Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 4 nr. 28
aprile 1974


Rivista Anarchica Online

L'anarcosindacalismo

Nel primo decennio del secolo, accanto alle grandi centrali sindacali riformiste ed autoritarie si svilupparono in quasi tutti i Paesi del mondo occidentale delle organizzazioni operaie che si rifacevano ai principi del sindacalismo rivoluzionario. La corrente più importante all'interno di queste organizzazioni sindacali fu senz'altro l'anarcosindacalismo, il modo cioè con cui un gran numero di militanti anarchici intesero la struttura e la funzione del sindacato. Proprio sull'onda di questa esplosione sindacalista-rivoluzionaria, il movimento anarchico riacquistò nuova vitalità ed un'ampia udienza popolare, dopo oltre un ventennio di crisi e di isolamento. Se dal canto suo l'anarchismo permeò del suo spirito libertario ed antiburocratico l'organizzazione sindacale, infondendole nel contempo la sua volontà rivoluzionaria, il sindacalismo rivoluzionario dal canto suo contribuì a questa rinascita popolare dell'anarchismo mettendogli "a disposizione" organizzazioni operaie e contadine disposte ad ascoltare il discorso egualitario e libertario.
L'importanza dell'attività sindacale rivoluzionaria fu dapprima sentita in Francia. Già alla fine del secolo scorso, Pouget e Pelloutier, anarcosindacalisti della prima ora, incitarono tutti i libertari ad entrare in questi organismi operai per portarvi il loro originale contributo. I centri di maggiore influenza sindacalista-rivoluzionaria furono, in Francia, Le Bourses du Travail (dalle quali trarranno esempio le nostre Camere del Lavoro) e quando la federazione delle Bourses entrerà nella Confederation Generale des Travailleurs (C.G.T.), nel 1902, porterà per alcuni anni il sindacato su posizioni rivoluzionarie e libertarie.
Era convinzione degli anarcosindacalisti francesi, che spontaneamente la classe lavoratrice avrebbe spinto nel senso desiderato dagli anarchici l'organizzazione sindacale; in questa prospettiva si erano associati con i socialisti autoritari in un unico organismo: ben presto faranno le spese di queste alleanze impossibili. Nel 1920 una prima scissione, tra riformisti e rivoluzionari, porta alla nascita della C.G.T.U. (C.G.T. Unificata) di tendenza rivoluzionaria, mentre la C.G.T. cade nelle mani dei riformisti. Poco dopo un'altra scissione (1922) divide autoritari e libertari, ai comunisti resterà la C.G.T.U. e gli anarcosindacalisti formeranno un'altra centrale sindacale, la C.G.T.S.R. (C.G.T. Socialiste Rivoluzionaire) che conta all'atto di costituzione 100.000 aderenti.
La storia della C.G.T. francese è emblematica non solo perché ha tracciato dei confini precisi tra modi diversi di fare il sindacalismo, ma anche perché è stato il primo sindacato rivoluzionario che ha subito "infiltrazioni" autoritarie al suo interno. Questa tattica, usata soprattutto dai comunisti di osservanza moscovita, di conquistare burocraticamente il sindacato, provocò la paralisi delle organizzazioni rivoluzionarie.
