rivista anarchica
anno 45 n. 397
aprile 2015


dibattito scienza

Basta con la ricerca scientifica!

di Philippe Godard


Il blocco del nucleare, la distruzione degli OGM, la fine dell'industria delle armi, del denaro, degli stati e delle imprese, il declino assoluto della violenza e, dunque, il blocco della ricerca scientifica, sono obiettivi convergenti, in direzione della nostra liberazione.
È la tesi (provocatoria?) di un nostro collaboratore.
Il dibattito è aperto.


Il mito dell'unità della scienza

La scienza è un modo di comprendere il mondo che presuppone che ogni realtà o ogni evento fisico, concreto, osservabile, quantificabile debba ricevere una spiegazione astratta, detta oggettiva. Tale spiegazione assume la forma di leggi e teoremi che non possono entrare in contraddizione gli uni con gli altri, a meno di ritenere che la verità non è ancora stata raggiunta. In quest'ultimo caso, è opportuno proseguire la ricerca scientifica al fine di elaborare nuove leggi, più precise, che permettano finalmente di verificare la validità dei fatti osservati fino a quel momento, i quali la confermano e consentono persino di prevedere delle scoperte future. Ed è opportuno continuare a cercare nuovi fatti, nell'ordine dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, al fine di arrivare a una unità della scienza, tramite una spiegazione generale dell'universo.
Il sogno dell'unità della scienza sta alla base dell'edificio globale, e non soltanto in fisica e in astronomia. Proprio per questo gli studi di medicina cominciano con un serio approccio fisico, perché il corpo è prima di tutto composto di atomi e le proprietà di questi ultimi sarebbero in prima istanza fisiche. L'edificio scientifico regge, regge da solo, e talmente da solo che ha bisogno degli esseri umani soltanto per lustrarsi e per essere ammirato. Ammiriamo le conquiste della scienza, ammiriamo l'incremento della speranza di vita, ammiriamo le sonde che si posano su pianeti e comete sempre più lontani, ammiriamo la potenza dell'energia nucleare e persino gli esperimenti genetici che consentono di aggiustare i corpi straziati e di inseminare una terra sterile.
Ma nel corso di questo processo di “spiegazione” del mondo, la scienza ha acquisito autonomia: riceve le sue leggi e i percorsi di ricerca soltanto da se stessa – oppure, il che è ancor peggio, da potenti committenti, il cui obiettivo è soltanto il profitto, inodore e incolore, ma non indolore per miliardi di esseri viventi, piante e animali, ivi compresi gli esseri umani.
L'autonomia della scienza segna l'immersione dell'umanità nell'eteronomia: sono gli orientamenti fatti propri dalla scienza che dicono a noi umani in quali nuove direzioni dobbiamo convogliare i “nostri” sforzi, che sono i loro, mediatizzati dai ricercatori. Ed è ancora lei che ci spinge a sbarcare su Marte, a investire somme astronomiche per conquistare il cosmo, ad asservire la Terra con i nostri prodotti chimici. La ricompensa per noi che apparteniamo a quei quattro o cinque miliardi di persone che non muoiono di fame, è di vivere più a lungo in un mondo in cui si muore di noia e soprattutto di paura. Viviamo protesizzati, anestetizzati dalle informazioni, vere o false, nutriti fino alla sazietà da prodotti adulterati. Noi non vediamo più tutte quelle e quelli che sono le vittime di questa insensata corsa verso il baratro.

