rivista anarchica
anno 46 n. 409
estate 2016


grandi opere/5

Quei buchi nell'acqua

con un'intervista della redazione ad Alberto “Abo” Di Monte e testi di Pippo Gurrieri, Comitato popolare contro le trivelle di Licata (Ag) e Augusto De Sanctis


In questa quinta puntata del nostro approfondimento sulle grandi opere, ci occupiamo delle trivelle. E lo facciamo all'indomani di quella che noi riteniamo la trappola/referendum. Un attivista milanese (contro Expo, ma non solo) evidenzia le connessioni tra lotta contro le trivelle e la filiera produttiva e distributiva delle fonti fossili. Dopo il ponte sullo Stretto e il Muos, con le trivelle si chiude la trilogia siciliana curata da Pippo Gurrieri. Il comitato popolare di Licata contro le trivelle racconta la propria esperienza. Un militante del movimento abruzzese anti-Ombrina allarga il panorama, non solo geografico.


A che punto siamo?

intervista della redazione
ad Alberto “Abo” Di Monte

Come continuano le lotte contro le trivellazioni in mare dopo che la trappola del referendum, com'era prevedibile, è scattata? Lo abbiamo chiesto a un attivista No Expo, tra i curatori del libro Sblocca Italia. Dalle trivelle agli stoccaggi di gas.

Sono passati due mesi dal referendum No Triv dello scorso aprile, facciamo un po' il punto della situazione. Come continuano le lotte dopo l'esito della consultazione?
I primi quindici giorni, al netto dei documenti già scritti sull'alto valore democratico della consultazione e sul peso dell'opinione “da rispettare” di milioni di cittadini, sono stati una batosta. Lo sono sempre. Sì, perché chi vota con convinzione, magari partecipando attivamente a campagne e banchetti, non è poi diverso da chi si è sentito tirato per la giacchetta... in tarda serata sono tutti a fissare lo schermo ascoltando con un mix di noia, trepidazione e ansia l'esito in diretta tv.
Il punto non è questo. Negli ultimi mesi, anche grazie alla promozione di portali d'informazione quali www.stopdevastazioni.wordpress.com per la prima volta abbiamo visto mettere in connessione le lotte contro le trivelle, quelle contro le condotte, quelle che insistono sugli stoccaggi e gli impianti di raffinazione. La saldatura dei conflitti aperti lungo tutta la filiera produttiva e distributiva delle fonti fossili è la chiave di volta che si aspettava. Ancora oggi non è un fatto semplice né scontato ma ritengo che questo inciampo possa insegnare il “come” non si può raggiungere un obiettivo (puntando su argomenti che interessano e riguardano una parte del Paese) e su quali siano le alleanze da intraprendere per ricostruire dal basso un'opposizione radicale al continuo sostegno ad un sistema energetico (ed energivoro) che proprio a ridosso del 17 aprile, da TempaRossa alle coste liguri, ha mostrato con drammaticità il suo carattere nocivo, corrotto ed anacronistico.

