rivista anarchica
anno 45 n. 401
ottobre 2015





Fogli e foglie per sentire il profumo dell'anarchia

Accaniti stampatori intemperanti, gli anarchici, le anarchiche, con tutta una loro punteggiatura particolareggiata d'A cerchiata, son sempre stati autodidatti contro gli Stati del comune senso del pudore editoriale. Editavano schizzando temerari inchiostro intemperante. Macchiavano di nero con vecchie macchine il destino clandestino degli ultimi arrivati. Sperimentavano Altre e Alte Libertà accendendo le micce dell'autoproduzione popolare, costruendo la costituzione incostituzionale del nuovo Libro Orizzontale.
È per questo che l'aria della microeditoria, oggi, profuma d'anarchia!
Prendete fogli, foglie, timbri e stampe, prendete i libri truccati e manipolati, strappati e ricuciti, scolpiti di collage, bucati e bruciacchiati ad arte dall'affascinante folgore dell'autonomia e, di nuovo, sentirete il profumo dell'anarchia. Uno sventagliar di pagine particolari, un vento leggero e libero di libri che si librano.

Troglodita Tribe
Serrapetrona (Mc)
troglotribe@libero.it



Expo 2015 / Alla Fiera dell'Ovest

Quando Letizia Moratti convocava conferenze stampa per parlare dell'impegno profuso a favore di Expo 2015 a Milano, veniva presa sottogamba.
Appena qualche anno più tardi, l'esercizio delle conferenze stampa a favore di Expo veniva svolto con la medesima dedizione da Enrico Letta. Non gli andò meglio. Forse l'ex Presidente del Consiglio immaginava di potersi godere la ribalta mediatica da premier in carica, al momento dell'esposizione universale. Non ce l'ha fatta: tradito dai suoi vecchi compagni. Lo hanno scaricato appena un competitore più forte s'è fatto avanti.
Le dichiarazioni di Letta sull'Expo venivano, ovviamente, cestinate nello spazio di una notizia. Nessuno poteva prendere sul serio le promesse di una grande fiera, dalla quale sarebbero discesi a ruota gli aumenti del PIL, il drastico calo della disoccupazione e lo spettacolare rilancio dell'immagine turistico-commerciale e socio-culturale dell'Italia nel mondo.
Già queste premesse basterebbero a non prendere sul serio quando previsioni simili vengono ripetute dall'attuale Presidente del Consiglio. La sorpresa è che queste dichiarazioni vengono riportate molto più frequentemente dagli organi di stampa al gran completo e prese sul serio da uno squadrone di analisti (economisti, politologi, sondaggisti e immancabili soubrette), che nemmeno i famigerati plastici del servizio radiotelevisivo pubblico sui delitti irrisolti di casa nostra.
Come si può prendere sul serio cose di questo tipo? La gran parte della forza lavoro cooptata per Expo non riceverà alcun compenso (e ne riparleremo a brevissimo). L'allestimento dei padiglioni ha scontato ritardi mostruosi e ancor più mostruose inchieste su presunta sottrazione di denaro pubblico. Non aiuta, poi, che lo scenario trionfante di questa esposizione sia quello di un Paese che viene da otto anni di profondissima crisi economica. Se nel 2007 ci avessero trasportato su un altro pianeta, impossibilitati ad aver notizie del Bel Paese, tornando oggi ci chiederemmo: ma che diavolo c'è da festeggiare? Tutto il battage mediatico su Expo ha dell'incredibile.
La maggior parte delle imprese coinvolte ha scelto, facilitata da un tessuto normativo ormai inaridito, un'opzione di reclutamento delle lavoratrici e dei lavoratori davvero intrigante: stage, o forme varie di tirocinio, assolutamente non retribuiti, come grande opportunità formativa. Siamo all'assurdo.
Appena entrato in vigore il Jobs Act, siamo già al Jobs Act 2.0. Non solo il tirocinante svolge a tutti gli effetti delle normali mansioni lavorative (per la cui retribuzione sarebbe bastato ricorrere a “normali” contratti di lavoro a tempo determinato), non solo non viene pagato, ma gli si dice, col sereno atteggiamento didascalico del caso, che è un miracolo dell'intelligenza italica che non debba essere lui a pagare l'impresa. Eh già... e quando ricapita una così bella offerta formativa a costo zero? Con tutto quello che costano i master, gli studi, i molteplici corsi di specializzazione?
Questo tirocinante è a tutto voler concedere un lontano nipote del leggendario Charlie Chaplin di Modern Times: si sobbarca una trasferta inaudita per poter lavorare; gli sono date mansioni ripetitive, inumane e standardizzate sotto la soglia della sopportazione; non riceve in massima parte compenso alcuno. Ma una bella pacca sulla spalla e l'implicita richiesta di dover ringraziare.
Il lettore davvero smaliziato, gufo e cattivone, noterà che: a) se lo scopo dell'attività di formazione è abituare il soggetto che viene formato a ciò che farà nella vita, non c'è da stare allegri; b) Modern Times è un film del 1936, sebbene i distratti possano dimenticare cosa casualmente successe esattamente tre anni dopo l'uscita della pellicola. Sì, non c'è da stare allegri.
L'Expo si svolge, per altro verso, in un periodo di grandi difficoltà civili e sociali per l'Italia. Il termine “difficoltà” è certamente più neutro di “tensione”. Ed è sinceramente anche più appropriato e preciso: nonostante quanto sia successo in Italia perlomeno nell'ultimo quinquennio, non si è ancora delineata una vera organizzazione del disagio. Ne abbiamo due spie rivelatrici.
Tanto per cominciare, i diversi esecutivi succedutisi continuano a riproporre, su molti punti qualificanti, le stesse politiche: la corda viene tirata, non si vede all'orizzonte il momento del suo spezzarsi. Il potere ha certo perso pudore, ma costitutivamente il potere non fa da sé ciò che lo pone in una condizione di minaccia e perdita di se stesso: si può proseguire, finché non giunge l'altolà di una pugnace opposizione. In secondo luogo, serpeggia in Italia una certa fatalistica acquiescenza. Le cose così vanno (male) perché così devono andare.
La dinamica della comunicazione politica industriale sta finalmente realizzando il suo scopo fondativo, la ragion d'essere della propria esistenza. Un potere paternalistico può limitarsi a dire con sufficienza: le cose così vanno perché così devono andare. Già il potere post-democratico da Colin Crouch in poi si misurava e si misura con un altro tipo di informazione: le cose così vanno (male) perché così devono andare. Ora è in atto la terza fase: le cose così vanno perché così devono andare e si sappia che stanno andando bene, alla grande. Hegel, nelle retrovie, è in gran fermento, perché alla fine questo potere somiglia alle più distorte interpretazioni della sua concezione idealistica.
Ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale. Il potere versione “Expo 2015” può conservare la stessa struttura grammaticale, la stessa analisi del periodo. Ciò che è deciso è ottimo, e ciò che è ottimo è ottimo perché è in questo modo che è stato deciso.
Raccapricciante...

Domenico Bilotti
Rende (Cs)



