rivista anarchica
anno 44 n. 388
aprile 2014





Stretti l'uno con l'altro

Ho visto/sentito suonare i BF in piazza due volte, il 25 aprile e il primo maggio dello scorso anno. Tutt'e due le volte è successo un fatto curioso. C'era bel tempo e c'era tanta gente che se ne andava in giro, chi da solo, chi coi bambini, persone di una certa età, ragazzi più giovani, giornate di festa in piena primavera. Ebbene, tanti rallentavano, si avvicinavano, restavano a guardare, restavano ad ascoltare. Tante persone, più di quanto era ragionevole aspettarsi. Una sorpresa gradita: in fin dei conti, non erano che delle canzoni popolari, soltanto delle canzoni popolari. Roba d'una volta, un repertorio semplice offerto in maniera frugale. Qualcuno tra il pubblico conosceva qualche canzone, e addirittura c'era chi si permetteva di aggiungere la propria voce al mucchio sonoro.
I BF li avevo visti e sentiti suonare anche in altre occasioni precedenti, con nome e formazione diversa, ed era successo press'a poco lo stesso anche allora. La gente si fermava. Restava lì. Eppure non si trattava per certo di uno “spettacolo”: i BF non offrivano effetti speciali né abiti sgargianti né musica alla moda. La gente, semplicemente, riconosceva le canzoni e qualcuno si metteva a cantare.
La cosa mi ha fatto riflettere: avevo anch'io l'intenzione di fermarmi poco, eppure sono rimasto là fino alla fine e ho pure cantato, magari a bassa voce all'inizio, come ne sono capace. Mi piaceva restare là.
Non c'era ragione perché non succedesse a me quello che stava succedendo anche agli altri. Ho immaginato che tutta quella gente si fosse fermata ad ascoltare e a cantare semplicemente perché era una cosa bella da fare. Perché a cantare insieme si sta bene, ci si sente bene. Perché quelle erano canzoni che erano rimaste chiuse dentro da qualche parte, ed era così bello e così strano accorgersi che le parole venivano fuori da sole. Sembrava roba nostra, scritta da ciascuno apposta per tenerci insieme lì, in piazza.
Penso che i BF, per indole oltre che per manifesto disinteresse ai meccanismi e alle ideologie dello spettacolo mutuate dalla televisione, siano come rimasti fermi agli anni Settanta, ai primi anni Settanta.
In una parola gli manca tutto, ma proprio tutto quello che è successo dal punk in qua. E non mi riferisco al suono, o all'atteggiamento. Per dire, non hanno un'immagine pubblica adatta e men che meno un'età adatta a fare i saltimbanchi. E infatti sudano. Fanno fatica, e poi fa caldo lì sul palco ed è un po' per l'emozione e un altro po' per il “carburante”, e loro lì sopra a cantare, a spingere forte le parole fuori, a lanciarle anche tra quelli che stanno in fondo, neanche fossero petardi a carnevale.
Non so se è tutta colpa nostra, ma ci siamo ritrovati col nostro ieri ed il nostro oggi appoggiati ciascuno su una diversa riva del fiume, tenuti distanti da acqua di discarica, un'acqua nera di piena cattiva.
L'idea di mettersi a “fare” questo cd (che esce, significativamente, con la rivista Aparte; contatti aparte@virgilio.it, info www.berrettofrigio.org) nasce proprio da questo bisogno di gettare un ponte tra le due rive: le canzoni come fili rossi per ad annodare stagioni lontane, lanciate da un ieri della mente verso un oggi da raggiungere, purtroppo sempre meno nostro. Un tentativo di riappropriarsi delle radici, di riconoscersi nelle foto dei nostri vecchi e allo specchio. Voglia forte di capire cosa è successo e come sia potuto accadere, e come abbiamo potuto permettere che accada. Le parole, quelle vengono fuori da sole. Una strada, spesso la strada più giusta, la sanno trovare.
Il gruppo musicale Berretto Frigio

Queste canzoni mi piacciono. Sono un pezzo di me, sono incontri con me stesso quand'ero ragazzo, e con i miei genitori quand'erano ragazzi loro, e con i miei nonni quand'erano anche loro dei ragazzi. Spero siano anche incontri con mia figlia. C'è Franco Serantini che è morto quando io avevo quindici anni, mi ricordo che a casa con i miei se ne parlava sottovoce mentre a scuola tutti erano affaccendati a fare dell'altro e nessuno ne sapeva un cazzo. C'è l'acqua alta che ha accompagnato sempre la mia vita da quando sono nato, acqua insieme estranea e familiare, le sirene d'allarme nella nebbia e i segni umidi e neri sui muri delle case che nessuna mano di bianco riesce a nascondere. Ci sono quelli che sono dovuti andare via, per treno e per nave in cerca di quella fortuna che non abita dalle nostre parti. E ci sono quelli a cui è successo esattamente lo stesso: fuggiti da guerra e fame e miseria e paura e venuti a sbarcare da queste parti per raccogliere briciole e scarti, le due facce della stessa fortuna. Ci sono quelli che sono morti in guerra, guerra di una volta e di adesso, guerra partigiana in montagna e guerra vigliacca fatta di bombe fasciste, guerra di piazza fatta di pistole e fucili contro i manifestanti che chiedono pace, lavoro, giustizia e libertà. Ci sono i miei compagni anarchici, un tempo assassini di re e tiranni, più di recente vittime in caduta libera dalle finestre della questura, quelli che lasciano una vita corta appena vent'anni sulle pietre di una piazza di Genova. Che solitudine. Che bella compagnia.

Marco Pandin