I sostenitori del referendum erano convinti che la votazione, nonostante vertesse su un aspetto minore, potesse dare visibilità al problema e unire l'opinione pubblica intorno ad una lotta. Altri, come noi, pensavano (e pensano) che lo strumento referendario fosse una trappola. Che effetti pensi abbia avuto il referendum, tanto più alla luce del mancato raggiungimento del quorum?
Il referendum dello scorso 17 aprile fu convocato da nove regioni, aveva quindi un profilo istituzionale e portava con sé un'ambivalente vicinanza con le elezioni amministrative di giugno. La potenza dello strumento referendario poggiava quindi su basi diverse da quella della sovranità popolare dei comitati che pure lo hanno in molti casi sostenuto pubblicamente per convinzione o opportunità. Per comprendere appieno cosa non ha funzionato bisogna ripartire da qui. Nelle settimane precedenti al voto (giusto nelle ultime a dire il vero) e nei bilanci successivi, il confronto tra le parti ha svicolato questo terreno di riflessione concentrandosi da una parte sui contenuti del quesito, dall'altra sulla caratura dello strumento: pratica sussunta o baluardo di democrazia diretta? No alle trivelle o stop al governo?
Ecco, come suggerivo in un precedente contributo per A Rivista (n. 406, aprile 2016) insisto nella convinzione che quella di aprile sia stata un “fuga in avanti” delle regioni con tre difetti grossolani: tempi frettolosi, una collezione di quesiti incapace di sopravvivere alle forche caudine della ragion di stato e di governo, una mancanza di coraggio nel prefigurare alternative per l'approvvigionamento energetico e il mondo del lavoro.
Non parlerei tuttavia di “effetto boomerang”, la disaffezione per la Politica maiuscola e le sue cinghie di trasmissione (e con essa l'abuso nella convocazione di referendum ogni pochi anni) hanno da tempo accresciuto la distanza dal sospirato quorum.
Chi ci ha creduto si è “contato”, riscoprendosi condizione necessaria non sufficiente, chi, pur d'accordo con le ragioni non ha ritenuto di sostenere l'appuntamento, ha avuto un'occasione in più per evidenziarne i limiti e spostare l'equilibrio politico dalla tutela del turismo e delle belle coste a quello della transizione energetica.
Le scommesse sono aperte. Di qui a un anno un nuovo pacchetto di referendum, questa volta sociali, è in arrivo e il suo quesito su pozzi e trivelle parla senza mezzi termini di stop a qualunque tipo di concessioni lungo tutto lo stivale.

Come accade per molte altre lotte, anche quella No Triv viene bollata da alcuni come NIMBY (Not in my back yard, “non nel mio giardino”), cioè come una critica legata solo alla vicinanza dell'opera al proprio territorio, che non propone alternative concrete. Ma chi ha seguito le lotte No Triv sa che è l'intero sistema produttivo basato sui combustibili fossili ad essere messo in discussione. I movimenti propongono una transizione energetica. Ma in cosa consiste praticamente?
Vorrei fosse così, in parte lo è. Non dobbiamo però, non in questo spazio, forzare l'interpretazione sullo “stato di salute” delle tante soggettività che battono bandiera “No Triv”. I segnali positivi sulla maturità del Movimento ci sono tutti... ma non dappertutto. Non è certo dall'ostile Lombardia che si possono indicare con agilità i punti di forza e debolezza, né è compito di questo contributo attribuire patentini di radicalità a questo o quel tassello della lotta. Quel che è certo è che il passaggio dagli argomenti “coste, turismo, tipicità” a quello “salute, clima, territorio” non era un fatto scontato, ma come anticipato è un passaggio fondativo per due motivi. In primo luogo perché da oggi si torna a parlare di qualcosa che ci tocca tutti: la salute. In secondo luogo perché il baricentro della scommessa trasla dall'umano all'ecosistema che ci ospita: territorio e clima quindi. In terzo luogo, e non procedo per importanza, il passaggio politico necessario e oggi possibile è quello dall'opposizione alla costruzione di alternative al sistema energetico in direzione di sostenibilità del pacchetto di fonti, decentramento della produzione, agevolazioni all'autoproduzione e gestione comunitaria delle infrastrutture al posto dell'oggi labile binomio pubblico-privato.
Nulla di scontato, forti i nemici da affrontare, troppi gli ostacoli da schivare, ma grandi possibilità di trasformazione all'orizzonte.

Alberto “Abo” Di Monte
skype & twitter: abuzzo3
www.amonte.info

Siracusa (Sr)

Nuove vecchie strategie economiche

di Pippo Gurrieri

La scoperta di giacimenti di petrolio in Sicilia ha modificato economicamente e socialmente intere zone dell'isola. Il movimento No Triv si oppone ad un modello di sviluppo a centralità petrolifera, improntato al depauperamento delle risorse. In quella regione e altrove.

