rivista anarchica
anno 43 n. 379
aprile 2013


elezioni

Il voto, il vuoto

di Maria Matteo e di Antonio Cardella / foto AFA - Archivi Fotografici Autogestiti


Scritti a caldo all'indomani delle elezioni politiche di fine febbraio, questi due interventi invitano a riflettere sulle numerose novità emerse. Invero, non particolarmente entusiasmanti. Anzi, a ben vedere....


Il Grillo, il satiro e l'uomo in grigio

di Maria Matteo

Tentare una sorta di genealogia dello tsunami è un esercizio necessario a comprendere cosa stia avvenendo nel nostro paese, al di là della declinazione assunta dal partito a cinque stelle nell'arena della politica istituzionale.

Il risultato emerso dalle urne è stato un vero terremoto elettorale, il primo dal lontano 1994, quando la discesa in campo di Berlusconi, sotto l'insegna politico-calcistica di Forza Italia, decretò la nascita della seconda Repubblica. La legge elettorale che i maggiori partiti non hanno voluto cambiare è stata per loro un boomerang.
Il gioco del primo arrivato funziona solo con un maggioritario secco su base nazionale, altrimenti il rischio che al Senato non vi sia maggioranza, specie in presenza di un terzo polo, è molto forte.
Quando leggerete queste note forse i giochi saranno fatti. Sapremo se e come il Movimento 5 stelle ha accettato alleanze politiche, o sarà nato l'ennesimo governo di “unità nazionale” in vista di un'ulteriore tornata elettorale.
Tentare una sorta di genealogia dello tsunami è un esercizio necessario a comprendere cosa stia avvenendo nel nostro paese, al di là della declinazione assunta dal partito a cinque stelle nell'arena della politica istituzionale. Proviamo a scomporre il quadro. Cominciamo dalla sconfitta di Ingroia. Secca, senza appello, rovinosa. La compagine affidata alla guida di un ex giudice per meglio solleticare i pruriti giustizialisti della sinistra, è rimasta invischiata nell'ennesima tentazione al “realismo” che affligge la diaspora post comunista e ne ha decretato la fine come formazione parlamentare sin dal 2008. Nata con l'ambizione sin troppo evidente di contendere a Grillo le simpatie dei movimenti, costruendo un “soggetto politico nuovo”, Rivoluzione civile non ha saputo sviluppare un'ispirazione cittadinista in fondo estranea ai propri azionisti di maggioranza, riducendosi al cartello degli sfigati che si mettono insieme per fare il quorum.
Ingroia non ha recuperato i crediti persi da Rifonda, PdCI e Verdi (più l'impresentabile Di Pietro) dopo l'avventura di governo.
Leggere la sconfitta di Ingroia nella mera chiave del “tradimento” sarebbe però riduttivo. Ingroia perde perché lo spazio simbolico e reale che tenta di occupare è ormai vuoto da tempo.
La materialità delle relazioni sociali è profondamente mutata. La violenza della divaricazione di classe si è fatta più netta, senza tuttavia innescare una stagione di scontro sociale. I partiti conservatori hanno messo in campo negli ultimi trent'anni un complesso meccanismo di scomposizione sociale i cui effetti sono stati forti sia nella concretezza della condizione lavorativa che nella sua rappresentazione simbolica.
Oggi il popolo delle partite Iva, dei precari, di chi lavora senza tutele né garanzie è sempre più vasto.
La solitudine è il segno distintivo dello sfruttamento nel secondo decennio del secolo.
L'operaio Fiat, lo scaricatore di porto, il bracciante agricolo erano inscritti in un percorso collettivo, determinato dal comune spazio di lavoro – e lotta – e da un identico quadro normativo. Tutto questo oggi si declina in buona parte al passato.
Tra partite Iva e precari a vita si è modificata la costituzione materiale delle classi subalterne, demolendone al contempo i processi identitari.
Un padroncino che fa trasporti per conto della Fiat, non pensa a se stesso allo stesso modo dell'addetto della logistica alle dipendenze dall'azienda. La sua condizione di vita è peggiore ma diversa.
Non ha nessuna delle tutele dei dipendenti, ma nemmeno i vantaggi del piccolo imprenditore. Né carne né pesce, si trova in un limbo dove la riproposizione della prospettiva welfarista classica gli appare di assoluta inattualità. Inattingibile e nel contempo estranea alla sua vita. Oberato dalle tasse, spesso senza né lavoro né reddito, vuole meno tasse e qualche copertura quando resta a terra. Questi soggetti dispersi sono davvero al di là della destra e della sinistra, in un altrove che il populismo grillino è riuscito a catturare, mescolando istanze ultraliberiste con l'ultrastatalismo del reddito di cittadinanza.
Estranei alle piazze fisiche si sono esercitati alla partecipazione nella piazza virtuale di internet. Sebbene Grillo abbia celebrato la propria apoteosi nel luogo simbolo dei grandi raduni della sinistra romana, le piazze grilline sono nel grande magma del web, dove ti colleghi dall'ufficio, dal bar dove fai pausa, dai giardinetti dove bivacchi in attesa di domani, dal letto prima di crollare addormentato. Se non hai tempo per un post fai un tweet ed esisti. Ci sei anche tu. Ti riconosci nel faccione debordante, nell'urlo del comico, nel suo ghigno moralista, forcaiolo. Sei tu, quello è il tuo volto.
Forse la vittoria di Grillo è tutta qui, nella capacità di intercettare il malessere di soggetti sociali che debordano dal quadro novecentesco. L'affermazione/boutade sui sindacati non gli allontana simpatie, perché questi costosi patronati sono avvertiti, non a torto, come parte dell'odiatissima casta, dei privilegiati, dei politici e sindacalisti di professione.
La memoria della lotta di classe non è il tuo presente e nemmeno il futuro dei tuoi figli, già ipotecato da una classe politica che modella se stessa ai ritmi della transazioni finanziarie. Oggi, subito, domani non importa.