Uno dei principali motivi per cui l'I.W.W. statunitense (Industrial Workers of the World) si estinse, fu proprio lo scontro all'interno dell'organizzazione tra anarcosindacalisti e sindacalisti autoritari. Nata nel 1905, questa organizzazione si era costituita grazie alla forte immigrazione di lavoratori europei. Il suo scopo era di tutelare i diritti degli immigrati, estranei alle organizzazioni sindacali già esistenti negli U.S.A., e, in genere, dei lavoratori non specializzati che non trovavano spazio nei sindacati più importanti com la A.F.L., che organizza al suo interno solo i lavoratori qualificati. La I.W.W. non ebbe una diffusione capillare nel territorio statunitense, né un numero di aderenti molto alto, (nel 1920 alla prima riunione dell'A.I.T., alla quale non poté aderire per il veto della corrente comunista, contava 100.000 aderenti), tuttavia benché non abbia mai superato di molto il livello dei centomila iscritti, il totale complessivo superò, in vent'anni di attività, il milione.
Infatti la particolarità dell'I.W.W. consisteva nel polarizzare l'attenzione dei lavoratori soprattutto nei momenti di lotta accanita, registrando temporanei ristagni nei brevi momenti di tregua sociale.
Con vicende abbastanza simili, fiorirono nello stesso periodo diversi altri sindacati rivoluzionari, dove tuttavia la componente anarcosindacalista non era preponderante. Attraverso alle adesioni alla assemblea dei sindacati rivoluzionari, a Berlino nel 1922, si può rilevare una mappa abbastanza completa del sindacalismo rivoluzionario: oltre la F.O.R.A. argentina, la C.N.T. spagnola, l'U.S.I. italiana e la S.A.C. svedese (delle quali diamo a parte bravi profili), aderirono all'I.W.W. cilena, con 20.000 iscritti; la F.A.U.D. tedesca con 120.000 iscritti; il National Arbeids Secretariaat olandese con 22.500 iscritti; la C.N.T. messicana con 30.000 iscritti; la C.N.T. portoghese con 150.000 iscritti; alcune piccole federazioni danesi e norvegesi (in tutto 3.600 iscritti). Erano presenti oltre la C.G.T.S.R., in qualità di osservatori, altre piccole federazioni europee ed un piccolo gruppo di anarcosindacalisti russi. Tuttavia la fondazione dell'internazionale sindacale rivoluzionaria (A.I.T.), anziché essere un punto di partenza per il sindacalismo rivoluzionario, segnò cronologicamente il punto del suo massimo sviluppo complessivo. Negli otto anni successivi sparirono tutte le organizzazioni rivoluzionarie, tranne la S.A.C. svedese e la C.N.T. spagnola, strangolata poi nel 1939 dalla vittoria militare franchista. Tutte le altre centrali sindacali rivoluzionarie saranno e sono (quelle che ancora oggi sopravvivono) l'ombra di se stesse, continuando un'esistenza puramente nominale.