Il petrolio si estrae in Sicilia dagli anni cinquanta, da quando a Ragusa e a Gela la Gulf Oil lo scoprì e coltivò per poi cederlo all'Eni. Ma il petrolio è anche quello delle raffinerie che hanno irreparabilmente mutato intere zone, un tempo a vocazione agricola e marinara, dell'isola. Oggi, di fronte alla decadenza del fossile, le multinazionali chiedono nuove aree da bucare e il governo Renzi gliele concede volentieri.
Si confrontano due diverse e contrapposte concezioni, una delle quali, quella semplificata nel movimento No Triv, sostiene uno stop definitivo alle trivellazioni vecchie e nuove, la salvaguardia del mare e delle coste, nuove strategie economiche che coniughino lavoro pulito con rilancio di agricoltura, artigianato, pesca, turismo, miglioramento dei servizi, ponendosi oggettivamente controcorrente rispetto ad una visione coloniale che ancora si vuole imporre, improntata al depauperamento delle risorse e alla suicida centralità petrolifera, rischiosa e portatrice di poco lavoro e alti profitti (anch'essi, però, in esaurimento).
La lotta dei No Triv - una realtà diffusa a macchia di leopardo, con grosse problematiche di relazioni interne - non ha ancora espresso livelli di conflittualità particolarmente forti; le sue mobilitazioni si limitano a cortei più o meno partecipati, con numeri relativamente bassi per quanto importanti per i territori in cui si verificano. È questa una lotta che non riesce ad appassionare i siciliani al di fuori delle aree più coinvolte, dove i consensi sono tiepidi, con eccezioni come a Licata, città che vive prevalentemente di terra e di mare e cerca di difendersi dall'assalto dei petrolieri.
Altrove i movimenti hanno fatto controinformazione e hanno pensato di superare la loro debolezza con una vittoria al referendum dello scorso aprile. Un referendum che, oltre ad essersi articolato su un argomento secondario (la durata delle estrazioni fino allo scadere delle concessioni o anche dopo con le proroghe), rappresentava una sorta di ultima spiaggia per ceti politici da tempo a corto di idee e di iniziative, cui si sono affiancati i movimenti sperando che l'occasione servisse quantomeno a fare propaganda contro le ricerche petrolifere.

Pippo Gurrieri


Licata (Ag)

Assalto al Mediterraneo

del Comitato Popolare contro le trivelle di Licata (Ag)

Il progetto delle trivellazioni fa parte di un sistema speculativo che si conserva tramite leggi sempre più autoritarie. La lotta dei comitati siciliani No Triv contro i piani di sviluppo del governo. E contro un modello energetico basato unicamente sui combustibili fossili.

Le compagnie petrolifere, con Eni in testa, hanno ricevuto dagli ultimi governi il lasciapassare che ha consentito loro di avviare un assalto senza precedenti al Mare Mediterraneo e al Canale di Sicilia in particolare. In questo contesto si pone il progetto Offshore Ibleo che prevede la realizzazione di 6 pozzi per l'estrazione di gas e di ulteriori 2 per la ricerca di petrolio, nel tratto di costa tra Licata e Gela. Il progetto, che comprende diverse opere accessorie a terra e in mare, tra cui gasdotti e collettori, ha superato tutte le fasi di analisi preliminare e ha ottenuto il definitivo parere che dovrebbe consentire, a breve, di iniziare i lavori. Sul procedimento pende un ricorso, presentato da associazioni ambientaliste e soggetti istituzionali, il cui esito è atteso per i prossimi giorni.
Non staremo qui a dire quante e quali omissioni, incongruenze, vere e proprie assurdità tecniche siano state inserite negli “studi” sottoposti al vaglio del Ministero dell'Ambiente nell'ambito della procedura di VIA (Valutazione di Impatto Ambientale che è stata esitata positivamente), perché gli aspetti che intendiamo esaminare sono d'altra natura.
Il Comitato Popolare contro le trivelle di Licata ha iniziato il suo percorso nell'agosto del 2014. Quanto fatto in un anno e mezzo ha trovato la sua concretizzazione fisica nella manifestazione “Contro le trivelle e per la dignità” svoltasi il 9 gennaio di quest'anno. E a questa manifestazione vogliamo far riferimento per descrivere ciò che sta accadendo in questo pezzo di Sicilia.
Una manifestazione del genere, in provincia, non si vedeva da tempo. A dire il vero, ascoltando la voce di qualche vecchio militante, una manifestazione così, probabilmente, non s'era mai vista. Giusto nel 1960, a voler andare indietro di parecchi anni, vi fu un grande sciopero generale che produsse una sollevazione popolare numerosa e compatta. Ma quella era un'altra faccenda e, come noto, ebbe esiti tragici.
Senza unirci al balletto dei numeri, avremmo considerato un buon risultato riuscire a mobilitare giusto la cittadinanza licatese, spesso restia e diffidente rispetto alle forme di attivazione di piazza. Al di là dell'esito numerico (del quale comunque siamo più che soddisfatti) il risultato maggiormente rilevante è stato quello della composizione della piazza. Perché a Licata, oltre alle associazioni ambientaliste, oltre alle realtà resistenti degli spazi sociali di Palermo e Catania e dei collettivi dell'isola, si è materializzata una realtà composita fatta di tanti piccoli pezzi: i cittadini “comuni”, singoli o organizzati in associazioni, che fanno massa e acquisiscono consapevolezza diretta degli abusi operati dal grande capitale a danno del territorio. E non neghiamo un pizzico d'orgoglio nell'aver assistito alla piccola gara scatenatasi tra le associazioni locali per dare l'adesione e per dire “noi ci saremo”.

