rivista anarchica
anno 42 n. 370
aprile 2012


 

Il 2012
come il 1936

Nel 1933 il presidente degli Stati Uniti d’America Theodore Roosvelt si trovò a dover fronteggiare una crisi disastrosa, conseguenza diretta del crollo del ’29. Furono anni difficili per l’America e, per la prima volta, occuparsi di letteratura implicò per molti scrittori un impegno sociale fino a quel momento sconosciuto. A questa nuova generazione di scrittori apparteneva Steinbeck, che in questo romanzo del 1936, narra la storia di uno sciopero di braccianti, del suo fallimento e di uomini che trasformano la propria disperazione in lotta per il riconoscimento dei propri diritti fondamentali. La battaglia è un romanzo di lotte sindacali.

Potrete leggere passaggi come questi:

  • V’è capitato mai di lavorare (…) dove tutti parlano di lealtà verso la propria azienda, e lealtà vuol dire spionaggio dei propri dipendenti?
  • Niente come la lotta unisce gli uomini tra loro.
  • Gli imbecilli credono che si possono domare gli scioperi coi soldati.
  • Non fatene una regola, perché spesso crolla, ma di solito quando qualcuno cerca di spaventarvi è segno che ha paura.
  • Non c’è altro mezzo per fare che gli uomini aderiscano a un movimento, se non quello di ottenere che ognuno vi porti qualcosa di sé.
  • Non potete svegliare che chi vuole essere svegliato.
  • Quando i sentimenti sono maturi, si può lottare per qualunque cosa.
  • Uno vede come vanno le cose, l’ingiustizia e la miseria, e se ha un dito di cervello tira le sue conclusioni.
  • Non credo nulla finché non ho visto.
  • (…) tutto sembra difficile quando si è stanchi.
  • (…) gli uomini sospettano di chi non parla come loro.
  • Un uomo in gruppo non è più se stesso; è la cellula di un organismo, che non è lui come le cellule del vostro corpo non sono voi.
  • (…) parlare rende più chiaro il proprio pensiero anche se nessuno ascolta.
  • Ho pensato di parlare a costoro e farli parlare; fargli dire che pensano dello sciopero. Credo che la pensino come i padroni hanno ordinato di pensare.
  • Gli uomini cambiano molto dopo aver mangiato.
  • Gli piace d’esser crudeli, di picchiare, e per questi loro gusti han sempre un nome pronto, patriottismo o difesa della costituzione.
  • Quando una folla non fa rumore, quando viene avanti come un sonnambulo allora è tempo di battersela per una guardia.
  • Qualcuno ha da schiattare se si vuole che la massa esca una buona volta da questo scannatoio.
  • Credo che a volte voi realisti siate la gente più sentimentale di questo mondo.
  • Talvolta quando la gente non ne può più, è allora che si batte meglio.
  • C’è qualcuno che spera di salvarsi da sé, ma non è possibile se non si salvano tutti.
  • Nulla da perdere all’infuori delle catene.
  • (…) odiamo il capitale investito che ci tiene schiavi.
  • Si è un po’ stufi di uno che ha sempre ragione.
  • Non abbiamo armi. Se qualcosa ci capita non lo mettono sui giornali. Ma se succede qualcosa a loro, giù fiumi d’inchiostro. Non abbiamo né denaro né armi, così dobbiamo servirci della nostra testa, vedete? È come un uomo con un bastone che debba far fronte a una squadra di fucilieri. La sola cosa che può fare è quella di nascondersi e poi colpirli alle spalle. Forse non è molto leale, ma (…) non siamo in una gara atletica.
  • (…) un uomo affamato non è tenuto alle regole.
  • (…) la gente lavora bene insieme quando c’è un nemico.
  • Se lottiamo, altra gente nelle nostre condizioni lotterà.
  • (…) per molti la proprietà è più importante della vita stessa.

Volete capire qualcosa di più di questo libro? Allora sappiate che nel 1936 – anno di uscita del romanzo – l’America è ancora un paese di nomadi disoccupati; gli uomini in cerca di lavoro si spostano da un centro all’altro saltando in corsa da e su i treni merci per non pagare il biglietto, sfidando i bastoni delle guardie ferroviarie; le famiglie si muovono sui camion Ford; la crisi non frena il flusso migratorio verso le città. A rileggere ai nostri giorni La battaglia, ci pare difficile non ammetterne ancora una volta la forza d’urto, la capacità di coinvolgimento e, soprattutto, l’estrema attualità. Oggi 2012 ancor meglio dell’altrieri, 1936.

