rivista anarchica
anno 45 n. 403
dicembre 2015 - gennaio 2016





Dibattito ricerca scientifica.3/ La scienza è legata ai sistemi di dominio

Allo scopo di precisare alcuni punti del dibattito sulla ricerca scientifica e su quella che potrebbe essere una prospettiva anarchica (“Facciamola finita con la ricerca scientifica”), emersi dalla lettura degli interessantissimi contributi di Lorenzo Coniglione (“A” 401, “Dibattito ricerca scientifica.1/ Appropriarsi della scienza”) e Massimiliano Barbone (“A” 401, “Dibattito ricerca scientifica.2/ Ma la scienza va socializzata”), ecco alcune riflessioni che vanno a completare il mio articolo pubblicato sul numero 397 di “A”, dal titolo: “Basta con la ricerca scientifica!”.
In effetti si può sostenere che la scienza non sia “legata in modo inestricabile ad un sistema di dominio”, come fa Coniglione. È difficile contestare quell'“inestricabile”... Tuttavia, internet, il web e gli algoritmi attuali, solo per fare tre esempi che si basano su uno sfruttamento tecnico diretto di scoperte scientifiche come la cibernetica di Norbert Wiener, sono stati proprio pensati e realizzati da entità che discendono da un sistema di dominio: l'esercito statunitense per internet, il Centro europeo per la ricerca nucleare per il web, le banche d'affari e gli Stati (tra gli altri) per gli algoritmi più potenti. I contributi della teoria critica dopo Auschwitz e Hiroshima, in proposito, mi sembrano incontrovertibili: dal 1945 la scienza si è posta quasi integralmente al servizio di ciò che ci opprime (la filiale tedesca della IBM aveva preso parte alla “gestione amministrativa” dei deportati nei campi di concentramento e di sterminio...). Propongo di dire più precisamente che “Fino ai giorni nostri, la scienza è stata legata in modo inestricabile ad un sistema di dominio”. Il che non significa, naturalmente, che sarà sempre così, ma bisogna inevitabilmente chiedersi perché, fino a questo momento, la scienza impernia le proprie ricerche più sul versante di ciò che ci opprime che sul versante di ciò che ci libera...
Nel mio articolo pubblicato sul n. 397 di “A”, ho fatto riferimento alla tesi di Lewis Mumford di una Megamacchina come sistema di dominio fondato sulla scienza. Il che non impedisce che si possa impostare un approccio scientifico e al tempo stesso non dominatore, se non addirittura antiautoritario; ma allora il dilemma è politico: se una simile scienza può esistere o esiste già, com'è possibile che essa sia così marginale, e che solo la scienza legata agli apparati di dominio monopolizzi i contributi alla ricerca? (Così vanno le cose in Francia e mi sembra che negli Stati Uniti sia ancor peggio...). Perché viene investito tanto denaro negli OGM, nel nucleare (in Francia il nuovo reattore di Flamanville costerà miliardi di euro...), negli algoritmi finanziari, e niente nella ricerca per migliorare i recipienti che utilizzano l'energia solare per trasformarla in energia termica, per esempio? Perché gli scienziati che lavorano all'elaborazione di una scienza non dominatrice non sono maggiormente presenti e ascoltati?
Il rischio che si corre nel non fornire risposte soddisfacenti a tutte queste domande non rivela forse che si crede in una futura età dell'oro, nella quale la scienza sarebbe interamente al servizio del non-dominio, una scienza anarchica e un'età dell'oro che non abbiamo alcuna probabilità di vedere un giorno realizzate nella misura in cui il primo nodo da sciogliere è proprio quello del dominio? Mi sembra che sia la questione cui giunge anche Coniglione, ma attraverso vie differenti. Ma allora, rispondiamo a questo quesito scomodo: siamo condannati a pensare che oggi serve il dominio, e dunque ivi comprese la scienza e le sue applicazioni tecnologiche; di conseguenza, invece di rifiutare semplicemente in modo astratto il dominio, potremmo porci nella prospettiva che tende all'anarchia e lavorare nella direzione di un cambiamento di ciò che ci opprime nel senso di una minore oppressione, il che implica il fatto che non dobbiamo illuderci sulla natura della scienza oggi, che è uno strumento al servizio della dominazione.
Potremmo costruire, dunque, una teoria che rifiuti e respinga la scienza dominatrice, e metterla in pratica rifiutando ciò che ciascuno di noi si sente in grado di rifiutare e respingere, dai telefoni cellulari fino al cibo geneticamente modificato, dai farmaci allopatici ai treni ad alta velocità. In sintesi, indirizzare la tecnoscienza verso la rottura di ciò che la lega all'apparato di dominio. Una moratoria, auspicata da David Watson, o la fine della ricerca scientifica (se ciò si verificasse) aiuterebbero enormemente! È un punto che vorrei sviluppare in un prossimo articolo per “A”, sul matematico anarchico Alexandre Grothendieck.
