Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 10 nr. 86
ottobre 1980


Rivista Anarchica Online

La rabbia operaia
di Piero Flecchia

La necessità di cronaca è la necessità inesauribile di menzogna del nostro tempo. La cronaca è sempre il racconto straordinario, favoloso, che puntualmente conferma tutte le speranze, i millenni, le dottrine: almeno questo, una serena rilettura dell'autunno caldo dovrebbe insegnare, e del miracolo(!) economico. Insomma, perché oggi non si abiti il mondo del perfetto marxcomunismus, o il futuribile di cuccagna, a stare alla cronaca, assolutamente non si capisce. La logica dei fatti era altra. E la cronaca costruita su quei fatti era dunque un "velamina", un oscuramento, ergo uno degli "arcana imperi", un sempre perfettibile strumento della dominazione. Ecco perché non posso leggere senza trovare una sorta di inquietudine dello "spirito" l'allegro titolare dei giornali tra i fatti di Danzica e di Torino. Rieccoci allo scatenamento del fantastico e dell'illusorio, ma per coprire che cosa?
Sono gli stessi operai della Mirafiori, e della ben più disperata Rivalta: dove i licenziamenti dovrebbero fare un autentico massacro, a richiamarsi esplicitamente agli operai polacchi, con bella provocazione "dadaista" alzando il ritratto di papa Woitila: evidentemente anche tra gli operai però il dadaismo è inegualmente distribuito, perché il ritratto viene aggredito e strappato: ma forse anche questo è dadaismo: neo....
I fatti di Polonia dunque incontrovertibilmente c'entrano. Senza i fatti di Polonia mancherebbe ogni referente di lotta mobilitante. L'attuale scontro, proviamo a togliere i fatti di Polonia di mezzo, apparirà come il sinistro momento di un inarrestabile riflusso che si spiega perfettamente con il linguaggio manageriale dell'auto. I francesi hanno espulso dalle loro linee di montaggio migliaia di portoghesi: li hanno fisicamente accompagnati alle frontiere con una manciata di franchi come indennità, e così i tedeschi con turchi e jugoslavi, perché la Fiat dovrebbe fare diverso?
Togliamo di mezzo i fatti di Polonia e l'attuale lotta appare come l'altra oscillazione del pendolo; durante la quale quei gruppi, o cricche dirigenti che avevano acquistato peso facendosi portare dalla classe operaia, con la sconfitta della classe operaia perdono prebende e peso. Detto cinicamente, questo è il tempo che i funzionari Fiat tornano a guadagnare più dei funzionari della triplice e dei traffichini politici nazionali e locali. Questa redistribuzione del potere ha il suo risvolto atroce nel licenziamento, politicamente, e quindi anche economicamente: perché non esiste economia in sé, ma solo economia politica: dove l'aggettivo decide del sostantivo; licenziamento operaio atroce, ma necessario, perché il potere politico italiano è assolutamente incapace di alcuna decisione economica, che non subordini il tutto al nudo parassitismo, al più triviale e brutale clientelismo. Dietro l'ostinata difesa dell'accordo Alfa-Nissan del ministro De Michelis si sente, fisicamente si avverte il fortore delle bustarelle nipponiche a politici e sindacalisti, in un trasparente disegno di ripetere l'operazione già clamorosamente portata avanti con le moto. Ricapitoliamo brevemente, perché gli scandali sono tali e tanti. La Honda ottiene il permesso di costruire una fabbrica di moto in Italia, nella ovvia zona depressa, e si impegna a sviluppare un cospicuo terziario. Si assumono circa 300 operai, che non faranno mai niente, perché le moto arrivano già assemblate dal Giappone, se non addirittura da Malaysia o altra nazione di nera miseria. Eppure mai nessuno che nella operazione Alfa-Nissan abbia, rifacendo la cronaca, evocato l'altro colossale bidone made in Japan, come volevasi dimostrare riflettendo sulla necessità insondabile, abissale di menzogna della cronaca.