L'internazionale anarcosindacalista

Principali organizzazioni aderenti all'A.I.T. e loro consistenza (nel 1922):

U.S.I. (Italia) 500.000 iscritti

F.A.U.D. (Germania) 120.000 iscritti

C.N.T. (Spagna) 700.000 iscritti

F.O.R.A. (Argentina) 200.000 iscritti

S.A.C. (Svezia) 32.000 iscritti

C.G.T.S.R. (Francia) 100.000 iscritti

Nel 1922 si costituì (con un congresso a Berlino) l'Associazione Internazionale dei Lavoratori (A.I.T.). L'A.I.T., che si ricollegava idealmente alla Prima Internazionale, nasceva in contrapposizione sia all'internazionale social-riformista (F.S.M.) sia alla neonata internazionale di osservanza moscovita (I.S.R.). Alla costituzione dell'A.I.T. parteciparono organizzazioni anarcosindacaliste e sindacaliste rivoluzionarie di vari Paesi, in rappresentanza di quasi due milioni di iscritti. L'A.I.T., che tuttora sopravvive, rappresentò una reale forza rivoluzionaria internazionale solo negli anni '20. Delle organizzazioni ad essa aderenti (e di quelle che ad essa facevano riferimento, come l'I.W.W. statunitense, pur senza aderirvi), solo la C.N.T. spagnola continuò a svilupparsi sino a contare nel '36, alla vigilia della rivoluzione, un milione di aderenti. La S.A.C. svedese vide un lento declino (da cui si riprese solo un decennio fa) di forza e di combattività. Le altre organizzazioni, per vari motivi (fra cui prevalentemente le violentissime persecuzioni) si ridussero a poche migliaia di militanti.


La F.O.R.A.

