rivista anarchica
anno 49 n. 431
febbraio 2019





Organizzazione anarchica/
Un convegno di studi (e alcune considerazioni)

Sabato 8 dicembre a Castel Bolognese (Ravenna) si è svolto il convegno su Le organizzazioni nazionali del movimento anarchico nell'Italia repubblicana (1943-2018). Cogliendo l'occasione di ricordare degnamente il cinquantesimo anniversario della morte di Armando Borghi, le compagne e i compagni della Biblioteca Libertaria “Armando Borghi” - di cui faccio parte - hanno promosso questa giornata di studi con l'intento di cominciare a fare il punto sullo stato dell'esperienza dell'anarchismo in Italia. Nella consapevolezza che stiamo vivendo una svolta di portata epocale, riteniamo che sia diventato impellente riconsiderare criticamente il consistente patrimonio di esperienze e riflessioni che l'anarchismo possiede, al fine di identificare percorsi e progetti adeguati per continuare a vivere e propugnare i comuni ideali in cui ci riconosciamo.
A giornata conclusa possiamo dire che il compito che ci eravamo dati nel suo complesso è stato portato a termine dignitosamente. Le relazioni sono state puntuali e in diversi momenti sono anche riuscite a porre l'accento sul senso, i limiti e le contingenze delle tematiche e delle scelte di volta in volta fatte e vissute dai protagonisti di questo spaccato temporale dell'anarchismo in Italia. Penso si possa dire che nell'insieme ne è risultato un documento capace di offrire riflessioni e approfondimenti che ci permettono di meglio capire cosa è avvenuto e perché, oltre a offrirci la possibilità di comprendere il punto in cui siamo. Per questo stiamo pensando di editarne gli atti.
Ma se tutto si fermerà semplicemente a questa giornata di studi, il rischio sarà di ridurne la portata a uno dei tanti momenti autocelebrativi che, pur approfondendo criticamente le tematiche che ci riguardano, si limitano a storicizzare ciò che è stato fatto e pensato. Sarebbe importante che ciò che è risultato di questa giornata diventasse occasione e stimolo per dare avvio a un confronto serio e fuori dai denti per comprendere bene sia la fase di trasformazione che stiamo vivendo, sia cosa abbia senso ipotizzare e sperimentare per una concreta rivitalizzazione dell'anarchismo, attualizzando i suoi valori, le sue pratiche, le sue innovazioni rivoluzionarie.
A differenza del passato, come è bene emerso dalle relazioni, le differenti visioni non dovrebbero più rappresentare elementi di conflitto tra tesi che si pongono in modo contrastante e competitivo tra loro, ma elementi di diversità che si confrontano, si ascoltano, si suggeriscono e si arricchiscono vicendevolmente. Non più dunque linee e visioni diverse che tendono ognuna a conquistare l'egemonia politica all'interno dell'area anarchica, ma una pluralità di visioni e di proposte che si mettono in gioco e si confrontano reciprocamente per trovare insieme i percorsi capaci di aprire la strada all'alternativa anarchica.