Richieste concrete per bisogni reali

Erano presenti le associazioni di impegno civile, ma anche quelle ricreative e sportive, le scuole di ballo e le organizzazioni che si occupano di donazione degli organi. Erano presenti i lavoratori, primi fra tutti i pescatori di Licata, numerosi, organizzati e agguerriti, ma anche gli operatori dei servizi culturali-archeologici e turistici. Ed erano presenti i rappresentanti degli agricoltori, così come le scuole con gli studenti e i docenti. In sintesi: era presente il popolo. La manifestazione è stata proposta proprio per dar voce a questa composizione sociale ampia e resistente, perché la piattaforma (per nulla NIMBY) voleva essere, ed è stata, una presa di parola da parte di una comunità che urla forte il proprio dissenso contro un progetto vecchio, dannoso e inutile, ma che ha proposte concrete e alternative e che pretende che vengano soddisfatte le necessità del territorio, considerato da sempre periferia della periferia dal governo centrale e dalle amministrazioni di ogni livello.
La comunità che ha animato le strade di Licata chiedeva e chiede la tutela di diritti fondamentali, come quello alla salute, tramite il ripristino del punto nascite, azioni concrete per il rilancio dei settori produttivi principali dell'area, agricoltura, pesca e turismo, l'adeguamento delle infrastrutture di comunicazione a standard di sicurezza adeguati e il loro potenziamento, la tutela dei beni archeologici e la salvaguardia del patrimonio floro-faunistico terrestre e marino, una gestione trasparente dell'acqua, pubblica e bene comune, la bonifica della aree sommerse dall'amianto e il sostegno alla produzione di energia elettrica tramite fonti rinnovabili. Richieste concrete, insomma, per il soddisfacimento di bisogni reali.
Perché riteniamo questo un passaggio così importante? Perché a sentirsi coinvolta è stata anche quella parte della comunità che spesso rimane silente e inattiva; perché abbiamo intessuto molteplici relazioni tra le varie comunità in lotta; perché abbiamo integrato le istanze di una cittadina vituperata e svilita, con l'azione resistente di altre comunità in lotta siciliane, storicamente più radicate, da Palermo a Catania, così come a Trapani, Messina, Ragusa e Niscemi. Le realtà di movimento di tutta la Sicilia hanno creato un fronte compatto per urlare un no a tutti i progetti di trivellazione ma anche a opere e servizi necessari, definendo una pratica di lotta generalizzata che è forte del sostegno delle popolazioni. Il che, a prescindere dai numeri, già ci pare un bel risultato politico.

