rivista anarchica
anno 42 n. 376
dicembre 2012 - gennaio 2013


storia

Do you remember Nicola Sacco?

di Luigi Botta


Uno storico scopre che l'anarchico pugliese sbarcò negli USA nel 1909, un anno dopo della data finora conosciuta. Sullo sfondo, storie di povertà ed emigrazione e soprattutto la drammatica vicenda che quasi 20 anni dopo lo avrebbe portato sulla sedia elettrica con Bartolomeo Vanzetti.


Prima di lasciare il porto di Le Havre per compiere la traversata atlantica e raggiungere New York, Bartolomeo Vanzetti acquistò una cartolina sulla quale campeggiava imponente la figura del transatlantico «La Provence», da lui utilizzato da lì a poco per il lungo viaggio in mare. La spedì a casa, per ricordare, semmai fosse stato il caso, ch'egli era in partenza. A Villafalletto, dove arrivò la missiva, qualcuno annotò, al margine basso dell'immagine, una data, «15 giugno 1908», che ufficializzò di fatto, per tutti, il momento in cui il giovane «Bart» lasciava l'Europa ed affrontava l'America nella speranza di un'esistenza nuova, più felice, meno umiliante, libera e democratica.
Mai nessuno mise in dubbio tale data. L'arrivo ad Ellis Island il 19 dello stesso mese venne però codificato, com'era consuetudine consolidata con tutti gli immigrati, dalla compilazione della scheda personale nella quale si certificavano i dati di chi era appena sbarcato e si decideva, dopo una visita medica, se concedergli l'accesso a New York o ricaricarlo sulla prima motonave in partenza e rispedirlo in Italia. La selezione era tosta. Per Vanzetti non ci furono problemi. La scheda in questione documenta però, in modo inequivocabile, che «La Provence» era partita dal più importante porto francese il 13 giugno, due giorni prima dell'annotazione riportata sulla cartolina, che, quindi, era approssimativa ed errata.

Una veduta del porto di Boston,
con la sua baia, all'inizio del Novecento
(Courtesy Boston Public Library, Print
Department, Fairchild Aerial Survey)

Ferdinando Sacco, quando partì da Napoli, forte forse del fatto che viaggiava col fratello Sabino, di sette anni più anziano di lui -e queste incombenze non potevano non essere di competenza di chi aveva l'età maggiore- non si sognò di mandare a casa alcuna cartolina. La distanza tra il paese d'origine ed il porto partenopeo era inferiore rispetto a quella esistente tra Villafalletto e Le Havre (Vanzetti aveva impiegato quattro giorni di treno ad arrivare) e così, di fatto, poteva anche sembrare inopportuno ricorrere all'invio di un messaggio per documentare la partenza, che avveniva appena il giorno dopo l'addio ai propri cari. Ferdinando e Sabino partirono. Non ha importanza quando. E arrivarono. Dopo una settimana e qualche giorno. Quasi due.
La questione divenne però significativa oltre un decennio dopo, quando i due anarchici accusati della rapina e del duplice omicidio di South Braintree furono al centro di una vastissima campagna di mobilitazione che, nata con Aldino Felicani ed il Comitato di difesa sorto a Boston, stava cominciando ad interessare il mondo intero. Era il 1920. Vanzetti era da poco stato condannato per la grassazione di Bridgewater e per entrambi stava prospettandosi l'apertura del processo per l'altra rapina, quella che avrebbe poi determinato la sorte dei medesimi. Il Comitato chiese, tanto a Sacco quanto a Vanzetti, di mettere insieme un po' di notizie sulla loro vita, quella italiana, in famiglia, i primi lavori, il viaggio, e poi l'impatto con gli Stati Uniti, le difficoltà d'ambientazione, la precarietà occupazionale, le amicizie, la nuova famiglia e tutto il resto. Bisognava informare gli italiani d'America e gli americani che la campagna orchestrata dal ministro della giustizia Mitchell Palmer contro i diversi, contro gli immigrati, contro gli anarchici – e nello specifico contro i due italiani rinchiusi nel carcere di Charlestown, diventati capri espiatori – altro non era che una caccia alle streghe combattuta contro oneste persone che avevano sino a quel momento vissuto in modo corretto e trasparente. Dallo scritto tutto ciò doveva venir fuori con puntualità e chiarezza. L'unica colpa che i due potevano avere, al limite, era quella di non pensarla come Palmer e come la borghesia conservatrice che dominava gli Usa.