Marco Sommariva
marco.sommariva1@tin.it

 

La questione del modello
gerarchico

Il nome dell’autore del libro Il mondo degli psicoanalisti (Liguori Editore, Napoli 2011, pagg. 257, euro 19,90) può suscitare un certo déjà-vu ai vecchi lettori di “A.” Infatti Giorgio Meneguz ha scritto diversi articoli per la rivista tra il 1981 e il 1984 – quasi tutti imperniati sul tema della psichiatria.
Dopo aver lavorato per dieci anni in fabbrica come operaio e dieci in un servizio pubblico di psichiatria, si occupa ora, da oltre vent’anni, di psicoterapia e, più recentemente, anche di insegnamento post-universitario. Il suo primo libro Psicoanalisi ed etica indagava – tenendo il passo di una critica storico-sociale – le dimensioni del potere, del denaro, dei valori e della coscienza morale all’interno della psicoanalisi.
Nell’articolo “La psicoanalisi dello Zeitgeist aderente alla prospettiva postmoderna” (2003), pubblicato su Psicoterapia e scienze umane, Meneguz scrive: «La tentazione [di alcuni psicoanalisti] di identificare la posizione anti-autoritaria postmoderna con l’anarchismo teorico (alcuni accostano Rorty a Castoriadis) si scontra col fatto che neppure gli anarchici più refrattari, come per esempio Proudhon, Bakunin, Reclus, Kropotkin rifiutavano l’autorità in sé e per sé e neppure rifiutavano l’organizzazione (es. Bakunin, 1882, Dio e lo Stato, p. 52). Distinguendo l’autorità “naturale” dall’autorità “artificiale”, gli anarchici criticano il modello gerarchico di organizzazione delle relazioni umane, ma non concordano con l’idea secondo cui una società non debba darsi una organizzazione e delle leggi». La questione del modello gerarchico di organizzazione viene ora criticamente indagata da Meneguz nel libro Il mondo degli psicoanalisti, soprattutto in merito alle ricadute della formazione professionale sulla qualità dei rapporti tra colleghi.
Utilizzando molti racconti presi dalla storia della psicoanalisi, l’autore problematizza le insidie autoritarie e mistiche presenti nella dimensione maestro/allievo e il ruolo distruttivo dell’istituzione gerarchica sulla creatività e sulla crescita professionale degli apprendisti. E critica con fermezza l’idealizzazione (della psicoanalisi, dei padri costituenti della psicoanalisi, dei maestri attuali, ecc.), processo psicologico e interpersonale che porta alla dipendenza infantile. È importante che un “maestro” (in psicoanalisi, “maestro” in relazione all’allievo significa: “il proprio analista”, “il supervisore” o “il docente”) sia consapevole che i ruoli reciproci, di maestro e allievo, dipendono da una semplice coincidenza, perché se nello studio di psicoanalisi o nella scuola di formazione alla psicoterapia quelli sono i ruoli, in un altro contesto il “maestro” sarà allievo di un maestro e, in un altro ancora, l’allievo, il paziente, potrà essere maestro del suo “maestro”.
La questione è complicata e nel libro Il mondo degli psicoanalisti qualche piega viene spianata, a partire da riflessioni sul ruolo che svolgono il contesto storico e socioeconomico, la “vocazione” professionale, il talento, il training per diventare psicoanalista, i rapporti tra colleghi sia a livello orizzontale che verticale. Il libro esplora i modi in cui un’istituzione amministra e trasmette l’eredità dei padri fondatori e gestisce il bisogno di sapere e di appartenenza degli studenti.
Queste modalità sembrano a me – operatore in psichiatria – cruciali affinché uno psicoterapeuta, grazie a una buona formazione professionale, sappia gestire i rischi di derive autoritarie e patologiche nello svolgimento del suo lavoro con i suoi pazienti e nel rapporto di collaborazione con i colleghi. Ma è anche, Il mondo degli psicoanalisti, un libro sulla storia della psicoanalisi senz’altro utile agli studenti e agli appassionati dell’argomento. Le molte storielle raccontate stimolano il desiderio di approfondire alcuni argomenti.
Il libro è di facile e piacevole lettura, anche se in certi passaggi è forse troppo verboso per i miei gusti. Probabilmente susciterà discussioni anche in ambiti estranei alla psicoanalisi: fa pensare molto (anche lettori che non lavorano come psicoterapeuti: il sottoscritto per esempio) perché procede per problemi e non per risposte preconfezionate.