Quando il denaro non è più lo sterco del diavolo

Dal 20 al 26 agosto 2015 si è svolto l'annuale meeting di CL che si tiene a Rimini, polo turistico e del divertimento senza freni, da 35 anni a questa parte.
E già ci si potrebbe chiedere il perché di una location così tanto antinomica rispetto al messaggio cattolico, dietro il quale la nota organizzazione nasconde il suo operato.
Comunione e Liberazione è un movimento patrocinato da Don Giussani che nasce da una costola dell'Azione Cattolica, nelle aule del liceo classico Berchet a Milano, nel 1969.
Essa in nuce aveva un orizzonte di azione fortemente contrapposto rispetto all'idea di rivoluzione social-comunista, ipotizzando il raggiungimento della “liberazione” – ossia la salvezza – tramite la comunione con Cristo.
Il 24 e il 25 agosto mi sono dunque recato al raduno, con l'obiettivo di carpire il significato proprio di questa esperienza cristiana secondo i giovani che la animano e di farne un reportage video. I ragazzi e ragazze, tra i 16 e 22 anni, erano all'incirca tremila, provenienti soprattutto dal Nord Italia.
Nonostante i continui tentativi di ostruzionismo da parte degli organizzatori, affinché i volontari non rispondessero alle mie domande – a loro detta – scomode e provocatorie, sono riuscito comunque nel mio intento di inchiesta.
Il volontario ciellino deve tutto al movimento e ha cieca fede in esso.
Quest'occasione rappresenta per lui un'enorme esperienza di vita in cui cementifica il suo legame con gli altri militanti – cosa che potrebbe poi tornargli utile in futuro.
Egli è smisuratamente coinvolto nel suo impiego, tanto da non essere in grado di riconoscere la natura dello stesso, equiparandolo a un comune servizio svolto a favore dei bisognosi.
Nonostante la quantità di denaro impiegata nel meeting, di circa 8 milioni, all'organizzazione non basta solo sfruttare il suo lavoro, ma per giunta non gli fornisce nemmeno vitto e alloggio.
Sorprendente è stato il fatto che alla domanda su cosa fosse la Compagnia delle Opere, nessuno degli intervistati sia stato in grado di rispondere. Nessuno.
Mi sono quindi sentito in dovere, forse peccando di superbia, di spiegare loro di cosa si occupasse quest'organizzazione con la forza di una lobby e un peso economico superiore a quello dell'Opus Dei.
Il CdO è una rete che comprende 36mila imprese con un fatturato annuo pari a 70 miliardi.
Tale ente non può non intaccare il tessuto economico-finanziario del nostro Paese, andando a inserirsi all'interno del sistema politico e ponendo personaggi di rilievo del movimento in ruoli chiave.
Dietro al finanziamento a sei zeri del meeting, troviamo le più importanti aziende italiane e alcune note multinazionali: Trenitalia, Fiat, Finmeccanica, Eni e Enel, Nestlè, Sky, Gioco del Lotto e la Compagnia delle Opere sopracitata.
Tramite il ministro Mauro, alla difesa e il ministro Lupi, alle infrastrutture, entrambi ciellini, per esempio Finmeccanica e la Compagnia delle Opere, hanno ricevuto agevolazioni per ciò che concerne la costruzione di armamenti militari l'una e appalti pubblici l'altra.
Troviamo poi Intesa San Paolo, nota finanziatrice dell'industria bellica.
Eni invece, multinazionale del petrolio, che ha costruito negli anni la sua fortuna corrompendo i governi degli stati africani produttori di greggio.
Scorrendo si arriva poi a Nestlé, condannata per sfruttamento minorile e la commercializzazione di prodotti non idonei al commercio nei paesi in via di sviluppo.
Gioco del Lotto infine, a cui è stata condonata un'evasione fiscale per la pantagruelica somma di 7 miliardi.
Se durante la prima giornata di meeting mi sono occupato prevalentemente della fenomenologia del volontario, la seconda ha coinciso con il Renzi Day.
Seguendo il flusso di giornalisti veniamo rinchiusi e ghettizzati all'interno di un'area transennata e sorvegliati a vista da una coppia di militanti ottuagenaria.
Da sottolineare l'intransigenza delle due, che non permettevano il deflusso dalla zona da loro supervisionata, per metà coperta da una tettoia.
Ferve l'attesa e la tensione è palpabile, i volontari si caricano a vicenda dandosi continuamente il cinque, mentre i giornalisti divorano nicotina.
All'improvviso, il miraggio: “Matteo è fra noi!”.
La macchina – rigorosamente blu – scorta in lontananza si fa sempre più vicina nel preciso momento in cui inizia a diluviare. Gli operatori tutti fuggono dalla postazione esterna ammassandosi al coperto per evitare di rompere le attrezzature. Prontamente estraggo l'ombrello rosso datomi in dotazione da mia madre e lo porgo al mio operatore di ripresa: siamo stati dunque gli unici a riprendere l'arrivo dell'attesissimo Premier, con grande invidia delle più grandi emittenti italiane.
Prontamente i volontari, stringendosi le mani, fanno cordone insieme ai carabinieri, affinché “Matteo, Matteo!” possa arrivare illeso alla sua destinazione. La calca è asfissiante. È guerra: cameramen e giornalisti si azzuffano alla ricerca di un'immagine o di una parola del “Nostro”.
Renzi invece sta sereno e continua a salutare: saluta, saluta, saluta, ma chi saluta? Sorrideva e salutava persino verso il muro, come fosse matto, ma lo spettatore a casa non se ne accorgerà.
Si avvicina verso me e abbraccia un signore, che scopro poi non abbia mai incontrato in vita sua: per le telecamere questo e altro.
La mia voce viene timidamente sopraffatta, nel tentativo di chiedergli se fosse venuto a caccia di voti, dalle grida osannatrici.
Una ragazzina mi si para davanti e, con voce rotta dall'emozione esclama: “Mi ha toccato la mano” e si allontana piangendo; una scena al confine del biblico, in cui Renzi non può che interpretare Gesù Cristo.
Procedendo per sillogismi appare dunque evidente il significato di tale comportamenti; Renzi rappresenta il potere, CL lo brama, i ciellini adorano Renzi – forse non solo metaforicamente.
Il vero volto di Comunione e Liberazione si cela dunque dietro un crocifisso.
L'interesse – in primis quello economico – è il fondamento sul quale si basa la rete di scambi di favori di questo sistema, le cui sfumature ricalcano non poco quelle di una cosca. Viene inoltre abbandonato il principio di carità a favore del profitto, facendo circolare cifre esorbitanti tanto che “se Gesù Cristo fosse vivo si vergognerebbe delle tonnellate d'oro e delle loro banche”.
Dice Papa Francesco – Papa Francesco I per l'esattezza – : “La logica del profitto è come un brutto virus che colpisce la testa.”

Tommaso Proverbio
Milano



Ma gli anarchici devono essere liberisti?

Cari compagni, scrivo per esprimere un'insoddisfazione, che mi coglie ogni qualvolta il nostro giornale parla di temi economici. Mi pare infatti che faccia difetto una critica anarchica dell'economia dominante, e che si esprimano sempre posizioni subalterne rispetto a quelle della sinistra statalista. Mi riferisco in particolare alla polemica nei confronti del cosiddetto “neo-liberismo”.
Premetto che, a mio avviso, un anarchico, indipendentemente dalla scuola di appartenenza, non può che essere “liberista”, ossia favorevole alla libertà in ogni campo, e quindi anche in campo economico. Tertium non datur, o si ritiene che ognuno sia libero di intraprendere come vuole, anche a livello di comunità, ovvero si ammette che vi sia un'autorità, la quale sia incaricata di stabilire quando si possa intraprendere e quando no.
Lungi da me difendere gli attuali capitalisti, soprattutto quelli di grande dimensione. Solo che mi aspetterei che, in una rivista anarchica, si mettesse di più in luce come tale grande capitale sia in primo luogo complice del gigantesco potere dello Stato per accumulare ingiusti profitti.
Non v'è oggi grande impresa che non sia ammanicata, in un modo o nell'altro, con lo Stato. Si pensi all'industria degli armamenti, all'energia (trilioni di dollari di sussidi alle industrie petrolifere, con ogni conseguenza in termini di attentato all'ambiente), alla grande finanza too big to fail, ai grandi concessionari di opere pubbliche, ma anche alle industrie statualmente protette da brevetti, marchi e copyright.
Esiste poi la questione del monopolio della moneta; questione tanto più attuale alla luce delle vicende relative allo strapotere della BCE e di altre banche centrali. Che cosa hanno da dire gli anarchici su questo argomento? Marx ha scritto migliaia di pagine sul denaro senza accorgersi che stava trattando un monopolio statale e non un prodotto del mercato, mentre invece Proudhon, Warren e Tucker se ne erano accorti. Perché non valorizzare tale filone? Del resto, anche nel più estremo dei comunismi vi sarà libertà di concorrenza, perché gli uomini sono ontologicamente divisi, anche se interagenti in una Terra comune. L'opposto di comunismo non è capitalismo, ma monopolio. Il capitalismo è la fase di passaggio tra il monopolio e il comunismo, e questo Marx l'aveva appena intuito negli accenni “anarco-capitalisti” dei Grundrisse.
Oggi non vige nulla di tutto ciò, non abbiamo alcun liberismo, vecchio o nuovo, ma solo idiocrazia (da “idion”, “privato” in greco), ossia il dominio di signori privati che usano la forza per sottrarsi alla concorrenza.
Saluti libertari.

Fabio Massimo Nicosia
Milano



Dibattito ricerca scientifica.1/ Appropriarsi della scienza

All'articolo di Philippe Godard sul tema della scienza (“Basta con la ricerca scientifica!”, “A” 397, aprile 2015) è già seguita una risposta di Marco Cappato (“Ricerca scientifica. Altro che bloccarla, lottiamo per la sua libertà”, “A” 399, giugno 2015). Ospitiamo qui di seguito altri due interventi su questo argomento.

