Rivista Anarchica Online
Dietro la crisi della C.N.T.
di Pep Castells i Casellas
La costituzione ufficiale di una seconda C.N.T., deliberata a fine luglio a Valenza da quel settore
anarco-sindacalista che aveva "impugnato" la validità del 5° congresso della C.N.T. (Madrid,
dicembre '79), ha sancito definitivamente la gravissima spaccatura organizzativa in seno al
movimento libertario ed anarco-sindacalista spagnolo. Questa seconda C.N.T., che per
differenziarsi a livello locale dall'altra C.N.T. ha deciso di far seguire alle tre lettere le iniziali
delle varie federazioni regionali, contesta la validità dei deliberati del 5° congresso e di
conseguenza non riconosce i deliberati e gli organi espressi in quella sede. Sul piano delle
relazioni internazionali, in aperta rottura con l'A.I.T. (della quale fa parte da sempre la C.N.T.),
gli "impugnatori" si prefiggono di stringere relazioni con la S.A.C. (Svezia), con l'I.W.W. (quasi
esclusivamente Nord America) e per quanto riguarda l'Italia con il Collettivo autonomo dei
portuali di Genova. Ma la decisione operativa più significativa presa a Valenza è stata quella di
prender parte, in quanto C.N.T., alle elezioni sindacali, finora sempre combattute e disertate. Si
è trattato, secondo gli "impugnatori" di una scelta tattica, che non comporta alcun cambiamento
di valutazione sulle elezioni sindacali in sé.
In Spagna, dunque, vi sono attualmente due C.N.T., ferocemente contrapposte. Il clima nel quale
è maturata e si è compiuta la frattura organizzativa, infatti, è stato e tuttora rimane dei
peggiori:
accuse e contro-accuse, tentativi di sopraffazione anche fisica, denunce di collusione con il
padronato.
Quanto di negativo si era già visto al congresso di Madrid (cfr. il resoconto dei nostri inviati su
"A" 80) è poi esploso nei mesi successivi, rendendo impossibile qualsiasi ipotesi di soluzione
non-traumatica. L'impietosa analisi dell'anarco-sindacalismo spagnolo tracciata da Pep
Castells a un mese di distanza dal congresso di Madrid (cfr. "A" 81), che alcuni avevano
giudicato (o forse solo sperato) troppo pessimistica, si è rivelata purtroppo esatta. Dietro alla
crisi organizzativa della C.N.T., emerge sempre più evidente il suo rapido calo d'influenza ed
iniziativa tra i lavoratori ed i disoccupati spagnoli: le sedi un tempo brulicanti di gente sono
perlopiù deserte, le grandi lotte con i militanti della C.N.T. come protagonisti sembrano quasi
già un ricordo del passato, le grandi speranze e le grandi illusioni non hanno più ragione di
sopravvivere. Si fa al contempo sempre più acuta la coscienza della carenza di un'analisi e di
dibattito approfondito in seno all'anarchismo (non solo spagnolo) in merito ai problemi che
l'accelerata trasformazione sociale pone ai rivoluzionari, alle soglie dell'anno 2.000. Nessun
contributo valido può esser trovato nella ripetizione di vecchie formule o di "nuovi"
slogan. Al di là di molti aspetti tipicamente iberici (quali le tradizionali durissime
contrapposizioni
organizzative ereditate dall'esilio), la crisi dell'anarco-sindacalismo spagnolo mette in luce
problemi e carenze che sono comuni all'intero movimento anarchico internazionale: comuni
sono le grandi tematiche (economia, sindacalismo, ecologia, ecc.) da approfondire e da
dibattere, comune anche la sensazione e lo stato d'impasse che affligge tanti settori del
movimento. La crisi della C.N.T. è in certa misura anche la nostra crisi.
La ricostituzione/ricostruzione della Confederación Nacional del Trabajo, oltre che in gran fretta,
avvenne con un eccezionale mimetismo, riproducendo testualmente, esattamente e formalmente
le strutture. La formazione della struttura organica non fu frutto della necessità organizzativa del
movimento operaio, bensì, allo stesso modo di un partito politico, fu accettato come fatto
pacifico l'organigramma strutturale (ripetizione di quello del 1936), prima ancora che lo
esigessero le necessità dei nuclei confederali, se esistevano. La dimostrazione più lampante ne
è
la costituzione in Catalogna di un Comitato Regionale, senza che esistessero federazioni locali in
terra catalana, la cui attività avesse bisogno di un organismo di gestione a livello regionale.
