rivista anarchica
anno 47 n. 418
estate 2017





Lo sguardo etnografico

Il primo interesse degli antropologi verso l'immagine risiede nella sua testimonianza di realtà. Il rapporto tra documentazione verbale e documentazione audiovisiva in antropologia è stato spesso contrastato. In epoche diverse e secondo punti di vista differenti, queste due forme di documentazione e indagine hanno conosciuto vicinanza e complementarità, ma anche spazi autonomi di ricerca ed esclusioni reciproche.
Utilizzare mezzi di restituzione etnografica differenti è stata una grande sfida e sicuramente la riproduzione filmica e la fotografica sono stati i principali che hanno sfidato l'antropologia classica negli ultimi 80 anni.
Per lungo tempo la fotografia e il film furono considerati capaci di registrare la realtà (quale?), il dato oggettivo, sul quale si poteva ritornare e ricercare in un secondo momento. Basti pensare al lavoro della Mead e di Bateson che all'inizio del '900 decisero di utilizzare delle cineprese nella loro ricerca sul campo a Bali; produssero moltissimi materiali, stiamo parlando di 6.000 metri di pellicola, 25.000 fotografie, che però verranno montati dai venti ai quaranta anni dopo in diversi film, un taglia e cuci che produceva delle etno-fiction.
All'epoca si credeva che la documentazione visiva fosse in grado di riprendere efficacemente l'aspetto fenomenico, l'ambito dell'esperienza concreta di una cultura, mentre la scrittura sembrava più adeguata alla descrizione dei rapporti simbolici. L'intento della Mead e di Bateson a Bali consistette nel documentare e restituire l'<ethos> di un popolo; si concentrano pertanto sui vari tipi di comportamento non verbale filmando con telecamera fissa per ore. Contestualizzandolo negli anni in cui è stato svolto, lo trovo un lavoro molto interessante, ma allo stesso tempo con molte problematiche legate soprattutto al metodo di utilizzo etnografico della macchina da presa. In sintesi il loro lavoro consisteva in una raccolta di immagini che integravano la descrizione verbale degli eventi; queste immagini venivano usate come una prova, una specie di testimonianza, dell'avvenuto evento e della veridicità del testo che lo descriveva. Oggi sappiamo bene che è difficile parlare di dati oggettivi, che è quasi impossibile essere agenti neutri e che la sola presenza della macchina da presa muta le relazioni con gli interlocutori presenti sul campo, per questo il loro metodo risulta oggi ai nostri occhi totalmente non appropriato.

David MacDougall

La nascita dell'antropologia visiva

Il cambiamento definitivo di prospettiva in questo campo di studi antropologici avviene con J. Rouch e J. Marshall, i quali non considerarono più il film una raccolta di dati da trascrivere in forma letteraria, né un'evocazione fisica di persone e luoghi, ma una conoscenza, creata cinematograficamente, di mente, emozioni, desideri, relazioni, percezioni reciproche dei partecipanti. Il tutto si fa molto più interessante!
Da quel momento in poi possiamo dire che nasce l'antropologia visiva, una disciplina che si occupa dello studio delle forme della comunicazione visiva e della produzione popolare di immagini; vale a dire del loro ruolo come mezzo sia di esplorazione dei fenomeni sociali, sia di espressione di conoscenza antropologica. A questo punto del discorso mi interesserebbe rispondere a questa domanda, ma alla fine che cos'è un film etnografico?
Heider nel 1976 sostiene che il film etnografico sia un mezzo di espressione della comprensione antropologica di un fenomeno; egli nota che esiste una tensione fra le due strategie miranti a mettere ordine all'esperienza: quella estetica e quella scientifica. Per non considerare tutti i film sull'uomo film etnografici, egli propone di parlare di grado di etnicità di un film. L'attributo più importante di un film è il grado in cui esso esprime una comprensione etnografica del fenomeno rappresentato in azioni. Quindi filmare per Heider presuppone una conoscenza diretta non solo di quel particolare fenomeno, ma anche dell'intero sistema socioculturale in cui un particolare fenomeno è inserito, il film etnografico deve rappresentare interi corpi, intere persone, intere azioni.
Altro ricercatore molto interessante è Goldschmidt che già nel 1972 pone l'accento sul valore di traduzione culturale del film etnografico: questo sarebbe pertanto un tentativo di interpretare il comportamento di persone appartenenti ad una cultura per persone appartenenti ad un'altra, utilizzando sequenze che mostrano persone fare cose che avrebbero fatto anche in assenza della macchina da presa.
Trovo importante e particolarmente condivisibile la posizione di Ruby che nel 1975 sostiene che gli antropologi sono in errore perché non considerano il film etnografico come un'etnografia filmica, cioè non attribuiscono le stesse valenze scientifiche all'etnografia scritta e a quella espressa visualmente.

Il libro di Jean Rouch e Steven Feld
Cine-Ethnography (2003, pp. 416)

Una bic e un block-notes

Fino agli anni '70 l'uso del cinema è stato confinato ai margini dell'antropologia, è stato considerato unicamente come strumento di osservazione senza esaminare le sue potenzialità come narrazione e asserzione etnoantropologica del mondo. Sempre secondo Ruby, il film etnografico deve essere valutato come testo e allo stesso tempo, l'etno-cineasta deve conformarsi alle esigenze dell'indagine antropologica.
Il grande Jean Rouch trova una quadra sulla faccenda e a proposito dei film etnografici scrive: “fra filmare gli uomini e osservarli, in fondo non c'è che una piccola differenza di strumentazione: il découpage e l'inchiesta preliminare, le riprese e l'osservazione, il montaggio e la redazione successiva sono le tre fasi essenziali del lavoro del cineasta e dell'etnologo. Il cineasta scrive con una macchina da presa sulla pellicola, e l'etnologo con una bic su un block-notes. Poi il primo monta su una moviola ciò che il secondo elabora con una macchina da scrivere.

Andrea Staid

A sinistra, Robert Gardner


Note bibliografiche

Questo testo deve molto a una dispensa di Cristina Balma Tivola su antropologia visuale.

Consiglio la lettura di:

Massimo Canevacci, Antropologia della comunicazione visuale. Per un feticismo metodologico (Costa & Nolan, 2003, pp. 260)

Francesco Marano, Camera etnografica. Storie e teorie di antropologia visuale (Franco Angeli, 2007, pp. 216)

Cristina Balma Tivola, Visioni del mondo. Rappresentazioni dell'altro, autodocumentazione di minoranze, produzioni collaborative (Edizioni Goliardiche, 2004, pp. 228)

Cristina Balma Tivola, Identità in scena. Etnografia del caso (leggibile sul sito booktoday.ru)

A.S.