Ben volentieri recepiamo l'invito al dibattito apparso su A Rivista numero 397 in merito all'articolo di Philippe Godard sulla ricerca scientifica. Da tempo pensiamo che sia necessario avviare una riflessione in campo anarchico in merito alla questione della scienza e della tecnica, sia nei risvolti applicativi della metodologia scientifica, le tecnologie, che nel merito della metodologia scientifica in sé e per sé.
È oramai fatto accertato che l'ultimo secolo e mezzo di storia umana abbia visto una profonda accelerazione sia delle scoperte scientifiche “di base” che dell'invenzione di tecnologie basate sulle scoperte stesse. Questa accelerazione, riscontrabile in più campi, si è sviluppata insieme all'attuale sistema sociale, basato su determinati rapporti di produzione, ma al contempo mostra i limiti dell'ambiente stesso in cui si è sviluppata.
Al contrario di Godard noi non crediamo che la “scienza” sia legata in modo inestricabile ad un sistema di dominio. Intanto bisogna capire di che cosa stiamo parlando: la scienza non è un oggetto, o meglio una collezione di oggetti-nozioni, ma bensì è un metodo. La metodologia scientifica è, a nostro modo di vedere, una metodologia intrinsecamente libertaria: l'onere della prova, la falsificabilità, la verificabilità, la riproducibilità, ovvero i capisaldi dei modelli di spiegazione scientifici, hanno sostanzialmente permesso di strappare dalle mani dei sacerdoti la spiegazione del mondo eliminando l'autoritaria dimostrazione per ipso-dixit e facendo stracci dei modelli finalisti e teologici cari alla tradizione cristiana e in generale alle tradizioni trascendentali.
Se pensiamo alla storia del pensiero umano come ad una storia di successioni di diversi modelli di spiegazione del mondo non possiamo non notare quella gigantesca linea di frattura, frastagliata certo, che separa l'epoca medioevale in cui tutto veniva ricondotto all'azione divina dall'epoca moderna in cui i modelli di spiegazione del mondo devono essere continuamente rimessi in discussione e non peccano di una visione finalistica e antropocentrica.
È caratteristica intrinseca della scienza stessa il mettersi continuamente in discussione da un punto di vista dialettico. Basti pensare all'evoluzione delle teorie in campo fisico: dal modello meccanicista-classico newtoniano alle formalizzazioni dell'elettromagnetismo di Maxwell alla formulazione della teoria della relatività alla fisica quantistica. O ancora ai diversi modelli di spiegazione dei fenomeni biologici che si sono susseguiti dall'inizio dell'età moderna ad ora, dalla teoria degli umori alle più recenti scoperte nel campo della genetica e al legame tra genetica e stimoli ambientali.
Ogni teoria scientifica, invero, contiene il germe del suo stesso superamento dialettico. Nei fatti anche i modelli più formalizzati da un punto di vista logico-matematico sono per loro stessa natura incompleti o incoerenti (semplificando fino alla brutalizzazione il teorema dell'incompletezza di Goedel) e quindi destinati ad essere superati.
Quindi la scienza è neutrale? No, affatto, anzi: la scienza è di parte in quanto per sua natura mistifica e supera modelli di spiegazione non più atti allo scopo. E in questo contiene anche le possibilità di superare un modello di organizzazione sociale basata sul dominio.
Ma la ricerca scientifica avviene ovviamente all'interno di una società che, al momento attuale, ha trai suoi principi cardine quello del dominio dell'uomo sull'uomo e dell'uomo sull'ambiente. Chi si occupa di ricerca vive all'interno di un certo zeitgeist ed è attraversato da certe strutture sociali e tenderà a riprodurle.
Ma questo non elimina un fatto fondamentale: la tecnologia e la scienza hanno un immenso potenziale di emancipazione che è al momento posto sotto sequestro dal capitalismo. Sulla scorta di svariati pensatori possiamo tranquillamente affermare che le storture sociali che viviamo sono dovute al permanere di una condizione di scarsità, per quanto sempre più artificiosa rispetto al passato, dovuta a dei particolari rapporti di produzione. Liberare le forze emancipatrici della tecnologia e indirizzarle verso un uso liberatorio significa liberare l'uomo dalla schiavitù del lavoro salariato e dalla schiavitù derivata dal mancato soddisfacimento dei propri bisogni primari.
Nei fatti la questione non è bloccare o meno la ricerca scientifica ma strappare la ricerca scientifica dalle mani dei detentori dei mezzi di produzione.
Una società anarchica che voglia essere includente e universabilizzabile non potrà basarsi su paradigmi primitivisti: tornare ad un presupposto stato di natura per liberarsi dalle catene del capitale significa solamente incatenarsi ad un modello di vita meschino, abbruttito e, in ultima analisi, non desiderabile.
Il primitivismo è, a nostro parere, un paradigma estremamente autoritario in quanto è vivibile solamente da quegli individui che hanno la ventura di nascere sani. E non raccontiamoci che un principio di solidarietà farebbe in modo che questi individui vivrebbero protetti dalle proprie comunità: con certe malattie, senza un adeguato supporto medico, semplicemente muori. Soffrendo. Dovrebbe essere quindi una forma passivizzata e artificiosamente naturale di eugenetica la nostra proposta?

Tra le spire del capitale e fuori

Il vero limite, come già ricordato, risiede nelle strutture sociali all'interno delle quali si ritrova ingabbiata la ricerca scientifica e non in un problema epistemologico.
L'attuale modo di produzione e i rapporti di produzione hanno relegato le applicazioni della scienza alla progettazione e alla realizzazione di beni di consumo di massa o di beni di distruzione, intrappolando la tecnologia all'interno di cicli di distruzione-produzione tipici del modo di produzione capitalista.
Appropriarsi dei saperi tecnici e della metodologia scientifica significa dotarsi di un potentissimo strumento e privare il nemico dei vantaggi derivanti dalla detenzione di certe tecnologie strappandole al monopolio delle strutture sociali autoritarie.
Ora, intendiamoci, uno dei maggiori volani delle scoperte scientifiche dalla fine del XIX secolo è stato il complesso militare-industriale in quanto è quello che detiene le risorse necessarie a finanziare la ricerca scientifica. Ma, attenzione, le strutture autoritarie hanno dovuto inventarsi una serie di escamotage per ingabbiare un metodo che non è loro. Si pensi ai vari metodi per bloccare la libera diffusione di informazione e applicazioni tecnologiche, anche fondamentali per la sopravvivenza delle persone come i farmaci, tramate l'apparato di brevetti, copyright, imposizioni di segretazioni sulle ricerche.
Il metodo scientifico è anche quello che ha permesso l'aumento della qualità della vita per miliardi di persone, debellato epidemie, ridotto le carestie, creato infrastrutture resilienti alle calamità; il metodo scientifico è ciò che permette di individuare in modo preciso l'orrore della società capitalista: si pensi al ruolo delle scienze sociali nel denunciare l'orrore di una società basata sull'accumulazione di denaro o al ruolo delle scienze naturali nel denunciare la distruzione dell'ecosistema.
A meno che non si preferisca credere alle panzane delle scie chimiche e dimenticarsi dell'effetto serra e del global warming è evidente che la prospettiva politica dell'anarchismo deve necessariamente legarsi all'uso di metodologie scientifiche. E non affermiamo di certo una novità in campo anarchico e libertario: si pensi a figure come Reclus o alla formazione scientifica di un Kropotkin o a pensatori come Bookchin.
La vera questione è: perché in un secolo e mezzo di movimenti sociali organizzati non siamo stati in grado di strappare la ricerca scientifica dalle mani del nemico? Per quale motivo, al posto di usare la tecnologia per meccanizzare i lavori ripetitivi e pesanti e liberare il tempo per individui e comunità, permettiamo che questa tecnologia venga usata per asservire e disciplinare la forza lavoro o per estromettere milioni di individui nei vari momenti di ristrutturazione del capitale?
Per quale motivo, al pari della volpe di fedriana memoria davanti all'uva troppo alta, abbiamo preferito raccontarci la storiella autoconsolatoria, vero vessillo di impotenza, della scienza costitutivamente cattiva al posto di riflettere seriamente sulle modalità di azione da adottare davanti alla barbarie dello stato e del capitale?