Beppe Grillo

Lo spettacolo della politica e la politica spettacolo

Il vincitore morale di questa partita elettorale non è tuttavia Grillo, ma Berlusconi. Quando si dimise, poco più di un anno fa, diversi editorialisti scrissero che era finita un'epoca, che il berlusconismo era morto. Un anno dopo il Cavaliere dei mille frizzi, lazzi, gag è risorto dalle sue ceneri, si è tenuto la Lombardia dei mille scandali, ha ingoiato la Puglia, rimasticato la Sicilia. L'Italia del cavaliere è più viva che mai.
A tanti anni da tangentopoli, quando gli ingenui pensarono che le inchieste del pool di “mani pulite” avrebbero creato la via giudiziaria al rinnovamento morale, sappiamo che quelle inchieste furono lo strumento per esodare in fretta e furia un blocco politico che, caduto il muro di Berlino, aveva perso ogni ragion d'essere. Il novecento era finito, i partiti novecenteschi, fatti di grandi apparati, di amici/compagni/camerati, di strutture pesanti e idee che plasmavano di sé il mondo non servivano più. La nuova Italia era stata svezzata ed era pronta a fare il salto nell'era del just in time, delle televendite, della libertà fatta di tette/culi, della vita quotidiana sparata in tv, dei sogni confezionati da specialisti dell'immagine e consumati in un minuto. Volgare, grezzo, ma vitale, Berlusconi inaugurò un nuovo stile politico. Il corpo, negato, ingessato, smaterializzato, dimenticato fa irruzione nella scena politica mutandola di segno.
Nella concretezza dello scontro di classe l'era berlusconiana si lascia alle spalle la questione della mediazione politica tra le “parti sociali”.
La socialdemocrazia ha un costo che i padroni, se possono, evitano di pagare passando all'attacco. Berlusconi non ha regnato ininterrottamente, perché una legislatura e mezza se l'è fatta anche il centro-sinistra. Peccato che i più non si siano accorti della differenza, al di là dei circoli ristretti dove si spartiscono nomine e benefici.
Berlusconi viene obbligato ad abdicare perché il mantenimento del blocco sociale che lo sostiene non consente la rapida attuazione di politiche di contenimento del debito pubblico che, oltre a colpire i salariati, stringano in una morsa anche la parte bassa del ceto medio. Berlusconi non poteva permettersi di reintrodurre la tassa sulla casa o di toccare ancora le pensioni. Monti, l'uomo delle banche, invece sì. Il Partito democratico si accoda nella speranza di poter andare al governo, facendo fare ad altri il lavoro sporco.
Così si gioca una vittoria elettorale sicura.
Mario Monti ha provato a scavarsi un proprio ambito di potere per fungere da ago della bilancia, ma non c'è riuscito. In compenso ha ampiamente cannibalizzato Udc e Futuro e libertà: Casini ne è uscito malconcio, Fini ne è uscito e basta.
Monti, come Bersani, Ingroia e, in parte, anche Maroni, sono comunque irretiti dalla tela di ragno di una strategia di marketing politico che ha bisogno del corpo dei leader per poter incarnare i sogni e le favole che vende. Serve una faccia, un corpo, che riempia di sé la scena vuota di un agire politico che si riproduce eguale da una legislatura all'altra.
Bersani perde perché la sua aria da apparatnik su fondo grigio ha sapore ingessato, anonimo, freddo, duro e insapore come la polenta della sera prima.
È il trionfo del berlusconismo, dello spettacolo che si fa politica.
Chi poteva interpretare meglio questa parte di un attore? Grillo è capace di riempire la scena saturandola di sé, facendone un tutt'uno con se stesso. Il suo faccione deborda, il suo grido esplode in faccia a chi guarda. Grillo è come la minestra della nonna, sapore di autentico nel tempo dove la distanza tra il vero e il falso è nel marchio che ne decreta il prezzo.
Guida spirituale, guru, caudillo, Grillo “ha sempre ragione”, come un padre amorevole che consiglia, incoraggia, sorregge, protegge i suoi figli. Finché obbediscono. Poi sono sberle, e, nei casi estremi, la cacciata dalla famiglia.
Grillo è l'apoteosi della politica post ideologica: mette insieme illusione partecipativa e il dirigismo più esasperato, corteggia i movimenti localisti e fa dichiarazioni razziste, vuole moralizzare la politica, tagliando stipendi e privilegi, ma gioca il proprio ruolo di garante per decidere, senza confronto alcuno, la linea politica del “suo” movimento.
In campagna elettorale le piazze si sono riempite di spettatori, che andavano via appena prendevano la parola i candidati, meri fantocci all'ombra del conducator.
Oggi questi fantocci sono in parlamento, regalando a tanti l'illusione di esserci anche loro.