Paolo De Piccoli

 

Un sindacato
orizzontale

I pirati «credono di essere paria e invece sono gli embrioni della società a venire», del nuovo capitalismo. Così Valerio Evangelisti nel romanzo «Tortuga» dove un protagonista invita a evitare le ipocrisie: «Vogliamo denaro, fuori da ogni regola. Arraffiamo di tutto e vendiamo di tutto, uomini inclusi. Noi siamo il futuro e nessuno ci fermerà».
Facciamo un salto nel tempo e nello spazio – dal 1685 al 1900, dai Caraibi agli Stati Uniti – per ascoltare Eddie Florio, gangster italo-americano in «Noi saremo tutto», sempre di Evangelisti: «I gangster fanno parte del gruppo che comanda (…) Erano forti prima, lo saranno dopo. Cambierà un poco la nomenclatura, questo sì. Ma sono un tassello del potere».
Un piccolo salto indietro e Valerio Evangelisti ci porta, sempre negli Usa, tra il 1877 e il 1919. Degno compare dei pirati e dei gangster, tassello del potere, è Robert William Coates, detto Bob: una vita da spia, da infiltrato, da provocatore con occasionali ruoli di picchiatore e sparatore o di capoccia delle squadracce anti-rossi. Siamo nel nuovo romanzo di Evangelisti, il bellissimo e doloroso One Big Union (Mondadori, Milano 2011, pagg. 440, e 18,50).
Robert William Coates inizia la carriera di “uomo ombra” a 14 anni, facendosi reclutare per dare una lezione ai sovversivi della Comune di Saint Louis, nel 1877, per finire – da assassino e torturatore – nel 1919: un personaggio ricalcato sul vero Coates come Evangelisti spiega, nelle ultime pagine. Traditore della sua classe, essendo il figlio di un operaio irlandese immigrato negli Usa. Non lo fa solo per denaro, a suo modo è sincero: si crede un «soldato dell’esercito del bene». Poche idee ma esitazioni zero: gli operai sono fannulloni anzi «sfaticati di professione, senzadio, sovversivi, accattoni nati» (come scrive la sorella di Coates, giornalista filo-padroni); se si vietasse il lavoro minorile sarebbe una tragedia nazionale; bisogna «attenersi all’ordine cristiano del mondo, al rispetto della proprietà privata» se occorre ingannando e violando le leggi; per la «feccia», la «mandria umana» (cinesi, slavi, negracci, ungheresi, scandinavi, tedeschi e «dagos» cioè italiani, una razza dannata) ci vogliono «legnate» o peggio; se in acciaieria «muore in media un operaio al mese e moltissimi restano feriti» (o si ammalano) è una ineluttabile fatalità; e se i padroni vogliono licenziare, abbassare i salari, fare trattenute per le parrocchie, pagare in buoni da spendere solamente nei loro spacci, vietare le rappresentanze dei lavoratori... sono nel loro pieno diritto.
Traditore in buona fede. Infatti quando Coates spia o bastona è convinto di lavorare per l’America e anzitutto per moglie e figli, da bravo cristiano. «In fondo la famiglia era una società in formato piccolo» e se la giovane donna che lui ha sposato si ribella va picchiata («come spesso il pastore raccomandava ai mariti») anzi – così riflette – «sarebbe stata un’estensione domestica del suo mestiere quotidiano». Un tanto buon figlio di Dio non avrà amori felici (muore la prima moglie, scappa la seconda). Quanto ai due figli, così diversi per carattere ed esiti, sono destinati male. Ma anche se questo non è un giallo sarebbe scorretto rivelare troppo.
Le infamie di Coates servono a Evangelisti per raccontare dall’interno il movimento sindacale negli Usa: dal Workingmen’s Party ai Knights of Labo, dall’Afl (American Federation of Labor) all’American Railway Union. Difendono sì i lavoratori ma in un’ottica limitatissima: sindacati di mestiere, tendenti al corporativo, attenti al dialogo con i padroni, nazionalisti e razzisti, convinti che il modello americano dia una possibilità a tutti e dunque sia giusta, organizzazioni burocratiche e verticali. Nel 1905 il quadro cambia: nasce il sindacato “orizzontale”, l’Iww (Industrial Workers of the World) che crede nella «one big union», un solo grande sindacato senza distinzioni di razza o mansioni, per organizzare anche le donne e gli immigrati, i precari e i braccianti, persino la massa di vagabondi – gli hobos – che si muovono clandestini sui treni e vivono di espedienti.