“Stare in mezzo al popolo”

Alla luce di quanto accaduto prima, a margine ma anche dopo la manifestazione, possiamo affermare in tutta tranquillità che non ci interessa il richiamo a seguire i canoni dell'estetica della “ortodossia” anticapitalista (autocelebrativa), elaborata in seno alle fumose assemblee politiche dei comitati comunisti rivoluzionari per il comunismo (due volte comunisti, perché ci credono davvero loro...) di “paolorossiana” memoria. Siamo convinti che per creare dei dispositivi di resistenza e di lotta sia necessario stare in mezzo al popolo, ascoltare, anzi, “sentire” le istanze e sostenere la richiesta di risposte concrete a bisogni concreti. Bisogna creare e animare meccanismi collettivi e solidali se si vuol dar vita a movimenti reali in grado di opporsi con la dovuta forza alle decisioni calate dall'alto.
E i movimenti che cambiano lo stato di cose esistenti non possono prescindere dal coinvolgimento delle masse che, nella nostra pratica, avviene con l'utilizzo di linguaggio diretto e comprensibile a tutti, attraverso il confronto tra posizioni e opinioni nelle piazze e nei luoghi della socialità. Nessuno ha mai immaginato di avviare confronti “compositivi” con nessun partito od organizzazione politica borghese, ma in questi mesi siamo rimasti ad ascoltare chiunque volesse offrire il proprio contributo.
L'ascolto, che mai è stato accettazione incondizionata, ha seguito uno schema dialettico di confronto, inclusione e generalizzazione che ha consentito di trasformare l'insofferenza latente in una presa di coscienza sempre maggiore e che ha prodotto, nel tempo, una base di consenso diffuso alle iniziative del Comitato, in termini che inizialmente, sarebbe stato difficile immaginare. Un meccanismo, quello del confronto, dell'inclusione e della generalizzazione, che ha reso sempre più palese a una platea sempre più ampia, come il progetto delle trivellazioni non sia una scelta di “progresso e occupazione”, ma solo la scelta di un sistema speculativo che include trasversalmente i portatori d'interesse padronale, dai partiti alle grandi multinazionali, sistema che per esistere e autoconservarsi promuove disposizione legislative sempre più autoritarie.
A questo punto del percorso, l'obiettivo più immediato è dare un respiro più ampio alla battaglia locale. Ed è qui che è subentrata la questione referendaria: “dobbiamo dare risposte concrete a bisogni concreti”, si diceva. E mettere in campo tutti gli strumenti possibili per il perseguimento del risultato. Rispetto alla vicenda dell'Offshore Ibleo, l'esito del referendum, di per sé, non sarebbe stato sufficiente ad allontanare il pericolo dell'invasione delle trivelle, per via della specificità del percorso amministrativo dell'autorizzazione già concessa a Eni. Né immaginavamo che la consultazione potesse esimerci dal proseguire sul terreno della conflittualità aperta con il sistema d'oppressione che ci governa, tuttavia ritenevamo che la vittoria alle urne potesse creare un problema politico al governo italiano e a quello siciliano. Ed è nelle crepe che si potrebbe e dovrebbe incuneare la mobilitazione popolare, con l'obiettivo di allargarle a dismisura e… con l'auspicio di far cedere tutto l'edificio. In altri termini abbiamo sostenuto la campagna per il “sì”: perché il tema delle trivellazioni (e dell'energia) sarebbe diventato sempre più caldo e oggetto di dibattito pubblico con l'approssimarsi della consultazione referendaria.
E allora abbiamo ritenuto di stare dentro quel percorso, per portare i contenuti che ritenevano essenziali e per generalizzare e unificare le lotte, coscienti come siamo che nelle realtà di movimento siciliane è ormai matura la consapevolezza della necessità di costruire un fronte sociale ampio d'opposizione da far crescere nelle piazze e con le masse e non nel chiuso delle stanzette delle avanguardie radical-chic.

Comitato Popolare contro le trivelle di Licata (Ag)


Licata (Ag)

Colpiti e affondati

di Augusto De Sanctis

Le vicende del progetto Ombrina Mare di fronte alle coste abruzzesi. Dal pozzo esplorativo alle mobilitazioni contro le trivelle.
Storia di una lotta contro le perforazioni e di un piano naufragato.