Andrea Papi
www.libertandreapapi.it




Taser/
Contro l'uso della pistola elettrica

Dal 5 settembre 2018 in Italia il Thomas A. Swift's Electronic Rifle (TASER) è in fase di sperimentazione in dodici città italiane: Milano, Torino, Padova, Reggio Emilia, Bologna, Genova, Firenze, Napoli, Caserta, Catania, Palermo e Brindisi.
La pistola elettrica è stata usata la prima volta il 12 settembre a Firenze dai carabinieri per fermare un giovane musicista turco di 24 anni disarmato in stato di agitazione. Il ragazzo, in seguito al fermo, è stato ricoverato in TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) presso il reparto di psichiatria dell'Ospedale S. Maria Nuova di Firenze.
Il Taser è considerato un dispositivo utile a garantire la sicurezza degli agenti. L'arma spara due dardi collegati alla pistola da cavi sottili. Quando il dardo colpisce il bersaglio, una scarica di corrente elettrica a impulsi provoca una paralisi neuromuscolare che concede agli agenti alcuni secondi per immobilizzare il soggetto. La pistola può anche essere premuta contro il corpo, causando dolore intenso. Le pistole in dotazione ai carabinieri non hanno bisogno di essere ricaricate e quindi possono sparare due colpi, ossia quatto dardi.
La dotazione del Taser viene giustificata dalla non mortalità dell'arma, nonostante venga considerata dall'ONU uno strumento di tortura. Il governo italiano, per mantenere la sicurezza dei cittadini piuttosto che ridurre i casi di applicazione della violenza, preferisce dare alle forze dell'ordine la possibilità di sparare di più facendo meno vittime.
Il ministro dell'interno Salvini, nel DDL sicurezza ha inserito l'estensione dell'arma anche ai vigili urbani e alla polizia ferroviaria oltre che alle altre forze di polizia.
Nella ricerca “Shock tactics” della Reuters, su 1005 casi di morte legati all'uso del Taser, ben 257 vengono ricondotti all'uso dell'arma su soggetti con “disturbi psichiatrici e malattie mentali”; mentre in 153 casi il Taser è indicato come causa o come fattore che ha contribuito alla morte.
Il fatto che il primo uso della pistola elettrica in Italia sia stato su una persona in stato di agitazione è perfettamente in linea con le intenzioni dell'azienda produttrice dell'arma, Taser International, ora AXON, che già nel 2004 riteneva la pistola elettrica “lo strumento più adatto a gestire persone emotivamente disturbate”.
Ci preoccupa e allarma molto il fatto che si cominci ad usare il Taser su persone in difficoltà, in stato di agitazione o di crisi, per poi ricoverarle nei reparti psichiatrici. Ad oggi il TSO è un metodo coercitivo che obbliga il soggetto ad un trattamento farmacologico pesante e sradica la persona dal proprio ambiente sociale, rinchiudendola in un reparto psichiatrico, ignorando la complessità delle relazioni umane e sociali e molto spesso ledendone i diritti.
Noi ci opponiamo a tutto ciò! Il superamento delle crisi individuali passa attraverso un percorso comunitario e non attraverso l'utilizzo di metodi repressivi e/o coercitivi che risultano dannosi alla dignità dell'individuo. Ci chiediamo perché non viene attribuito alla rete sociale il giusto valore.

Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
antipsichiatriapisa@inventati.org
artaudpisa.noblogs.org




Rugby sociale/
Se lo sport racconta le carceri, la malattia mentale, le periferie

Nel rugby si resiste grazie ad un lavoro collettivo, come in una sgangherata famiglia dove per poter avanzare devi passare sempre la palla indietro.
Il rugby è uno sport difficile: botte, fango, cazzotti, distorsioni, freddo. La poesia del sacrificio. Mauro, psichiatra di Bari e promotore del progetto “Atipici Bari” che avvicina utenti psichiatrici al campo da rugby, ripete sempre che l'unica via possibile è tornare a riscoprirsi comunità. Cambiare il modo di guardare le cose e sentirsi parte di tutto.

Viaggiare per l'Italia per raccontare tramite la palla ovale carceri, malattie mentali, periferie è stato come toccare questa comunità creatasi dal basso grazie ai suoi personaggi. Come Ibrahim, centro de “Le Tre Rose”, squadra nata a Casale Monferrato e composta principalmente da richiedenti asilo provenienti dall'Africa Sub Sahariana. L'unico atleta della squadra ad aver giocato a rugby prima di mettersi in cammino per l'Europa, prendendo le bastonate in Libia e superando il mare su un barcone malmesso. O Umberto, capitano etero di “Libera Rugby”, squadra militante nel campetto riqualificato dell'Acrobax di Roma, composta da ragazzi omosessuali schierati apertamente contro l'omofobia. “Ho scelto di giocare con loro per portare avanti il messaggio del gruppo, auspicando l'uguaglianza tra persone”.

L'ovale oltre le sbarre, con Davide, detenuto nel carcere di Bollate che vede tutto nero ma il rugby lo fa sentire libero, anche solo per due ore alla settimana. Gli scugnizzi di Scampia e i picciriddi di Librino placcati dalla mafia.
E poi il piccolo Mario, nove anni, bambino autistico che corre con la palla sottobraccio nel campo della Primavera Rugby, attratto forse da un raggio di sole.
A questi link, i dettagli del progetto “Rugby e rivoluzione”:
frontierenews.it/2018/07/rugby-rivoluzione-giro-italia-diritti-sociali/
www.facebook.com/rugbyrivoluzione/