Inoltre tengo a precisare che, come ha detto bene Coniglione, non sono affatto un primitivista, proprio perché, nutrendomi per lo più dei prodotti del nostro orto e della raccolta di piante selvatiche locali, sono consapevole del fatto che, in caso di un cataclisma industriale globale, per esempio, il primitivismo porterebbe a una violenza devastante per accaparrarsi il cibo disponibile. Pierre Clastres, che spesso viene citato in questa rivista, in Archéologie de la violence, ha ampiamente dimostrato che il paleolitico non è certamente una soluzione emancipatrice.
Quanto poi a ciò che rileva Barbone, in effetti si può pensare che una scienza unificata, su cui in particolare è imperniata oggi la ricerca degli astrofisici, non impedirebbe altri modi di spiegazione del mondo. Ma purtroppo la sua ipotesi è arbitraria: è evidente come la spiegazione scientifica dell'universo ha letteralmente spazzato via qualsiasi altra spiegazione, in particolare quella religiosa, nel corso del XX secolo, provocando, come reazione, l'attuale ritorno alla religione nelle peggiori forme di fanatismo (dai cattolici e protestanti statunitensi all'islam e al giudaismo). La questione vera è: gli scienziati sono disposti a capire e accettare spiegazioni del mondo diverse dalle loro? La lettura approfondita di Stephen Hawking, astrofisico iperpresente sui media, tra gli altri, mi ha convinto del contrario, così come ne era stato convinto Grothendieck dagli anni settanta in poi.
Precisiamo qualcosa sull'autonomia della scienza. Lo stesso Stephen Hawking spiega che oggi, una persona molto colta non può sperare di abbracciare tutte le conoscenze umane, mentre, all'epoca di Newton, ciò era ancora possibile. Il che significa, secondo lo stesso Hawking, che ogni scienziato può, al massimo, conoscere alcuni campi di ricerca, e non può più avere l'ambizione di trasmettere le proprie conoscenze a una parte significativa della popolazione. (Sottolineiamo che Hawking compie un grande sforzo in questa direzione.) Gli scienziati più brillanti operano ormai in un ambito che li rende di fatto autonomi a livello della loro scienza. Grothendieck era convinto che al massimo dieci persone al mondo erano in grado di capire le sue ricerche negli anni sessanta-settanta. È anche in questo senso che la scienza è diventata autonoma dagli essere umani, ormai incapaci di capire a fondo le ricerche in campo astrofisico, genetico o in materia di algoritmi matematici, senza dimenticare la fisica nucleare e certe forme di medicina, solo per fare gli esempi più eclatanti.
Io non credo che la scienza debba preoccuparsi soltanto di sapere. Anche in questo caso, la lettura di Hawking potrebbe convincere qualsiasi persona con un briciolo di sapienza che, se questo astrofisico è rappresentativo della casta cui appartiene, e purtroppo sembra che lo sia, allora significa che queste persone sono già da adesso su un pianeta diverso dal nostro. Tra le altre stranezze sulle quale lavorano in parecchi, Hawking chiede: “Perché ci ricordiamo del passato e non del futuro?” A dimostrazione di quanto ciò sia assurdo, di quanto significhi ignorare il significato delle parole (passato, futuro, ricordo) e la dialettica più elementare, è il fatto che gli odierni scienziati, o meglio una parte di essi, sono assolutamente privi di sapienza. La scienza dovrebbe invece preoccuparsi di valutare se sta producendo sapienza, e la risposta, attualmente, è no.
Infine, la scienza attuale non può più essere olistica proprio in ragione della complessità. Ma Barbone dice bene: la scienza, di per sé, dovrebbe esserlo. Anche per me è una cosa evidente. Tuttavia resta da sapere se può diventarlo prima dell'età dell'oro dell'anarchia, ma io non lo credo. Di qui la tesi di una vita protesa verso l'anarchia, e allora tutti insieme, sì proprio tutti, mettiamoci al lavoro per indirizzare la scienza verso una politica di non-dominio.
Fermare la ricerca scientifica non significa gettare la scienza alle ortiche – anch'io utilizzo la scienza così com'è attualmente – ma arrestare la sua folle corsa verso la complessità, l'iperspecializzazione e l'autonomia dei percorsi di ricerca, in relazione ai bisogni reali dei bambini, delle donne, degli uomini e degli esseri viventi di questo pianeta. E tentare di tornare a una scienza dedicata unicamente ai bisogni degli esseri umani e alla loro emancipazione.