Orbene, questo il panorama, ma i sindacati, pur putridi, pur ignobili, esattamente come il clero, rappresentano, si arrogano il diritto di rappresentare il crocefisso: quei licenziati: tanti, troppi, che non hanno altra speranza. Ergo la dignità immarcescibile del sindacato: il nostro obbligo, la nostra dura condanna a dover stare dalla loro parte; di questi affamatori al pari di Agnelli, ma che, molto più accortamente di Agnelli hanno occupato la sponda della pietà, dell'affetto, del soccorso al debole. La sponda della speranza. Proprio qui è la straordinaria novità polacca: gli operai polacchi hanno rifiutato il sindacato polacco, ma questa è ancora una mezza verità da cronaca triplicista. Quando gli operai polacchi si sono messi in sciopero sono stati, in quel preciso istante, categoricamente rifiutati dai loro sindacati che, memori di un certo Kadar, li hanno insultati: "Ecco dei provocatori!". Insomma, non è vero che gli operai polacchi hanno rifiutato i sindacati polacchi: sono stati i sindacati in primis, a rifiutare di rappresentare la rivolta operaia polacca. Di qui la necessità per quegli operai di ricostruirsi organi che li rappresentassero: i cosidetti "nuovi sindacati". Quando gli operai di Rivalta e Mirafiori tracciano l'equivalenza Danzica-Torino sono dunque culturalmente fuorviati, perché i loro sindacati non hanno, per il momento, derogato a rappresentarli. Anche se i vari Lama e compari, hanno avuto spesso la tentazione di fare questo passo, soprattutto là dove e quando hanno chiesto agli operai di lavorare di più, fino ad impegnarsi, davanti al padronato, a farsi attivi fattori dell'aumento della produttività. La qual tesi, a ben riflettere, è d'una comicità scompisciante, ma il marxismuskultur ha così mal conciato troppe teste, che le barzellette culturali, non basta raccontarle, bisogna anche spiegarle.
A ben riflettere, da che mondo è mondo, una classe dirigente è tale perché riesce a far lavorare i gruppi subalterni. Orbene, se Lama riuscisse a far trottare in proprio gli operai, sarebbe una così imminchionita Lama, da lavorare al servizio di Agnelli?! Nossignore, darebbe immediatamente un calcio in culo al vecchio padrone per piazzare il suo fresco padronal-culo sulle spalle del popolo. L'un e l'altro sul collo vi sta è una trovata manzoniana, ergo tipicamente kultur-cattolica. Il prete ha sempre delegato lo sfruttamento a qualcun altro: il feudatario, il borghese, il militare, agendo come elemento di intercambio: come scambiatore di odio tra le masse: insegnando alle masse ad odiare la vita: il male di vivere, invece di odiare il dominio, e come categoria astratta, come struttura storica: il padrone che ti assalaria.
Ricapitolando: in Italia il sindacato è ancora ben saldamente il rappresentante dei lavoratori. In Polonia non lo è stato non per iniziativa degli operai, ma perché si è rifiutato: orripilato di rappresentare una classe operaia globalmente parassitaria e provocatrice: figlia unigenita (o quasi) nei cantieri navali, del Kapitalismus. Nulla di tutto questo in Italia, anche se le tentazioni della banda Lama Benvenuti Carniti è, alla base e ai vertici, forte tentazione. Ma nel dramma storico nessuno sceglie la propria parte, neanche Agnelli. La triplice è inchiodata al rio destino, per cui riceve prestigio aperto (tra le masse) e occulte (del kapital) prebende, solo in ragione della sua forza.
Ma da Agnelli non ci sono più speranze di prebende: Agnelli è l'imprenditore in clamorosa rotta, a differenza del giallo, del quale lui vorrebbe (l'Agnelli) evocare il nefando pericolo. Quando si cade in tali ingenuità si è ormai vicini a perdere il potere: qui è la chiave di tutto. La rivolta operaia contro un padrone che non è più capace a farli lavorare, ergo indegno di essere tale, questa rivolta operaia non ha altra memoria culturale, oltre la rivolta contro il padrone storico: a Mirafiori come a Danzica. Ma proprio in questa assenza di prospettiva è la terribile, bestiale (in quanto è proprio della bestia il consegnarsi tutta al libertario e liberatore qui e ora) forza della classe operaia. Se gli operai riflettessero sulla necessità del lavoro, sui guasti dell'assenteismo, sarebbero dei capitalisti: cioè prenderebbe in proprio la gestione della fabbrica, o globalmente e come gruppi, espellendo Agnelli e i sindacati. L'operaio deve essere irresponsabile: lo deve dalla sponda dei sindacati e del padrone, o cessa la condizione operaia. Ma la condizione operaia, quale ogni sistema scientemente vuole, edifica, produce con l'assoggettamento la nuda rivolta. La rivolta barbara e disperata: il grido "Brucia bambino, brucia!" dei ghetti negri. La necessità di Agnelli è il controllo sulla fabbrica, perché una fabbrica assistita porterebbe, a breve, all'espulsione del capitale privato dalla Fiat e al trionfo del capitale di stato, come nella Renault o nella Volkswagen.