Matthias Canapini




Spagna ’36/
Una donna anarchica (unica valdostana) contro franchismo e fascismo

Marie Vauthier, unica donna tra i 18 volontari valdostani nella guerra civile spagnola, nasce nel 1908 a Rhemes Saint Georges.
La Valle d'Aosta a inizio ’900 è una regione quasi esclusivamente contadina: un mondo rurale, chiuso e maschilista che mette a disposizione pochissimi elementi di carattere culturale e di presa di coscienza politica, tanto più nel villaggio in cui nasce Marie, un paesino con pochissime relazioni esterne e all'interno un'unica autorità veramente influente: quella ecclesiastica rappresentata dal parroco. Incuriosisce a questo proposito come con una provenienza di questo genere sia riuscita ad arrivare ad una presa di coscienza politica così forte e determinata. È dunque importante il ruolo dell'emigrazione: Marie Vauthier si è infatti recata in Francia, probabilmente presso una prozia a Parigi, a soli 14 anni, nel 1922. Si pensi che tra fine ’800 e inizio ’900 in Valle d'Aosta, su una popolazione residente di 85000 abitanti, 22000 emigrano: si emigra per fuggire da una sicura condizione di miseria in una valle senza prospettive. L'arrivo in Francia (meta privilegiata dall'emigrazione valdostana) le ha permesso di entrare in contattato con gli ambienti anarchici e di acquisire una forte coscienza politica.
A Parigi rimane almeno fino al 1930; nella breve biografia redatta dalla prefettura di Aosta, in quanto riconosciuta oppositrice politica, si legge: “A Parigi, ove dimorò per molti anni, lavorò dapprima da cameriera presso diverse famiglie, indi si diede alla prostituzione.” All'epoca non è raro trovare questo accostamento anarchiche/prostitute operato dalle forze di repressione poliziesca: il movimento anarchico è una forza anti-sistema che si scaglia contro qualsiasi autorità e potere e che auspica un rovesciamento dell'ordine politico e sociale, con l'obiettivo di una rivoluzione globale, e gli organi di polizia hanno la necessità quindi di combattere gli anarchici, a tutti gli effetti autenticamente eversivi, non solo sul piano politico ma anche su quello etico-sociale, stigmatizzandone la spregiudicatezza dei costumi e delle abitudini di vita, con l'intento palese di screditarli e di ridicolizzarli. Si riscontra infatti nuovamente questo abbinamento anarchica/prostituta nella didascalia che accompagna la foto presente sulla prima pagina del fascicolo della Divisione della Polizia Politica.

Marie Vauthier

Nel '31 va in Spagna, a Barcellona, per raggiungere il suo compagno Ruggero Baccini, anch'egli anarchico, originario di Velletri, che era stato espulso dalla Francia. Marie Vauthier insieme ad altri 3 anarchici italiani si reca alla dogana di Barcellona per ritirare dei bauli intestati a Baccini (che nel frattempo si è ammalato di tifo ed è ricoverato in ospedale). Questi bauli contengono presumibilmente materiale di propaganda e passaporti falsi: Marie Vauthier e gli altri anarchici vengono arrestati ed espulsi dalla Spagna. È significativo a questo proposito l'interesse per questa vicenda da parte della pubblicazione anarchica spagnola più popolare all'epoca “Solidaridad Obrera” che dedica tre articoli all'argomento e che lancia un appello di solidarietà nei confronti degli anarchici arrestati, e soprattutto per Marie Vauthier, unica citata per nome, a testimonianza della fiducia che nutrono in lei gli anarchici spagnoli.
Dopo l'espulsione dalla Spagna ritorna per un breve periodo a Parigi per poi spostarsi a Tolosa nel 1932. Qui conosce Giuseppe Pasotti, un anarchico nato in provincia di Ravenna che durante il conflitto svolge diversi ruoli di rilievo tra Tolosa e Perpignan: è il capo dell'Ufficio di investigazione politica della FAI, riceve in casa propria anarchici provenienti da tutto il mondo, rilascia documenti falsi per poter entrare in Spagna, si occupa del traffico di armi ed è infine il responsabile della fornitura dei biglietti di viaggio per i volontari diretti a combattere in Spagna. Marie Vauthier è molto legata a Pasotti: frequentano le medesime riunioni e gli stessi ambienti.
Dai documenti sappiamo che la casa in cui vive funge da centro di aggregazione per gli anarchici di quella zona e da base di ricovero su cui possono contare in caso di necessità.

Nella guerra civile spagnola
Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola che vede una grandiosa mobilitazione internazionale e la partecipazione di un numero rilevantissimo di intellettuali antifascisti da tutti i continenti, intellettuali che hanno un ruolo fondamentale nel far sì che attraverso i loro scritti e i loro interventi in tutto il mondo si mobilitino le masse e prendano coscienza del pericolo fascista, ma comunque bisogna pur rilevare che la partecipazione più consistente e fondamentale è stata messa in campo dalle classi popolari che hanno lottato e combattuto fino all'ultimo e alle quali questa esperienza ha permesso di acquisire una forte coscienza politica.
Anche Marie Vauthier scende in campo direttamente. La sua partecipazione alla guerra non è attestata nei documenti dell'archivio centrale, ma è citata come combattente nel libro “La colonna italiana” di Alvaro Lòpez. Questa è la sezione italiana della colonna Ascaso e lei vi partecipa assieme al suo compagno Lorenzo Giusti.
Nella sua biografia, negli anni postbellici, c'è un periodo di buio, di totale mancanza di documenti ed informazioni. L'unica certezza è la sua permanenza a Barcellona, dove lavora come guardarobiera.
Nel 1967 torna definitivamente in Valle d'Aosta. Dichiara al suo comune di percepire una modesta pensione, ma continua comunque a lavorare come cameriera in un albergo di Courmayeur. Il tragitto da lei compiuto in apecar (suo unico mezzo di trasporto) per recarsi al lavoro le sarà fatale: muore infatti in un incidente stradale a Morgex nel luglio 1973.