Il romanzo racconta vittorie e sconfitte del periodo 1877-1919: la battaglia di Homestead; lo scontro alla Pullman con il boicottaggio e i figli degli scioperanti “adottati” temporaneamente dai lavoratori di altre città; Spokane e la battaglia durissima per «la libertà di parola»; Lawrence; lo sciopero di Ludlow stroncato a colpi di mitragliatrice; il soviet di Seattle nel 1919... Quasi sempre gli attacchi armati di squadracce (o di “crumiri” reclutati per l’occasione fra i peggiori criminali) contro i lavoratori servono da pretesto per spianare la strada alle polizie, agli sceriffi o addirittura alla Guardia nazionale invocato a gran voce dai giornali e dalle Chiese (ma c’è anche qualche prete sovversivo e nel romanzo ne incroceremo). E’ questa la democrazia? Sì, «in sostanza una catena di interessi» enuncia candidamente Burns allo “scolaretto” Coates. «Al momento decisivo lo Stato è sempre dall’altra parte», con i padroni che – spiegano gli Iww – si comprano quasi tutti i giornali e i giudici.
Nel suo lungo viaggio lo spione Coates incontra Joseph Gould (celebre la sua frase: «Io posso assoldare metà della classe operaia perché faccia fuori l’altra metà»), Joseph Buchanan, Eugene Debs, Daniel De Leon, Bertha Thompson, gli sbirri di Pinkerton (fra loro il giovane Dashiell Hammett che diventerà un grande scrittore e un “rosso”), l’anarchica Emma Goldman, Ben Reitman, Alice Freeman Palmer («fautrice dell’accesso femminile agli studi»), John Reed ma soprattutto Mamma Jones, «Big Bill» Haywood, la nera Lucy Parsons, Charles Moyer, George Pettibone, il boscaiolo Frank Little, Vincent Saint John, Elizabeth Gurley Flynn, l’italiano Joseph Ettor, Walter Nef... insomma l’anima degli Iww. E alcuni compagni di strada come Upton Sinclair o Jack London.
Come resistere alla violenza del capitale? Si può distruggere quel che c’è senza un chiaro programma politico per il futuro? I nodi che gli Iww tentano di sciogliere sono antichi (e moderni). Meglio leggere Marx o addestrarsi con la dinamite? Si punta sul voto o sullo sciopero generale? Ci vogliono militanti professionali o semplici ribelli? Se le canzoni di Joe Hill invitano al sabotaggio poi va bene anche «il gallo rosso» cioè la violenza incendiaria? E’ utile che gli immigrati si organizzino per gruppi nazionali o devono riconoscersi come senza patria? E ancora: per opporsi agli assalti armati bisogna non essere inermi ma questa auto-difesa facilita e moltiplica le provocazioni?
Non bisogna esagerare nel trovare le similitudini fra vicende di 100 anni fa e quelle di oggi. Certo il giochino dell’unità nazionale davanti alla “crisi” o le comode definizioni di guerra «umanitaria» somigliano moltissimo alla cronaca. «Il padrone peggiore è quello che si dice vostro amico. E’ chi parla di comune interesse, di crescita collettiva, di collaborazione per il bene nazionale»: questa la convinzione dei wobblies, cioè degli Iww. Dar loro torto è impossibile. E’ evidente la simpatia di Evangelisti, anche se non ne nasconde le divisioni e gli errori.
Sconfitte durissime ma anche vittorie storiche (le 8 ore). C’è molto da imparare. E qualcosa insegnano anche gli eroi negativi come Coates. Chi ai giorni nostri continua il lavoro di pirati, gangster e spioni è salito di rango, spesso si arrampica ai vertici del potere. Mentre oggi è in crisi la convinzione che «un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti» come l’idea che chi lavora ha interessi comuni opposti a quelli di chi lo sfrutta. Ed è anche per questo che conoscere queste vicende storiche è importante quanto saper leggere, scrivere e far di conto.