Maria Matteo




La grande rincorsa al centro

di Antonio Cardella

Corteggiare la fantomatica area moderata si è rivelato, ancora una volta, una strategia perdente, che ha consegnato una buona fetta del Parlamento in mano a due forze politicamente inerti quanto pericolosamente ingombranti.

Le poltrone, ben sagomate e assai comode, erano disposte ai due lati del grande camino appena acceso. Al centro del salone sonnecchiava un pastore tedesco dallo sguardo inconsuetamente languido e, per completare l'atmosfera tardo ottocentesca, non mancava la governante che si apprestava a servire il tè. Cassola si godeva palesemente l'agio della sua bella casa a Marina di Castagneto, sul litorale toscano, poco distante da un mare placido, parzialmente occultato da due filari di alberi che a me parvero dei pini.
Avevamo deciso di incontrarci per scambiare alcune considerazioni sul fallimento della cultura nel contribuire ad elevare il tono della politica in Italia e sulle conseguenze che tale fallimento avrebbe comportato per il futuro del paese.
Gli esiti di quell'incontro confluirono poi in un libro, Conversazione su una cultura compromessa, pubblicato da “Il Vespro” nel 1977 e ripubblicato venti anni dopo dalle Edizioni e/o di Milano.
Perché ricordo adesso i contenuti di quell'incontro? Perché già da allora, quando le voci accorate del '68 si erano quasi del tutto disperse e si cominciavano a percepire i conati astiosi, corruttivi e arroganti del craxismo, quell'equivoco profondo del centrismo come soluzione praticabile delle molte inefficienze della società italiana, un centrismo plasticamente rappresentato dalla confluenza della cultura comunista e di quella cattolica per la gestione della cosa pubblica; quell'equivoco – dicevo – aveva iniziato a inquinare i termini di una contrapposizione che si sarebbe purtroppo composta nella resa, incondizionata quanto inconfessata, alle ragioni del capitalismo e della globalizzazione delle ricchezze smisurate e dei poteri prevalenti.
I contenuti essenziali della campagna elettorale che ha preceduto le elezioni del 24 e 25 febbraio sono palesi conseguenze di quella corsa al centro che avrebbe dovuto comporre, in funzione salvifica, la contrapposizione che divideva il progetto comunista da quello moderato rappresentato dalla cultura catto-liberale.
Così, sino alla scadenza delle tribune politiche, dalle agende dei concorrenti alla gestione politica del paese, tra il delirio delle promesse consapevolmente insostenibili e le suggestioni populistico-palingenetiche, sono apparse assai labili le differenze tra i vari schieramenti in campo: ciascuno si è preoccupato di sbiadire la natura della propria origine quando non addirittura a ripudiarla. L'immagine d'insieme apparsa ad un elettorato smarrito e confuso è stata quella di un coacervo indistinto di politici – di vecchio o nuovo conio – che sventolava vessilli scoloriti e lanciava alla luna urla sconnesse.
Era di conseguenza difficile che da questo cianciare indistinto uscisse dalle urne un quadro politico decifrabile. Di per sé, l'elettorato italiano è incolto e facilmente suggestionabile, soprattutto se a blandirlo sono tribuni che vellicano le parti molli della gente, gli impulsi che partono dalla pancia e si scaricano sul cervello sollecitando gesti inconsulti. Non si spiegherebbe altrimenti che un guitto come Berlusconi abbia potuto calcare il proscenio della vita politica italiana, da protagonista, per oltre un ventennio e sia ancora lì a caricare di grottesco le vicende di un popolo che è immerso sino al collo in una crisi devastante.
Così, dal confluire del grottesco nel pressappochismo astioso e cinico di un elettorato che mostra, in misura prevalente, di non possedere gli strumenti per decifrare correttamente i dati della realtà, nasce e cresce il fenomeno Grillo: non a caso un movimento egemonizzato da un comico che si presta alla politica.