Due visioni sul nesso tra scienza, potere e nocività

La tesi che voglio portare avanti qui non è che bisognerebbe orientare la scienza soltanto verso le ricerche non nocive, perché è l'insieme della scienza, allo stadio raggiunto ora, a essere nocivo per noi. La scienza pretende di essere alla ricerca della sua unificazione – il famoso mito dell'unificazione dei teoremi, dall'infinitamente piccolo all'infinitamente grande –, il che segnerebbe il nostro annientamento intellettuale, la nostra incapacità di pensare al di fuori dei quadri scientifici. Dunque, è la ricerca scientifica nel suo complesso che occorre fermare. Non per tornare all'epoca di Gesù, di Maometto o di Krisna, all'epoca della candela e dei maniscalchi, come auspicano gli integralisti di tutte le risme. Ma per riappropriarci del mondo così com'è, con le sue piante vive e le sue piante morte – che chiamano OGM –, con le sue centrali nucleari e i suoi grattacieli, con i suoi contadini sconfitti, come diceva Giono, divenuti anche loro servi del dio Denaro, e anche con i suoi contadini vittoriosi, quelli che sanno ancora che produrre il proprio cibo e nutrire gli altri intorno a loro senza rovinare la natura è il più umano dei lavori. Soprattutto con tutte quelle e tutti quelli che sentono, ancorché confusamente, che l'unico valore di questo pianeta si chiama vita – che implica la libertà – e che la volontà di capire la vita sezionandola, squartandola grazie a equazioni e teoremi, è la parte peggiore del sogno prometeico.
La scienza ha conquistato la propria indipendenza in relazione alle aspirazioni dell'umanità alla felicità e all'emancipazione; ormai la ricerca scientifica non ha più come obiettivo né la felicità né l'emancipazione, ma il sapere, il potere o anche il potere sulla vita. Tale autonomizzazione della scienza si è realizzata in un arco di tempo molto lungo. Lewis Mumford risaliva fino al XII secolo per trovare una prima evidenza del “mito della macchina”, che costituisce una tappa essenziale sulla via dell'autonomizzazione della scienza. Insistiamo qui su altre due tappe, altrettanto fondamentali: l'aumento di potere dell'industria nucleare detta di pace e l'emergere della genetica applicata alle piante e agli animali, ivi compresi gli esseri umani. Qui intendiamo sottolineare soltanto alcuni aspetti di questo potere crescente, senza soffermaci troppo, tanto sono evidenti.
Il nucleare è inevitabilmente nocivo: sia che si tratti di bombe sia di centrali, produce scorie di cui non sappiamo ancora che fare, dopo quasi un secolo dalla scoperta della radioattività artificiale a opera di Irène Curie e Frédéric Joliot nel 1934. Malgrado l'estrema nocività della radioattività, la scienza vi individua un fattore di progresso di grande importanza, tanto che il sistema ha sviluppato tutte le applicazioni possibili dell'atomo, al punto da porre all'umanità un problema gravissimo per i secoli a venire. È così che il nucleare ha annientato il principio di precauzione, fino a quel momento considerato sacrosanto, in nome, al tempo stesso, del potere, della scienza, della felicità e della pace: il colmo. La fine del principio di precauzione è l'ammissione che la scienza, insieme all'industria militare e all'industria nucleare civile, si rendeva del tutto autonoma dall'umanità, intesa come l'insieme degli esseri viventi, dunque come entità viva e dotata di un futuro: una banalità basica che i nuclearocrati hanno dimenticato. Che le scorie radioattive pongano un'ipoteca per migliaia di anni sulle future generazioni diventava un non-argomento, peggio: una dimostrazione di oscurantismo, poiché la capacità degli scienziati a trasformare il mondo è considerata infinita e senza limiti. Il nucleare funziona come un mito a tutto tondo: la sua vittima espiatoria non è altro che la marea di ecologisti radicali, ormai definiti “oscurantisti” e privati del diritto di espressione sui media e persino nei grandi partiti ecologisti. Infatti, i fautori dell'abbandono immediato del nucleare sono le vittime mediatiche e politiche del trionfo della follia nuclearocratica.

Come spiegare il mondo?