La prima pagina del fascicolo del Casellario
Politico Centrale dedicato a Marie Vauthier

Le spie del fascismo
Gran parte delle notizie di cui disponiamo sulla sua vita provengono dal Casellario Politico Centrale e sono state fornite da spie del regime fasciste; questo organo ha il compito di raccogliere le biografie, i memoriali e le segnalazioni dei cosiddetti “sovversivi” ed è arricchito e aggiornato periodicamente. All'inizio degli anni '30 l'Italia dispone di uno dei più importanti servizi di polizia giudiziaria preventiva e repressiva. Si creano quindi delle reti di informatori sia in Italia che all'estero, soprattutto in Francia, dove si concentrano gli esuli antifascisti italiani. Il reclutamento dei fiduciari consiste in un lavoro difficoltoso che tiene conto delle debolezze caratteriali e delle crisi psicologiche e morali (che spesso colpiscono gli esuli dopo anni di lontananza dalla patria e dalla famiglia) di chi si sospetta possa essere disponibile; spesso però sono la mancanza di prospettive e la condizione miserabile a piegare la volontà degli esuli.
Gli informatori seguono singole persone etichettate come antifasciste o che nutrono sentimenti politici indefiniti e si infiltrano in piccoli gruppi di sospetta fede politica con il compito di rendere loro la vita difficile, destabilizzare i movimenti creando dei conflitti interni e spesso incentivando gli antifascisti a compiere azioni azzardate (attentati per esempio) la cui scoperta legittima la repressione. L'infiltrazione non riguarda quindi solo i nuclei direttivi, ma grazie a un'ottima ramificazione si estende soprattutto agli ambienti popolari nei quali i delatori hanno il compito di segnalare l'identità dei frequentatori dei ritrovi di oppositori. Risulta quindi praticamente impossibile sfuggire ad un sistema spionistico e repressivo così organizzato e capillare.
La vita di Marie Vauthier si dipana tra impegno e solitudine e il punto di rottura è la sconfitta nella guerra civile. Una volta entrata in contatto con le idee anarchiche, che non abbandonerà mai, vive completamente a disposizione degli altri e della causa libertaria. La sconfitta nella guerra civile genera in lei un senso di delusione e un'amarezza insopportabili e si vede costretta a pensare alla propria sopravvivenza nella Spagna franchista, una nazione che non tollera l'opposizione, la lotta politica aperta e ogni forma di aggregazione, tutti elementi al centro della vita di Marie Vauthier dall'esilio in poi. La feroce dittatura di Franco la costringe quindi alla solitudine, al silenzio e all'abbandono forzato dell'impegno diretto per la causa anarchica. Il ritorno in Valle d'Aosta, anch'esso una sconfitta dolorosa, provoca una condizione di ancora più acuta solitudine e non certo di liberazione e serenità: in valle avverte una distanza incolmabile tra il suo mondo e quello dei suoi concittadini. Una impossibilità di comunicazione e un'incomprensione reciproca che la condannano alla solitudine e all'emarginazione determinate certo da un impegno politico non condiviso, ma anche da uno stile di vita e da punti di riferimento inconciliabili con quelli degli abitanti del suo paese.
Marie Vauthier non ha mai avuto un ruolo da leader, ma come tante migliaia di compagni e compagne ha creduto, lottato, partecipato umilmente con il proprio impegno, forza e determinazione e si è messa in campo in prima persona nella difesa dei valori libertari e antifascisti.

