Rivista Anarchica Online
Sindacati e classe operaia oggi
Nato come organizzazione della classe operaia, è
diventato l'organizzatore della classe operaia. Così potremmo
riassumere lo sviluppo dei sindacati. Ma i sindacati non sono solo i controllori del movimento operaio,
oggi essa
sono una delle forze di potere della società italiana, un elemento da consultare prima di ogni
decisione politico-economica rilevante. Guardando indietro nel tempo dobbiamo constatare quanta
strada abbia fatto il sindacalismo riformista e rilevare
che se agli inizi del secolo esso doveva spingersi su posizioni meno opportunistiche era solo
perché la presenza
di un forte sindacato rivoluzionario e libertario, quale l'U.S.I., con la sua linea e condotta, gli imponeva,
almeno
nel linguaggio, posizioni meno rinunciatarie. La sconfitta del sindacalismo rivoluzionario è
segnata dalla "rivoluzione mancata" dell'occupazione delle
fabbriche e dalla "controrivoluzione preventiva" del fascismo al potere. All'indomani della guerra
il solo sindacato che riesce a ricostituirsi, a darsi strutture stabili e ad imporsi ai
lavoratori è quello riformista siglato C.G.I.L.. Oggi, superate le crisi causate dalle scissioni
C.I.S.L. e U.I.L., e in
procinto di riunificarsi anche formalmente, i sindacati si presentano come una delle forze-guida dello
sviluppo
sociale ed economico. L'aver trovato una loro collocazione all'interno dell'area di potere ha portato i
sindacati
ad assumere, nel medesimo tempo, una struttura altamente gerarchizzata e funzionalmente
decentrata. A prima vista i due aspetti parrebbero inconciliabili, ma non è così, anche
questo modo nuovo di dirigere e
controllare le masse è tipico dei paesi in cui la classe operaia ha ancora un buon grado di
combattività. Al vertice della struttura sindacale stanno dei professionisti della "dirigenza
operaia" cioè degli specialisti che
hanno un'alta conoscenza del modo in cui le masse devono essere dirette. E' sintomatico rilevare che
questa
nuova dirigenza sindacale è solo in minima parte composta da ex operai (oggi una minoranza
veramente esigua)
mentre la quasi totalità è formata da laureati in scienze economiche e sociali, cioè
di specialisti del potere. A
questo vertice fa da contrappunto (passando attraverso una schiera di quadri intermedi) in modo
funzionale e non
antagonistico, la struttura decentrata e periferica dei consigli di fabbrica e di zona. Le organizzazioni
autonome nate dalle lotte del 1969 come elemento di democrazia sindacale diretta e di critica
delle centrali sindacali (basti pensare ai primi C.U.B., specie quelli della A.T.M.) e con forti venature
anarcosindacaliste, sono state ben presto riassorbite dalle organizzazioni sindacali che ne hanno fatto un
loro
elemento di sviluppo e di ulteriore rilancio, tanto che il tasso di sindacalizzazione in Italia dal 1969 ad
oggi è
aumentato del 30% (per esempio nella metallurgia, su 1.450.000 lavoratori il numero di sindacalizzati
è passato
in due anni da 500.000 a 900.000). Questo sviluppo dei sindacati ha dimostrato una capacità
di recupero e di adattamento inaspettata, oltre che una
lucidità d'analisi raramente riscontrabile nelle strutture di potere. Vistisi contestati a sinistra su
temi egualitari
e di democrazia diretta i sindacati, inglobando questo elemento critico, hanno stimolato e ringiovanito
tutta la
loro struttura, ormai invecchiata, riuscendo nel contempo a battere e quasi a nullificare l'azione
extrasindacale.
