rivista anarchica
anno 42 n. 376
dicembre 2012 - gennaio 2013


attenzione sociale


a cura di Felice Accame


La febbre
e la radio



1. Da bambino – credo di non essere stato il solo – ho vissuto i brevi periodi delle malattie di stagione come tante circostanze premiali. Al di là del primo approccio con il morbo – sempre un po' misteriosamente orribile, con quei suoi rumori molesti un po' dentro e un po' fuori di me, incubi di cui ancor oggi ho un vago e timoroso ricordo –, i giorni che ne seguivano scorrevano in modi amorevoli: il leggero pranzo sul vassoio, a letto, il pigiama fresco e il letto rifatto, la stanza areata mentre andavo in bagno, la costante attenzione della manna, la visita di un papà meno severo al ritorno dal lavoro, il piccolo dono quotidiano di un giornalino. “Forza John”, “Capitan Miki” e “Il grande Blek” – fumetti a strisce orizzontali di cui conservo ancora qualche esemplare – e il volumetto più corposo di “Topolino”. Li attendevo con il ritorno della mamma dalla spesa, me li facevo durare, li leggevo e li rileggevo, ci almanaccavo sopra con la disinvoltura di chi, beato, non sentiva ancora la necessità di storie coerenti, di psicologia dei personaggi, di sociologia dei loro contesti, di semiologia dei loro linguaggi. Quando arrivò la televisione in casa, poi, ricordo come la più desiderabile l'influenza di aprile. Era il mese dell'annuale Fiera Campionaria e, “per la sola zona di Milano” – come veniva scritto sullo schermo – alle dieci e mezza del mattino, ogni giorno, la Rai trasmetteva un film. La mia cultura del bianco e nero è cominciata così. Ma ciò implicava anche un cambiamento: ben schiacciato sotto due coperte – con la minaccia di una ricaduta nel caso mi fossi scoperto – dovevo venir piazzato in tinello e, in quel passaggio, con la sensazione pacifica che le cose si stavano mettendo al meglio, in un certo senso mi riappropriavo della casa.

2. Nota Walter Benjamin che, allorché – da bambino – “aveva la febbre” – era ed è, in definitiva, tuttora questa l'unica categoria che, fino ad una certa età che per qualcuno può durare una vita intera, ci veniva insegnata per raccontarci quel che ci stava accadendo – “non vi era cura e amore che riuscisse a collegare completamente la camera dove si trovava il mio letto alla vita della nostra casa”
Lo capisco. Credo di capirlo, credo di capirne le ragioni. Il malato, in un modo o nell'altro, usufruisce – a volte sarebbe meglio dire che “subisce” – una certa separazione dal proprio ambiente di sano. Da un lato, mutano quei parametri che potremmo riassumere in una sorta di propriocettività domestica, dall'altro si è, per l'appunto, fatti oggetto di diverse attenzioni – che, in certi casi, possono giungere fino alla vera e propria esclusione dalla dinamica familiare.

3. L'annotazione di Benjamin la ricavo da una pregevole raccolta di scritti, Figure dell'infanzia (Raffaello Cortina editore, Milano 2012), curatissima da Francesco Cappa e da Martino Negri – ove, fra il tanto di prezioso, vi si ritrova anche l'incantevole brano dedicato a La febbre. Si tratta di un libro composito ma rispettoso dell'intento dell'autore di allestire un “promemoria” – come spiegano Cappa e Negri – “di un contatto con il sapere e con la saggezza dell'infanzia”, un contatto che “toglie ogni aura nostalgica al discorso dell'infanzia” divenendo “il miglior antidoto” contro le pretese della pedagogia. Già, perché se c'è una scienza triste – Benjamin lo sa bene – è la pedagogia, l'edulcorata investitura con cui si vorrebbe trasformare l'autorità in un dettato scientifico. È questa stessa pedagogia (“folle”, dice), poi, che porta a “scervellarsi pedantescamente per realizzare prodotti – siano essi immagini, giocattoli o libri – adatti ai bambini”: “totalmente infatuati per la psicologia”, i pedagoghi “non si accorgono che il mondo è pieno di cose che sono oggetto di interesse e di cimento per i bambini” e che, dunque, lo aggiungo io, della loro scienza non ci sarebbe affatto bisogno, almeno fino a quando non si sia sottratta al condizionamento della filosofia.
Nel saggio dedicato ad Una pedagogia comunista, Benjamin ha mire apparentemente più modeste, ma non per ciò più facili da soddisfare. Chiarisce bene quale pedagogia potrebbe essere salvata – quella che si affranchi dalla società borghese e dai suoi presupposti, quella che non si allinei, anch'essa, ai tanti (istituzione scolastica, apparati militari, Chiesa, associazionismo giovanile, etc.) “strumenti per l'istruzione antiproletaria dei proletari”.

4. Una volta detto che in questo libro ci si può trovare profonde osservazioni relative alle filastrocche, ai libri per bambini ed alle loro illustrazioni, al leggere in genere e agli abbecedari e alle decalcomanie in particolare, ai giocattoli antichi ed al collezionismo, non mi rimane che esplicitare un secondo motivo per il quale non ho potuto fare a meno di constatare una sorta di affinità affettuosa con il suo autore. Oltre al ricordo analogo di bambino occasionalmente malato, scopro, infatti, che tante di queste cose Benjamin le ha dette per radio e, avendo con l'amico Carlo Oliva dette anche noi le nostre cose per radio – per ben 27 anni di un'esperienza che ha segnato due vite – e ciò – come non bastasse il suo tragico e ineluttabile epilogo – non ha fatto che rendermelo più caro.

Felice Accame

Walter Benjamin è nato a Berlino nel 1892 ed è morto a Portbou nel 1940.
Era andato a vivere a Parigi, dove si è fatto sorprendere dall'invasione tedesca.
Ebreo, intellettuale comunista, ha provato a scappare verso l'America, ma è arrivato soltanto fino in Catalogna. Prima di essere arrestato dalla polizia franchista e consegnato ai nazisti, si è ucciso.

Fra le tante sue opere, la più nota, scritta nel 1936, è L'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica.