Rivista Anarchica Online
Anarchici alle urne?
di P. F.
Esprimendo la nostra scelta astensionista per la prossima consultazione
del 12 maggio, sullo scorso numero della
rivista sapevamo di suscitare critiche e polemiche e così infatti è stato. Quello che
però non avevamo previsto è
che alcune voci di dissenso sarebbero provenute dagli stessi militanti del movimento anarchico. Un
vecchio
compagni piemontese, a suo tempo ospite del confino fascista, ci ha scritto ricordandoci di non aver mai
votato
in vita sua: "questa volta, però, - afferma - è una cosa ben differente
dal solito: andando a votare non sceglierò
alcun delegato o partito, ma potrò scrivere chiaro e tondo sulla scheda il mio No alla canaglia
clericale e
fascista. Perché come anarchico non dovrei farlo?". La stessa domanda ci pone un
lettore di Roma, Silvio V., che si dichiara simpatizzante anarchico e giudica
"irrazionale e pericolosa" la nostra presa di posizione, "irrazionale perché
immotivata ed immotivabile, se
non alla luce del più astruso dogmatismo, e pericolosa perché non può che
alienare quel poco di simpatie che
gli anarchici si sono finalmente conquistati dopo anni di isolamento". Più dura nei nostri
confronti è la lettera
inviataci da un "socialista vecchio stampo" (così si firma), che dopo averci ricordato l'attiva
partecipazione sua
e di tanti suoi compagni alla difesa degli anarchici vittime della repressione, ci taccia di "ingratitudine":
"comoda
la vostra posizione di anarchici, quando c'è bisogno cercate aiuto da tutte le parti, ma quando poi
noi
democratici vi invitiamo ad aiutarci a difendere una libertà che interessa tutti (e quindi anche voi)
allora
volete fare i puri ad ogni costo.". Da ultimo vogliamo riportare alcuni brani da una lunga
lettera che ci ha scritto la giovane lettrice Cristina J., di
Milano. "Gli anarchici non devono sottomettersi a niente e a nessuno, tanto meno alla loro
ideologia (...) Non
partecipare alle truffe elettorali, per esempio, è giusto in teoria, ma in pratica si devono vagliare
di volta in
volta le caratteristiche di ogni consultazione. Non votare per la sola ragione di voler restare a tutti i costi
coerenti con se stessi è un'assurdità, se attraverso l'astensione si ostacola una causa giusta:
questo è proprio
il caso del referendum sul divorzio. Votare per il divorzio non significa mettere in dubbio la
validità del
libero amore, accettare la logica del matrimonio, dimenticare l'inevitabile manipolazione di questa
"consultazione democratica". E' quindi giusto denunciare lo sporco gioco dei partiti e chiarire le nostre
idee
riguardo al matrimonio; ma è altrettanto doveroso dare il nostro contributo (elettorale) per
mantenere il
divorzio in Italia. Quando nella maggioranza dei casi il matrimonio può cessare solo con il
divorzio, quando
quest'ultimo è l'unico mezzo per metter fine a molti drammi umani, quando il divorzio
può diventare per la
donna strumento di lotta per la propria emancipazione, allora - senza per nulla rinnegare le nostre teorie
-
è veramente necessario che anche il nostro voto contribuisca a mantenere in vigore la legge
divorzista.". All'appuntamento del 12 maggio, dunque, si presenteranno forse anche alcuni
anarchici. La nostra scheda
elettorale, invece, resterà inutilizzata. La ragione principale del nostro astensionismo è
la coscienza che l'intera
"operazione referendum", al di là dello stesso risultato della consultazione elettorale, non
può che servire a
rinforzare la credibilità dello stato e delle sue "istituzioni democratiche". E' giusto tener presenti
i caratteri
particolari di questo tipo di consultazione rispetto alle solite elezioni politico-amministrative, ma la
sostanza non
cambia: attraverso lo strumento del referendum popolare si vuole innanzi tutto dimostrare ai cittadini che
sono
essi stessi a decidere, esprimendo direttamente la loro opinione. Si tratta evidentemente di
una clamorosa
mistificazione. A parte le considerazioni sull'istituto del referendum in questo tipo di
società (di opinione
pubblica manipolata), già esposte nello scorso numero, val la pena di sottolineare che la
realtà (a voler proprio
essere precisi) è che questo stato "democratico" non sa nemmeno garantire ai cittadini quei diritti
di libertà che
il liberalismo (non l'anarchismo!) postula da almeno due secoli. In ogni caso, dunque, questo referendum
dirà
SI allo stato, alla sua pretesa rappresentatività, alla sua falsa democrazia. Nell'ambito della
vigente legislazione matrimoniale, la legge Fortuna-Baslini (pure in se molto limitata e
criticabile) contribuisce, è vero, a risolvere penose situazioni familiari e garantisce un brandello
di libertà: non
essendo mai stato nostro il principio del "tanto peggio tanto meglio", non ci spiacerà certo se
questa legge "laica",
osteggiata da fascisti e clericali, non sarà abrogata. Ma non sta proprio a noi anarchici il dovere
di partecipare ad
un referendum a cui non crediamo, rinunciando alla nostra coerenza (che è la nostra
forza) per il piatto di
lenticchie di una mini-riforma. A noi spetta certo il dovere di denunciare la manovra reazionaria che sta
dietro
il tentativo di abrogare il "piccolo divorzio", ma anche quello di ribadire costantemente l'insufficienza dei
restauri
riformistici alle istituzioni autoritarie e di denunciare la natura mistificatoria del referendum. Saremo
dunque
presenti il più possibile per dire la nostra, ma il 12 maggio, non andando a votare confermeremo
il nostro NO allo
stato. A ciascuno il suo compito: ai riformisti di far le riforme, ai rivoluzionari di preparare, anche
con la loro
coerenza, la rivoluzione.
P. F.
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