Oltre mezzo milione di anni di carcere inflitti ai suoi aderenti, più di 5.000 morti lasciati sul campo delle lotte sociali possono dare un'idea della attività svolte dalla Federation Obrera Regional Argentina, in quarant'anni di vita. Danno anche la misura della repressione sempre violenta che accompagnò l'azione rivoluzionaria di questa organizzazione anarcosindacalista.
Costituita nel 1901, la F.O.R.A. fu il primo sindacato rivoluzionario del continente americano, nato come quasi tutti i sindacati americani a seguito dell'immigrazione massiccia di lavoratori europei, soprattutto italiani, a cavallo dei due secoli. Gli operai ed i contadini europei, sbarcati in cerca di fortuna, importarono oltre la loro forza lavoro, anche le idee rivoluzionarie del vecchio continente, "contagiando" anche i lavoratori indigeni con la nuova idea dell'organizzazione sindacale. Il suo sviluppo fu abbastanza discontinuo, segnando con alti e bassi, i momenti di maggiore repressione ed i pochi anni in cui poté liberamente svilupparsi. Nonostante le persecuzioni non scese mai al di sotto dei 40.000 iscritti e viceversa toccò spesso punte di centinaia di iscritti.
Quando si costituì, prese il nome di Federation Obrera Argentina, solo più tardi assumerà l'appellativo di F.O.R.A. collegandosi nel contempo con altre organizzazioni anarcosindacaliste americane nel tentativo di creare una struttura internazionale nell'America Latina. Stretti contatti ebbe, ad esempio con la Federation Obrera Regional Uruguayana (F.O.R.U.). Già alla nascita la sua tendenza anarcosindacalista era evidente, nonostante l'adesione dei socialisti.
Quando questi vedranno fallire il loro tentativo di portarla su posizioni autoritarie e riformiste, usciranno dall'organizzazione. Tenteranno in altre occasioni di fondersi per mutare l'indirizzo rivoluzionario e libertario, ma non vi riusciranno mai. La F.O.R.A. rimarrà sempre apartitica ed antiparlamentare, costituendo un'organizzazione abbastanza particolare all'interno del quadro anarcosindacalista: essa riunì all'interno dell'unica struttura sia il "movimento specifico", sia il "movimento di massa", l'anarchismo e l'anarcosindacalismo. Questo naturalmente provocò non pochi problemi, ad esempio, per l'adesione alla F.O.R.A. (in quanto sindacato) di organizzazioni favorevoli al sindacalismo rivoluzionario, ma non all'anarchismo.
La presenza della F.O.R.A. si estese a buona parte dell'Argentina, sia nelle poche industrie, sia nelle campagne: la sua lotta fu caratterizzata non solo per l'attacco frontale al capitalismo nascente, ma anche per gli scontri con i latifondisti e, verso la fine della sua attività, contro l'imperialismo nord americano, che in quegli anni cominciava a gettare le basi per la sua supremazia nell'America Latina.
La F.O.R.A. ebbe anche un'intensa attività editoriale, pubblicava infatti un proprio organo "Organizacion Obrera" ed inoltre il quotidiano anarchico "La protesta" ne era un organo semiufficiale. Ma la sua stampa si basava soprattutto su numerosi giornali sindacali di mestiere.
Questo verso il 1930, dopo un periodo di stasi, aveva di nuovo superato i centomila iscritti e stava rapidamente aumentando di forza, la sua combattività era tale che il suo ulteriore espandersi fu uno dei motivi per cui i padroni argentini si affidarono al generale Urumburu, come quelli italiani si erano affidati a Mussolini. Attraverso il meccanismo del colpo di stato e della successiva repressione, la borghesia argentina riuscì a soffocare la spinta rivoluzionaria in un bagno di sangue. Anche se non ufficialmente, la F.O.R.A. si sfaldò di fatto definitivamente dopo il 1930: alla prima sanguinosa repressione, ne seguirono altre ancora negli anni successivi che videro una serie di colpi di stato militari, nella migliore tradizione argentina. Furono questi gli anni che, per la feroce repressione antioperaia e antisindacale, vennero chiamati "decada tragica" (decennio tragico). Poi venne il peronismo con la sua centrale sindacale unica di stato la C.G.T.