La genetica condivide con il nucleare la particolarità di essere una scienza dalle conseguenze ignote, poiché è emersa dai laboratori, anche in questo caso senza alcun rispetto per il principio di precauzione. Gli organismi geneticamente modificati sono “sementi politiche”; hanno consentito di avallare nella testa della maggior parte degli esseri umani l'idea che l'uomo è più dotato di qualunque altro Creatore e, soprattutto, più dotato dell'evoluzione stessa. Quest'ultimo punto, che purtroppo passa sotto silenzio, mostra anche in questo caso che la scienza si comporta come un sistema di potere autarchico, poiché non ammette neppure la critica filosofica dell'evoluzione, che pure contraddice, nel suo stesso processo, l'ipotesi di un dominio artificiale della natura, la cui complessità è andata elaborandosi nel corso di migliaia di anni. I presunti progressi della genetica si impongono in una totale assenza di etica.
L'atomo o il DNA sono fatti naturali; poiché sono considerati i mattoni di base della natura, ivi compresi di noi stessi, dovremmo dedicarci soltanto a comprenderli in una logica che assomiglia molto a quella del Lego: struttura, costruzione, legami constatabili tramite la sperimentazione ecc. La scienza si appropria del monopolio della spiegazione del mondo naturale; qualsiasi altra visione è tacciata di idealismo, e deve essere condannata in quanto erronea. Eppure esistono numerosi altri approcci! Se la genetica spiega le piante (?), è il genio del terroir e il lavoro del vignaiolo che spiegano la qualità del vino. Il genio del terroir è riducibile a una sequenza di equazioni? Se la chemioterapia “cura” il cancro, esistono anche gli sciamani che guariscono con le piante. Le piante terapeutiche, conosciute dalla notte dei tempi, sono riducibili a un DNA?
Le spiegazioni olistiche, che prendono in considerazione la autentica globalità di tutto ciò che vive, sono necessariamente più complesse dello smontaggio di una realtà fatta a pezzi, come ci viene proposta dalla miriade di esperti, ciascuno dei quali si dedica a un unico micro-campo scientifico; questi esperti non hanno più alcuna consapevolezza delle realtà collaterali al proprio campo di eccellenza, cosa che dovrebbe far crollare tale eccellenza e farla considerare per quella che è: un sapere privo di grande valore perché staccato da tutto. Certo, i tentativi di comprensione olistici introducono il dubbio, in un'epoca in cui il dubbio è considerato il primo passo verso la rinuncia. In un'epoca di entusiasmi come quella che stiamo vivendo, esprimere dubbi può appartenere soltanto a persone scorbutiche, timorate, se non addirittura individui sovversivi che rifiutano la corsa tecnologica verso l'abisso, in un processo di decadenza collettivo ampiamente analizzata da alcuni.
Non abbiamo bisogno di menzogne religiose o New Age per individuare molteplici spiegazioni del mondo, diverse da quelle scientifiche. Lo scopo di chi come noi sta camminando verso la propria emancipazione, di chi come noi la costruisce giorno dopo giorno, non è quello di spiegare il mondo in modo diverso o di imporre una spiegazione del mondo differente da quella della scienza. Infatti, poiché la spiegazione del mondo da parte della scienza si è trasformata nell'intento di dominarlo, tale spiegazione porta alla distruzione della nostra capacità di emancipazione.Ricerche scientifiche più profonde e complesse non si accompagnano ad alcuna elevazione etica, estetica e politica. Né saggia, potremmo dire, con il rischio di usare un termine anch'esso esplosivo.
È tempo di abbandonare la via della ricerca scientifica, non per “dimenticare” le scoperte dei saggi e negarle, né tantomeno per ricadere nelle menzogne religiose o mistiche, ma perché la dose di scienza iniettata in questo pianeta è più che sufficiente. “Stop” non significa in questo caso “distruzione”, ma “stop immediato e assoluto”. Riequilibrio: sviluppiamo altri modi di comprendere il mondo. Non dovremmo continuare a servirci di ciò che abbiamo imparato, soprattutto in materia di medicina, e principalmente non dovremmo continuare sulla strada della sola spiegazione scientifica delle cose, con ricerche che sprecano energia, intelligenza e mezzi economici, e che, in ultima analisi, si inseriscono nell'ambito dell'autonomizzazione della scienza in rapporto al mondo umano, semplicemente umano.