Philippe Godard
Francia

traduzione di Luisa Cortese



Come possiamo concepire un ordine libertario?

1. Come possiamo concepire un ordine libertario? Il suo primo requisito è che non deve avere natura coercitiva. Ma può, questo requisito, estendersi ai comportamenti umani che, per essere liberi, non sopportano alcun limite? In altri termini: può esistere un ordine libertario che, senza scivolare nel caos, eviti la repressione dei comportamenti più sfrenati? Come caso esemplare di comportamenti privi di limite o sfrenati, consideriamo le passioni umane. Qualcuno efficacemente ha detto: Tutte le passioni esagerano, e sono passioni perché esagerano. Una relazione umana può essere innescata da passioni quali aggressività, ambizione, avidità, gelosia o invidia, non meno che da passioni quali amore, gioco o immaginazione. Sarebbe insensato provare a controllare la direzione dei flussi, poiché anche le passioni che alcuni giudicano viziose, pericolose o perfino distruttive, conferiscono significato alla nostra vita e motivazione alle nostre azioni. Inoltre, ovviamente, una società libertaria non può controllare le passioni; deve aprirsi alla vertigine (pericolosa e talvolta spiacevole) della libertà.
2. La domanda posta all'inizio può ricevere una risposta, che illustro mediante due metafore. Un'automobile può lanciarsi in una corsa “selvaggia”, che trascura limiti e vincoli, anche non avendo un assetto meccanico equilibrato e un impianto di freni funzionante. Ma per raggiungere un'elevata velocità, l'automobile deve mantenersi sulla strada asfaltata; e se desidera prolungare la corsa, accelerando dopo la curva, deve ricorrere ai freni. Ne segue che la sua corsa non è mai del tutto “selvaggia”: al contrario, è proprio il controllo su strada che le permette di proseguirla e di accentuarne la velocità. Allo stesso modo una passione richiede, per esprimersi pienamente e per durare, meccanismi omeostatici: essa è sì sfrenata, ma non perché priva di freni. Le passioni capaci di attraversare l'intera vita sono quelle che si autolimitano, non perché subiscono qualche vincolo esterno, ma al contrario per meglio esprimersi. Una passione può scatenarsi ed essere distruttiva, ma non fino al punto da distruggere il soggetto e il gruppo sociale: se così facesse, distruggerebbe in effetti se stessa. Nessun potere l'addomestica; è il suo stesso “correre” che la fa stare sulla strada e le fa usare i freni.
3. Sto dunque descrivendo un meccanismo grazie al quale le passioni si autolimitano senza subire repressione o imbrigliamento. Esse contengono non i propri eccessi, ma la loro distruttività personale e sociale, senza usare le briglie della coercizione oppure quelle della persuasione. Ma vi un'ulteriore difficoltà: in molti casi, le passioni contrastano l'una con l'altra. Se esse “cozzano” l'una con l'altra, come può mantenersi un ordine libertario? Per rispondere introduco un'altra analogia con la circolazione stradale.1 Negli ultimi anni, in numerosi paesi la regolazione del traffico misto (autoveicoli, motoveicoli, biciclette e pedoni) ha visto il declino dei semafori agli incroci e la diffusione delle rotatorie. La gestione dei flussi di traffico da parte dei semafori è basata su una logica binaria: con il verde si transita, con il rosso si aspetta. Piuttosto, le rotatorie funzionano come i pattinatori che su una pista affollata coordinano le rispettive traiettorie per non urtarsi: ogni guidatore, percependo il pericolo, è vigile e pragmatico; non passa quando gli spetta, bensì quando è sensato farlo (il pedone o la bicicletta procedono con cautela, anche quando sarebbe il loro turno). Il risultato non è soltanto una drastica riduzione degli incidenti, ma pure una ridefinizione dell'idea stessa d'incidente: di solito, se due pattinatori si toccano, nessuno concepisce l'episodio come uno scontro per verificare chi prevale; in modo analogo, i tamponamenti stradali appaiono errori bilaterali di coordinamento delle traiettorie. Mentre dunque lo scontro frontale oppone chi vince e chi perde, il conflitto è un problema di coordinamento. Allo stesso modo, le passioni non si scontrano l'una contro l'altra, bensì confliggono entro un complessivo campo di forze. Il conflitto, correndo lungo una molteplicità di dimensioni, non ha fine: nessuna passione elimina mai l'altra, nessuna ottiene mai una vittoria definitiva, poiché tutte, in un insieme di processi intrecciati, costituiscono il carattere della persona. Dentro la persona ciascuna passione rinvia a ogni altra mentre confligge con essa: di più, proprio perché confligge. Quale unione e contesa di singolarità, il conflitto non è dunque una guerra totale, bensì autolimita la propria carica distruttiva per riprodursi, ossia per non avere mai soluzione. È questo il meccanismo endogeno che regola le passioni sfrenate: vi è una rotatoria intorno alla quale tanti veicoli diversi si mantengono alla giusta distanza.
4. È importante mettere a fuoco meccanismi di comportamento come quelli descritti: la passione che cerca un proprio limite per meglio scatenarsi, oppure il conflitto che – senza annullare l'avversario, né ridurre se stesso – si ridisloca in un campo di molteplici contrapposizioni. Sono meccanismi che aiutano a capire come una società libertaria possa essere non coattiva nel trattare i comportamenti umani meno addomesticabili, e allo stesso tempo possa essere un ordine.