L'U.S.I.

Quando nel 1906 si costituì la C.G.L., una parte non indifferente dei lavoratori organizzati rifiutò la struttura e la politica di questo sindacato e si pose nella prospettiva di fondare un'organizzazione che rispondesse ai principi del sindacalismo rivoluzionario. Si costituirono dapprima in un Comitato di Azione Diretta, a cui aderirono già 200.000 lavoratori, e attraverso tre congressi chiarirono una loro linea sindacale, sia nella struttura interna sia nella pratica di lotta, che li differenziò totalmente dalla C.G.L.
Nel novembre del 1912, a Modena, si celebrò il congresso costitutivo del nuovo sindacato che prese il nome di Unione Sindacale Italiana.
L'U.S.I. ebbe una rapida espansione soprattutto nelle zone dell'Italia centrale: Emilia Romagna, Toscana e Marche, ma lentamente la sua influenza si spinse anche al sud, presso i contadini meridionali, dove la stessa C.G.L. aveva sempre avuto grosse difficoltà di inserimento e poca estensione. Anche nell'industria la tendenza rivoluzionaria dell'U.S.I. darà risultati positivi. Ad esempio nel 1920, dopo solo otto anni di attività sindacale, conterà 100.000 lavoratori nella zona industriale da Voltri a Sestri, soprattutto nelle industrie metallurgiche.
Negli anni che vanno dal Comitato di Azione Diretta alla prima guerra mondiale, l'U.S.I. raccoglie non solo gli anarcosindacalisti, ma anche alcune frange rivoluzionarie marxiste, nettamente minoritarie, che non si sono inserite nella C.G.L. (ad esempio Di Vittorio, poi leader della C.G.I.L.) e i "sindacalisti rivoluzionari" di ispirazione soreliana. In due ondate successive (nel 1911 per le guerre coloniali e nel 1914 per la I guerra mondiale) i sindacalisti soreliani vengono espulsi dall'U.S.I. per il loro interventismo sedicente rivoluzionario. Dal canto suo, invece, l'U.S.I., profondamente influenzata dall'antimilitarismo anarchico, si batterà sempre contro il militarismo e le mire guerrafondaie dello stato e della classe borghese.
E' in questa prospettiva che l'U.S.I. affianca il movimento anarchico, nella propaganda insurrezionale antimilitarista che culmina nelle epiche giornate del giugno 1914 (la "settimana rossa"). In quel clima acceso esplode l'attitudine rivoluzionaria dell'U.S.I., i cui aderenti scendono nelle piazze spingendo verso soluzioni radicali la sommossa popolare. Proprio in queste giornate si manifesta, in contrapposizione, la natura controrivoluzionaria della C.G.L.. Sia ben chiaro che "controrivoluzionaria" non è un insulto, ma un giudizio storico, giacché la C.G.L. era dichiaratamente riformista, non voleva la "rivoluzione", bensì usava la sua influenza sui suoi iscritti per riportare "l'ordine sociale" ed acquistare così maggior potere di contrattazione con lo stato e con i padroni.
Con lo scoppio della guerra, le possibilità di azione dell'U.S.I. sono sensibilmente ridotte: i suoi maggiori attivisti vengono mandati al confino, molti militanti sono richiamati al fronte, molti ancora disertano, costituendo un considerevole movimento di protesta, di sfida e di esempio antimilitarista.
Durante la guerra, mentre la C.G.L. entra nei Comitati di Difesa Industriale, costituiti dal governo in funzione antisciopero e antisabotaggio (non dai nemici di guerra, ma dai nemici di classe), l'U.S.I. continua la sua campagna antimilitarista e la sua azione sindacale rivoluzionaria, perfettamente espressa nella frase di Galleani "Contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale".
Nel dopoguerra l'U.S.I., come gli altri sindacati, conosce un aumento sensibile dei propri iscritti che raggiungono le 500.000 unità. Tuttavia la forza dell'U.S.I. consiste non solo negli aderenti, ma anche nella larga influenza presso la classe lavoratrice che tocca in quegli anni (1919-1920, il "biennio rosso") l'apice della tensione rivoluzionaria.
L'esempio più clamoroso della volontà rivoluzionaria dei lavoratori italiani è certamente l'occupazione delle fabbriche, nel settembre del 1920. Solo pochi giorni prima, il 17 agosto, il convegno nazionale delle organizzazioni metallurgiche aderenti all'U.S.I., nella mozione conclusiva, dichiara che per resistere e vincere la resistenza padronale "è necessario ricorrere (...) alla simultanea e generale occupazione delle fabbriche da parte degli operai". E' chiaro come in quei giorni di lotta rivoluzionaria, l'U.S.I. fosse sempre in prima fila. Inutilmente Umanità Nuova, quotidiano anarchico, scrive in quei giorni: "Metallurgici! Qualunque cosa stiano decidendo i "dirigenti" non abbandonate le fabbriche, non deponete le armi".
La C.G.L. ed il partito socialista prendono invece precisi accordi con il governo ed il padronato per far rientrare la lotta in obiettivi puramente sindacali, spezzando il fronte rivoluzionario dei lavoratori. Disillusi, disorientati ed amareggiati i lavoratori abbandonano le fabbriche e con esse la volontà e la fede rivoluzionaria: il riformismo della C.G.L. e del partito socialista apre le porte del fascismo.
Intanto, il 21 ottobre il consiglio nazionale dell'U.S.I. viene arrestato: al momento delle trattative per la disoccupazione l'U.S.I. si era rifiutata di partecipare, al contrario della C.G.L., e paga la sua coerenza rivoluzionaria con l'arresto del consiglio nazionale. La repressione statale prima, quella fascista dopo, stroncheranno l'U.S.I., che dopo aver vissuto qualche anno nell'esilio, in Francia, si estinguerà.

