Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 4 nr. 28
aprile 1974


Rivista Anarchica Online

Anarchici alle urne?
di P. F.

Esprimendo la nostra scelta astensionista per la prossima consultazione del 12 maggio, sullo scorso numero della rivista sapevamo di suscitare critiche e polemiche e così infatti è stato. Quello che però non avevamo previsto è che alcune voci di dissenso sarebbero provenute dagli stessi militanti del movimento anarchico. Un vecchio compagni piemontese, a suo tempo ospite del confino fascista, ci ha scritto ricordandoci di non aver mai votato in vita sua: "questa volta, però, - afferma - è una cosa ben differente dal solito: andando a votare non sceglierò alcun delegato o partito, ma potrò scrivere chiaro e tondo sulla scheda il mio No alla canaglia clericale e fascista. Perché come anarchico non dovrei farlo?".
La stessa domanda ci pone un lettore di Roma, Silvio V., che si dichiara simpatizzante anarchico e giudica "irrazionale e pericolosa" la nostra presa di posizione, "irrazionale perché immotivata ed immotivabile, se non alla luce del più astruso dogmatismo, e pericolosa perché non può che alienare quel poco di simpatie che gli anarchici si sono finalmente conquistati dopo anni di isolamento". Più dura nei nostri confronti è la lettera inviataci da un "socialista vecchio stampo" (così si firma), che dopo averci ricordato l'attiva partecipazione sua e di tanti suoi compagni alla difesa degli anarchici vittime della repressione, ci taccia di "ingratitudine": "comoda la vostra posizione di anarchici, quando c'è bisogno cercate aiuto da tutte le parti, ma quando poi noi democratici vi invitiamo ad aiutarci a difendere una libertà che interessa tutti (e quindi anche voi) allora volete fare i puri ad ogni costo.".
Da ultimo vogliamo riportare alcuni brani da una lunga lettera che ci ha scritto la giovane lettrice Cristina J., di Milano. "Gli anarchici non devono sottomettersi a niente e a nessuno, tanto meno alla loro ideologia (...) Non partecipare alle truffe elettorali, per esempio, è giusto in teoria, ma in pratica si devono vagliare di volta in volta le caratteristiche di ogni consultazione. Non votare per la sola ragione di voler restare a tutti i costi coerenti con se stessi è un'assurdità, se attraverso l'astensione si ostacola una causa giusta: questo è proprio il caso del referendum sul divorzio. Votare per il divorzio non significa mettere in dubbio la validità del libero amore, accettare la logica del matrimonio, dimenticare l'inevitabile manipolazione di questa "consultazione democratica". E' quindi giusto denunciare lo sporco gioco dei partiti e chiarire le nostre idee riguardo al matrimonio; ma è altrettanto doveroso dare il nostro contributo (elettorale) per mantenere il divorzio in Italia. Quando nella maggioranza dei casi il matrimonio può cessare solo con il divorzio, quando quest'ultimo è l'unico mezzo per metter fine a molti drammi umani, quando il divorzio può diventare per la donna strumento di lotta per la propria emancipazione, allora - senza per nulla rinnegare le nostre teorie - è veramente necessario che anche il nostro voto contribuisca a mantenere in vigore la legge divorzista.".
All'appuntamento del 12 maggio, dunque, si presenteranno forse anche alcuni anarchici. La nostra scheda elettorale, invece, resterà inutilizzata. La ragione principale del nostro astensionismo è la coscienza che l'intera "operazione referendum", al di là dello stesso risultato della consultazione elettorale, non può che servire a rinforzare la credibilità dello stato e delle sue "istituzioni democratiche". E' giusto tener presenti i caratteri particolari di questo tipo di consultazione rispetto alle solite elezioni politico-amministrative, ma la sostanza non cambia: attraverso lo strumento del referendum popolare si vuole innanzi tutto dimostrare ai cittadini che sono essi stessi a decidere, esprimendo direttamente la loro opinione. Si tratta evidentemente di una clamorosa mistificazione. A parte le considerazioni sull'istituto del referendum in questo tipo di società (di opinione pubblica manipolata), già esposte nello scorso numero, val la pena di sottolineare che la realtà (a voler proprio essere precisi) è che questo stato "democratico" non sa nemmeno garantire ai cittadini quei diritti di libertà che il liberalismo (non l'anarchismo!) postula da almeno due secoli. In ogni caso, dunque, questo referendum dirà SI allo stato, alla sua pretesa rappresentatività, alla sua falsa democrazia.
Nell'ambito della vigente legislazione matrimoniale, la legge Fortuna-Baslini (pure in se molto limitata e criticabile) contribuisce, è vero, a risolvere penose situazioni familiari e garantisce un brandello di libertà: non essendo mai stato nostro il principio del "tanto peggio tanto meglio", non ci spiacerà certo se questa legge "laica", osteggiata da fascisti e clericali, non sarà abrogata. Ma non sta proprio a noi anarchici il dovere di partecipare ad un referendum a cui non crediamo, rinunciando alla nostra coerenza (che è la nostra forza) per il piatto di lenticchie di una mini-riforma. A noi spetta certo il dovere di denunciare la manovra reazionaria che sta dietro il tentativo di abrogare il "piccolo divorzio", ma anche quello di ribadire costantemente l'insufficienza dei restauri riformistici alle istituzioni autoritarie e di denunciare la natura mistificatoria del referendum. Saremo dunque presenti il più possibile per dire la nostra, ma il 12 maggio, non andando a votare confermeremo il nostro NO allo stato. A ciascuno il suo compito: ai riformisti di far le riforme, ai rivoluzionari di preparare, anche con la loro coerenza, la rivoluzione.

P. F.