e nello stesso tempo egli al suo contatto poteva dominare
la propria tristezza e il senso di fallimento. La partenza del giovane ribelle segna il distacco
ulteriore di Traversa da ogni forma di impegno e di speranza: accentua la propria solitudine,
volontariamente perde la donna che ama. La nostalgia sprofonda nel "mancamento",
nell'isolamento eccitato ed esaltato dall'alcol, nel continuo avvolgersi nella "prodossia".
"Prodossia" non solo morale, segnata dal distacco e dalla sfiducia, ma "prodossia" esistenziale
che è dentro il gusto pungente del liquore segretamente distillato con le uve del deserto di El
Karem. Cosa può dirsi, infine? Affilare la propria esistenza come quel "pugnale dal manico rotondo"
che
fu spinto nel cuore dei tiranni? Rifarsi alla "comunità della lotta", alla solidarietà che dovrebbe
riconciliare l'individuo all'impegno e alla speranza? Proporre il gruppo come entità in cui il
militante trova anche intera la ragione del vivere? Per quel che mi riguarda, mi auguro solo che il
"mancamento" non giunga a farsi "prodossia", perché allora la solitudine sarebbe mortale.
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