Daniele Barbieri

 

La persecuzione nazista
dei testimoni di Geova

Oggetto di alcune importanti ricerche monografiche in lingua inglese e tedesca, la persecuzione dei testimoni di Geova da parte dello Stato nazista ha incontrato, in Italia, scarso interesse tra gli storici.
A colmare questa lacuna viene ora l’ottimo lavoro di Claudio Vercelli, autore di un testo interessante non solo per le informazioni che contiene, ma anche per gli interrogativi che pone: Triangoli Viola. La persecuzione e la deportazione dei testimoni di Geova nei Lager nazisti, Roma, Carocci, 2011, pp. 181, 19 euro.
Benché il protagonista, per così dire, di questo studio sia un gruppo religioso di impostazione teocratica che applica in maniera rigida, in alcuni casi al limite del fanatismo, insegnamenti che ritiene discendere da Dio – quanto di più lontano si possa pensare, va da sé, da una visione anarchica del mondo – in realtà quello di Vercelli è un libro che dovrebbe quantomeno incuriosire un libertario: riguarda, infatti, tra le altre cose, l’eterno rapporto dell’uomo con il potere, e in particolare dell’individuo moderno con Stato, per di più nella sua versione più cruda, criminale e liberticida, quella totalitaria. Più ancora, questa ricerca ha a che fare con la disobbedienza nei confronti di un potere che si reputa emanare delle norme ingiuste, e di essere anzi, costitutivamente, ingiusto in se stesso, letteralmente una manifestazione luciferina. Una disobbedienza condotta controcorrente, in mezzo a una società in larga parte convertita alla “religione” omicida di un moderno sciamano dotato di un irresistibile e sinistro fascino. Una resistenza non-violenta, quella dei testimoni, fortificata solo dalla propria coscienza e dalla solidarietà dei propri correligionari.
Vercelli ripercorre le tappe di questa persecuzione, che si abbatté su un gruppo statisticamente poco significativo – all’epoca in cui Hitler ascese al potere i testimoni in Germania erano circa 25 mila, più o meno lo stesso numero dei rom e dei sinti, vale a dire lo 0,05 % della popolazione tedesca – e socialmente ed economicamente poco influente, dal momento che gran parte degli aderenti alla Confessione appartenevano ai ceti meno abbienti della società (operai, contadini, piccolo-borghesi).
Perché i nazisti si accanirono contro i testimoni di Geova? Va considerato il fatto – spiega Vercelli – che la Confessione, in quanto manifestava una simpatia (su basi esclusivamente religiose) per il sionismo, aveva legami con gli Stati Uniti, dove il movimento era nato qualche decennio prima, venne ritenuta un gruppo politico che, sotto una copertura religiosa, appoggiava il piano con dominio del mondo degli Ebrei e fiancheggiava il bolscevismo (pp. 21-23).
Benché i testimoni siano stati “l’unico gruppo religioso perseguitato come tale” (p. 127), in realtà la causa della persecuzione non fu la religione di per se stessa – i nazisti, benché portatori di una religione politica pagana, erano venuti facilmente a patti con i due gruppi cristiani maggioritari, la Chiesa cattolica e le confessioni protestanti – ma l’applicazione dei precetti religiosi nel concreto della vita quotidiana, che finiva per assumere, relativamente ai testimoni, un chiaro, sebbene del tutto involontario, significato politico sovversivo. Infatti, vivere seguendo Geova, per i testimoni, comportava, pacificamente ma altrettanto imperativamente, rifiutare di riconoscere la “religione” nazista, il culto idolatrico del suo sommo sacerdote, a partire da quell’atto di proskynesis, umiliante per un non-nazista, che era l’Hitlergruß (saluto a Hitler). Significava, poi, rifiutare di svolgere il servizio militare, atto passibile di morte durante la guerra, oppure di iscrivere i figli alla Hitlerjugend, la gioventù hitleriana a cui i giovani dovevano obbligatoriamente appartenere, oppure ancora iscriversi al sindacato di Stato.
Questo insieme di gesti, espressione di un ordine simbolico del tutto contrario a quello nazista, e il proselitismo con cui i testimoni, tentando di diffondere il loro culto, finivano per incitare gli altri a commetterli, non potevano essere tollerati nello Stato nazista. Vercelli evidenzia come la persecuzione nazista dei testimoni possa essere suddivisa in tre fasi. In un primo tempo, il culto dei testimoni fu bandito a livello regionale e centrale (1933-34), e molti testimoni subirono aggressioni, pene detentive, confische di proprietà, licenziamenti dal lavoro. In un secondo momento, il nazismo, di fronte alla protervia della Confessione che a dispetto di tutti i divieti era riuscita a mantenere una struttura coesa e riusciva ancora a fare azione di proselitismo, aumentò la repressione negli anni 1935-37, nel “tentativo di distruggere fisicamente il movimento” (p. 105). Il terzo periodo fu quello dell’internamento nei campi di concentramento, dove trovarono la morte circa il 60 % degli internati appartenenti alla Confessione.
Neppure i campi di concentramento, i “laboratori” in cui, osservava Hannah Arendt, lo Stato totalitario sperimentò la sua capacità di “dominio assoluto sull’uomo”, riuscirono tuttavia a spezzare la volontà dei testimoni, che perlopiù rifiutarono, come avevano fatto precedentemente, di ripudiare la propria fede e tradire i compagni, dimostrando con ciò come sia possibile, sia pure pagando un prezzo altissimo, resistere anche al più tirannico dei poteri. Pertanto, come scrive Vercelli, quella dei testimoni di Geova, “pur non trattandosi di una trama cospirativa, poiché non aveva come obiettivo il sovvertimento dei poteri ma il mantenimento dei rapporti tra correligionari, essa, per le modalità in cui si svolse e per l’oggetto che la motivava – testimoniare la possibilità di esistenza di un mondo diverso da quello nazista – si inscrive nella costellazione delle diverse forme di resistenza civile” (pp. 173-74).