Pertanto il Comitato Regionale volle organizzare una regionale, invece di attendere che i vari
sindacati e federazioni locali lo richiedessero. Venne completamente trascurata, distorcendo la storia,
l'evoluzione della CNT dal 1910 al 1936.
E nel 1976, dimenticando quarant'anni (tanti furono), si ricostituisce l'organizzazione come se si
trattasse semplicemente di un'uscita dalla clandestinità. Se a ciò aggiungiamo i vari gruppi ed
interessi che convergono nell'assemblea di Sants, ci rendiamo conto dell'errore storico che allora
si commise. Son ben convinto che ora non serve a nulla piangere su quell'errore. Non sto facendo
un dramma per quella situazione e neppure mi domando che cosa sarebbe accaduto se gli
avvenimenti fossero andati diversamente. Voglio solo riflettere su dei fatti del recente passato,
per cercare, oggi, di incidere sulle conseguenze di tali fatti, conseguenze che ci stanno sotto gli
occhi, attualmente. Parlo delle strutture, perché le concezioni basilari dell'anarcosindacalismo
continuano a sembrarmi utili. Dico utili, e non buone o vere. Mi riferisco al federalismo come
forma di organizzazione, all'azione diretta come strategia quotidiana ed avente come fine
l'emancipazione. Concezioni, queste, che nulla hanno a che fare con l'esposizione demagogica e
quasi folcloristica cui ci ha tanto abituati certa stampa confederale e libertaria. Accettati questi parametri, mia
intenzione è proporre alla discussione la seguente ipotesi: la
Confederación Nacional del Trabajo è stata ed è l'epicentro della disgregazione e della
disorganizzazione di quel che dovrebbe essere, secondo me, il movimento libertario spagnolo. Il
mio ragionamento poggia su tre dati. Una prima causa sta nelle diverse interpretazioni nei
riguardi della ricostruzione della CNT tra gli anarchici. La seconda, molto spesso in rapporto
simbiotico con la prima, si basa sulle diverse interpretazioni del ruolo della CNT nella società
attuale. Ed una terza causa è da ricercare nelle diverse maniere di vedere il ruolo degli anarchici e
delle organizzazioni anarchiche nei riguardi della CNT. La ricostruzione della CNT, ovvero il metodo attraverso
il quale si è giunti a tale situazione, è
ancor oggi, dopo quattro anni, motivo di discussione. Nel dibattito, tutti vogliono "incolpare" gli
altri per quell'errore. Gli anziani dell'esilio, amministratori del carisma, incolpano i giovani
antiautoritari perché hanno lasciato infiltrare le loro file dai marxisti, dai consigliari, ecc.; gli
anarchici eterodossi incolpano i puri di aver permesso che i verticalisti (provenienti dalle
poltrone del sindacato unico franchista, nonostante i loro anni di "Carcere" la vecchia militanza,
ecc.) si servissero, per la ricostruzione della CNT, di fondi e locali dell'amministrazione. E infine
i marxisti di ogni genere non possono incolpare nessuno, poiché miravano ad altro e si rendon
conto della loro ingenuità. Molti furono gli anarchici e gli anarcosindacalisti che si ritrovarono alla
prima assemblea tenuta
al Sants: anarchici ed anarcosindacalisti nel significato più ampio dei termini, ma provenienti da
diversi gruppi e con diverse colorazioni. In quel momento nessuno pensava che quelle
colorazioni sarebbero state fonte di tanta discordia. Il settarismo, la discussione per ottenere il
favore degli amministratori del carisma da un lato e la lotta per ignorarli dall'altro, bloccarono
qualsiasi possibilità di intesa tra gli anarchici che intendevano agire insieme per la ricostruzione
della CNT. Certamente un elemento di discordia sarà sempre rappresentato dall'altro lato della frontiera.