Lorenzo Coniglione
Reggio Emilia



Dibattito ricerca scientifica.2/ Ma la scienza va socializzata

L'articolo di Philippe Godard (“A” 397, aprile), anche a prescindere dalla specifica proposta di arrestare la ricerca scientifica, mi sembra inserirsi in una diffusa atmosfera di diffidenza, quando non addirittura avversione, nei confronti della scienza e, soprattutto, della tecnologia. Una tale atmosfera è chiaramente avvertibile anche all'interno del movimento anarchico, come dimostra, solo per portare un esempio recente, l'accesa polemica sulla vaccinazione che ha avuto luogo nelle scorse settimane sulle pagine di Umanità Nova.
Vorrei quindi partire da alcuni specifici aspetti dell'articolo di Godard (che sintetizzerò in corsivo all'inizio di ogni sezione) per proporre alcune considerazioni personali di carattere più generale.
La scienza è una spiegazione astratta del mondo reale. La scienza si basa effettivamente sull'astrazione, cioè prescinde da una serie di caratteristiche concrete ed individuali che giudica (magari a torto: da ciò la possibilità di errore) irrilevanti per la comprensione dei fenomeni. Si concentra, invece, su altre caratteristiche, per lo più di natura quantitativa (donde l'importanza della matematica), che ritiene più adatte ad individuare la costanza o la regolarità dei fenomeni studiati oppure, cosa altrettanto rilevante, le connessioni con altri fenomeni apparentemente diversi o relativi ad ambiti distinti. L'astrazione, quindi, è in realtà solo un mezzo per elaborare generalizzazioni corrette; prescinde dagli aspetti individuali, ma senza per questo necessariamente svilirli.
Di per sé, infatti, la scienza non esclude altri tipi di approcci, incentrati sulla comprensione concreta, particolareggiata, del singolo evento e, ancor più, della singola persona. Non si tratta di approcci che si autoescludono, ma che al contrario si completano: lo stesso fenomeno può essere analizzato sia da un punto di vista astratto e generalizzante che da uno mirato all'individualizzazione e alla ricerca del particolare. Nel primo caso andranno perse moltissime sfumature, magari anche fondamentali; nel secondo caso andrà persa invece la possibilità di individuare relazioni e costanti.
Ora, se uno scienziato nega la validità di ogni altra spiegazione che non sia quella prevista dalla scienza (o, peggio ancora, dalla sua particolare disciplina scientifica), ciò rivela un suo personale limite intellettuale, non un limite intrinseco della scienza come disciplina rivolta all'acquisizione di uno specifico tipo di conoscenza. Singolare che proprio Godard assuma (probabilmente solo a scopo polemico) il punto di vista di questo ipotetico scienziato di corte vedute, quando sostiene che, se ci fosse davvero una teoria unificata, non potremmo più pensare al di fuori dei canoni scientifici. E perché? Cosa lo impedirebbe?
La scienza ha acquisito autonomia rispetto ad ogni altro ambito umano. In primo luogo, questa è, a sua volta, proprio un'affermazione astratta, che fa della scienza una sorta di entità indipendente, autonoma rispetto agli esseri umani reali che la praticano e la sviluppano quotidianamente.
In secondo luogo, è un'affermazione scorretta. Il vero problema (riconosciuto del resto anche da Godard nel suo scritto e nella sua risposta a Marco Cappato in “A” 399, giugno), semmai, è proprio che la ricerca scientifica è ormai completamente asservita alle esigenze del sistema di dominio e di sfruttamento e non è mai lasciata libera di perseguire il proprio autentico intento conoscitivo, anche a prescindere dall'eventuale utilità o profitto immediato che le classi dominanti possano trarne. È tale sistema, non la scienza in sè, a sostenere la tecnologia nucleare e la produzione di OGM.
Nel capitalismo ogni cosa viene mercificata, cioè prodotta non tanto per soddisfare un bisogno quanto per realizzare un profitto. Ciò vale per qualsiasi attività e tuttavia non possiamo certo pensare di bloccare, per esempio, la produzione di abiti e rinunciare a vestirci, solo perché questi vengono prodotti al fine primario di realizzare un profitto e perché l'industria dell'abbigliamento è in grado di condizionare con le mode milioni di persone, inducendo falsi bisogni funzionali all'incremento di tale profitto. Possiamo invece pensare ad un nuovo modo di produrre e distribuire abiti, in un contesto sociale dove il primo obiettivo sia soddisfare un bisogno, non vendere l'ennesimo paio di scarpe.
Anche la scienza, in questo sistema sociale, deve produrre le sue particolari “merci”, cioè scoperte e relative applicazioni remunerative. Le ricerche fini a se stesse o senza un'immediata ricaduta applicativa, la cosiddetta “ricerca pura”, vengono pesantemente sfavorite in termini di finanziamento e riconoscimento sociale di chi le svolge, come possono confermare migliaia di ricercatori condannati al precariato e a remunerazioni ridicole. Oppure basta pensare, per fare un esempio che rasenta il luogo comune, all'abbandono in cui versano le ricerche di terapie per malattie che interessano le popolazioni più povere del pianeta, non in grado di pagare i farmaci eventualmente derivati da tali ricerche.
Oltre a ciò, esiste un altro fattore che determina la perdita di autonomia della scienza e che potrebbe condizionarla anche in una società non più asservita al profitto: ormai la ricerca è impossibile senza una strumentazione tecnologica sofisticata ed enormemente costosa. Tale dotazione tecnologica può essere finanziata solo dalle istituzioni pubbliche o da grandi consorzi privati. È questo che lega la scienza al potere ed al denaro, non la sua particolare strategia conoscitiva.
L'obiettivo da perseguire, quindi, è la socializzazione del patrimonio tecnologico per impiegarlo secondo le esigenze dell'uomo, non secondo i dettami del capitale. Auspico una società nella quale gli scienziati autogestiscano i propri “mezzi di produzione” (i laboratori) e contrattino con gli altri corpi sociali il finanziamento, le condizioni e, soprattutto, gli orientamenti della ricerca.
L'autonomia della scienza è, quindi, non un male, ma, al contrario, un obiettivo da perseguire. Forse che l'arte, la letteratura, l'etica non rivendicano anch'esse (e giustamente!) la propria autonomia rispetto alle pressioni sociali? E proprio per essere più autentiche?
La scienza non mira più alla felicità e all'emancipazione, ma solo al sapere e al potere. La scienza deve mirare solo al sapere (al suo peculiare tipo di sapere, s'intende). Sta poi alla saggezza dell'uomo, e alla sua organizzazione sociale, orientare tale sapere in vista della felicità e dell'emancipazione e non in vista del dominio e dello sfruttamento.
In questo senso la proposta di fermare la ricerca mi pare inutile. In primo luogo, non sarebbe veramente realizzabile senza un radicale cambiamento della struttura sociale attuale. D'altro canto, se si riuscisse a cambiare tale struttura, fermare la ricerca sarebbe irragionevole, dal momento che potrebbe essere finalmente indirizzata a scopi socialmente utili.
Alla scienza occorre contrapporre una visione olistica. Non c'è bisogno di contrapposizione. La scienza deve essere integrata con una visione olistica del mondo, che non si limiti all'analisi di ambiti sempre più ristretti e, soprattutto, sappia meglio rendere conto del dinamismo intrinseco della realtà, che nella sua complessità sfuggirà sempre, almeno in parte, a qualunque teoria scientifica. Bisogna, però, anche riconoscere che oggi una tale visione olistica rimane ancora solo allo stato di aspirazione, soprattutto se si rifiuta (come giustamente fa Godard) ogni soluzione misticheggiante o New Age; ed in ogni caso, anche una visione olistica deve affrontare la verifica, la smentita o, più modestamente, l'approssimazione ai fatti.
Un conto è contestare la limitatezza (e, spesso, la presunzione e mancanza di umiltà) degli specialisti, che rinchiudono il mondo negli schemi della loro, spesso ristrettissima, disciplina. Ben altro è però contestare la specializzazione stessa in quanto strumento intellettuale utile per incrementare l'efficacia conoscitiva della scienza: il problema, ancora una volta, non è l'esistenza di un limite (l'astrattezza, la specializzazione o quant'altro) di un qualsiasi approccio al mondo, ma l'assenza di consapevolezza di tale limite, che inevitabilmente induce a creare una gabbia mentale, anche al di là delle intenzioni individuali.
Oltre alla visione olistica, non bisognerebbe poi dimenticare la filosofia; sono esistite diverse scuole filosofiche (lo scienziato anarchico Kropotkin, per esempio, aderiva ad una di queste) che, in vario modo, hanno considerato compito precipuo della filosofia proprio la ricerca di quegli elementi (sia formali che sostanziali) comuni alle più diverse attività umane (fra cui, ovviamente, anche la scienza), al fine di elaborare una visione del mondo coerente ed armonica, per quanto sempre suscettibile di modifica e perfezionamento in corrispondenza alle dinamiche della realtà naturale e sociale. L'approccio filosofico è, anch'esso, limitato nella misura in cui presuppone che esista veramente una tale coerenza razionale del mondo, cosa improbabile; ma la sua capacità di elaborare un'immagine complessiva, in grado di ridimensionare ogni pretesa egemonica di un singolo approccio particolare, non va comunque svalutata.
La scienza mira solo al dominio del mondo e, quindi, non può essere utilizzata in un percorso di emancipazione. La scienza offre strumenti e tecniche che possono essere diversamente utilizzati in relazione allo scopo che si persegue. Non è una forma di conoscenza inevitabilmente condannata a rafforzare le strutture di dominio. Per esempio, il movimento No Tav, fin dalla sua nascita, accompagna alle mobilitazioni di massa anche un'analisi prettamente scientifica sull'inutilità e nocività dell'alta velocità (il cosiddetto “dissenso esperto”). Tali analisi, riconosciute come di elevata qualità anche dagli avversari in buona fede, sono svolte proprio da fisici, geologi ed ingegneri (per lo più del Politecnico di Torino, cioè una delle strutture accademiche più direttamente sottoposte alla pressione per ricerche orientate esclusivamente al profitto).
Al di là della specifica proposta, comunque, mi sento di contestare proprio l'assunto di fondo della tesi di Godard. La scienza, insieme naturalmente alla socializzazione delle sue applicazioni tecnologiche, non ostacola ma favorisce un reale percorso di emancipazione: non solo dal dominio e dallo sfruttamento, ma anche (per quanto possibile) dalla fatica, dalla malattia e dal dolore.
Non la scienza da sola, naturalmente; la stessa libertà della ricerca scientifica va inserita in un più complessivo processo di emancipazione umana. Ma su questo, credo, non ci sono divergenze.