Francesco Berti

 

 

Quella volta a Giffoni
con Theo Anghelopulos

Agosto 1992. Ventiduesimo Festival del Cinema dei Ragazzi di Giffoni Valle Piana. Nonostante la calura viene giù giove pluvio e tutti gli appuntamenti in programma vengono spostati dagli spazi all’aperto al cinema Valle (nel piccolo centro salernitano non era sorta ancora la cittadella del cinema). E qui che mi avvicino timidamente al regista Theo Anghelopulos e gli chiedo se può rilasciarmi un’intervista. Tra un perfetto francese e un italiano zoppicante mi fa capire che si può. E seduta stante ci appartiamo in un angolo del bar del Valle per iniziare la conversazione. Allora scrivevo di cinema già da qualche anno, e di registi, attori, cinematografari ne avevo conosciuti pure abbastanza, ma con Anghelopulos fu una delle prime volte che avvertii il contagio diretto con l’anima, l’occhio di un cinema politicizzato (ed antagonista) dei grandi circuiti che mette lo spettatore in rapporto critico con quello che vede. Senza andare a rileggermi l’intervista, di poche sue parole ho ancora un ricordo lucidissimo. Con un mezzo sorriso beffardo mi confida Anghelopulos che per lui la stragrande maggioranza degli americani made in Usa sono degli imbecilli nel senso più pieno della parola e il cinema degli Studios viene prodotto per un pubblico che passivamente e sistematicamente deve immolarsi all’altare del sollazzo. In un altro frammento dell’intervista spende belle parole per il poeta e sceneggiatore romagnolo Tonino Guerra con cui ha girato, forse, i film più belli della sua carriera. “Un fratello per me è Tonino, un vero poeta solo con lui potevo fare dei film in cui la storia si cementa così delicatamente con l’epica e la lirica”…

Theo Anghelopulos

Theo Anghelopulos, il più grande regista greco, è morto a 76 anni lo scorso 24 gennaio investito da una moto in una località dell’Attica, ad ovest del Pireo, mentre stava ultimando le riprese del suo ultimo lungometraggio con protagonista Toni Servillo. Da “Ricostruzione di un delitto” del 1970 a “La polvere del tempo” di tre anni fa, il regista ateniese ci ha lasciato in eredità non molti film (appena quattordici quelli completati), ma uno più bello e intenso dell’altro, eppure se si consultano i saggi (e sono diversi) sui cento film più belli della storia del cinema di tutti i tempi non si trova un solo volume che cita un suo lavoro. Vi si può trovare in classifica “Cabaret” di Bob Fosse o “Un tranquillo week-end di paura” di John Boorman ma non si segnala “La recita” (1974), un capolavoro in assoluto di quattro ore (con degli straniamenti di natura brechtiana), oppure l’esistenziale e metaforico “Alessandro il grande” (1980) o “ Lo sguardo di Ulisse (1991), affresco di altissima tensione stilistica che vide, durante le prime riprese, la morte del protagonista Gian Maria Volonté sostituito poi da Harvey Keitel. Hanno scritto di Anghelopulos: regista isolato, intransigente, rigorosamente artista, “lo sguardo del cinema europeo”. E ciò è tutto vero, ma va ricordato perché, insieme all’ungherese Miklos Jancsò, è stato il maestro, il grande manipolatore (se così si può definire) del “plan-séquence” (piano sequenza), cioè della tecnica del montaggio interno durante le riprese che sfrutta i movimenti di macchina giovandosi della profondità di campo e della molteplicità di piani entro una singola inquadratura…
Ritornando alla conversazione al Giffoni Film Festival salutandoci mi domanda su quale quotidiano sarebbe uscita l’intervista. Ribatto non su un quotidiano ma sul numero prossimo dello storico settimanale anarchico Umanità Nova (all’epoca redazione collegiale Spezzano Albanese). Chioserà il regista greco: “Ho sempre avuto in grande considerazione gli anarchici e la loro storia, spesso dolorosa e mal compresa”.

Mimmo Mastrangelo

 