La cartolina che Bartolomeo Vanzetti invia
alla famiglia prima di salpare dal porto
di Le Havre per New York il giorno 13 giugno 1908
(Istituto Storico della Resistenza, Cuneo,
Fondo Bartolomeo Vanzetti)

Due storie parallele

Il primo a consegnare il testo fu Nicola-Ferdinando, che lo vide pubblicato sul numero di dicembre 1920 de «L'Agitazione», giornale anarchico al quale faceva riferimento il Comitato. La grandissima tiratura -ad occuparsi della stampa era la tipografia dello stesso Felicani-, la diffusione capillare tra gli immigrati e le classi operaie, il riutilizzo delle notizie da parte della stampa americana ed internazionale, anche quella quotidiana, rese molto popolare questa toccante testimonianza. Le notizie su Vanzetti comparvero nei numeri di gennaio e febbraio 1921 del medesimo giornale (integrate, avrebbero poi composto l'ossatura, nel 1924, del volumetto «The Story of A Proletarian Life» nelle traduzioni di Eugene Lyons ed Upton Sinclair). Vanzetti descrisse le sue vicende con estrema precisione; Sacco si lasciò prendere la mano e in alcuni tratti concesse un po' più di spazio all'immaginazione del lettore. Il racconto delle due storie parallele doveva essere molto convincente e stimolare gli americani ad unirsi nella lotta e a concedere al Comitato un contributo in denaro per la causa. Il costo dell'avvocato James M. Graham, prima, e di Fred H. Moore, poi, era particolarmente elevato.
Sacco introdusse le sue vicende giovanili di Capitanata con buona favella ed in modo sbrigativo licenziò il passaggio tra l'Europa ed il nuovo Continente. Usò, senza approfondire, un categorico e sintetico «venni in America nel 1908». Non aggiunse altro. Né il mese, né il porto di partenza o d'arrivo, né il giorno del suo viaggio. Cosicché, dal 1920 ad oggi, per tutti, indistintamente e nella fiducia delle di lui parole, la data della sua emigrazione venne genericamente fatta coincidere con il 1908. Non aveva importanza il mese.
Qualcuno, rimettendosi in modo troppo cieco nella fiducia di una ricerca affidata agli elenchi degli sbarchi ad Ellis Island, arrivò diversamente ad affermare che Nicola (ma all'epoca del viaggio era ancora Ferdinando!) era sbarcato il 2 maggio 1913 (ignorando che in quell'anno era già sposato e da tempo lavorava alla «Milford Shoe Company»!). Qualcun altro segnalò (nel 2007, in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'esecuzione), come annotazione a margine della scheda di sbarco, ch'egli aveva viaggiato sulla «Principe di Piemonte», si era imbarcato a Napoli, era morto in «August 23, 1927 (executed in Charlestown, Massachusetts)» e che «He worked in a shoe factory in Stoughton, Massachusetts». Cose che messe lì, c'entravano men che niente! In effetti, però, un Nicola Sacco, insieme ad altri 21 suoi concittadini di Torremaggiore, sbarcò quel giorno, ma era tutta un'altra cosa, probabilmente neanche un parente.

La motonave «Romanic» con la quale
Ferdinando Sacco viaggia da Napoli a Boston
con una traversata oceanica che dura
dal 31 marzo al 12 aprile 1909

La ricerca approfondita del manifesto di sbarco (cui ha dato il proprio indispensabile contributo Laura Nicolini) sul quale compare il nome di Ferdinando Sacco era destinata a riservare qualche sorpresa. Contrariamente a quanto comunemente immaginato, l'anarchico pugliese non toccò il suolo americano ad Ellis Island bensì a Boston. E, soprattutto, non lo fece nell'anno ch'egli stesso aveva segnalato, bensì in quello successivo, nel 1909. Carta canta.
Ferdinando e Sabino arrivarono il 12 aprile, un lunedì. La motonave «Romanic» della flotta inglese «White Star» era partita da Napoli quasi due settimane prima. I due si presentarono al controllo della polizia di Boston insieme ad un conterraneo. Il primo a dichiararsi fu proprio Ferdinando. Nell'apposita lista dei passeggeri figura iscritto al foglio 15, numero d'ordine 23. Dichiara di avere diciassette anni, di saper leggere e scrivere e di aver svolto lavori di campagna e pertanto essere quella la sua occupazione. Proviene, come quasi tutti gli altri, dal Sud Italia. Moltissimi arrivano dalla provincia di Caserta, alcuni da Salerno, Catania, Roma e, naturalmente -anche se solo in tre-, da Foggia. Ferdinando -alla domanda «Qual è l'ultima residenza permanente»- segnala di arrivare da Cercemaggiore, un paese di media montagna in provincia di Campobasso che dista da Torremaggiore una novantina di chilometri (Cercemaggiore viene indicato come in provincia di Foggia: la sua posizione, sul confine tra Campania e Capitanata, forse trae in inganno il compilatore della scheda).
Anche il fratello Sabino (che ha 25 anni e come Ferdinando è «farmer lab», addetto alla campagna) dichiara di arrivare da Cercemaggiore e di aver lasciato nel paese molisano -così come Ferdinando- il papà Michele. Il documento registra che sono entrambi «single». Di Cercemaggiore è pure l'amico che viaggia coi due e si registra in contemporanea all'autorità portuale (ed è schedato come «married» con il numero 24). È un certo Matteo Colangelo, che ha 57 anni, è anch'egli stagionale di campagna ed a Cercemaggiore ad attenderne il ritorno rimane la moglie Rosa. Non sa né leggere né scrivere. Tutti e tre segnalano di aver avuto i natali a Torremaggiore e di aver viaggiato in piena autonomia, provvedendo al viaggio coi denari propri. Comunicano inoltre di disporre per le loro prime necessità di 12 dollari a testa.