Nicolò Bellanca
Firenze

1. James C. Scott, Elogio dell'anarchismo (2012), Elèuthera, Milano, 214, pp.109-111.



Antispecismo e anarchismo: un nesso inscindibile

L'antispecismo, quella forma di lotta per la liberazione animale, rappresenta un argomento che nel corso degli anni ha sollevato accese discussioni all'interno dei gruppi anarchici. In particolare ci si chiede se l'antispecismo rappresenta o meno una lotta insita nell'anarchismo. Cos'è che differenzia lo specismo dal razzismo o dal sessismo? Non è forse lo specismo una delle varie strutture gerarchiche di dominio al pari delle altre? Può parlarsi di anarchismo senza antispecismo?

Un chiarimento terminologico
All'interno del movimento anarchico globale, da decenni, si porta avanti la discussione intorno all'antispecismo e, in particolare, di come il movimento libertario dovrebbe approcciarsi ad esso. Nello specifico, ci si chiede se l'antispecismo dev'essere o meno considerata una componente essenziale nella definizione di anarchismo e di anti-autoritarismo.
Com'è noto, l'antispecismo, rappresenta quella corrente filosofica, culturale e politica per cui nessuna specie animale, sia essa umana che non-umana, è considerata al di sopra e/o superiore alle altre. Per questo, è antispecismo, quell'insieme di pratiche quotidiane volte all'abbattimento dello sfruttamento delle specie animali, e che a queste provocano danno e sofferenza, per trarre esclusivo vantaggio e godimento a favore di un'altra. Alla base di ciò, c'è il pieno riconoscimento del diritto alla vita e alla non-sofferenza di tutti gli esseri animali. Di contro, ovviamente, c'è lo specismo che considera una specie come superiore alle altre e, pertanto, si accaparra, in maniera del tutto autoritaria, il diritto di disporre della vita delle altre specie. L'antispecismo quindi, si batte per la liberazione totale degli esseri animali, senza distinzioni alcune rispetto alla specie di appartenenza.
È bene precisare che nella discussione in oggetto, sarebbe del tutto irragionevole adoperare la distinzione tra specie umane e non-umane, in quanto si porrebbe inevitabilmente anch'essa come una differenziazione specista. Infatti, la divisione tra animali umani e non-umani, andrebbe a considerare l'umano come fulcro per la distinzione di questo rispetto alle altre specie animali con un approccio chiaramente gerarchico. L'umano, secondo l'approccio antispecista, è considerato solo come una delle milioni di specie presenti sulla Terra, avente così pari dignità e diritto alla vita riconosciuti a tutte le altre specie animali. Pertanto, in questo contesto, se non rappresenta significato alcuno la differenziazione specista tra animali umani e non-umani, se non al fine di favorire una discussione terminologica e dialettica più lineare e fluida, allo stesso modo in assoluto non viene riconosciuta la divisione antropocentrica e comunemente accettata tra umani e animali come appartenenti a due mondi diversi e distanti. Ad ogni modo, va detto che l'antispecismo è una corrente culturale e politica nata per contrastare il dominio dell'animale umano sulle altre specie animali e che, per questo, la pratica della liberazione animale che viene messa in atto è prettamente umana. Perciò, laddove la distinzione tra animale umano e animale non-umano potrebbe essere considerata legittima in senso antispecista, è solo a condizione che questa non venga inquadrata come differenziazione naturale e assoluta, ma bensì, come il riscontro di un volontario e meccanico sganciamento del vivere umano rispetto alle società non-umane, ossia rispetto alla restante società naturale - ed è qui che va a concrettizzarsi l'antropocentrica e specista distinzione finora discussa - la quale include le società animali, l'ambiente, e l'interazione tra queste due.