Il fenomeno più inquietante per noi è che la rapida burocratizzazione dei consigli di
fabbrica e il passaggio da
strumento autonomo e innovatore a portavoce della linea ufficiale delle centrali sindacali, è
dovuto in forte misura
ai lavoratori stessi che, dopo una breve riscoperta dell'autogestione delle proprie lotte, hanno riaccettato
la
dirigenza sindacale prima contestata. Tant'è che secondo un recente sondaggio il 99% degli
83.000 delegati agli 8.000 consigli sono iscritti al
sindacato. E' vero che i sindacati hanno saputo in buona misura sostituire i propri quadri intermedi
con elementi giovani più
combattivi, mettendo a riposo gli ormai qualificati membri delle vecchie Commissioni Interne, e questo
ha
contribuito a creare la falsa illusione presso i lavoratori che sostanziali rinnovamenti si fossero verificati
all'interno delle dirigenze sindacali. I sindacati attuali (meglio sarebbe dire il sindacato) per sviluppare
con maggior efficacia la loro azione di
controllo sulla classe operaia, oltre che intervenire sui gruppi sindacali periferici, hanno dovuto estendere
la loro
influenza anche ai vari comitati di quartiere che sono nati e si sono sviluppati sull'onda delle lotte
all'interno
delle fabbriche. In questa ottica sono stati creati i consigli di zona. Questi consigli, che raggruppano non
solo i
lavoratori di una stessa zona, sono stati riconosciuti dalle confederazioni come strutture territoriali del
sindacato. Anche questo tipo di intervento (uscire dalla fabbrica per coinvolgere nella lotta anche
il quartiere) era ed è tipico
della sinistra rivoluzionaria ed anche in questo caso dobbiamo constatare che gli spazi aperti dalle
minoranze
rivoluzionarie sono stati occupati e recuperati in buona misura dai sindacati. Analizzare come l'azione
di recupero dei fermenti innovatori e rivoluzionari nelle fabbriche e nei quartieri sia
avvenuta non può essere sintetizzato in poche parole, data la particolarità delle diverse
situazioni, basterà
ricordare che i sindacati hanno usufruito in questa azione non solo della propria forza organizzativa e
delle grosse
risorse di cui dispongono, ma anche del momento di crisi dei vari comitati autonomi che non sono riusciti
a
trovare sbocchi operativi alla loro azione e che in definitiva (ed esemplificando) sono riusciti solo a
gestire in
forma pubblicitaria la rabbia momentanea degli sfruttati. La presenza dei sindacati nei diversi aspetti
della vita dei lavoratori, il controllo che le confederazioni esercitano,
hanno portato il sindacato alle posizioni di potere a cui accennavamo all'inizio; l'aspetto originale di
questo
potere è che esso è tanto più forte quanto più riesce a sviluppare e a
gestire la conflittualità della classe operaia.
Vale a dire che il sindacato è organo di potere in quanto è organo di
conflittualità. La partecipazione dei sindacati alla politica ed agli indirizzi della
programmazione economica è determinata
proprio dal fatto che per varare piani economici di effettiva realizzazione non si possono disattendere le
lotte e
le rivendicazioni che l'organo di conflittualità intende sviluppare in relazione a determinate scelte
economiche
e sociali. Su queste basi, che riconoscono ufficialmente le nuove funzioni dei sindacati, si sta costruendo
oggi la
"convergenza" con la grande industria. Alla grande industria necessita un interlocutore valido e potente,
così
come al sindacato preme il riconoscimento della sua istituzionalità unica e indiscutibile. La
"convergenza" non
va vista in modo semplicistico solo come la resa dei sindacati di fronte al grande padronato, ma essa
è generata
dal riconoscimento di una comunanza di interessi riformatori e progressisti rispetto al permanere di
situazioni di
produzione e di sfruttamento superati dalla logica della moderna industria. La comunanza di interessi sta
proprio
qui: entrambe le parti (sindacati grande-industria) per conservare e sviluppare il loro potere devono non
certo
abolire lo sfruttamento, bensì trasformarlo, adeguarlo allo sviluppo delle forze produttive,
renderlo meno brutale
e più efficiente cioè razionalizzarlo. E' con questo sindacato forte, agile, intelligente
e moderno, capace di programmare contemporaneamente le lotte
operaie e le riforme padronali, è con questo sindacato che dobbiamo fare i conti oggi in
Italia.
|