Trasmettere
vita ed entusiasmo

Ritorna sugli scaffali delle librerie, dopo 27 anni, un piccolo capolavoro di letteratura “proletaria”, le splendide memorie autobiografiche che un vecchio anarchico, per il quale qualunque definizione sarebbe riduttiva, trasmise ai due allora giovani compagni triestini Claudio Venza e Clara Germani, attraverso un lungo e paziente lavoro di registrazione orale (Umberto Tommasini, Il fabbro anarchico. Autobiografia fra Trieste e Barcellona, Odradek, Roma 2011, pagg. 233, euro 18,00).
Nell’ormai lontano 1972, infatti, Umberto Tommasini (1896-1980) aderente da sempre al movimento anarchico e al gruppo Germinal di Trieste, stimolato dai due freschi militanti del suo storico gruppo (fondamentale nel lavoro di storia orale il rapporto di totale fiducia fra intervistato e intervistatore), decise che fosse venuto il momento di trasmettere e consegnare alla storia la narrazione dei suoi ricordi e delle sue straordinarie esperienze. Non si trattava da parte sua di una sorta di compiaciuto orgoglio ma della convinzione che la memoria delle sue lotte, dei suoi sogni, delle sue testimonianze sulla storia novecentesca non dovesse andare perduta, ma potesse essere insegnamento e stimolo per le nuove generazioni (1). E non solo per le generazioni di anarchici ma, più in generale, per chiunque ritenga che lottare per una trasformazione in senso libertario della società possa e debba essere un dovere morale gratificante e piacevole.
Leggendo queste bellissime pagine, si capisce l’importanza che questo lavoro si sia concretizzato, consentendo così, anche a chi non ha avuto occasione di conoscere Umberto, di partecipare con tanta immediatezza alla sua straordinaria esperienza di vita. E dobbiamo esserne grati non solo a Venza, che seppe dare organicità alla frammentata ricostruzione di Tommasini ma anche, e non di meno, a Clara Germani, che si sobbarcò, come ricorda tuttora Claudio, la gran parte del lavoro materiale di trascrizione dalle cassette e di battitura. Per i più giovani, per i quali le tecnologie di ultimissima generazione rappresentano la normalità dell’uso quotidiano, va segnalato come battere centinaia e centinaia di pagine trascritte da un Phonola su una mitica Lettera 22 fosse ben più faticoso che non lavorare su un agile programma di scrittura (2).
Va poi detto che il lavoro sulle fonti orali, se da un lato non poggia su una documentazione ufficiale, è altrettanto utile perché permette di portare a conoscenza particolari altrimenti sconosciuti, sfuggiti magari anche alle occhiute attenzioni poliziesche o alle ricostruzioni accademiche. Inoltre, fornendo la griglia interpretativa dell’intervistato, tale lavoro apre a uno sguardo differente su quanto viene trasmesso. Se poi, come in questo caso, la registrazione orale viene scrupolosamente confrontata con le carte d’archivio conservate nel Casellario Politico Centrale dell’Archivio di Stato, diventa perfino possibile sfrondare di prima mano le tante inesattezze, se non addirittura falsità, che tali carte, redatte da informatori interessati e prezzolati, vorrebbero tramandare. Specularmente, non va dimenticato che a volte nell’intervistato scattano, per alcuni episodi, meccanismi di autocensura (e Venza ne ricorda non pochi soprattutto riferiti a certi periodi della clandestinità di Tommasini), e in questo caso il confronto con le carte di polizia aiuta a ricostruire anche ciò su cui si potrebbe essere reticenti. La lunga introduzione del curatore, un vero e proprio saggio biografico, permette poi di contestualizzare meglio il percorso cronologico di Tommasini, dato che nella trasmissione delle sue memorie, al “fabbro anarchico” capita di operare alcuni salti temporali dovuti alla necessaria vivacità del racconto (3).

Trieste 1947- da sinistra: Umberto Tommasini
(Trieste 1896 - Vivaro, Pordenone 1980)
militante anarchico fondatore del giornale
Germinal, Nicola Di Domenico, Guglielmo Shefer.
(Foto centro studi libertari/archivio GP.)