Specismo come categoria di dominazione
Lo specismo altro non rappresenta che una delle varie forme di dominio dell'essere umano sulle società non-umane. O meglio, lo specismo, è solo la gerarchia imposta dall'animale umano nell'interazione con gli animali non-umani. In effetti, a ben guardare, le società strutturate in maniera verticistica e gerarchica, impongono la subordinazione di uno o più individui a vantaggio di altri. Così, ad esempio, il razzismo impone la subordinazione di alcuni individui rispetto ad altri sull'errata considerazione della differenza biologica su base razziale; allo stesso modo il sessismo in base all'identità sessuale, così come il maschilismo e l'omofobia; ancora, il classismo, impone la subordinazione di alcuni individui rispetto ad altri in base all'appartenza ad una determinata classe sociale; l'etnocentrismo su base etnica impone la supremazia di un'etnia sulle altre o il nazionalismo su base nazionale. Lo specismo così, impone la subordinazione di tutte le specie animali non-umane agli interessi dell'unica specie animale umana.
L'anarchismo, che nasce proprio dalla lotta per la distruzione del dominio, del potere, dell'autorità e delle gerarchie, non può non prendere in considerazione l'antispecismo al fianco dell'antisessismo, dell'antirazzismo, dell'antiautoritarismo per la costruzione di una società libertaria. Infatti, la supremazia umana rispetto agli animali non-umani, è imposta sulla mera appartenenza degli uni e degli altri a specie diverse tra loro, così come ogni gerarchia sociale nasce dall'appartenenza a gruppi sociali portatori di interessi diversi tra loro. Le gerarchie quindi cadono e vengono abolite laddove la distinzione di appartenenza non si pone come limite, ma quando c'è il riconoscimento della diversità utile solo per il perseguimento di interessi differenti. Se questo riconoscimento vale ed è valso in passato nel rapporto tra umani, l'anarchismo dovrebbe riconoscere le differenze tra animale umano e animale non-umano come delle caratteristiche peculiari ma non limitanti e legittimitanti lo sfruttamento dei secondi ad opera dei primi. A tal proposito, basti pensare ad esempio che lo schiavismo, sin dalle civiltà antiche fino all'età moderna, è stato giuridicamente regolamentato fino alla sua abolizione (su questo bisognerebbe ragionare se lo schiavismo ha semplicemente cambiato forme rispetto al passato) avvenuta quando, giusto per esemplificare, il colore nero della pelle è stato riconosciuto come caratteristica dovuta alla melanina e non per identificare un'inferiorità. Stesso discorso può farsi rispetto al colonialismo o alle leggi razziali.
Ciò che non va dimenticato, è che l'evoluzione delle specie in base alle proprie necessità, ha portato queste a sviluppare caratteristiche diverse tra loro le quali non possono in alcun modo essere considerate come grado di valutazione di inferiorità e superiorità e, di conseguenza, per il loro sfruttamento, ma bensì come semplici differenze evoluzionistiche.
Da parte di chi scrive non c'è la volontà di porsi come giudice giudicante la condotta altrui, né la volontà di stilare una sorta di “costituzione anarchica” da cui far emergere i princìpi dell'anarchismo. Personalmente però, il mio approccio all'anarchismo, prevede anche la distruzione dello specismo inquadrato come gerarchia dominatrice e sfruttatrice, al pari di altre strutture gerarchiche e con le quali lo specismo condivide la stessa comune radice. A tal proposito credo che lo specismo si sviluppi nello stesso modo in cui si sviluppa il razzismo, il sessismo, il classismo, il patriarcato, il maschilismo, l'omofobia, lo schiavismo, l'antropocentrismo, l'etnocentrismo, il colonialismo, il nazionalismo, il capitalismo e tutte quelle forme di dominio economico, sociale, culturale, di appartenenza e di identità. Pertanto, la lotta per la liberazione totale, non potrebbe essere considerata compiuta fin quando anche lo specismo non verrà sdradicato e distrutto.

