rivista anarchica
anno 49 n. 431
febbraio 2019


anarchismo

Impegno sociale, etica quotidiana

di Francesco Codello

Non esiste una contrapposizione tra anarchismo sociale e anarchismo come stile di vita. È auspicabile una sintesi fra le due forme, in controtendenza con la volgarità e il cinismo che si vanno diffondendo nella società.


«Be', voi almeno» continuò Mr. Hu in tono circospetto, «vivete in un paese libero e democratico.»
«Temo che lei si sbagli» disse Helena. «Oggi l'Inghilterra non è un paese libero. Noi viviamo sotto una tirannia.»
«Una tirannia? La prego, signora, scelga con cura le parole,» disse Mr. Hu, infervorandosi.
«Ho usato questo termine con molta cura, glielo assicuro.»
«Non mi sembra che il vostro Mr. Cameron sia un tiranno.»
«Non intendevo questo. La tirannia non si identifica necessariamente con un individuo, ma con un'idea.»
«Così voi vivreste sotto la tirannia di un'idea?»
«Proprio così.»
«E di che idea si tratta?»
«Quella del politicamente corretto, ovvio,» rispose Helena. «Sono sicura che ne ha sentito parlare.»
«Certamente, ma non in relazione alla tirannia.»
(Jonathan Coe, Middle England, 2018)

Questo dialogo rappresenta, a mio avviso, un'eccellente sintesi di una possibile descrizione dei nostri tempi. Cosa sta succedendo? Mi interrogo frequentemente ponendomi questa domanda, ogni qualvolta mi trovo ad ascoltare dialoghi tra persone diverse in contesti anche molto, apparentemente, differenti.
Mi pare di poter dire, con una certa inquietudine, che quello che si percepisce, vivendo e interagendo con le persone che si frequentano casualmente in vari momenti della vita quotidiana, in qualche modo, obblighi a interrogarsi su quello che, sempre più frequentemente, si sente commentare con una certa sconcertante persistenza. Facendo la coda dal proprio medico, in una sala d'attesa di un qualsiasi studio, aspettando il proprio turno all'ufficio postale, viaggiando in un vagone ferroviario o sull'autobus, ecc. capita spesso di ascoltare discorsi, frasi, battute, ragionamenti con la pretesa della verità, che fanno riflettere a causa della “banalità del male” che sprigionano.
Ma, soprattutto, penso di poter dire, con una certa cognizione di causa, che le persone (genericamente intese) si lasciano andare con una certa facilità e immediatezza a tante espressioni che nulla hanno a che fare proprio con quello che si suole definire un discorso “politicamente corretto”. Prudenze, sensibilità, attenzioni, anche un certo stile (magari ipocrita e falso, intriso di sola apparenza e convenienza), sembrano improvvisamente scomparsi dai dialoghi e dalle relazioni.

Interrogarsi continuamente

Sembra quasi, mi si passi il paragone, che sia stato tolto un tappo a un involucro e che il liquido contenuto trabocchi senza più ritegno, senza più filtri, dilagando dappertutto. Cosa sta accadendo? Mi pare doveroso chiederselo allora. Le risposte che abitualmente ci diamo, quelle razionali e intrise di analisi politica e sociologica, pur contenendo tanti elementi di verità, non sono, a mio parere, sufficientemente eloquenti e soprattutto non spiegano fino in fondo queste dinamiche. Stiamo vivendo un'epoca, nelle cose di tutti i giorni però, di imbarbarimento e di disgusto che sembra aver sdoganato le parti peggiori dell'animo umano, portando alla luce, senza veli, una tragica cattiveria. Certo, si dirà, la crisi economica, poi quella della famiglia, poi ancora quella dei valori, poi gli esempi che derivano dalla classe politica, infine (ma solo per amor di sintesi) la natura umana e la perdita della fede in Dio, tutto questo ha prodotto questa situazione.
Sarà... ma non mi basta per spiegarmi questo deterioramento delle relazioni umane. Quello a cui stiamo assistendo a livello, purtroppo, globale, è un fenomeno epocale, profondo, radicale, una trasformazione che sta, forse, cambiando a tutti i livelli la stessa natura antropologica degli esseri umani, così come, sbagliando probabilmente, ce la siamo rappresentata fino a oggi.
Quante incertezze mi attraversano scrivendo queste considerazioni, ma il disagio che proviamo per quanto sta accadendo, vivendo inevitabilmente in questo mondo, talvolta rischia di produrre o rassegnazione o rabbia delirante, sentimenti che, per chi come noi vuole cambiare in senso libertario la società, appaiono del tutto incoerenti con il nostro fine e pericolosi perché speculari. Ecco perché ha senso interrogarsi continuamente, aprire domande sapendo magari che non ci sono risposte definitive, ma comunque mantenere la volontà di non accettare tutto questo. Non essere supini nei confronti di questo disgustoso modo di fare non basta però, non è sufficiente, soprattutto appare insoddisfacente, perché il trend che caratterizza i comportamenti odierni è veramente diffuso ed è penetrato a tutti i livelli della società.

Non credo ci siano scorciatoie risolutive

Ovviamente non ho una soluzione ma esprimo con forza questo disagio, questa insofferenza, questa rabbia perfino, per le caratteristiche dominanti delle relazioni sociali così come si palesano davanti ai nostri occhi quotidianamente.
Sono consapevole, mi pare ampiamente dimostrabile, che l'emulazione di comportamenti intrisi di cattiveria sia un veicolo potente di contagio reciproco fra le persone. Allo stesso modo sono convinto che se violenza produce violenza ancor di più rispetto, tolleranza, comprensione, condivisione, solidarietà, possano essere comportamenti fortemente contaminanti e risposte efficaci e solide a tutto questo.
Ecco perché, accanto ad azioni di lotta sociale, a gesti di disobbedienza anche individuale, a varie manifestazioni di dissenso, sia sempre più urgente affiancare gesti, parole, azioni concrete che testimonino, qui e ora, che un altro modo di stare assieme è non solo possibile ma soprattutto urgente.
Non credo ci siano scorciatoie risolutive, magari che pur possono appagare il nostro soggettivismo immacolato, ma che la strada maestra, in questo momento storico, sia soprattutto caratterizzata dall'esempio che diamo nei vari ambiti e momenti in cui ci relazioniamo con gli altri. Questa postura, questo modo di stare tra gli altri, è fatto di dissenso, di critica, di divergenza, ma anche di cose concrete, di fermezza etica, di azioni che possano, nei fatti, mettere in discussione ciò che detestiamo profondamente. Non sto propagandando una via a scapito di tante forme di lotta possibili e giuste. Sto semplicemente cercando di segnalare che, di fronte a un cambiamento così penetrante negli animi umani, bisogna avere la forza e la fermezza di agire la diversità, di sperimentare altre forme di convivenza a tutti i livelli.
Non esiste una contrapposizione tra un “anarchismo sociale” e uno come “stile di vita”, l'uno e l'altro si nutrono reciprocamente. Ma l'uno senza l'altro non può produrre nessun significativo cambiamento, nessuna vera rivoluzione, nessuna forma di vita autenticamente libertaria.

Francesco Codello