Atteggiamenti che saranno sempre giustificabili "umanamente", di fatto, sul terreno storico-sociale hanno comportato
il fallimento di un'intesa tra tutti gli anarchici ed anarcosindacalisti. Il
peso storico delle sigle ed il costante, sanguinoso scontro per controllare la loro amministrazione,
han trascinato dall'opportunismo più miserabile al più completo disgusto e disinganno masse di
giovani che si son perduti nell'assenza di qualsiasi alternativa organizzativa. Dal patrimonio storico si doveva
recuperare ciò che c'era di contenuto propulsore (nel senso
filosofico della parola) e che poteva essere utile per una società industrializzata con televisione a
colori e automobili utilitarie. Le concezioni morali-paternalistiche delle vecchie vittime
dell'esilio erano, per la giovane generazione che allora si stava affacciando, una riedizione
dell'autoritarismo franchista. Non facevamo distinzione (e credo che ciò ci renda ancor più
anarchici) tra la pressione del padre-franchista e quella del padre-vecchio-rivoluzionario che ci
doveva guidare lungo la strada dell'emancipazione. Avevamo ormai respinto l'educazione,
qualunque fosse, e non avremmo accettato quella di coloro che si ergevano a nostri predecessori
in altre lotte. D'altro lato, una concezione generalizzata di dovere e dogmatismo tra gli "anarchici", tra gente
giovane per età, sosteneva quella posizione contro di noi e di conseguenza dava peso a quello
scontro. Ed è qui, in questa concezione dogmatica della militanza, che, curiosamente, gli
anarchici più ortodossi e dogmatici (nonostante le sigle che si davano) trovano esatta
corrispondenza con quelli provenienti dal campo marxista più autoritario. Questo accoppiamento
contro natura, e ancor più ad onta dei suoi componenti, non viene infranto che dalla lotta che
intraprendono tra loro per il controllo degli organismi di gestione. Tutt'e due le correnti
d'opinione concordano in quei momenti nei loro attacchi contro il settore eterodosso (a torto
chiamato dei pasotas , fricchettoni) che cercherà, invece di consolidare innanzitutto una
struttura,
di coagulare quanti più possibili settori antiautoritari, potenzialmente anarchici. C'è da dire che
nel 1976 c'erano pochissimi anarchici, anche se erano in molti a chiamarsi così. Da allora ne son
"cresciuti" molti altri.
La C.N.T. nell'anno 2.000
Prima del febbraio 1976 c'era stata tutta una serie di avvenimenti nel mondo che avrebbe dovuto
essere analizzata in modo sereno e approfondito. La morte di Franco, logicamente, diviene una
valvola di sfogo e di euforia e coloro che si sono impadroniti di tutto in quarant'anni, ora che si
vedono senza "capo", senza "maestro", senza "padre", vogliono fare la rivoluzione in quattro
giorni. L'evoluzione delle Comisiones Obreras, la concentrazione industriale dopo gli anni '60, il maggio
'68, la massificazione dell'università in Spagna e soprattutto la crisi del sindacalismo europeo,
erano argomenti senza importanza per noi che ricostituimmo o ricostruimmo la CNT nel febbraio
del 1976. Nessuno può negare che l'esperienza delle Comisiones Obreras è importante per il
movimento
operaio spagnolo fino al 1974. Un dato modo di fare sindacalismo, frutto della necessità del
momento ed in risposta ad una data situazione politica dà significato alle originarie Comisiones
Obreras. Nessuno può negare che le C.O. sono più un comportamento politico, quasi di
resistenza, nello spazio sindacale piuttosto che un atteggiamento rivendicativo contro la
concezione capitalista della società spagnola. Il PCE, con enorme opportunismo, riesce a
recuperare perfettamente la lotta delle C.O. alla morte di Franco e non riuscendo a conquistare il
Sindacato Unico, sotto il suo controllo, trasforma le C.O. in un sindacato, in cui ciò che è
importante è l'apparato, più che la composizione. Apparato che, naturalmente, è controllato
dal
PC. Ma la CNT non poteva cadere nella trappola, non doveva. La CNT non doveva contrapporre ad
un apparato un altro apparato, un'altra struttura: non dovevamo entrare nel campo della
concorrenza sindacale. Era necessario mettere in discussione il ruolo e la capacità del movimento
operaio, analizzare il complesso panorama politico spagnolo aperto ad una democratizzazione
liberalizzatrice, il cui unico obiettivo era l'addomesticamento del movimento operaio e il suo
controllo attraverso la legalizzazione delle centrali sindacali. Ed avviene nuovamente una differenziazione tra
gli anarchici. Da un lato coloro che difendono la
costituzione di un sindacato (riformista, anche se si chiama anarcosindacalista) e quelli di noi che
sostengono che c'è da mettere in discussione il sindacalismo per riuscire ad esercitare nella
società attuale un'influenza pari a quella che l'anarchismo aveva negli anni '20 e '30. Ora è chiaro
che un errore dell'anarchismo spagnolo è stato quello di dedicare i suoi sforzi esclusivamente alla
CNT. La CNT doveva sovraintendere al rapporto dell'anarchismo con le lotte rivendicative sul terreno
della produzione (sindacalismo). Ma allo stesso tempo l'anarchismo doveva essere in grado di
creare una coscienza culturale e spirituale in tutto il terreno sociale. Ciò evidentemente significa
mettere in discussione gli schemi strutturali della CNT e questo fa paura a quegli anarchici più
dogmatici che non san che fare al di fuori dei comitati della centrale anarcosindacalista. Non c'è
sindacalismo possibile in campo imprenditoriale. L'integrazione e la specificità nelle
categorie professionali stanno dividendo i lavoratori. Da un lato tra quelli che sono occupati e
dall'altro tra questi e coloro che non hanno o non vogliono un impiego. Si può solamente
impostare una lotta contro l'impresa, e teorizzare questo senza alcun fine mediato
rivendicativo.