La C.N.T.

In tutti e Paesi nei quali si svilupparono le organizzazioni sindacali rivoluzionarie, queste rimasero sempre delle minoranze rispetto alle centrali sindacali riformiste. L'unica nazione che conobbe un sindacato rivoluzionario maggioritario fu la Spagna, in cui lottò per quasi un trentennio la Confederacio Nacional del Trabajo, di netta ispirazione anarcosindacalista. La C.N.T. spagnola fu anzi uno dei pochi sindacati che si liberò senza traumi delle frange socialiste e comuniste e che dichiarò programmaticamente, nel congresso del 1919 a Madrid, che "la sua finalità è il raggiungimento del comunismo anarchico". Accanto all C.N.T., agì nel 1927 la Federation Anarquica Iberica, l'organizzazione anarchica specifica, che raggiunse i 30.000 membri nel 1936.
Costituita nel 1910, la C.N.T. dimostrò subito la sua attitudine rivoluzionaria con una serie di scioperi violenti che la costrinsero a ricorrenti periodi di clandestinità.
In breve tempo la C.N.T. ebbe uno sviluppo notevolissimo, nel 1919 contava più di 700.000 membri. Il suo centro di maggiore influenza fu certamente la Catalogna e particolarmente Barcellona, la più importante città industriale della Spagna.
L'arma di lotta sindacale più usata e propagandata dalla C.N.T. fu lo sciopero generale insurrezionale, in contrapposizione, tra l'altro, alle contrattazioni rinunciatarie e burocratiche della U.G.T., la centrale sindacale social-riformista. A rendere possibile la diffusione generalizzata dello sciopero contribuiva anche il legame di solidarietà che animava i lavoratori cenetistas: dalla rivendicazione locale spesso gli scioperi coinvolgevano tutta la Spagna, paralizzando tutti i settori lavorativi, con lo sciopero della "Canadienses" nel 1919, uno dei più riusciti della C.N.T. Vi era negli anarchici spagnoli una chiara volontà di trasformare ogni lotta sindacale in attacco all'intero sistema di sfruttamento e di oppressione. Così, ad esempio, nello sciopero del 18 gennaio 1932, nelle miniere di Alto Llobragat e Cardoner, gli scioperanti, dietro la spinta della locale sezione C.N.T., abolirono la proprietà privata e la moneta ed instaurarono il comunismo libertario.
Quando raggiunse nel '19 le 700.000 unità, la sua forza (in quell'anno, la C.N.T. pubblicava ben sei quotidiani!) preoccupò non poco padroni e stato, che con una azione combinata, le scatenarono contro una sanguinosa offensiva. Sono gli anni ('19-'23) del cosiddetto "terrorismo bianco", in cui pistoleros prezzolati tesero centinaia di agguati mortali contro attivisti cenetistas, con la connivenza della polizia. Naturalmente questa repressione sanguinosa lasciò traccia nell'organizzazione rivoluzionaria, che ne uscì sfibrata e impossibilitata a combattere validamente il golpe militare di Primo de Rivera nel 1924. Ritornata in clandestinità, la C.N.T. continua la lotta contribuendo alla caduta della dittatura nel 1930 con una serie di scioperi generali.
Gli anni dal '30 al '35 sono anni di intensa preparazione da parte della C.N.T. La Catalogna in particolare, come roccaforte cenetista, diventa il cuore rivoluzionario della Spagna. Quando il 19 luglio si sparge la notizia del pronunciamento militare la C.N.T., attraverso la radio, lancia subito un appello al proletariato spagnolo per uno sciopero generale insurrezionale. Gli operai di Barcellona scendono nelle piazze, alzano le barricate, circondano le caserme e disarmano i rivoltosi fascisti: prima ancora che il governo repubblicano alla la possibilità di reagire, i lavoratori cenetistas hanno schiacciato la rivolta militare. Prendendo esempio dal proletariato di Barcellona, Madrid e molte altre città insorgono, facendo fallire il golpe su metà del territorio nazionale. Comincia una lotta che durerà tre anni ('36-'39), una lotta sanguinosa che lascerà sul campo più di un milione di spagnoli: per alcuni è la guerra civile, per ci cenetistas e gli anarchici è la rivoluzione sociale.
Cinquant'anni di propaganda anarchica e trent'anni di lotta anarcosindacalista avevano preparato il proletariato più cosciente alle grandi realizzazioni che avvennero nel '36.
Oltre la lotta antifascista al fronte, nelle industrie della Catalogna gli operai presero in mano direttamente le proprie fabbriche organizzando autonomamente la produzione, altrettanto si fece nei servizi pubblici: l'esempio rivoluzionario si estese anche nel 70% delle industrie del Levante ed in buona parte delle industrie della Castiglia, tutti centri d'influenza della C.N.T.. Era l'attuazione pratica dell'autogestione popolare, la stessa che, propagandata per anni dagli anarchici, era stata accusata di essere solo un sogno egualitario. Il principio dell'autogestione non si fermò alle città, ma in breve tempo in Aragona, Levante, Castiglia, Estremadura, in Andalusia ed in Catalogna sorsero, spontaneamente organizzate dai contadini, centinaia di collettività agricole.
Passati i primi mesi, però, la rivoluzione sociale, tra i quali l'azione controrivoluzionaria dei socialisti e dei comunisti, ma tra i quali anche indubbiamente dei gravi errori da parte dei "dirigenti" anarcosindacalisti (come l'aver accettato d'entrare nel governo, contraddicendo platealmente tutta la tradizione cenetista) si trasforma in una estenuante guerra di tipo tradizionale, nella quale finiscono per avere la meglio i fascisti per la loro supremazia militare e per l'aiuto di Hitler e Mussolini.
La C.N.T., costretta all'esilio, riesce ancora a riunire ben 100.000 iscritti, nei primi anni, tra i profughi spagnoli sparsi nell'Europa e nell'America Latina. Poi, com'è naturale, il lungo esilio logora progressivamente le sue forze, mentre nell'Interior i militanti rimasti, sfuggiti alle fucilazioni ed alla galera, continuano la lotta in clandestinità.