La dinamica della vita contro ogni teoria

Dal suo specifico punto di vista, la scienza dovrebbe capire che ormai non è efficace. Essa spiega soltanto un'infinitesima parte del tutto, per almeno due ragioni fondamentali. In primo luogo, più fa passi avanti e più mette in luce la complessità dell'universo, specialmente in campo biologico; infatti, più gli scienziati progrediscono, più regrediscono mettendo in luce la complessità delle relazioni tra gli atomi, e in particolare tra quelli che compongono gli esseri viventi. La scienza fa arretrare i limiti del suo campo di ricerca, senza riuscire mai a scoprire la particella ultima o il legame ultimo tra un fatto e le sue conseguenze. Non solo, i divulgatori scientifici hanno un bell'usare formule choc per fare passare i concetti del tipo “praticare una terapia genica è come riprogrammare un computer”, il loro discorso resta astruso e li allontana sempre più dai comuni mortali.
Soprattutto, non è soltanto la complessità a essere insondabile: i sistemi viventi non sono semplicemente analizzabili come relazioni statiche. Nessuno mai potrà renderne conto in qualunque rapporto o tesi. L'aspetto profondamente dinamico della vita è irriducibile a qualunque teoria. La scienza svela tale verità a ogni nuova scoperta, per poi ricoprirla subito con una maschera ideologica assoluta: “Noi ricerchiamo tanto e così bene che un giorno finiremo per fornire l'equazione definitiva” – “divina” avrebbe forse detto Teilhard de Chardin. Questa corsa contro la complessità e contro il dinamismo è vana, assurda e devastante, e porterà a far sì che le nostre vite quotidiane diventino sempre più tributarie delle scoperte della scienza applicate all'esistenza umana. Nessuno scienziato raggiungerà mai i limiti del proprio sapere; una simile corsa verso un obiettivo che si allontana a ogni istante è un controsenso assoluto. Vivere, essere saggi, significa accettare di costruire la nostra libertà all'interno dei nostri limiti.
La scienza ha un enorme difetto: non è umile. Lo scienziato è un demiurgo che distrugge tutto il suo campo di ricerca precedente ogni volta che se ne aprono di nuovi. Così, la ricerca sugli OGM ha reso caduche le ricerche sulla selezione massale; l'ingresso nel nucleare ha annientato la ricerca di energia pulita – e, in ogni caso, gli scienziati non hanno capito che le piante non si “migliorano” senza correre importanti rischi per gli ecosistemi, o che l'energia non deve essere illimitata, pena il fatto di essere sempre sprecata in quanto utilizzata senza “saggezza” – e la bomba nucleare è proprio una delle invenzioni meno sagge di tutta la storia dell'umanità. La scienza è tutto salvo una conoscenza di carattere olistico; al contrario, è sempre più parcellizzata, poiché necessita di una perizia sempre più precisa, che così si allontana sempre dal tutto. La scienza non sa accettare i nostri limiti umani; ora, questa posizione è... antiscientifica. A rigor di logica, i sapienti dovrebbero capire che l'unica verità scientifica del mondo è il dinamismo incessante e complesso della vita, e che il loro tentativo di comprenderlo o dominarlo rende tale dinamismo ancor più complesso, dunque rende il mondo sempre più inafferrabile. Questa corsa minaccia ormai il dinamismo della vita: troppa scienza genetica uccide la genesi, troppi inquinamenti uccidono la vita.