Ecco il pericolo e l'effetto della rivolta operaia Fiat: il pericolo per il sistema, perché allora il sindacato dovrebbe rivelarsi veramente il garante dell'ordine politico nelle fabbriche come in Polonia. Ma la cultura politica italiana non è solo plebeo e semplificatore marxdilectismus; c'è anche la sapiente manzoniana componente cattolica, da tempi immemorabili perfettamente e lucidamente cosciente della necessità di mediazioni e compensazioni e ripartizioni tra compari entro la sfera del dominio, per cui il mondo appare come una sorta di inconoscibile universo dove a un tempo si domina e si è dominati: mondo della disperazione e della miseria, dove la felicità è la menzogna più nefanda, per cui occorre, emerge, si afferma la necessità di un altro: paradisinfernale, che rimanda al qui per traslazioni e compensazioni.
Insomma, è fin troppo facile comprendere che i sindacati oggi devono essere sconfitti, perché in Italia comandano dei cattolici e non dei marxisti; dei cattolici che vedono lungo. Una vittoria operaia su Agnelli aprirebbe un dramma ben più grande dell'opposto. Infatti negli anni '50, stesse cricche dirigenti al potere, stessa l'ottica culturale, la Fiat licenziò massicciamente, avviando l'epoca del dominio assoluto cattolico. I nuovi licenziamenti Fiat, tra altri dieci anni offriranno il deserto, come già accadde negli anni '60 a gloria del gruppo Moravia, di avviare una bruciante inchiesta sui licenziamenti negli anni '80. È il moto perpetuo applicato alla sociologia: non però così facile da attuare, come da progetto. Nel calcolo pianificato gioca l'enigma della forza della rabbia operaia: che contro tutte le logiche rompe gli indugi e occupa gli stabilimenti bloccando la produzione. L'alchimia è: usare tanta rabbia da spaventare gli operai stessi, esattamente come negli anni '70 si era usata la giusta misura di rabbia per spaventare gli apparati padronali. Questa l'alchimia rovesciata e audace degli anni '80 dalla parte del dominio democristiano. Riuscirà la DC a tanto?
In ogni caso bisogna ammirare gli artefici del difficile gioco. Questi ostinati morotei da sempre: questa gente che si accampa sulle rabbie altrui, sulle altrui rivolte e sofferenze: a Torino come a Danzica. Davanti alle alchimie cattoliche tutto il resto diventa poca cosa. Poca cosa l'operaismo, a proposito del quale, e come cultura e come capacità di iniziativa, emergono dagli anni, dolorosamente vere, le amare considerazioni di Camillo Berneri; diventa poca cosa la strategia padronale; diventa poca cosa il movimento sedicente rivoluzionario e tutto il sè immaginante progressismo. L'arcaico, il profondo, il remoto indominabile è all'azione qui come a Danzica, parola vera e santa di Komeini: ecco il referente ultimo. Il paesaggio culturale allucinato che si va componendo; e che con il suo sempre più preciso individuarsi ci permette di leggere chiaro nella vittoria della élite bolscevica: una sorta di rovesciamento della bilancia, rispetto alla spinta laica ottocentesca.
C'è una lunga e complessa partita, i cui termini solo ora incominciano a chiarirsi, e per assumere, là dove si fa chiaro, i tratti di una strategia che rimanda all'ironia trasparente di Errico Malatesta, per brevi considerazioni pervenuto a una lucida comprensione dei termini esatti del problema. Da una parte sta la rabbia degli oppressi: solo momenti di chiarificazione e di semplificazione, dall'altra tutta una serie di successivi problemi che si rimandano circolarmente. A Danzica, come a Torino, come altrove, la domanda capitale è: la spinta degli oppressi sarà così forte da far saltare i rimandi circolari, facendo emergere le nude strutture de-prestigio del sistema della dominazione. Ma così individuato il cuore del problema, sorge allora la domanda malatestiana: attraverso quale linea di condotta mutare il panorama culturale degli asserviti, senza rilegittimare culturalmente la dominazione? Insomma, come si inserisce nello scontro una cultura della libertà? Una cultura che trapassi da domanda di libertà, sempre generica e ribaltabile in autentica, interna: dentro il movimento, produzione di libertà?
Il fatto che in Polonia sia nata una ipotesi di risposta, locale e non capitalizzabile: perché mi sembra che gli operai polacchi abbiano chiaro che la struttura che esprimono può sempre rivoltarsi contro chi la esprime, dovrebbe indurci a una affermazione di assoluto primato dell'esser-ci nelle situazioni: la libertà è rifiuto della storia della vicenda, in favore di una presenza nella vicenda. Il carcerato deve modificare il carcere, l'operaio la fabbrica, l'intellettuale non ha luogo, deve al più riscattarsi come produttore di vicende: macchina per sognare; ma soprattutto ogni uomo deve esserci nel momento onnicomprensivo del sociale: la sua vicenda di cittadino.