Massimiliano Barbone
Bergamo
emmebi@inventati.org



L'anarchia contro il digitale: mini-manifesto per la ricerca futura

Affinché il movimento sia pieno di naturalezza, pur nell'artificio di un linguaggio raffinato che si protende al sublime, è necessario coinvolgere i differenti piani dell'essere (fisico, emotivo, mentale) per ottenere con fluidità un'unità olistica di cui spesso neanche si è del tutto consapevoli.
Fabio Grossi (ballerino)

L'anarchia, qualsiasi forma prenda, non può sposarsi con il lavoro: è sempre una disgiunzione “anarchia o lavoro” e mai una congiunzione “anarchia e lavoro”. Se una congiunzione è vera quando lo sono entrambi i congiunti... beh, allora dimentichiamoci questo sodalizio. Sappiamo perché, dopo infinite ricerche sul tema, e ormai non ha più senso ricordarlo: ma ha invece senso riaffrontare il discorso in chiave “digitale” - vengo e mi spiego.
Gli anarchici contemporanei hanno visto nell'era digitale, se usata con le giuste precauzioni, una grande risorsa: le analisi di Colin Ward hanno fatto scuola in tal senso, ma pensiamo anche più in generale a come la comunità anarchica abbia sempre considerato positivamente tentativi open source, per non parlare di Linux. Il motivo è nobile: il dono attraverso il web che consente di sperimentare economie alternative, comunità in dialogo, resistenza al dominio dei colossi informatici (che oggi sono, senza mezzi termini, i centri nevralgici del potere organizzato). Eppure ciò che i primi anarchici dell'era digitale non potevano vedere è come l'epoca contemporanea sia riuscita, de facto, a compiere l'assoluta dittatura del lavoro anche quando non si lavora.
Byung-Chul Han ha sostenuto che attraverso il digitale cade completamente la distinzione tra luogo di lavoro e di non lavoro: “ciascuno si trascina appresso il posto di lavoro come un campo di lavoro. Così, non possiamo più sfuggire al lavoro”. Hanno reso possibile la mobilitazione totale tanto auspicata durante il nazismo.
L'anarchia si trova dinnanzi a una sfida che è, addirittura, più complessa di quelle che ha dovuto affrontare nel passato: il web, con la sua emancipazione parziale, in realtà esalta ed estende la mercificazione del nostro tempo. Lavoriamo ovunque, e dunque anche gli spazi anarchici residuali - quelli che Gilles Clément definisce “Terzi paesaggi” - vengono a mancare, perché il luogo del potere, ovvero dello Stato, non ci lascia mai, viene insieme a noi: c'è campo ovunque (e se non c'è è una tragedia), i telefonini sono ovunque, la rete è appunto “una rete”: intrappola. Basterebbe scollegarsi? Teoricamente si, in pratica è verso l'impossibilità di scollegarci che stiamo andando: orologi digitali (tipo Apple Watch), occhiali (tipo Google Glass), innesti biomeccanici postumani, sono ciò che rende la vita umana un “apparato umano” da cui è impossibile scindersi.
Ora, diciamolo senza girarci attorno, più Homo Sapiens evolve, più diventa improbabile l'anarchia: globalizzazione e digitale sono, congiuntamente, dei nemici (quasi) imbattibili. L'anarchia con il suo sogno di micro-comunità organizzate cade dinnanzi all'enormità della statalizzazione al di là dello Stato, dell'economia a sistema nervoso decentralizzato, della perdita di ogni specificità in favore di un'omologazione dell'umano planetaria. Sulla soglia del digitale come lavoro totalizzante si innesta un nuovo campo di ricerca per i teorici dell'anarchia che è, onestamente, ancora tutto da esplorare - eppure dobbiamo cominciare subito, nessun lusso al rimandare. Si potrebbe pensare a un “principio Thoreau” tale per cui lo scollegamento totale (un ritorno alla lentezza) sia l'unica possibilità adesso, qui e ora, prima che il collegamento coatto di cui dicevo prenda il sopravvento accelerazionismo scia di Noam Chomsky o Robert Paul Wolf, se l'anarchia sia possibile o quanto tale modello politico sia aderente alla natura umana. Si tratta di capire quali siano le differenze tra movimento e nomadismo: pensare il nostro futuro, il futuro anarchico, comincia proprio da qui.

Leonardo Caffo
Torino



Podemos/Botta... Ma i pregiudizi non servono

Il panorama politico e sociale della Spagna è cambiato parecchio in meno di un lustro. Bastano due fotografie per rendersene conto. Prima fotografia: maggio 2011, le piazze spagnole sono invase da migliaia di persone che pacificamente chiedono un cambiamento politico, sociale e culturale. È il movimento del 15-M, internazionalmente noto come movimento degli indignados. Non sventolano bandiere di nessun tipo, al massimo quelle della Seconda Repubblica spagnola. Ci sono solo cartelli fatti a mano con le scritte più disparate. Lo slogan più gridato è “No nos representan” (“Non ci rappresentano”). Si condanna il sistema politico che ha portato alla crisi economica, alle misure di austerità, al dramma degli sfratti, alla mancanza di prospettive per le nuove generazioni. Non a caso uno dei movimenti che convocò le prime acampadas nella madrilena Puerta del Sol si chiama Juventud Sin Futuro (Gioventù Senza Futuro).
Seconda fotografia: giugno 2015, migliaia di persone si raccolgono spontaneamente nelle piazze di molte città della penisola iberica e festeggiano la formazione di alcune delle nuove giunte comunali. Si tratta di comuni che, dopo i risultati delle elezioni amministrative del 24 maggio, iniziano ad essere governati da liste civiche formate da movimenti sociali, partiti di sinistra e semplici cittadini: Ahora Madrid e Barcelona en Comú nelle due metropoli della Spagna, Por Cádiz Sí Se Puede a Cadice dove il tasso di disoccupazione è superiore al 40%, Zaragoza en Común a Saragozza, la Marea Atlántica, Compostela Aberta, Ferrol en Común nelle città galiziane di La Coruña, Santiago de Compostela e El Ferrol... In molti casi, poi, si tratta di comuni che erano stati governati per vent'anni o più dalla destra neoliberista e turbocapitalista del Partito Popolare di Aznar e Rajoy. Nelle piazze c'è allegria, c'è speranza. Lo slogan più gridato in questo caso è “Qué sí que nos representan” (“Sì che ci rappresentano”). E le persone, in molti, moltissimi casi, sono le stesse che erano nelle piazze in quella calda primavera del 2011.
Le fotografie colgono un momento – un cambiamento senza dubbio epocale per la Spagna –, ma non riescono a spiegare quel che c'è stato nel mezzo. In questi quattro anni c'è stato il riflusso del movimento degli indignados. Un movimento che non poteva continuare nella modalità dell'occupazione sine die delle piazze e che si è radicato nei quartieri portando avanti lotte quotidiane e concrete, in modo simile, con tutte le differenze del caso, a quanto successo negli Stati Uniti con Occupy Wall Street. C'è stato il rafforzamento della lotta contro gli sfratti per mutui ipotecari (oltre 500 mila dal 2007 al 2013 in Spagna) con la Plataforma de Afectados por la Hipoteca. Ci sono state le mareas, quella bianca della sanità pubblica, quella verde della scuola, quella azzurra in difesa dell'acqua pubblica, quella gialla in difesa del sistema biblitoecario... Di tutto questo ne avevamo parlato in un articolo pubblicato su questa rivista nell'estate del 2013 (“Spagna. Due anni dopo” in “A” 382, estate 2013).
C'è stato anche l'approfondimento di una crisi che ha colpito duramente una popolazione di oltre 47 milioni di abitanti: la disoccupazione ha superato il 25%, pari a quasi sei milioni di persone, e ora si attesta su un drammatico 23,4%. C'è stata la morsa del governo di Rajoy, che dispone dal novembre del 2011 della maggioranza assoluta in Parlamento, con dosi massicce di austerità – sempre secondo il lemma dell'”avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità” – unite a dosi sempre maggiori di repressione, culminata con la recente approvazione della Riforma del Codice Penale che punisce duramente qualunque minimo tentativo di proteste e financo di libertà di espressione. C'è stato poi l'emergere della questione catalana con le grandi manifestazioni dell'11 settembre degli ultimi anni che hanno portato nelle strade di Barcellona oltre un milione di persone che hanno chiesto a gran voce l'indipendenza della Catalogna. C'è stato a inizio del 2014 la nascita di Podemos, partito che si è proposto come erede delle rivendicazioni del movimento del 15-M e delle differenti lotte in difesa del Welfare: alle elezioni europee del maggio 2014 Podemos ha raccolto oltre un milione di voti, a inizio 2015 i sondaggi lo consideravano il primo partito in intenzione di voto e alle elezioni amministrative di maggio ha ottenuto buoni risultati, attestandosi come terza forza nella maggior parte delle regioni (alle comunali non si presentava in solitario, ma solo in alcuni casi all'interno di liste civiche di confluenza).
Il panorama, insomma, è cambiato velocemente. E continua a cambiare molto velocemente. Provare ad immaginare cosa succederà nei prossimi mesi può essere paragonabile al tentativo di fare tredici alla schedina o di vincere all'enalotto. Il tutto, spesso, si converte in uno scetticismo assoluto o in un atto di fede, a seconda delle idee che si professano. Credere o non credere alla possibilità di un cambiamento, in fin dei conti. A che prezzo, però? Con quali metodi? Con quali fini? Su Podemos si è scritto molto ultimamente, anche in Italia. Cos'è Podemos, in realtà? Niente di più di un nuovo progetto riformista e socialdemocratico? O è piuttosto una reale possibilità di cambiare le cose, di maggiore giustizia sociale, di una società più libera e egualitaria? È un progetto aperto, basato sulla democrazia diretta, dove i cittadini possono prendere la parola e partecipare o è un partito novecentesco guidato da un “leader” e con una burocrazia di partito che vuole semplicemente sostituire quelle esistenti nell'amministrazione della cosa pubblica? Insomma, in cosa si convertirà Podemos? Ci sono opinioni diverse al riguardo, come è normale che sia. Opinioni, spesso, preconcette. Il che è lecito, sia chiaro, ma è poco utile. È ancora troppo presto per poter dare una risposta a queste domande: sarà il futuro a fornircele ed allora ci saranno le schiere di saggi e provvidi opinionisti che ci diranno “ve l'avevamo detto”. Quello che molto umilmente si può fare è osservare criticamente, cercando, quando e se possibile, di agire nel presente per fare in modo che le cose vadano in una direzione e non in un'altra. È fatica sprecata? È lo sforzo inutile di Sisifo? Potrebbe esserlo, come spesso lo è stato nella storia delle classi sfruttate. Ma potrebbe non esserlo e, se così fosse, con questo nostro “rifiuto a prescindere” ci porteremmo sulla coscienza la responsabilità di non aver dato il nostro appoggio per spingere quel masso sulla cima del monte e per fare in modo che non rotoli un'altra volta a valle. Sfidare gli dei è sempre stata un'ardua e difficile impresa. E ha spesso voluto dire scendere a compromessi, perché da soli, checché se ne dica, non ce la si può fare. Per bloccare l'avanzata del fascismo, la CNT è entrata nel governo della Seconda Repubblica spagnola dopo lo scoppio della Guerra Civile e ha deciso coraggiosamente di difendere una repubblica “borghese”. Per sconfiggere il nazifascismo, molti militanti anarchici e libertari italiani hanno lottato nelle montagne con i partigiani comunisti, socialisti, azionisti, liberali e anche monarchici. Per sconfiggere il neoliberismo, l'austerità e il dominio dei mercati – che sono il fascismo del XXI secolo – non varrebbe la pena, almeno, porsi la questione della possibilità di appoggiare, per quanto criticamente e senza assegni in bianco, chi dice di promuovere una società più giusta e egualitaria?