Affaristi reazionari e ribelli velleitari

Grillo rappresenta compiutamente quella consistente massa di persone che non è mai stata né di destra né di sinistra, che ha sempre cavalcato una protesta qualunquista, priva di una visione alternativa dell'esistente e, quindi, semplicisticamente distruttiva. Nel nuovo Parlamento saranno ingombrantemente rappresentate due correnti politiche, una affaristico-reazionaria (i relitti del berlusconismo), l'altra velleitariamente ribellistica, con venature di razzismo mascherato e di ammiccante fascismo.
Queste due forze costituiranno insieme più della metà del nuovo Parlamento: la prima sfiorando il 30 per cento; la seconda con oltre il 25 per cento. La somma di queste due presenze, politicamente inerti, cristallizza la crisi, irrigidisce le istituzioni europee, favorisce la ripresa della speculazione finanziaria. Ovviamente, la nostra preoccupazione non riguarda quanto l'instabilità della situazione politica italiana metta in sofferenza i palazzi di Bruxelles o di Francoforte, bensì – e non possiamo non esserne angosciati – le ricadute sul sistema sociale che si possono prevedere per l'immediato futuro. Con questi chiari di luna l'economia reale, quella che riguarda la carne viva della popolazione, subirà un'ulteriore decelerazione, in termini di crescita della disoccupazione, di riduzione drastica dei già falcidiati redditi delle famiglie che vivono di lavoro, di un azzeramento effettivo dei servizi sociali.
In questo quadro, il suicidio di Bersani è solo un nuovo episodio di quella norma che ha sempre determinato la sconfitta di tutte le sinistre che si istituzionalizzano. Il rincorrere l'aria moderata per cercare di ampliare il presunto consenso del suo elettorato, ritenuto prevalente, ha, alla prova dei fatti, demotivato quanti, nella sua area, si aspettavano una sterzata decisa contro un'austerità che soffocava la popolazione. La miopia politica del romagnolo, invece, lo ha indotto a corteggiare un centro montiano inesistente, per di più costituito da personaggi da cui una sinistra degna di questo nome dovrebbe tenersi sempre lontana.
Complessivamente, comunque, il dato che costantemente si conferma è quello di un popolo, quello italiano, che premia reiteratamente la corruttela, il malaffare, l'oscenità ostentata e persino i comportamenti mafiosi. È per questo che non abbiamo scampo. Qualunque sia la scelta, il corpo del grande malato non migliorerà. E noi stiamo a guardare.

Antonio Cardella