Diego Graziola




Ricordando il Maestro/
Quello stupro (o qualcosa del genere)

Il 26 novembre scorso è morto il regista Bernardo Bertolucci, salutato da un coro generale di lodi che è culminato nella definizione di Maestro, con la “m” maiuscola.
Qualche accenno all'episodio che ha contribuito più di ogni altro alla sua fama, tramite il suo film in assoluto più noto, Ultimo tango a Parigi, è comparso qua e là. Poca roba. Siamo davanti a un Maestro. O no?
In sintesi, alla giovane protagonista Maria Schneider, 19 anni, non viene comunicato né dal regista né da Marlon Brando, co-protagonista del film, che si sarebbe girata una scena di stupro utilizzando del burro come lubrificante.
Non è questione di moralismo, ma di pieno consenso informato di tutte le parti in causa. Senza questo piccolo dettaglio, la musica cambia... E dal campo “artistico” si passa a quello della violenza, anche sessuale.
Se, come lo stesso regista Bertolucci e anche il co-protagonista Brando spiegarono e ripeterono, quel burro non era stato concordato prima, ma comunicato alla Schneider all'ultimissimo momento, proprio per ottenere l'effetto “verità” (a questo proposito, in un'intervista, Bertolucci affermò: “Volevo la reazione di una ragazza e non di un'attrice. Volevo che provasse umiliazione.”), se non di stupro, di qualcosa di simile si è trattato.
E come ripetono insistentemente in questi giorni le donne di “Non una di meno” e tante e tanti altri, in merito appunto agli stupri e in generale alla violenza sulle donne (che noi estendiamo a tutti gli esseri umani, vecchi, bambini, ecc.) “non è normale che sia normale”.
Maria Schneider si espresse subito in tal senso e la sua vita ebbe un tracollo, che la portò a depressione, lunga terapia di supporto psicologico, uso di droghe pesanti. Un'esistenza distrutta, come ciascun essere umano può intuire. Se andava al ristorante e ordinava qualcosa, le chiedevano spesso se con il burro o senza... E via discorrendo.
Una pagina di potere, di maschilismo, di violenza sessuale. Aggravata dalla conferma, oltre vent'anni dopo, da parte del Maestro delle proprie ragioni.
Noi siamo gente semplice. Se una vigliaccata e uno stupro (o qualcosa di simile) sono commessi da un Maestro, una vigliaccata e uno stupro (o qualcosa di simile) rimangono. O no?

la redazione di “A”




Ricordando Gianni Forlano/
Un anarchico d'altri tempi

Sembra quasi che abbia scelto anche la data della sua morte per marcare il senso laico e anticlericale della propria esistenza: nella notte di Natale 2018 è morto, in una casa di ricovero, Gianni (in realtà, Giovanni) Forlano, nato a Postiglione (Salerno) 91 anni prima. Immigrato (a Milano) come milioni di persone dal Sud, di cui si considerava un figlio orgoglioso.