L'immagine di Marianna «Rose» Sacco
con Luigina Vanzetti il giorno
precedente l'esecuzione di Nick e Bart
avvenuta il 23 agosto 1927

Storia di Rose. Ovvero Marianna

Quando i tre devono dichiarare dove andranno a vivere negli Stati Uniti, Ferdinando indica la sua meta nella casa del cugino Antonio Calzone, che si trova in Pleasant street, 19, a Milford. Matteo Colangelo segnala anch'egli che andrà ad abitare presso il cugino Giuseppe Tosques (il cognome viene storpiato), in Lost street, 23, pure lui a Milford. Sabino Sacco, infine, fa trascrivere che raggiungerà l'abitazione del proprio «uncle», cioè zio, che è poi sempre quell'Antonio Calzone che per Ferdinando è il cugino, in Pleasant street, 19, a Milford.
Posticipata di un anno, dunque, la partenza di Ferdinando (la lettura del testo pubblicato da «L'Agitazione» lasciava incertezze proprio sul susseguirsi degli avvenimenti a causa di quest'errore), curiosa e singolare è la vicenda legata alla di lui moglie. Quella Rosina Sacco, mamma di Dante e di Ines, che nelle fotografie d'epoca appare sovente in compagnia di Luigina Vanzetti alla vigilia dell'esecuzione. Ebbene, interpretata da Rosanna Fratello nel film di Giuliano Montaldo, quando si infuria contro il giudice Webster Thayer e sostiene l'innocenza del marito «Nick», lo fa in dialetto pugliese. Un dialetto -che compare già nel dramma teatrale messo in scena da Mino Roli nel 1960- che non solo non ha nulla a che vedere con quello della Capitanata -così come vorrebbero i compaesani di Ferdinando- ma non è neppure quello originale della giovane donna. Rosina, infatti, non è pugliese.
La ricerca conduce da tutt'altra parte d'Italia e le difficoltà maggiori nella stessa sono rappresentate dal fatto che la donna, di nome, non si chiama Rosa -o Rosina- ma bensì Marianna. E di cognome fa Zambelli. La sua storia -e quella della sua famiglia- è comunque singolare. I suoi genitori, Giuseppe ed Angela Tivioletti, abitano al 122 di contrada Cittadella a Lonato del Garda, un paesino al Sud della provincia di Brescia. Si sposano il 3 febbraio 1890 ed il 9 agosto 1892 la donna dà alla luce il figlio primogenito, Angelo. Trascorrono tre anni e nasce Rosina, che per l'anagrafe e per i documenti è ufficialmente Marianna Teresa Rosa. È il 13 giugno 1895. L'anno successivo, quando ancora l'infante è troppo piccina per affrontare un lungo e faticoso viaggio sull'Atlantico, i genitori lasciano il paese portandosi appresso Angelo, che di anni ne ha già cinque. Raggiungono gli Stati Uniti e si insediano stabilmente a Milford, contea di Worchester, Massachusetts.
La piccina viene affidata a qualcuno -i nonni materni muoiono di lì a un nonnulla e dei nonni paterni nulla si sa-, che non si conosce bene. In «Merica» nascono altri figli: Attilio, nel 1898, Adele Teresa, nel 1900, e Amelia, nel 1902. Marianna è ancor sempre in Italia. Gli Zambelli, a Milford, abitano al numero 87 di East Main street, una zona di recente edificazione posta sulla strada principale che conduce verso il Nord-Est. Loro vicini di casa sono Sebastiano Paghera ed Egidia Atti. Una coppia anch'essa originaria di Lonato del Garda. Sono amici, cosa più che naturale. È nel 1906 che la donna, Egidia Atti, deve far rientro in Italia per motivi familiari. L'occasione è più che propizia. Al suo rientro negli Usa la vicina di casa degli Zambelli si porta appresso la piccola Marianna, che nel frattempo ha compiuto gli undici anni. Per la partenza scelgono il porto di Napoli ed il 10 ottobre si imbarcano sulla motonave «Romanic». Arrivano a Boston il 23 ottobre. La scheda di sbarco conferma per la fanciulla il nome di Marianna ma ne storpia il cognome in «Urbelli». Il giorno stesso finalmente, dopo dieci anni, può rivedere i genitori.
Diventa «Rose» -in inglese-, per sempre. La mamma Angela muore nel 1910. Di lì a poco la ragazza, quindicenne, conosce Ferdinando. Che sposa il 28 novembre 1912. Poi nasceranno Dante e Ines; ci saranno i sette lunghi anni di sofferenza del marito nell'anticamera della morte, l'esecuzione e la vita di «Rose» si perderà in un silenzio di sofferenza e di riservatezza che durerà sino alla sua fine.

Luigi Botta