Oggi non c'è più possibilità di successi momentanei o temporanei in una fabbrica. Si
può solo
intraprendere una lotta frontale contro l'imprenditoria, per quel che rappresenta e al di fuori del
rapporto concreto padrone-salariato.
Gli anarchici e la C.N.T.
I fatti degli ultimi decenni, in campo sociale e lavorativo, hanno già risolto la vecchia discussione
sul ruolo degli anarchici nei sindacati. Forse in un gioco di fantascienza sarebbe curioso vedere
come, a questo proposito, si comporterebbero Malatesta o Bakunin. Ma questo tipo di equilibrio
o gioco è proprio di quelle dottrine che sono in grado di giungere ad essere neo-... (qualcosa).
Penso che se l'anarchismo come ideologia (?) ha ancora una sua utilità, lo deve all'impossibilità
che esista il termine neo-anarchismo. In Spagna dopo il 1939 non ci sono stati anarchici finché non
c'è stata la CNT. Questo è un
fattore tremendo che contrassegna, condiziona e riduce la capacità dell'anarchismo spagnolo. La
comparsa storica del sindacalismo apolitico, federativo, nel 1911 è conseguenza di tutto un
lavoro educativo, culturale, cioè intellettuale dell'anarchismo spagnolo per lunghi anni.
Quest'opera culturale scompare in Spagna con la sconfitta della rivoluzione nel 1939. Nel 1976,
dunque, si rilancia nel dibattito la CNT (cogli errori già ricordati) e senza che in Spagna ci sia
stato per le generazioni più recenti un minimo di cultura non ufficiale. Avendo, invece, queste
generazioni subito un'educazione costantemente in lotta con quella ufficiale del potere (la morale
dittatoriale borghese) e con quella ufficiale dell'opposizione formale (marxista, nata dal potere in
quanto questo vi concentrava formalmente tutti i suoi attacchi). Voglio dire che le generazioni
che arrivarono a riunirsi a Sants nel febbraio del 1976, erano state educate da preti o da marxisti. Alcuni di noi,
dopo anni, arrivarono per evoluzione intellettuale all'anarchismo, altri per eredità
più o meno familiare e molti altri per "ribellione" o per disillusione e stanchezza verso tutte le
formazioni politiche. In qualche modo queste diverse maniere di etichettarsi anarchici
contrassegnarono successive differenziazioni nella concezione del ruolo degli anarchici nella
CNT. Da un lato, commettendo lo stesso errore che a proposito della CNT, un gruppo di anarchici
deciderà la costituzione della Federazione Anarchica Iberica. In qualche modo, i problemi emersi
per la centrale anarcosindacalista si ripeteranno in campo specifico. In questo campo, i più
ortodossi saranno incapaci di accettare il fatto di non essere tutto il continente anarchico e si
sforzeranno di assumersi "la rappresentatività assoluta" dell'anarchismo spagnolo, come se ciò
fosse possibile. Questo li porterà persino, appoggiati da vecchi militanti della F.A.I. (molti in
esilio o nell'esilio mentale nei riguardi del nostro tempo) a volersi erigere in "salvatori" della
centrale anarcosindacalista. L'assoluto interesse e l'unico obiettivo sarà per loro la CNT e ciò li
porterà ad un protagonismo assurdo che finirà per ridicolizzarli e per ridicolizzare la CNT. Il
settore più "progressista", più aperto, in grado di affrontare la situazione e di proporre una nuova
discussione sul concetto di organizzazione anarchica, verrà espulso dalle poltrone (carismatiche)
da parte di quegli altri. Ciò è in qualche modo evidenziato in Catalogna dallo scontro avutosi tra
le Gioventù Libertarie e la FAI nel giugno del 1980 (credo che l'articolo pubblicato su Ruta,