Steven Forti
Barcellona (Spagna)



Podemos/...e risposta Un errore grave fiancheggiarli

Il dilemma sull'atteggiamento di fronte a Podemos posto da Steven non è del tutto nuovo. Nella storia dell'anarchismo, italiano e non solo, ci sono stati frangenti in cui il tema si è posto con urgenza e drammaticità. Lui ricorda la classica Spagna del 1936-39 e la Resistenza del 1943-45.
Evidentemente il paragone parte da qualche tratto di similitudine, ma ricorda di più elementi di differenziazione e incomparabilità. In entrambi i casi siamo all'interno di una guerra vera con morti e distruzioni enormi e con il rischio costante e quotidiano della vita individuale e collettiva. L'urgenza e il senso di responsabilità (eccessiva secondo alcuni compagni) spinse la CNT-FAI verso la collaborazione con gli ex nemici e repressori repubblicani in una sorta di tregua imposta dall'emergenza golpista.
Va tenuto conto che il movimento anarchico e libertario aveva una forza e un radicamento tali da poter determinare, soprattutto nei primi mesi, l'agenda politica del governo antifascista spagnolo. Quindi la soluzione del problema si poneva, come sa bene Steven, fra un isolamento dal contesto bellico, che aveva scarse possibilità, e una partecipazione, via via meno riluttante, alla gestione del potere sul piano militare oltre che politico. La scelta della collaborazione bellica e istituzionale era quasi obbligata (l'ipotesi della rivoluzione in solitario, che l'ineffabile García Oliver definì come “dittatura anarchica”) fu accettata da buona parte della militanza anche se alquanto diffidente. Uno dei motivi di fondo di tale posizione, incoerente con l'Ideale e la storia anarchica spagnola, fu quello di difendere l'esperienza della rivoluzione sociale in corso nelle campagne e nelle città. Nessuna possibilità di sviluppo rivoluzionario libertario sarebbe stata possibile, anche secondo Helmut Rudiger esponente dell'AIT attivo in terra iberica, in caso di vittoria di Franco.
Nell'ambito della Seconda Guerra Mondiale l'opzione di combattere con altri antifascisti, superando perfino l'odio per la repressione bolscevica del maggio 1937 a Barcellona, fu seguita da gran parte dei militanti con alcune importanti eccezioni. Ad esempio, Umberto Tommasini si astenne dal prendere le armi nell'Appennino bolognese pur avendo lottato concretamente e duramente contro il regime fascista, come dimostra la partecipazione all'attentato di Gino Lucetti a Mussolini nel 1926 e all'analogo progetto del 1937. Il compagno triestino tenne conto delle minacce ricevute per le sue proteste contro l'assassinio di Berneri e delle esplicite indicazioni del PCI di eliminare gli estremisti, sia libertari che marxisti, in quanto “nemici del popolo”. Altri invece, come l'emiliano Enrico Zambonini, pur essendo stato ferito da fucilate comuniste nella Barcellona del 1937, entrò nella Resistenza e finì con l'essere fucilato con un gruppo di antifascisti, tra cui un prete. Laddove i compagni avevano la forza (Carrara, Piacenza, Milano...) costituirono formazioni proprie oppure preferirono collaborare con le bande non comuniste. Anche in questo caso il contesto non permetteva, o quasi, di mantenersi estranei alla guerra guerreggiata.
Il ragionamento di Steven può essere comparato, secondo me, con due esperienze vissute nell'Italia degli anni Settanta: la candidatura Valpreda alle elezioni del maggio 1972 col Manifesto e il referendum sul divorzio del 1974. Nella prima circostanza, che rievocava le candidature-protesta promosse da socialisti e repubblicani tra fine Ottocento e primi Novecento, ben pochi furono coloro che accettarono quello che fu definito un “ricatto”: l'uscita di prigione del principale detenuto della montatura statale (di cui si voleva da anni la liberazione con una campagna di controinformazione che ha avuto pochi pari nella recente storia italiana) in cambio dello snaturamento della mobilitazione sempre crescente che stava “processando” lo Stato. Il movimento anarchico, quasi al completo e malgrado le tradizionali divisioni interne, rifiutò la proposta elettoralistica e potenziò le agitazioni contro la Strage di Stato nelle piazze, nelle scuole e università, nei luoghi di lavoro. E Valpreda restò in galera ancora per qualche mese: nel dicembre del 1972 venne varata una legge per cui anche gli imputati di reati che prevedevano l'ergastolo potevano andare in libertà vigilata. Fu definita pubblicamente, con ironia, la “legge Valpreda”. Si dimostrò con fatti concreti che la via parlamentare non apparteneva all'anarchismo e ai movimenti di base che pullulavano in ogni contrada d'Italia. Si confermò come, a volte, una grande protesta extraistituzionale potesse risultare vincente.
Un paio di anni più tardi il dibattito sulla partecipazione al referendum indetto dalla chiesa cattolica contro il divorzio fu più articolato e animato. I compagni che sostenevano l'utilità della scheda referendaria puntavano sulla necessità di battere la sfida clericale anche recandosi alle urne. Essi ritenevano che la consultazione non prevedesse alcuna forma di delega a un partito con lo scopo di insediarsi al governo e quindi esercitare il dominio statale. Al contrario, la tendenza astensionista sosteneva che si trattasse di “refreghendum”, un tranello della competizione tra partiti laici e cattolici che avrebbe comunque demandato allo Stato la facoltà di regolare con apposite norme obbligatorie le relazioni sessuali e familiari. L'alternativa vera sarebbe stata quella di emanciparsi dalla tutela legale e realizzare invece libere unioni di liberi esseri umani fondate sull'accordo paritario e solidale. Alla vittoria, per molti sorprendente nelle proporzioni, della linea divorzista ci furono in ambito anarchico poche esaltazioni del risultato che mostrò comunque che il clerico-fascismo (solo la DC e il MSI pretendevano di abolire il divorzio) non era maggioritario nella società italiana.
Evidentemente le due scadenze elettorali degli Anni Settanta si svolgevano all'interno di comportamenti sociali che andavano ben al di là delle contese politiche e mentre si respirava un'aria di imminenti e profondi cambiamenti a tutti i livelli. In questo contesto di grande e duraturo fermento, le aspirazioni rivoluzionarie e libertarie erano spesso viste con simpatia da chi scendeva in strada e si opponeva all'autoritarismo e allo sfruttamento.
Senza entrare troppo nel merito della situazione spagnola di oggi, di certo la scena non può essere assimilata a quella spagnola del 1936-39 o a quella italiana del 1943-45. L'uso del termine “guerra”, a cui fa ricorso Steven, appare troppo semplicistico e generico. Ciò non vuol dire sottovalutare la posta in gioco, non solo in Spagna, con l'inasprimento del controllo statale e il deterioramento, indotto dal neoliberalismo, delle condizioni di vita dell'umanità e della natura. Forse è inevitabile che si riproponga il miraggio della soluzione elettorale agli angoscianti problemi attuali e alle prospettive negative che si intravedono. Non è inutile ricordare che queste proposte “alternative” ai governi puramente conservatori hanno radici lontane (socialisti di fine Ottocento, comunisti post 1945,...) e relativamente vicine (radicali dei primi anni Settanta, grillini di qualche anno fa...). L'esperienza dimostra l'involuzione di questi e altri movimenti-partiti man mano che essi sono entrati nei meccanismi istituzionali burocratici.
Qualcuno potrebbe sperare che Podemos, in quanto erede del movimento degli indignados che nel 2011 aveva entusiasmato anche ambienti libertari al punto di suscitare nella madrilena Plaza del Sol la commossa adesione di un filosofo anarchico di antica data quale Agustín García Calvo, (assemblee costanti, solidarietà popolare alle vittime del sistema bancario, slogan come “i nostri sogni non entrano nelle vostre urne”, ...), sia diverso dai precedenti movimenti-partiti. Logicamente saranno i fatti, nudi e crudi, prodotti dall'esercizio del potere, al momento solo municipale, a dare gli elementi per una valutazione fondata e convincente che vada al di là delle, comunque utili, chiavi di lettura fornite dalla teoria e dalla storia antiautoritaria. I segnali in corso non sono favorevoli ad una rottura definitiva col potere del passato fatto di clientelismo e di pura propaganda, oltre che di controllo e di impoverimento sociale.
Sarebbe quindi, dal mio punto di vista, un errore grave fiancheggiare la sfida elettorale e filo istituzionale di Podemos, mentre credo sia più produttivo osservare, con critica e disincanto, l'evoluzione di tale tendenza politica, culturale e sociale. Essa rappresenta ad ogni modo una certa novità di cui tener conto, ma senza farsi risucchiare in una logica che non può appartenere alla speranza e alla lotta per un mondo di liberi/e ed uguali.