Stop immediato della ricerca scientifica

Fermare immediatamente la ricerca scientifica non significa tornare alla candela. Al contrario, significa riconoscere che il mondo nel quale viviamo è quello che è, con le sue centrali nucleari, le sue conoscenze mediche attuali, la sua capacità di fabbricare auto o aspirapolvere ecc. e riprendere il potere su questo mondo. Le industrie distruttrici devono essere smantellate il più velocemente possibile (immediatamente per quanto riguarda il nucleare, le nanotecnologie, le biotecnologie e l'armamento; in modo progressivo per quanto riguarda l'agricoltura industriale). Il resto deve essere conservato. Vale a dire soprattutto non sviluppato.
Interrompere bruscamente lo sviluppo della scienza è una delle vie che porterebbe a una riconsiderazione del mondo che ci circonda, secondo criteri diversi da quelli della “verità scientifica”. Siamo arrivati al punto in cui la scienza pretende di essere l'unica spiegazione valida del mondo e diventa la guida per la sua trasformazione, mentre l'etica, per prendere in considerazione solo questo elemento, sarebbe una via assai più foriera di futuro: invece di giustificare se, scientificamente – vale a dire secondo tale verità biologica o tal altro assioma economico –, una decisione si giustifica, noi potremmo davvero decidere che, da un punto di vista etico, l'essenziale è seguire una via giusta, anche se va contro il pensiero scientifico. Per esempio, potremmo scegliere di utilizzare il meno possibile i mezzi di trasporto motorizzati, perché gli spostamenti lenti, a piedi, in bicicletta o carretto, sono maggiormente compatibili con il rispetto della natura e lo scambio con altri essere umani. In tal modo, l'etica diventerebbe non una spiegazione del mondo, ma la base intellettuale della sua evoluzione.
Potremmo riempire intere pagine di programma per un futuro diverso, ma non è questo il nostro obiettivo. L'essenziale è che il blocco della ricerca scientifica fermerà il lavoro degli esseri umani che costruiscono e perfezionano il proprio sistema di asservimento. Si tratta di porre fine alla creazione di un mondo eteronomo, nel quale le leggi che reggono le nostre vite ci sono fornite da sistemi che ci sfuggono, tra i quali l'insieme delle verità scientifiche non è il meno importante. Questo mondo di finta felicità nel servaggio volontario diventa a malapena accessibile a un settore sempre più piccolo dell'umanità.
La qualità fondamentale dell'umanità può essere soltanto la ricerca della propria emancipazione, nella comprensione dei propri limiti, che stanno alla base non del suo servaggio, bensì della sua libertà. Certo, dovremo dimenticare l'idea, in base alla quale il futuro sarebbe sempre migliore grazie agli scienziati e ai ricercatori. Ma il blocco della ricerca scientifica non può, di per sé, portare all'emancipazione umana. Un intero processo politico, culturale, sociale, economico dovrebbe mettersi in moto contemporaneamente, al fine di arrivare alla scomparsa delle frontiere, del denaro, delle imprese e degli stati, ecc.
Il blocco della ricerca scientifica non è un coniglio che un prestigiatore fa uscire dal suo cappello programmatico. Non è neppure uno slogan lanciato in un periodo in cui solo gli slogan pubblicitari hanno ancora un certo impatto. Tale blocco è piuttosto la creazione di una mancanza, che deve essere colmata con strumenti diversi da quelli usati fino a questo momento. La scienza non trasformerà più il mondo per noi? Tanto meglio, cercheremo altre strade più conformi alle nostre idee profonde, ai nostri ideali di solidarietà e di condivisione, alla nostra sete di umanità.
La ricerca scientifica si autoriproduce, si autoalimenta e, così facendo, grazie alla posizione egemonica occupata dalla scienza, elimina qualsiasi strada diversa da quella scientifica. Il progresso non è la scienza e la scienza ha costituito un progresso per l'umanità solo da un punto di vista... scientifico. Eppure, sia che si tratti dell'etica, dell'estetica, della politica o di qualsiasi altro campo umano, molto umano, tutto sta a indicare che l'umanità non ha fatto progressi. La politica è forse il settore in cui l'assenza di progressi è più evidente. Ad affermarlo era già il funesto Sain-Just: “Tutte le arti hanno prodotto meraviglie, la politica ha prodotto soltanto mostri”. In Francia siamo passati dall'Ancien Régime al Nuovo Ancien Régime, un sistema nel quale la riproduzione della casta dei vertici finanziari, economici, politici e persino presunti artistici, non è mai stata così forte. Essere “figlio di...” e anche “figlia di...” – finalmente le pari opportunità applicate – è il modo migliore per restare nel mondo ovattato dell'élite.
È per tutte queste ragioni – e tante altre che ognuno di noi può aggiungere – che il cambiamento di paradigma assume tutto il suo significato. Il blocco della ricerca scientifica è soltanto uno dei campi di tensione politica verso questo cambiamento. Qui, l'ipotesi fondamentale è che il blocco del nucleare, la distruzione degli OGM, la fine dell'industria delle armi, del denaro, degli stati e delle imprese, il declino assoluto della violenza e, dunque, il blocco della ricerca scientifica, sono obiettivi convergenti, in direzione della nostra liberazione.

Philippe Godard
philippe.godard@autistici.org

traduzione di Luisa Cortese