organo delle G.L., dal titolo "Dalla miseria ideologica ad un programma anarchico" sia il
migliore pubblicato ultimamente su una rivista libertaria spagnola). Al di fuori di quella concezione ortodossa
che vuol mantenere ad ogni costo la struttura organica
dei gruppi anarchici, esiste tutto un insieme immenso di settori diversi che si autodefiniscono
anarchici. Da un lato quelli che per principio respingono qualsiasi collegamento con la CNT e
che si definiscono "Gruppi Autonomi Libertari", la cui attività è centrata sulla propaganda (molto
spesso attraverso l'azione) contro il lavoro salariato e il carcere, come puntelli del sistema. Questi
gruppi sono stati duramente perseguitati e "puniti" dalla polizia e dalla guardia civil. Un'altra corrente anarchica,
che potremmo chiamare eterodossa, propugna un ampio dibattito
(non mi riferisco ad uno spazio concreto e ad una data precisa) che mette in discussione le
vecchie teorie del sindacalismo per una visione globale della società attuale. Gli eterodossi, in
qualche modo, sarebbero coloro che più ampiamente analizzano il campo anarchico sulla base
della sua capacità di accettare l'esistenza di diverse correnti. Su questo ampio ventaglio si
dovrebbe potenziare l'"internazionalismo" dopo aver chiarito la vecchia massima anarchica di
andare contro lo Stato. Non perché non abbia significato, bensì per
l'internazionalizzazione del
Potere e la sua concentrazione nella Trilaterale al di sopra degli "Stati". La grande differenza, oggi, in Spagna,
tra gli anarchici (se questa parola definisce coloro a cui ci
riferiamo) sta indubbiamente nella concezione sindacale. Gli anarchici più ortodossi (molti sono
nella FAI) si son trasformati in operaisti ad oltranza, con delle concezioni morali a proposito di
lavoro, di produzione e di lotta rivendicativa tali da portarli a concordare in pratica con le
concezioni più riformiste dell'anarcosindacalismo. D'altra parte, tra gli eterodossi e tra gli
anarchici non trincerati nella CNT, si discute il criterio morale del lavoro e della lotta
rivendicativa e di conseguenza la validità o utilità di dedicare gli sforzi ai sindacati. Ritengo
che ora sia questo il grande "impasse" dell'anarchismo spagnolo e forse anche,
purtroppo, della Confederación Nacional del Trabajo.
NOTE PER LA LETTERATURA:
1. I termini vecchio e giovane nel testo non fanno riferimento all'età anagrafica. Ci sono
anarchici sessantenni giovanissimi, così come ci son giovani venticinquenni completamente
isolati.
2. All'inizio del testo faccio una differenza tra ricostruire e ricostituire. Ho visto in parecchi testi
usare indifferentemente i due vocaboli anche se per me la differenza tra istituire e costruire è
notevole, in quanto la prima accezione significa istituzionalizzare e la seconda creare ex novo,
iniziare. Ad ogni modo, a parte il voler sottolineare questa differenza, non metto affatto in
discussione i concetti che esprimono.
3. I riferimenti all'estero non si debbono prendere come cenni a qualche settore concreto. Sia dei
fallimenti che degli aiuti sono responsabili gli uni e gli altri e altri ancora.
4. Riguardo alla concezione operaista di alcuni anarchici, che si esprime tra l'altro con un
anti-intellettualismo morboso, e per provare che non esagero, si può parlare con chiunque abbia
assistito al Pleno Regionale di Catalogna di luglio o chiedere agli organi competenti di
consultare gli atti e soprattutto osservare le mozioni sul periodico Solidaridad Obrera.
|