Il popolo abruzzese ha vinto. Questa è la storia di un'intera comunità che ha sconfitto i petrolieri inglesi che volevano colonizzare un territorio bellissimo e il suo mare. Un progetto strategico per le multinazionali dell'estrattivismo, l'ultimo giacimento di petrolio offshore trovato in Italia dal 2008 ad oggi.
È emozionante poter raccontare questa storia e questa lotta, iniziata nel 2008, utilizzando i verbi al passato. Il progetto petrolifero era denominato “Ombrina Mare” ed era proposto dalla società inglese Rockhopper (ex Medoilgas), che voleva perforare 4-6 pozzi di fronte alla costa di S. Vito chietino (Ch), a 7 km dalle spiagge che, dal 2001, in base ad una legge, sono destinate ad essere parte integrante del Parco nazionale della Costa teatina.
Era un intervento molto complesso e le maggiori preoccupazioni derivavano dall'intenzione di posizionare a circa 11 km al largo una grande nave raffineria FPSO (unità galleggiante di produzione, stoccaggio e scarico) per il primo trattamento del greggio tramite desolforazione.
Piattaforma e nave sarebbero state collegate da oleodotti e gasdotti lunghi decine di chilometri posati sul fondo del mare. La durata minima prevista del progetto era di 25 anni. Una volta al mese una petroliera avrebbe affiancato la nave FPSO per caricare il greggio, in un'operazione piuttosto pericolosa chiamata “allibo” durante la quale di solito si verificano perdite di greggio.

Un fronte di lotta già aperto

Le dimensioni della nave FPSO erano gigantesche: 330 metri di lunghezza. Più lunga dell'intero stadio Adriatico di Pescara.
Fin qui a grandi linee le caratteristiche del progetto. I cittadini si accorgono di questo nel 2008 quando si posiziona vicino alla costa una piattaforma che procede a realizzare un pozzo esplorativo per testare la possibilità di sfruttare il giacimento. Sulla costa da subito giungono segnalazioni di ritrovamenti di gocce di olio.
Parte la mobilitazione. In realtà gli abruzzesi erano già attivi sul fronte petrolifero poiché l'Eni, l'anno precedente, aveva avviato l'iter per costruire un centro di trattamento dell'olio in terraferma simile a quello realizzato a Viggiano in Basilicata, oggi balzato alle cronache per i gravissimi problemi ambientali e le inchieste della Magistratura. Come se nulla fosse, l'azienda del cane a sei zampe voleva localizzare la raffineria tra Ortona e Tollo (Chieti), proprio nella zona a maggiore densità di aziende del comparto vitivinicolo d'Abruzzo, capaci di dar migliaia di posti di lavoro. La reazione era stata immediata e manifestazioni con migliaia di persone si susseguivano assieme a decine di incontri informativi e di sensibilizzazione e auto-formazione. Anche il Centro Oli fu sconfitto con una mobilitazione di agricoltori, associazioni, cantine sociali. Berlusconi arrivato a Pescara per un'iniziativa elettorale fu costretto a dichiarare che il progetto non doveva essere realizzato per la forte contrarietà degli abruzzesi. Furono varate leggi regionali per contrastare l'iter, compresa quella, primo caso in Italia, per istituire la procedura di Valutazione di Impatto Sanitario. Anche i comuni si schierarono e l'Eni fu costretta ad abbandonare il progetto.
Il terreno era dunque fertile per far nascere una mobilitazione ancora più radicale, diffusa e determinata, quella che appunto ha portato a sconfiggere la multinazionale inglese che nel frattempo stava portando avanti il progetto Ombrina mare.