Gianni Forlano

Gianni ha lavorato per decenni alla Farmitalia. Ha vissuto tutta la vita in due famiglie. Da una parte la sua d'origine, i suoi genitori, un padre burbero e maschilista, una madre eccezionale. Meriterebbe, lei, un articolo da sola, popolana di paese, pochissimo acculturata, donna vivace, con occhi vivissimi, un cuore grande come una casa, abituata a una vita quotidiana dura, con quell'arguzia e saggezza che faceva di lei – scricciolo – una delle persone più belle dentro che io abbia mai conosciuto.
Conobbi Gianni nel 1967, quando quindicenne iniziai a frequentare la sede radicale di via Lanzone, a Milano. C'erano Carlo Oliva, Felice Accame, Petra Krause, Aligi Taschera, Luca Boneschi, passavano da Roma Gianfranco Spadaccia, Marco Pannella (con cui Gianni ha avuto un dialogo importante poi interrottosi quando Pannella berlusconeggiò – troppo anche per un “aperto” Gianni). Anche quando bazzicava i radicali, Gianni era e si è sempre dichiarato anarchico. Nel corso della sua vita, spesso ha partecipato a iniziative promosse dagli anarchici. Lo ha ricordato bene Franco Schirone, in un suo ricordo, citando la sua presenza in viale Monza 255 nella sede della Federazione Anarchica Italiana.
Mattia Granata, che a lungo ha vissuto nello stesso condominio ai confini con il comune di Buccinasco, periferia sud di Milano, ha avuto modo di citare, in un suo ricordo, l'importanza dei libri, la quantità e qualità da Gianni posseduta, le centinaia di copie da lui regalate, come atto di gentilezza, certo, ma sempre con l'esplicita volontà di contribuire ad aprire le menti, oltre e contro i limiti antistorici dei pensieri religiosi, reazionari, filo-padronali.
Gianni era gentile, rispettoso, mai una parola sovreccitata o un insulto, sapeva farsi amare. Aveva idee chiare, si schierava sempre “dalla parte giusta”. Tutti sapevano come la pensava e soprattutto sapevano che il suo comportamento quotidiano era in diretto collegamento con le sue idee. L'uomo aveva qualche “difetto”, tra cui un'insistenza a portarti sui suoi temi, dei quali non è detto che l'altro fosse così appassionato. Qualche “sofferenza” la causava anche a me nel forzato ascolto di poesie, più simili alla Divina Commedia che agli aforismi di Ennio Flaiano, che per lui sono sempre stati strumenti per esternare i suoi pensieri e sentimenti. Un po' come gli Inti-Illimani per Roberto Vecchioni.
Dal 1967 alla fine dello scorso anno siamo sempre stati amici, compagni, fratelli. Dalla manifestazione anti-concordataria dell'11 febbraio 1969, bellissima pagina delle minoranze anarchiche, radicali, repubblicane, laiche, compresa la gioventù liberale, in quegli anni caldissimi, Gianni è spesso stato presente. Era amico di Giuseppe Pinelli e per decenni è stato amico del nostro Cesare Vurchio, meridionale anche lui (ma del ceppo pugliese), il più stretto amico di Pinelli. Soprattutto entrambi – Cesare e Gianni – proletari veri, gente che dalla vita non ha avuto alcun privilegio economico. Anzi. Antropologicamente diversi dalla maggior parte di noi, studenti, insegnanti, borghesi, senza tradizione dialettale e abituati – loro – a lavorar duro... Gente per cui lo studio era una sacra scelta volontaria dopo la fatica lavorativa. I libri, loro, li aprivano di notte, noi – per un motivo o per l'altro – anche di giorno.
Mi sto accorgendo che parlando di Gianni parlo di altri. È giusto sia così, perché Gianni concepiva la vita come una serie di relazioni umane, mai ferme a se stesse, sempre orientate a denunciare le ingiustizie, all'impegno individuale, a una trasformazione sociale in libertà e per la libertà. È ad Errico Malatesta che bisogna guardare per cogliere l'ispirazione di fondo del suo anarchismo sociale, laico, mai talebano. Gianni era una persona assolutamente nonviolenta, non si ergeva a giudicare chi invece la violenza aveva usato e usava, ma sentivi che non era “roba sua”: lui mai ha torto un capello a chicchessia, il suo passaggio terreno è stato privo di qualsiasi violenza, vorrei dire nemmeno verbale.
Mi dilungo a parlare di lui perché, paradossalmente, la persona che qui ricordo è stata al contempo assolutamente unica e oggettivo rappresentante di un popolo che sono sicuro essere molto “diffuso”: persone che si sono abbeverate anche alle fonti dell'anarchismo, senza fermarsi ad esse. Persone curiose, riflessive, umane che non si possono inquadrare tra le e i militanti dei gruppi anarchici e del movimento anarchico – perché pur sicuramente libertarie, sono spesso lontane da nostre scelte distintive (penso all'astensionismo elettorale, ma è solo un esempio).
Di questo universo di brave persone, antifasciste, laiche e anticlericali, che mai irriderebbero a una persona religiosa, solo pretendendone il medesimo rispetto, Gianni è stato – nella mia esperienza – un esempio tra i migliori. Un uomo di altri tempi, un cavaliere dell'Ideale.
Con i suoi familiari non sono mancate le incomprensioni. E questo ha sottolineato ai suoi occhi l'importanza della sua seconda famiglia.
Un grazie particolare, sicuramente anche da parte di Gianni, alla sua collega di lavoro Marisa Giazzi che per decenni (non anni, proprio decenni) gli è stata vicina con affetto e rispetto. Da anni nel numero estivo, tra i “fondi neri”, è apparsa una loro sottoscrizione congiunta, per ricordare a fine luglio l'anniversario della morte di Errico Malatesta.
Ciao Gianni, piccolo grande anarchico.

Paolo Finzi




Sindacalismo di base/
Noi dell'Unione Sindacale Italiana

Al neo-segretario dell'USI, pluricentenaria organizzazione sindacale di matrice libertaria, abbiamo chiesto di fare il punto della situazione sociale e sindacale italiana, dal suo punto di osservazione del tutto particolare.