Ecco il primato del generale riemergere: la libertà deve essere affermata nel senso più vasto e totale: assembleare, per poi tradursi localmente. Esiste insomma un formalismo della libertà, che contiene tutte le libertà, che procede e ci conduce a individuare nella rivolta totale, bakuninista, molto più che una nuda negazione. È una negazione dalla parte dei dominatori, che vogliono imporre una lettura culturale a loro simpatica della rivolta; dalla parte dei dominati anche la nuda rivolta: la rivolta senza speranza del carcerato, per esemplificare, segnala uno spazio di libertà interiore che sorge e chiede udienza, vuol farsi discorso sociale.
C'è insomma, non solo preconsciamente, una autentica operazione di libertà già nella nuda rabbia operaia, perché essa va oltre, segnala altro. Di questo altro, da Danzica a Torino, qui speriamo di aver individuato il segno.

A Danzica mi hanno detto che...

Non credo che si possa parlare di aspetti libertari nelle lotte dei lavoratori del Baltico. Preferisco parlare di democrazia operaia. Ex-militante di un gruppo anarco-comunista (ma oggi non mi riconosco più nell'anarchismo), Beppe De Simone era a Danzica a fine agosto, nella fase cruciale dello sciopero. La cronaca della sua esperienza è apparsa su Lotta Continua: un'esperienza eccezionale, che ha vissuto dal di dentro, parlando con gli operai nei cantieri Lenin occupati, con i leader del movimento come Walesa e la Valentinovich, con la gente per le strade e durante la cronaca diretta delle trattative. Ecco, questa cronaca diretta delle trattative era davvero impressionante: nel cantiere ed in città la gente ha potuto seguire senza intermediazioni l'andamento delle trattative, facendo in qualche modo pesare subito la sua opinione. E sì, perché la comunicazione diretta funzionava a doppio senso: anche i delegati operai ed i rappresentanti governativi impegnati nelle trattative sentivano "in diretta" come reagiva la gente nel cantiere. E dovevano tenerne conto.
Ma chi erano i delegati operai? Come erano stati designati?
Ogni fabbrica occupata eleggeva 2 delegati al M.K.S., il Comitato interaziendale di sciopero, il quale a sua volta eleggeva il presidium con l'incarico di gestire le trattative con la controparte. Tutto alla luce del sole, però, con la garanzia che tutti i lavoratori potessero sapere subito quanto andavano facendo i loro delegati. Non bisogna scordare che questa democrazia operaia è il risultato di un lunghissimo lavoro, è il frutto dell'assimilazione di più lezioni storiche. Il discorso torna inevitabilmente alle origini della protesta operaia in Polonia, scandita da date ormai ben conosciute: la rivolta del '56 repressa nel sangue, quella del '70 con gli operai uccisi davanti ai cantieri Lenin (una cinquantina di morti secondo le stime ufficiali, ma la gente dice che furono migliaia), gli scioperi alle fabbriche Ursus e Radom nel '76. E poi l'attività più o meno clandestina del K.O.R., di gruppi di intellettuali, e di cattolici, spesso passivamente tollerati dal regime perché, pur critici, dichiarano esplicitamente di riconoscersi nel regime vigente.
Se non si tiene conto di tutto ciò, diventa arduo comprendere come sia stato possibile che un milione di lavoratori del Baltico (su di una popolazione baltica di 6 milioni) siano scesi compatti in sciopero: e sciopero, in un paese come la Polonia dov'era assolutamente vietato scioperare, significa subito occupazione e presidio della fabbrica.
Che cosa dicevano in genere i lavoratori del Partito e delle sue vicende interne?
Tra società e partito c'è un abisso. I tecnici, i capi, le varie figure di aristocrazia operaia, insomma tutti quelli che hanno fatto "carriera" con la tessera del partito in tasca, erano fuori dallo sciopero. A molti abbiamo chiesto che cosa pensavano dei cambiamenti di quei giorni al vertice del partito, e tutti ci hanno risposto che non gliene fregava proprio niente. Nessuno coglieva quei sottili distinguo tra falchi e colombe su cui si è sbizzarrita la stampa all'estero. Anche quelli che qui in Italia sono stati fatti passare come punte democratiche (tipo Kania, il nuovo segretario del partito) venivano definiti da tutti "merde", e basta. L'unica cosa che li interessava davvero erano i famosi 21 punti e il dibattito si animava quando si trattava di decidere quale atteggiamento tenere di fronte al previsto tentativo governativo di accettarne alcuni per respingerne altri. Su uno in particolare nessuno era disposto a cedere, ed era il sindacato libero.