Nicholas Tomeo
Vasto (Ch)



Botta.../ Ma quando parlate dei rom, non dite mai che...

Seguo con attenzione ciò che scrivete; su molti argomenti mi trovo in sintonia con gli autori degli articoli. Ma c'è qualcosa che mi spinge a dissentire da coloro che scrivono sui rom. Vengono trattati come se questi fossero dei santi, senza peccati. Ho il timore che attorno ai rom sia stato creato un mito... Sono tre le cose che mi lasciano perplesso:
1) non parlate mai dello sfruttamento delle donne e dei bambini da parte degli uomini;
2) non evidenziate mai l'organizzazione gerarchica della comunità rom;
3) non parlate mai dell'atteggiamento criminale di alcuni rom, che nulla hanno da invidiare ai criminali più efferati.
Cordialmente,

Giuseppe Decleva
Trieste



...e risposta/ I pregiudizi sono duri a morire

Abbiamo chiesto una risposta a Giorgio Bezzecchi, rom harvato (di provenienza croata), figlio di un internato ad Auschwitz, da lungo tempo attivo – nell'Opera Nomadi e non solo – in difesa dei diritti negati al suo popolo. Attualmente è consulente del Consiglio d'Europa per il programma ROMACT 2. Bezzecchi una ventina d'anni fa collaborò con Fabrizio De André nella traduzione di parti della canzone Khorahanè. A forza di essere vento (nell'LP “Anime salve”, 1996). Ha già collaborato in altre occasioni con noi di “A”.

Caro Giuseppe,
purtroppo, il mito/leggenda creato sul popolo rom (del quale faccio parte), ieri e oggi, è basato sulla presunta e innata tendenza a delinquere, che non è da santi ma da peccatori.
In molti viviamo in appartamenti e perfettamente componenti della comunità locale, soprattutto da quando le nostre storiche professioni sono venute meno.
È ormai superata la vecchia concezione che ci associava alle comunità nomadi, con un'organizzazione gerarchica propria, termine superato sia da un punto di vista linguistico che culturale e che quindi non fotografa correttamente la situazione attuale che vede solo la famiglia allargata come organizzazione sociale.
Oggi siamo in prevalenza famiglie sedentarizzate, in gran parte di nazionalità italiana e di antico insediamento. Le famiglie appartenenti ai gruppi nomadi sono pochissime.
Secondo il ministero dell'interno, nel nostro paese le famiglie che ancora viaggiano rappresentano il 2 o 3% del mio gruppo.
Ma il pregiudizio rimane, alimentato dai media attraverso la generalizzazione, creando una politica di segregazione.
Come saprai, il danno arrecato da improprie associazioni di notizie continua ad alimentare allarmi ingiustificati. Il rischio di generalizzazioni e di infondati allarmismi ci vede vittime istituzionali, frequentemente. In questo difficile momento, la divulgazione di notizie vede l'accostamento generalizzato e senza distinzione alcuna di un intero gruppo etnico con determinati fenomeni di criminalità, come nel nostro caso.
Troppo insistentemente i media citano i comportamenti incivili e i furti di alcuni rom e sinti senza fornire alcun elemento di riscontro e dipingendo la mia comunità come un gruppo incline alla delinquenza. L'accostamento generalizzato e senza distinzione alcuna di un intero gruppo etnico a determinati fenomeni di criminalità è perseguibile.
La responsabilità dei comportamenti devianti è e deve rimanere individuale. Nei diversi casi di denuncia di sfruttamento e altri atti criminali di alcuni rom e sinti, che ci sono, si sono giustamente avviate le indagini e prese le adeguate misure giudiziarie a loro carico.
I pregiudizi e la discriminazione, comunque, persistono, sintomo che le credenze che si sono trascinate per secoli sono dure a morire.
Mi sembra quindi doveroso ed opportuno un richiamo forte, a quanti operano nel mondo dell'informazione, a raccontare la realtà nel rispetto di tutti, evitando di alimentare un clima di tensione sociale.
Cordiali saluti.