Nello scorso mese di ottobre, l'USI, la storica sigla dell'anarcosindacalismo italiano, ha celebrato il suo XXII congresso. È stato un congresso proficuo, in un clima di rispetto e ascolto reciproco inusuale considerato anche il mondo libertario, in cui a volte ingenerosamente ci si dilania per un termine o una virgola. Sono stati tre giorni intensi e produttivi, e rimando gli interessati alla lettura del sito per approfondimenti su mozioni, deliberazioni, incarichi, ecc.
Ma qual è il senso, oggi, di continuare a portare avanti un progetto come l'USI, in un panorama complessivo che definire desolante è un eufemismo? Ma ancora prima: ha “senso”? La risposta è complessa e articolata.
Quella che una volta si definiva “l'analisi della fase” è drammaticamente sotto gli occhi di tutti: un governo che, nonostante le promesse, non garantisce alcuna garanzia alle classi meno abbienti, ma continua a strizzare l'occhio a evasori e ricchi, con progetti di tassazioni sempre meno eque; i diritti dei lavoratori venduti come inutili orpelli (se non privilegi di un passato ormai lontano e barattati per poco o niente); un sentimento razzista diffuso, capace di azioni e parole per cui fino a pochi anni fa c'era un argine in una memoria collettiva e valoriale che bollava come vergognoso ciò che oggi è assolutamente normale – e di cui il governo è espressione compiuta; una continua precarizzazione delle nostre esistenze in ogni senso; e potremmo continuare.
A livello di opposizione di classe la risposta è scarsa, perché si è già condizionati in partenza da questo clima sociale diffuso. I sindacati confederali, che con buona pace delle anime belle non presentano più significative differenze tra le tre sigle se non occasionalmente e forse massmediaticamente, e sempre più stanno compiendo il passaggio da sindacati come soggetti di identità, difesa e rivendicazione a organismi specializzati nella gestione di servizi, più o meno qualificati, rispetto al godimento di ciò che resta dello stato sociale: CAF, Patronati, ecc. Ogni tanto assistiamo a qualche sussulto, ma è occasionale, dettato magari da spinte autonome e magari impreviste, assolutamente circostanziate, e infatti molto spesso dopo un momento di accesa radicalità, si assiste mesti al rientro nei ranghi.

Le caratteristiche dell'USI
Il sindacalismo cosiddetto di base, che con tutti i limiti resta comunque l'espressione più continuativa di una qualche forma di opposizione di classe, è invece segnato da divisioni e rivalità. È degli ultimi tempi la vera e propria faida, fatta di accoltellamenti e accuse reciproche di violenze assortite e inciuci col padrone, avvenuta nella logistica a Piacenza, tra esponenti USB e SI-Cobas, ma episodi magari meno eclatanti ne abbiamo ogni giorno, in giro per l'Italia.
Questa situazione conflittuale, in diverso modo e titolo, è figlia di una divisione precedente, che ha trovato nel dibattito sul Testo Unico sulla Rappresentanza (conosciuto anche come Accordo del 10 gennaio) una dimostrazione evidente. Da una parte chi, come l'USB, ormai lanciata verso il divenire la quarta confederazione sindacale italiana e non tanto interessata, per l'appartenenza politica dei suoi dirigenti, a modalità interne particolarmente assembleari e orizzontali, ha ritenuto di firmare un accordo che, di fatto, baratta diritto di sciopero (già ampiamente limitato, ad onor del vero) con possibilità di partecipare alle elezioni delle RSU senza particolari problemi, e dall'altra parte il resto del sindacalismo di base (USI, CUB, Si Cobas, SGB, ecc.) che ha criticato fortemente questa scelta, e infatti oggi assistiamo anche a proclamazioni di sciopero differenziate. A mio modesto parere, data l'importanza della materia in gioco, una certa differenziazione è assolutamente giusta e giustificata, se si è sindacato di base dei punti fermi vanno mantenuti, ma ritenere che questa sia utile al conflitto (o anche alla sua rappresentazione, per scimmiottare i criticoni perenni) e pienamente comprensibile per la massa dei lavoratori, beh, credo che nessuno possa affermarlo.
In tutto questo quadro, noi continuiamo con orgoglio e dignità a portare avanti l'USI. Attualmente l'USI è forte soprattutto nella Sanità (gli ospedali del milanese, in particolare), con presenza radicate e combattive negli ospedali di Firenze e Trieste; a questa è da aggiungere una presenza significativa in Emilia e nelle Marche, oltre che a macchia di leopardo un po' in tutto il nord Italia; purtroppo al sud si fa molta fatica a trovare contatti continuativi, ma non si dispera.
L'USI, anche rispetto al resto del sindacalismo di base, ha caratteristiche assolutamente uniche: non solo per la storia, che parte dal 1912 ma ancora prima, con le prime mobilitazioni del 1908, e per l'impostazione teorica (libertaria e autogestionaria) e pratica (assemblearismo e orizzontalità assoluta; mancanza di funzionari stipendiati; revoca di ogni incarico a ogni congresso, compreso il segretario nazionale, cosa che la differenzia da alcune “monarchie” di altre sigle, detto con rispetto ma con veridicità).
Come sindacato, da sempre ribadiamo che un conto è il metodo anarcosindacalista, un altro la realtà di un'organizzazione che è aperta a tutti i lavoratori e le lavoratrici: non siamo un sindacato “anarchico”, non siamo un'organizzazione “specifica”, anche perché, come già diceva Malatesta, sarebbe una contraddizione evidente. Ugualmente, se pensiamo a quante energie e intelligenze sindacali libertarie militino in altre sigle, alcune palesemente in contrasto con le nostre idee, ci dispiace assai, perché riteniamo che non si possa essere libertari a giorni alterni, ma vada ricercata un minimo di coerenza tra ciò che si professa e ciò che si fa.
Con questo, non intendo squalificare nessuno, anzi, esprimo solo rimpianto apprezzando l'impegno di altri libertari esterni a noi.

