rivista anarchica
anno 49 n. 431
febbraio 2019





Metti un valium nel motore

Il più grande scontro nell'industria mondiale si consumò sulla propulsione delle automobili. Ad accendere la miccia fu il trust farmaceutico, allorquando annunciò la messa a punto di un motore alimentato con medicinali scaduti. Di lì a poco l'auto a pastiglie divenne realtà, sconvolgendo gli equilibri del settore. I nuovi modelli funzionavano con un mix di principi attivi miscelati secondo le preferenze del consumatore. Il carburante ansiolitico, per esempio, garantiva prestazioni sicure e rilassanti, con il vantaggio (primo caso nella storia) di emissioni non inquinanti, anzi decisamente salutari per la stabilità sociale. Le moto ad aspirina si prestavano alla guida invernale e disperdevano nell'aria agenti anti-influenzali. Tanti furono i vantaggi enfatizzati dalle tambureggianti campagne pubblicitarie: i ricostituenti davano longevità alle batterie, contrastavano l'usura del mezzo e facevano sentire meglio tutti, automobilisti e pedoni.
Troppi benefici, osservò qualcuno che gravitava ai piani alti dell'industria. Fu il preludio allo scontro tra due diverse visioni sociali. Chi aveva lamentato fino a quel periodo la completa assenza di alternative politiche e l'appiattimento su un unico modello accettato acriticamente, fu smentito dai fatti, perché la scelta, ora, diventava possibile: l'industria farmaceutica avrebbe fagocitato quella automobilistica, o viceversa?
Furono mesi turbolenti e distruttivi che arrivarono a minare la stabilità del sistema. I colossi del settore investirono miliardi nella competizione e non lesinarono risorse pur di condizionare l'intero quadro politico. Nuovi partiti scalzarono quelli tradizionali, ormai ridotti a vecchi arnesi di mera rappresentanza. Il parlamento – specchio del paese reale – si divise tra il fronte dei Farmacisti e quello degli Automobilisti, spalleggiati da frange estreme come i Benzinai e gli Informatori medico-scientifici. Degno di citazione ma privo di efficacia fu l'operato del piccolo partito Omeopatico, che propose senza successo il graduale passaggio a una tecnologia a impatto zero, prima di scomparire.
Apparve presto evidente che la rivalità acerrima tra le due fazioni produceva più danni che vantaggi. Fu allora che intervenne il trust dei trust per imporre una mediazione necessaria. Nessuno avrebbe inglobato nessun altro. Il mercato delle nuove auto sarebbe stato equamente ripartito tra l'industria farmaceutica e i tradizionali produttori di veicoli. Chiamato a tradurre le indicazioni operative in programma politico fu il partito unico degli Elitisti, che sosteneva la necessità di affidare le decisioni a un ristretto gruppo di eletti, nel senso di persone scelte per talento, competenza e censo. La moderna tecnocrazia rimodellò la vita sociale, ma un giorno inciampò su un banale refuso di stampa. Il leader del partito venne infatti presentato su un giornale come capo degli Etilisti, il che alimentò i sospetti di uno stato di ubriachezza incompatibile con il suo ruolo politico. Non bastarono rettifiche, correzioni e provvedimenti disciplinari per i responsabili del refuso. Lo scambio delle consonanti accese la fantasia di migliaia di oppositori che fino a quel momento si erano esiliati nelle cantine della rinuncia. Abbracciarono i loro fiaschi e iniziarono a cantare le note del dissenso, l'inno degli Etilisti appunto, che si ispirava al brano di un cantautore livornese del secolo precedente e faceva pressappoco così: ...il vino contro il petrolio, grande vittoria, grande vittoria, grandissima vittoria...
Nacque così l'utopia di quei giorni oscuri e lontani, peraltro ancora a venire.

Paolo Pasi