“I petrolieri ringraziavano il governo”

Il pozzo esplorativo del 2008 dà esito favorevole e nel 2009 la società presenta la documentazione per la valutazione di impatto ambientale che viene contestata dalle osservazioni di migliaia di persone. Il primo stop al progetto arriva nel 2010 con il Decreto Prestigiacomo che introduce il divieto di perforazioni di pozzi nelle 12 miglia dalla costa dopo l'incidente nel Golfo del Messico. Purtroppo le pressioni dei petrolieri in due anni portano alla revoca del divieto con il varo del cosiddetto Decreto Passera. Agli atti si ritroverà una lettera dei petrolieri inglesi che ringraziavano il Ministro dell'Ambiente Clini per aver supportato la rimozione degli ostacoli legislativi che impedivano la realizzazione del progetto che, quindi, si riattiva.
Il 13 aprile 2013 ben 40.000 persone marciano a Pescara per dire no all'assalto dei petrolieri ai mari abruzzesi. Associazioni, comitati, decine di comuni, le diocesi, le cantine e tantissimi semplici cittadini compongono la più grande manifestazione mai vista in Abruzzo fino ad allora.
La lotta paga. Il neo-ministro dell'Ambiente Orlando chiede un approfondimento progettuale che produce un rallentamento nell'iter autorizzativo. Passa poco più di un anno e il Governo Renzi rilancia fortemente le attività petrolifere imponendole ai territori con le nuove regole del Decreto Sblocca Italia. I movimenti abruzzesi promuovono con altri comitati di altre regioni un sit-in di due giorni davanti al Parlamento durante i lavori di conversione in legge del Decreto: parte la campagna Blocca lo Sblocca Italia.
A marzo 2015 la Commissione Valutazione di Impatto Ambientale nazionale rilascia il parere favorevole al progetto nonostante le centinaia di osservazioni contrarie fondate su dati incontrovertibili sulla pericolosità del progetto. Nello stesso periodo si scoprono gravissime situazioni di conflitto di interesse e di sospetti di collusioni con la criminalità organizzata per alcuni membri della Commissione tanto che il Governo è costretto ad annunciare il rinnovo della Commissione. Riparte intanto la mobilitazione, con una grande assemblea di oltre 500 persone al centro sociale Zona22 a S. Vito chietino, a cui partecipano cittadini, sindaci, associazioni, comitati. Si decide di promuovere una nuova manifestazione, tra mille dubbi circa la sua riuscita dopo la grande iniziativa a Pescara due anni prima. Questa volta si decide di farla addirittura in una città più piccola, Lanciano, che ha solo 37.000 abitanti.
Nasce il Coordinamento No Ombrina, con gruppi di lavoro misti: rappresentanti della chiesa, di centri sociali, di associazioni e singoli cittadini assieme preparano l'evento. Si chiede la solidarietà dalle altre regioni. A Lanciano si materializzano i sogni degli attivisti: 60.000 persone sfilano il 23 maggio 2015 per le strade della città, provenienti da tutto l'Abruzzo e da tante altre regioni. È la festa di un popolo che caparbio difende il suo futuro, la sua economia. Albergatori e pescatori, studenti e sacerdoti, agricoltori e sindacati, movimenti e comuni, soggetti politici e cantine sociali, tutti assieme dicono NO sotto la pioggia battente a questo progetto sconsiderato.
Il Governo Renzi però non ascolta, va avanti per favorire la lobby dei petrolieri. D'altro lato il Times di Londra aveva detto un anno prima che anche Cameron si era mosso per sostenere con il Governo Letta gli interessi della Rockhopper. I poteri internazionali si muovono compatti a favore dei petrolieri.
Il popolo dalla parte dell'ambiente, della salute e dell'economia diffusa del turismo e dei prodotti dell'economia agricola, dunque. Renzi dall'altra, quella del profitto concentrato nella mani di pochi.
La lotta si fa convulsa. Decine, centinaia di attivisti ormai lavorano a tempo pieno per proteggere la regione dall'assalto dei petrolieri e del Governo.
Si organizzano sit-in, incontri a tutti i livelli, si scrivono esposti, diffide.
Ormai si percorrono tutte le opzioni. La Regione Abruzzo con altre regioni promuove 6 quesiti referendari di cui uno per ripristinare i divieti del 2010 dentro le 12 miglia. Il Consiglio regionale vara altri tre provvedimenti. Una legge regionale, dichiaratamente incostituzionale e provocatoria, che vieta ogni progetto petrolifero nel mare di fronte alla costa abruzzese.
Il Coordinamento No Ombrina promuove una proposta di legge di iniziativa regionale alle Camere per modificare le norme vigenti e l'istituzione, sempre con una Legge regionale, approvata all'unanimità, di un Parco Marino Regionale al di sopra del giacimento.
Il Governo inizia ad essere in difficoltà. La prima conferenza dei servizi a Roma è letteralmente assediata da 500 manifestanti con momenti di tensione davanti ai portoni ministeriali. Si rinvia a novembre ed anche lì il popolo abruzzese manifesta nuovamente la sua ostilità al progetto, sia in piazza sia nelle stanze del Ministero dello Sviluppo Economico dove gli enti locali e la regione si presentano con uno stuolo di avvocati al seguito.
Nel frattempo l'iter referendario avviato dalle regioni va avanti. Il Coordinamento No Ombrina promuove un incontro con parlamentari di ogni schieramento per premere affinché sia varato un emendamento ad hoc.