Giorgio Bezzecchi
Milano



Ma la violenza, comunque, è prevaricazione

Quando l'ormai lontana scorsa estate a Londra ho visto questi due volantini, sono rimasta così colpita dall'esplicita mistica della distruzione che li ho fotografati. Non sapevo ancora chi fosse Mauricio Morales detto Punky Mauri e francamente non ho pensato di usare il mio smartphone per cercare chi fosse. Invece della curiosità, nella mia testa si stava formando la lista di autori che negli anni hanno alimentato, secondo me, il pensiero e la pratica dell'anarchismo, insomma quasi tutto il campionario di Elèuthera e non solo. Via via si succedevano le idee su cosa penso sull'uso della violenza.
Immediatamente il mio pensiero va all'impegno quotidiano di Emma Goldam, per deviare su Paul Goodman e arrivare alla pratica della libertà di Colin Ward, o allo spazio politico dell'anarchia di Eduardo Colombo.
Poi penso che basterebbe semplicemente insistitere su Godwin che riteneva fondamentali l'educazione e la persuasione razionale, come strumenti di elevazione della società umana o su Proudhon, anzichè porre l'accento su Bakunin e su Kropotkin!
Ma forse per interessare i giovani (ma son solo giovani che hanno voglia di distruggere?) che scrivono e credono nella distruzione come unica soluzione, ho pensato che avrei potuto invece raccontare di Tolstoj. Un bel racconto sul grande scrittore per il quale erano false sia l'idea di poter spezzare la violenza con la violenza, sia l'idea che l'unica possibile soluzione fosse quella delle riforme: trattare un accordo con il governo facendo concessioni sperando di liberare il popolo a piccoli passi.
L'unica possibile via a cui pensò Tolstoj è affidata alla coscienza dei singoli individui, e si fonda sul rifiuto della violenza e della menzogna, sul pensiero indipendente e libero, e sulla non collaborazione. Insomma si combatte con la sola arma del pensiero, della parola, dell'esempio di vita, senza fare concessioni al governo, senza entrare nelle sue file, senza contribuire all'aumento della sua forza.
“Se c'è qualche possibilità [...] c'è solo grazie agli sforzi dei singoli individui” così scriveva Tolstoj nei sui diari e io sono completamente d'accordo con lui.
A questo punto sottolineo: Malatesta sosteneva che la violenza fosse una necessità, non l'ha mai considerata un mezzo. Secondo lui gli anarchici erano dei liberatori e non dei giustizieri. Dunque se anche sosteneva che ricorrere alla violenza fosse un espediente obbligato per piegare l'ostinata resistenza del potere, non vi sarebbero dovute essere “vittime inutili, nemmeno tra i nemici”, rimanendo “buoni e umani anche nel furore della battaglia”.
Ma forse invece di concentrarmi sulla giustificazione intellettuale del NON usare la violenza come mezzo, dovrei capire meglio chi è Mauricio Morales detto Punky Mauri.
Era un giovane anarchico cileno. È morto trasportando un ordigno rudimentale, probabilmente destinato a far saltare la Scuola di Gendarmeria del Cile, verso cui si stava dirigendo.
Dunque chiamare a raccolta in suo nome è espressione di uno stato di malessere e di oppressione che determina una risposta spontanea di tipo violenta?
Come si rapporta il pensiero e la pratica anarchica alla sua morte che dai suoi compagni viene definita da combattente? Come si concilia con la mia (e non solo) idea che la via sia quella della pratica quotidiana della democrazia diretta in forma di assemblee territoriali, di consigli, di insiemi collettivi, che si tratti anche solo di un Gruppo di Acquisto Solidale, tutte cose che rappresentano la via della costruzione di una società solidale, autogestionaria e federalista, ove sia affermato finalmente il principio “a ognuno secondo i suoi bisogni, da ciascuno secondo le sue capacità”?
Bisogna tener presente che la violenza, qualsiasi essa sia, è una forma di prevaricazione di un individuo su un altro individuo. Com'è possibile costruire una società di liberi e di eguali, e contingente instaurazione di un ordine sociale in cui ogni potere, e quindi ogni violenza, sia estirpata?
E ancora, perché ci sono anarchici che alimentano il pregiudizio che anarchia significa violenza ed è quasi solo sinonimo di dinamite?
Certo non contesto il diritto di negare la forza con la forza. Mio padre è stato partigiano e poi la stessa dichiarazione dell'ONU sui diritti degli esseri umani prevede il ricorso all'insurrezione contro regimi liberticidi ed autoritari. Dunque la questione vera è piuttosto quella dell'utilità della violenza nel processo di costruzione della forza da opporre alla violenza dello Stato. E per quanto riguarda l'utilità degli attentati individuali, del ricorso alle armi, fuori di un eventuale contesto di “rivoluzione in opera” bisogna riconoscere che non hanno mai giovato, anzi come è accaduto anche dopo la morte di Punky Mauri, hanno fornito alla polizia valide motivazioni per una repressione ancora più dura e sempre più generalizzata, e senza che qualcuno sia riuscito a far veicolare il messaggio anarchico.
Per concludere: l'abbinamento anarchia/violenza fa il gioco del potere e depotenzia la proposta sociale anarchica, screditandola e riducendola a puro fenomeno ribellistico.
Averne coscienza vuol dire non offrire al potere occasioni per leggittimare e incrementare la sua oppressione e la sua violenza, ma lavorare per la costruzione di quell'unità e di quella forza sociale che uniche possono abbattere il sistema classista e autoritario. Oppure qualcuno mi spieghi il contrario!