Claudio Venza
Trieste



Un racconto/ Esami di terza media

Su una terrazza del meridione, una pianta grassa, nata al nord, è fiorita dopo oltre dieci anni di vita e, nel vaso di una pianta rampicante, un uccellino ha fatto il nido e vi ha deposto alcune uova. Venere e Giove sono allineati.
I miei alunni agli scritti dell'esame di terza media si sono difesi egregiamente. Alla quinta prova nazionale hanno avuto dei risultati corrispondenti alle fasce di livello in cui sono collocati. In sostanza hanno ottenuto un pareggio. E un pareggio contro l'Invalsi equivale a una vittoria. Quindi III W batte Invalsi 20 (il numero degli alunni) a zero. All'orale hanno travolto la commissione esaminatrice.
Lo studente G. si è seduto di fronte a noi, ha abbracciato la fisarmonica e chiuse le palpebre ci ha trascinato sulle note di Children's suite n. 1 del musicista sovietico Vladislav Zolotaryov. I suoni hanno distratto, dalle scartoffie, la presidente di commissione che si è precipitata in classe proprio mentre i nostri timpani venivano investiti dalle note più roboanti del brano... al termine dell'esibizione eravamo tutti in piedi ad applaudire...
La presidente di commissione ha abbracciato G. Gli applausi hanno cominciato a scemare. Quando noi insegnanti abbiamo smesso completamente di battere le mani le alunne, che assistevano all'esame, hanno ripreso gli applausi con più vigore di prima. Io, capita l'antifona, mi sono rimesso ad applaudire.
Poi G. ha sorriso alla presidente di commissione e, facendo cenno di smettere, ha spiegato: «Mi stanno aiutando a introdurre un brano tratto da Arcipelago Gulag di Solženicyn, in cui si racconta che, in epoca stalinista, dopo una conferenza, approvato un messaggio di fedeltà a Stalin, tutti si alzano ad applaudire... ma nessuno vuole essere il primo a smettere, potrebbe sembrare un atto di critica e dissenso che porta diritto all'arresto».
La studentessa M. ha iniziato a pizzicare le corde delle sua chitarra. S'interrompe, abbassa la testa e lascia che i capelli le nascondano il volto... chiede scusa, poi riparte... e fa scaturire nitido l'arpeggio di Stairway to Heaven, dei Led Zeppelin... There's a lady who's sure all that glitters is gold... tira fuori una voce con dei toni così ignoti e profondi che non so da quale anfratto dell'universo li abbia scovati... una ragazzina di tredici anni. Orfana di padre, morto in un incidente stradale, alle elementari scrisse una lettera a suo papà e con le maestre andò a depositarla sulla tomba.
«Ma è commovente! Commovente!», esclama la presidente... Io non trattengo le lacrime... e mi sfugge una parola: «Resilienza...».
«Che cosa porti in italiano?...», le chiede la presidente.
«Non si è accontentata», intervengo io, «di portare un semplice brano, ha portato un libro... la biografia di Jim Morrison!».
Credo che la presidente abbia fatto un faccia un po' stupita perché M. si è voluta giustificare: «Il professore mi ha detto che la potevo portare all'esame».
«Certo!», esclamo io rivolto alla presidente, «un giorno, durante la lezione, la sorpresi con quel libro aperto sul banco... “ah, bene! Vorrà dire che lo porterai all'esame!”». E tra me rifletto che M., in quell'occasione, mi aveva chiesto: «Ma... si può? Si può portare all'esame la biografia di Jim Morrison?».
M. racconta la vita del Re lucertola, di quando attraversando il deserto, in auto, con i genitori, vide degli indiani che giacevano sull'asfalto sanguinanti e moribondi, dopo che il loro autocarro era andato a sbattere contro un macchina e Jim era solo un bambino “e un bambino”, scrive Morrison, “è come un fiore con la testa scossa dal vento”.
«In The end, ci sono dei versi che potrebbero suscitare scandalo... se vuoi puoi dirceli... magari in inglese, così ci togli dall'imbarazzo...».
«Jim elabora il complesso di Edipo», risponde M.
«Benissimo... ma, le parole scandalose?».
«Father... I want to kill you... Mother, I want to... fuck you».
«Come possiamo interpretare queste parole?».
«Kill your father... significa, elimina le idee non tue, che ti sono state inculcate... Fuck your mother... significa, prendi cura di te stesso...».
«Qual è il libro che ha cambiato il modo di essere di Jim Morrison?».
«Così parlò Zarathustra di Nietzsche».
«No! Non è possibile!», sbotta la presidente, «adesso non mi venite a dire che una ragazzina di tredici anni conosce Nietzsche! Sa che esiste Così parlò Zarathustra!».
«Ha anche provato a leggerlo», dico io, «ma per ora lo ha accantonato».
Guardo M. in viso e sommessamente le dico: «Tu sei oro... oro che ha riacquisito la forma originaria dopo essere stato deformato...».
Faccio una pausa.
«Anzi! Dimmi qual è l'unità di misura che indica la quantità di oro puro in un gioiello?».
«Il carato».
«Brava! In questi tre anni i tuoi carati sono aumentati... ma è anche merito delle tue compagne e dei tuoi compagni di classe... sei tu che poco fa mi hai cantato “when all are one and one is all”... come avresti fatto senza le silenziose, i casinisti e le casiniste? e senza G., fisarmonicista magico, che ha attirato qui la nostra ospite e ti ha preparato il palcoscenico?».
Mentre dei docenti pensavano di fare uno sciopero della fame contro la riforma della scuola di Renzi e la gioventù greca si apprestava a dire oxi, ho fatto la gratificante fatica di salire a piedi sul cratere dello Stromboli.
Osservando e ascoltando le eruzioni laviche che illuminavano la notte, ho preso consapevolezza del ribollire del magma che mette in tensione la crosta terrestre.

Ermanno Battaglini
Oria (Br)