Una nuova collocazione internazionale
Dalla primavera di quest'anno, l'USI ha scelto di lasciare la storica internazionale anarcosindacalista – l'AIT, di cui nel 1922 è stato uno dei sindacati fondatori – per creare insieme a CNT spagnola, FAU tedesca, ESE greca, IWW nord americana, IP polacca, FORA argentina e tutti gli altri sindacati che ci auguriamo vogliano partecipare, una nuova internazionale sindacalista rivoluzionaria e anarcosindacalista. La decisione, molto sofferta, è stata presa perché nella vecchia AIT esiste un blocco di micro-sindacati, a volte di neanche una decina di iscritti su scala nazionale, soprattutto dell'Est Europa, che sono entrati nell'AIT negli ultimi anni e hanno costituito da subito una specie di “blocco”, molto ortodosso ideologicamente ma allo stesso tempo molto burocratico (i congressi di fatto erano un “votificio” astruso e continuo, non vi era dibattito e tutto si risolveva poco libertariamente a colpi di maggioranza) che ormai era inviluppato in una spirale paranoica per cui fuori dall'AIT tutti erano “nemici”: di fronte al tentativo di espellere un sindacato radicato e storico come la FAU, l'USI e la CNT hanno deciso di dire basta.
L'USI sicuramente deve crescere, e i segnali degli ultimi tempi ci fanno ben sperare: assistiamo a nuove attenzioni, legate alla crescita di credibilità conquistate laddove siano presenti. Molto interessanti sono i tentativi di organizzazione in ambiti solitamente trascurati, vedi l'esperienza di Solidarietà Autogestita, che già da anni proficuamente sta cercando di portare aiuti concreti in situazioni di calamità naturale (si pensi ai terremoti in Emilia e nelle Marche, o alle alluvioni nel parmense), o alla recente nascita dell'Unione Contadina, celebrata al Congresso di Ancona del 2 dicembre di quest'anno. Quello del mondo contadino è un ambito da riscoprire, che ci porta alle radici della nascita dell'USI, e si pone non solo di sostenere i lavoratori sfruttati dell'agricoltura, ma anche di favorire percorsi di sperimentazione, autoproduzione e autogestione in questo contesto.
Ma dove l'USI sta cercando di crescere è nell'intervento reale nel mondo dei lavoratori. Quante volte, nel passato, si sentivano compagni, chi in buona fede chi forse per giustificarsi, affermare che sì, l'USI era una bella idea, ma più che altro ideologica? Questo è il paradigma da rovesciare: oggi è innegabile che sia più ideologico l'anarchico che sostiene di voler cambiare dall'interno sindacati come la CGIL, nei quali il peso non solo a livello decisionale, ma soprattutto nel rapporto autorevole e “identitario” coi colleghi è pressoché nullo. Per questo, vanno formati militanti preparati sindacalmente, con corsi di formazione locale; vanno instaurati rapporti esterni e convenzionati con Patronati e CAF, dai quali è opportuno distanziarsi per non essere condizionati dai soldi che ci girano attorno, ma i cui servizi sono necessari; individuare legali a livello territoriale in grado di sostenere le nostre rivendicazioni; creare Sportelli Sindacali continuativi, che affrontino i problemi “sporcandosi le mani”; iniziare a frequentare tutti quegli ambiti vertenziali (territoriali e aziendali) anche extra RSU che tuttora esistono; divenendo un riferimento serio e credibile a livello locale, anche se ciò vuol dire a volte crearsi inimicizie: del resto l'era dei libertari simpatici perché folkloristici o accodati non ha prodotto grandi risultati.
Nel piccolo, tutte queste azioni nella sezione dell'USI a Parma, a cui appartengo, negli ultimi anni abbiamo cercato di praticarle, a dimostrazione che cercare di fare sindacalismo realmente, pur con tutti gli enormi limiti che abbiamo, non rende meno validi i nostri ideali libertari e i nostri metodi, ma anzi li vivifica, ponendoci continuamente a contatto con la realtà “vera”, che è fatta di tante contraddizioni.
E questa strada va perseguita con determinazione, serietà e tanto entusiasmo.

Massimiliano Ilari