Eugenia Lentini
Milano

Ecco la traduzione del volantino sopra riprodotto che, insieme a quello accanto, ha
suscitato l'intervento di Eugenia Lentin: “Armati e sii violento, meravigiosamente
violento, finché tutto non brucerà. Perché ricordati che ogni azione violenta contro
i promotori di disuguaglianza è chiaramente giustificata dai secoli di infinita
violenza a cui ci hanno sottoposto. (Mauricio Morales, Punky Mauri). Mauri,
sei presente in ogni attacco del conflitto contro l'autorità, in ogni tentativo di
distruggere questa società, in ogni meraviglioso atto di solidarietà
coi prigionieri”. “Fatemi un favore, fate in modo che l'anarchia viva”


Contro il materialismo, per il margine umano. Anche nel porno

Vi scrivo in merito all'interessante presentazione di diversi punti di vista sul tema della pornografia. Quando Monica Lanfranco parla (in “A” 401, ottobre 2015) della finta strada per la liberazione argomentando che: “Alcune femministe italiane hanno sostenuto che la libertà femminile si esprime e si legittima anche nella scelta di vendersi, di farsi comprare, così come di comprare, consumare o essere soggetto/oggetto di pornografia. In questa certezza si lascia, però, di sfondo, un dato non secondario: non si considera come queste scelte, propugnate come libere, sono rigorosamente dentro l'orizzonte del mercato, che non è per nulla libero, ma al contrario diventa l'unico elemento regolatore delle relazioni così come delle vite individuali e delle dinamiche collettive, causando la messa in secondo piano dei sentimenti e delle emozioni, centrando l'attenzione e la signoria sul denaro e il potere. Rendendoci, tutti e tutte, al servizio acritico di un pensiero unico, e non più libere e liberi”.
Il suo ragionamento è troppo materialista per quel che credo, infatti un dato non secondario che la Lanfranco non considera, riducendo tutte le nostre scelte alle dinamiche del mercato che declinano le nostre vite come in un Matrix senza possibilità di intervento, è quello che Romain Gary chiamerebbe il nostro “margine umano”, quell'umanità che sfugge a queste interpretazioni che in Lui non hanno fiducia e che sviliscono la genuina irriducibilità di tutti noi, uomini e donne, fruitori/ produttori, soggetti/oggetti del mercato pornografico.
Il margine umano è la nostra possibilità di rendersi conto di queste dinamiche e di combatterle in nome dell'Umano, il nostro sentire, il nostro essere consapevoli che se il pensiero unico acritico è la minestra più facile da ingoiare ci sono molte altre pietanze che la vita ci offre, basta essere curiosi, basta ricordarsi che ogni teoria che oggettivizza la nostra unicità non ne coglie che una sfaccettatura, nella misura e nella forma dei limiti stessi di ogni chiave interpretativa che si vuole ultima e quindi dogmatica.
Una domanda proibiamo il porno e riapriamo le case chiuse?

Fabrizio Dentini
Marseille (Francia)




I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Fondazione Giorgio Gaber (Milano) quale contributo per la collaborazione nell'organizzazione della serata su Pietro Gori, il 1° agosto 2015 a Carrara, 500,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Miloud, 500,00; Arnaldo Androni (Vigolo Marchese – Pc) 10,00; Libreria San Benedetto (Genova Sestri Ponente) 12,50; Enrico Calandri (Roma) 150,00; Marco Cressatti (Bari) 15,00; Giancarlo Nocini (San Giovanni Valdarno – Ar) 10,00; Rinaldo Manganelli (Villafranca in Lunigiana - Ms) per versione pdf, 10,00; Massimiliano Bonacci (Bologna) 20,00. Totale € 1.227,50.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, trattasi di euro 100,00). Sergio Bissi (Mantova); Claudio Paderni (Bornato – Bs); Luigi Palladino (Torre del Greco – Na). Totale 300,00.