Herbert Pagani e il suo sogno sionista

Un plauso, ancora una volta, più che meritato, ad Alessio Lega, che, oltre che cantautore (anche quando propone brani non suoi, li reinterpreta), è ormai un validissimo critico musicale e studioso di musica. Un plauso per aver ricordato uno chansonnier (lo definirei così, anche se forse è limitativo) come Herbert Pagani, ingiustamente dimenticato, come Lega ricorda.
Questa non è una excusatio non petita, premetto, ma solo una premessa (repetita juvant? Non sempre, anzi me ne scuso) per fare una precisazione ed esprimere un'opinione un po' diversa: la precisazione è nel fatto che Pagani era Ebreo libico, ma non di origini italiane, bensì un Ebreo libico cui il cognome italiano fu attribuito per motivi coloniali, di imposizione colonialista-nazionalista.
L'opinione divergente: “uomo dalle incrollabili convinzioni umanitarie e internazionaliste, ma legato a un impossibile sogno sionista” (cito ovviamente dal testo su Pagani, p. 59 del numero di “A” 400, estate 2015). D'accordissimo sulla prima parte, mentre sul sionismo e il suo “impossibile sogno”, no. Chi ha detto che sia un “sogno impossibile”? Finora non realizzato, certo, ma in futuro, chissà.
Il sionismo all'inizio, quello di Theodor Herzl, era tollerante, umanitario, “internazionalista”, poi, con e dopo Ben Gurion, si lega a uno Stato, quello d'Israele, costantemente minacciato, però, e memore dello sterminio, della Shoah. Chiunque sia anche vagamente di origini ebraiche (io da parte della nonna paterna, dall'inequivocabile cognome di città italiana, per la precisione toscana) sente la minaccia, il ritorno, strisciante o meno, della Bestia (sarò biblico-apocalittico, ma mi va benissimo) - non credo che il nazismo (non nazionalsocialismo! Dopo l'espulsione dei fratelli Strasser, di socialista il nazismo non ha più nulla!) si possa definire altrimenti.
Ma, tornando a Herbert, vorrei segnalare alcune cose: scrivendo il testo dell'inno del Partito socialista francese (PSF), musica di Mikis Theodorakis, Pagani (era il 1977, quando si preparava il ritorno al potere della “Gauche”, dopo anni di gaullismo e di... peggio, era il socialismo a suo modo libertario di François Mitterand, era lontana la svendita attuale al neoliberismo con Hollande & Co), diceva-cantava: “Changeons la vie ici et maintenant/C'est aujord'hui que l'avenir s'invente” (Cambiamo la via qui e adesso/È oggi che l'avvenire s'inventa”). Siamo, volendo, allo “changer la vie et changer le monde” (cambiare la vita e il mondo) che il surrealismo ricavava dalla sintesi tra Rimbaud (changer la vie) e Marx (changer le monde). Due anni prima e qui forse qualche problema si pone, Herbert aveva scritto e detto (recitativo con musica) il suo “Pladoyer pour ma terre. Terre d'Israel” (“difesa della mia terra”. Il resto è molto chiaro). In esso lo chansonnier (nonché attore, pittore, scultore, scrittore, poliglotta perfetto), diceva che sì, “siamo dei rompiscatole” (noi Ebrei), “è nella nostra natura”, “Abramo (rompeva, e.g.) con il suo Dio unico, Mosé con le tavole della Legge, Gesù con l'altra guancia sempre pronta a ricevere il secondo schiaffo”.
Poi rivendicava Freud, Marx, Einstein e qui credo siamo tutti/e d'accordo, rivendicandoli come “rivoluzionari, nemici dell'ordine” (costituito, diremmo magari in italiano). Qualche più che giustificata riserva da parte mia su Henry Kissinger, certo persona intelligente e grande diplomatico, ma coautore (è ormai ampiamente dimostrato) del golpe pinochetiano in Cile. Ma il resto è vero, che i Patriarchi biblici, a suo modo, anche Cristo (per quanto ne sappiamo, stanti i travisamenti e le interpolazioni dei Vangeli), il fondatore della psicoanalisi, Marx, con le contraddizioni che volete/vogliate evidenziare, il rifondatore della fisica moderna e non solo, fossero dei rivoluzionari. È questo, credo, che Pagani voleva evidenziare.
E lasciamo da parte, senza dimenticarlo, lo scivolone su Kissinger. Nessuno è perfetto.

Eugen Galasso
Firenze



Reggio Emilia / “A'' in centro

Reggio Emilia, Libreria del Teatro - Nell'imminenza della festa per i 400 numeri di “A” svoltasi a Massenzatico (Re) nel corso dell'ultimo fine settimana di giugno, la storica Libreria del Teatro, in pieno centro, si è così addobbata per “salutare” l'evento e la nostra rivista. Ci fa piacere pubblicare questa foto e cogliamo l'occasione per salutare il vecchio Nino Nasi, grazie al quale “A” è reperibile lì fin dal primo numero (febbraio 1971).



I nostri fondi neri

Sottoscrizioni. Angelo Pagliaro (Paola – Cs) per “A” 400, 10,00; a/m Fausto Saglia, Luciano Scarpa (Cassio – Pr) 30,00; Libreria San Benedetto (Sestri Ponente – Ge) 4,70; Ugo Usseglio Viretta (Giaveno – To) 40,00; Gabriella Ciancimino (Palermo) per versione PDF, 10,00; a/m Errico Alfonso, Centro sociale occupato e autogestito Scuria (Foggia) 25,00; Claudia Pinelli (Milano) 10,00; Antonio Cecchi (Pisa) 10,00; Davide Andrusiani (Castel Verde – Cr) 10,00; Nicolò Comotti (Londra – Gran Bretagna) 115,00; Antonio Abbotto (Sassari) 10,00; Jonatha Trabucco (Pisa) 10,00; Luca Magni (Monza) in memoria di Mikhail Bakunin, 75,00; Enrico Calandri (Roma) 100,00; Angelo Roveda (Millano) 50,00; a/m Claudio Mazzolani, Paolo Mazzolani (Imola – Bo) 10,00; Rino De Michele (Zero Branco – Ve) 50,00; Gianlorenzo Pignatti (Barberino del Mugello – Fi) 30,00; Peter Sheldon (Sydney – Australia) 250,00; Davide Giovine (Luserna San Giovanni – To), 15,00; Giuseppe Galzerano (Casalvelino Scalo – Sa) 40,00; Aurora e Paolo (Milano) ricordando Federico Arcos, 500,00; ricavato dalla festA 400 a Massenzatico (Reggio Emilia) il 27–28 giugno, 414,00; Enrico Moroni (Settimo Milanese – Mi) 10,00; Giuseppe De Vincenti (Brescia) 10,00; Biblioteca Franco Seranrini (Pisa) 100,00; Giuseppe De Vincenti (Brescia) 10,00; Alberto Ciampi (Sam Casciano Val di Pesa – Fi) “Magnifico 400”, 20,00; Orazio Gobbi (Piacenza) 10,00; a/m Nicola Zamagna, dalla festa del 1° maggio dell'ANPI – Associazione Nazionale Partigiani d'Italia – di Santarcangelo di Romagna, 50,00; Luciano Collina (Sala Bolognese – Bo) 10,00; Monica Bagnolini e Enrico Torriani (Bologna) in memoria di tutti i migranti naufragati nel canale di Sicilia, 10,00; Sante Cutecchia, 10,00; Roberto Colombo (Boffalora Ticino – Mi) 50,00; Giulio Spiazzi (Verona) 50,00; Giorgio Bigongiari (Lucca) per “A” 400, 20,00; Francesco Vendrame (Ponte San Pietro – Bg) 10,00; a/m Angelo Roveda, Francesco Roveda (Milano) 50,00; Rino Quartieri (Zorlesco – Lo) “auguri alla redazione e... 400 di questi numeri”, 100,00; Fondazione Giorgio Gaber (Milano) quale contributo per la collaborazione nell'organizzazione della sera “Pietro Gori, anarchia, resistenza” al teatro Garibaldi di Carrara il 2 agosto scorso, 500,00; a/m Giovanni Stiffoni, Caflo Romani (Rio de Janeiro – Brasile) 100,00; Mauro Tassetto (Milano) 30,00; Laura Cipolla (Casalmaiocco – Lo) 30,00; Libreria San Benedetto (Sesri Ponente – Ge) 3,70; Diego Razzitti (Angolo Terme – Bs) 20,00; Davide Foschi (Gambettola – Fc) 10,00; Roberto Ceruti (Albissola Marina – Sv) 10,00; Roberto Palladini (Nettuno – Rm) 20,00; Ugo Fortini (Signa – Fi) ricordando Milena e Gasperina, 30,00; ; Robeto Solati (Venezia) 50,00; Lorenzo Partesana (Sondalo – So) 10,00; Angelo Del Boca (Torino) 10,00; Davide Foschi (Gambettola – Fc) 10,00; Pino Fabiano (Cotronei – Kr) 10,00; a/m Danilo Sidari, Jack Grencharoff (Quama – Australia) 100,00; Luca Magni (Monza) in memoria di Pëtr Kropotkin, 35,00. Totale € 3.317,40.

Abbonamenti sostenitori. (quando non altrimenti specificato, trattasi di euro 100,00). Paola Mazzaroli (Trieste); Luca Vitone (Berlino – Germania); Sergio Santoni (Monte San Vito – An); Andrea Albertini (Merano – Bz) 150,00; Donata Martegani (Milano); Fernando Ainsa (Saragozza – Spagna); Antonio Squeo (Catania) 150,00; Roberto Di Giovannantonio (Roseto degli Abruzzi – Te); Battista Saiu (Biella); Nuccia Pelazza (Milano); Giorgio Bixio (Sestri Levante – Ge); Domenico Gavella (Camerlona – Ra); Angelo Carlucci (Taranto); Carmelo Goglio (Olmo al Brembo – Bg); Giancarlo Tecchio (Vicenza) 200,00; Giovanni D'Ippolito (Casole Bruzio – Cs); Giuseppe Gessa (Gorgonzola – Mi) 200,00; Benedetto De Paola (Prato Perilli di Teggiano– Sa) 200,00; Gianluca Botteghi (Rimini); Vittorio Catani (Bari); Gianfranco Cutillo (Bari); Augusto Piccinini (Ravenna); Lucia Sacco (Milano); Marco Galliari (Milano); Rodolfo Altobelli (Canale Monterano – Rm); Tommaso Bressan (Forlì); Giovanni Baccaro (Vittorio Veneto – Tv); Danilo Sidari (Lalor Park – Australia). Totale 3.200,00.