Un parco marino al posto della piattaforma

Nella Legge di Stabilità 2016 il colpo di scena. Il Governo è costretto a presentare degli emendamenti per scongiurare i referendum delle regioni. Tra questi quello che blocca Ombrina. È fatta! Tale è la gioia che il Coordinamento No Ombrina promuove il “Capodanno No Ombrina” assieme al comune di Lanciano, capofila degli enti locali che hanno contrastato il progetto nonché città della Resistenza. Centinaia di persone cantano e ballano nella piazza che soli pochi mesi prima aveva visto sfilare la più grande manifestazione mai avvenuta in Abruzzo e la più partecipata contro la deriva petrolifera in Italia.
Ai primi di febbraio 2016 il Ministero dello Sviluppo Economico emana il diniego al progetto.
È bello pensare che ora in quel tratto di mare c'è un Parco marino e non una piattaforma e una raffineria, anche se il Governo ha impugnato la norma davanti alla Corte Costituzionale.
Una comunità intera si è ribellata, arrivando ad un passo dalla sconfitta, ma uscendone vincitrice. Le bandiere, gli striscioni, le scritte su muri, strade e addirittura vigne, potate ad arte dagli agricoltori per scrivere a caratteri cubitali “No Petrolio”, restano a testimoniare il valore identitario di questa lotta. Dopo otto anni di impegno civile quasi ogni abruzzese ha in famiglia qualcuno che si è battuto contro i petrolieri. Il Coordinamento No Ombrina nel frattempo ha promosso assieme ai movimenti di altre regioni decine di incontri e manifestazioni per allargare la contestazione all'economia petrolifera. Nella costruzione di relazioni forti fondate sulla difesa dei beni comuni e del territorio si sta mettendo la stessa determinazione che ha fermato il progetto Ombrina. Ad Ancona, con un'assemblea di oltre 300 persone da tutta Italia, ad ottobre 2015 è nata la campagna Stop alla Devastazione e al saccheggio dei territori, per i diritti sociali ed ambientali. Lo scambio di esperienze, di pratiche, la promozione di iniziative farà della vittoria contro Ombrina un momento di un percorso più ampio per fare uscire dal mortifero mondo degli idrocarburi il nostro paese. Ci riusciremo.

Augusto De Sanctis


Grandi opere/ Le precedenti puntate

Le precedenti quattro puntate del nostro approfondimento sulle grandi opere sono state dedicate al sottoattraversamento Tav a Firenze (“Un tunnel di problemi”, di Tiziano Cardosi, “A” 405 – marzo 2016), al bilancio di Expo 2015 (“I conti in tasca ad Expo”, di Alberto “Abo” Di Monte, “A” 406 – aprile 2016); al ponte sullo Stretto (“Il mostro dello Stretto”, a cura di Pippo Gurrieri, “A” 407, maggio 2016) e sul Muos (“No Muos”, di Pippo Gurrieri e Fabio D'Alessandro, “A” 408 – giugno 2016).