La S.A.C.

L'unico sindacato libertario che sia sopravvissuto alla crisi dell'anarcosindacalismo degli anni '30 è la Svensk Arbetaren Centralorganisation (S.A.C.) svedese. Il più modesto, numericamente, dei sindacati libertari, (ma non insignificante se considerato in proporzione al totale dei lavoratori svedesi), eppure l'unico che sia passato quasi indenne dal riflusso che per vari motivi fece sparire le grandi organizzazioni. Né questo è l'unico aspetto che stupisce nella S.A.C., infatti proprio nel cuore del "welfare state", nell'espressioni più riuscita della socialdemocrazia al governo, ha restituito un tipo di sindacalismo se non proprio rivoluzionario, certamente libertario.
Molte delle sue vicende e caratteristiche sono simili ai vari sindacati rivoluzionari. Nasce infatti da una scissione dell'allora unico sindacato esistente in Svezia, la Lands Organizationen (L.O.), su posizioni di netto rifiuto della sua struttura burocratica, della sua politica riformista ed interclassista e della sua subordinazione al partito socialista.
Se da una parte conduce le rivendicazioni con spirito rivoluzionario, mediante l'azione diretta, internamente la S.A.C. si struttura in modo libertario ed originale. Rispettando infatti al massimo l'autonomia delle varie sezioni aderenti, il nucleo centrale della S.A.C. non è il vertice decisionale del sindacato, ma piuttosto l'ufficio di coordinamento tra le varie sezioni, senza alcun potere proprio.
Vera struttura operante della S.A.C. sono le Lokal Samorganisationen, cioè le "comunità locali" degli iscritti che decidono assemblearmente per tutti i problemi del sindacato ed alle cui direttive deve attenersi l'ufficio centrale di Stoccolma. Particolarità di queste "comunità locali" è che al loro interno sono riuniti tutti i lavoratori della zona, senza distinzioni di mestiere; è un modo di interessare e rendere partecipi tutti i lavoratori alle lotte dei propri compagni, in una visione sempre meno corporativistica. Questo non esclude che in particolari situazioni di lotta si formino strutture organizzative settoriali, che però esaurito il loro compito si sciolgono nuovamente nelle "comunità locali".
Numericamente, come abbiamo detto, la S.A.C. non ha mai raggiunto i livelli di una C.N.T.: il maggior numero di iscritti lo ebbe nel 1924, 37.000, livello che mantenne fino alla seconda guerra mondiale. Conobbe cioè il periodo di maggior successo proprio negli anni tragici per i sindacati rivoluzionari che cadevano sotto i colpi delle dittature fasciste. Al contrario, in Svezia, nel 1932 si istaura un "regime socialdemocratico" che perdura sino ai nostri giorni. La S.A.C. subisce invece un netto declino negli anni 50, in corrispondenza del "boom" economico svedese che, grazie alla politica seriamente riformista dei socialdemocratici, porta un diffuso benessere nella classe lavoratrice. In quegli anni la S.A.C. scende a 16.000 iscritti. Poi, dalla fine degli anni 60, dopo quasi un ventennio di pace sociale, si ha una certa ripresa delle lotte operaie (dimostrazione che il "welfare state" può attenuare temporaneamente ma non annullare il conflitto di classe) e parallelamente l'anarcosindacalismo svedese prende quota, lentamente ma costantemente anno dopo anno.
La S.A.C. ha però nel frattempo pagato anch'essa il suo prezzo alla sonnolenta società del benessere, portandosi progressivamente su posizioni che solo a fatica si possono ancora definire rivoluzionarie (infatti nel '56 la S.A.C. viene invitata ad uscire - ed esce - dall'Internazionale anarco-sindacalista).
Attualmente la S.A.C. ha 25.000 iscritti e pubblica un settimanale (Arbetaren, il lavoratore) diffuso in oltre tremila copie, che non è poco, su una popolazione di otto milioni di svedesi.