Questa nuova edizione – originariamente pubblicata nel vivace dialetto triestino e oggi tradotta in lingua (4) – si presenta arricchita da una bella intervista fatta da Claudio Venza, professore di Storia della Spagna Contemporanea all’Università di Trieste, al collega Claudio Magris, intellettuale fra le più aperte personalità della cultura italiana, che già aveva recensito la prima edizione per Il Corriere della sera nel 1984, e prima sul quotidiano locale Il Pinolo, parlandone come di “uno dei libri più vivi degli ultimi anni”. E in effetti la vivacità del racconto, che forse nella traslitterazione in lingua ha perso un po’ del suo smalto, è uno dei tratti più caratteristici di quest’opera. Una vivacità, del resto, che non meraviglia affatto, perché chi ha conosciuto Tommasini restava semplicemente incantato dalla sua capacità di trasmettere vita ed entusiasmo in ogni sua parola. Vita ed entusiasmo che, a onor del vero, erano caratteristica comune degli anarchici della sua generazione, gente che, nonostante le dolorose sconfitte e le tante persecuzioni subite, ha continuato a esprimere il proprio impegno sociale con la stessa freschezza degli anni giovanili.
In effetti la vita di Umberto Tommasini è un romanzo. Un romanzo che attraversa tutta la storia del Novecento e nel quale egli non è il distaccato osservatore ma il vivo protagonista di un periodo storico che ha visto affiancarsi momenti di altissima e tragica drammaticità a fasi di lotta rivoluzionaria gloriose ed entusiasmanti. Un romanzo che mostra, nel suo procedere negli avvenimenti, la capacità di affrontare senza tentennamenti anche i momenti più difficili e contraddittori. E questo perché in Tommasini, come in tanti altri anarchici, convivevano, rafforzandosi reciprocamente, due aspetti imprescindibili della militanza: la tensione sociale e la dimensione etica. La tensione sociale che rendeva automaticamente chiaro dove stessero il torto e la ragione nei processi di emancipazione dallo sfruttamento e affrancamento dall’autorità, la dimensione etica che non faceva mai venire meno quella umana “tenerezza” rivoluzionaria, che funzionò da fondamentale antidoto al prevalere della “ragion di stato” e della realpolitik.
E difatti, leggendo questo avvincente affresco storico e passando in rassegna i momenti topici del secolo passato, la prima guerra mondiale, il biennio rosso, l’avvento del fascismo, il regime, l’esilio, l’antifascismo operativo, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale, la lotta al nazifascismo, la ricostruzione, la ripresa del movimento, troviamo che la costante presenza di questo fabbro anarchico è fatta sia di immutabile volontà rivoluzionaria, sia della consapevolezza di dover conservare, sempre e comunque, l’umanità del libertario. Ne è un esempio il costante rifiuto di Tommasini di stringere la mano al famoso Carlos, quel Vittorio Vidali che interpretò come pochi altri, in Spagna e altrove, lo spirito del più genuino stalinismo e che, in nome di quella “ragion di Stato” di cui si diceva, contribuì, tra le tante sue malefatte, a “neutralizzare” molti degli elementi più combattivi della rivoluzione libertaria in Spagna (5).
Tommasini non manca inoltre di rimarcare i momenti contraddittori che talvolta segnarono le vicende di cui narra, ma a tratti a questa sua sincerità, che può apparire venata di ingenuità, fa da controaltare una sorta di reticenza, volta a coprire fatti e persone che gli furono vicine. Del resto alcuni degli episodi in cui fu coinvolto, soprattutto durante il periodo dell’esilio e della lotta clandestina contro il fascismo, furono talmente complessi e inevitabilmente condizionati da fattori esterni, derivanti dal dover agire nella clandestinità, che spiegano il suo atteggiamento. Ancora, nei primi anni ‘70, e mutate completamente le condizioni sociali, restava sedimentata in lui una sensibilità particolarmente attenta a salvaguardare una memoria della quale non si sentiva unico depositario.
Ciò che ci viene trasmesso, dalla lettura di questa avvincente autobiografia raccontata, non è solo l’avventuroso resoconto di una esperienza esemplare, ma è anche una lezione di vita, di una vita nella quale la coerenza tra i fini cercati e i mezzi da utilizzare è sempre stata alla base di tutto. Chiarendo ancora una volta che quello che si vorrebbe il peccato capitale degli anarchici, la mancanza di una mentalità “realista”, è invece la loro forza, quella che consente di continuare a restare fedeli, senza indecisioni, alle proprie convinzioni. Del resto un uomo che a settanta anni suonati mette in fuga, da solo, un gruppo di giovani neofascisti determinati a distruggere la sede del Germinal, è lì a dimostrarlo!

Massimo Ortalli

Note

  1. Come ha ricordato Claudio Venza in una recente presentazione del libro a Bologna, molti anarchici hanno preferito non parlare vuoi per modestia, vuoi per non rivelare troppo su argomenti e fatti delicati.
  2. Claudio Venza, Vivere da anarchici: l’autobiografia di Umberto Tommasini in I Giorni Cantati, n. 4 del 1983: “Si è trattato di un lungo lavoro, anzi lunghissimo. Dalle 16 ore circa di conversazione-intervista a questo militante anarchico sono scaturite quasi 500 cartelle per un totale di più di 800.000 battute”.
  3. Claudio Venza, cit. “Si era chiesto all’intervistato di seguire nel racconto della sua esperienza un ordine cronologico, che è stato sostanzialmente mantenuto con l’eccezione di alcuni fatti con una forte analogia tematica”.
  4. Claudio Venza, cit. “La sola trascrizione letterale ha occupato un anno di lavoro in quanto bisognava rispettare le regole ortografiche, spesso incerte, del dialetto triestino. Infatti Umberto Tommasini parlava normalmente un tipo di dialetto ‘slavazà’, cioè reso simile all’italiano da un ‘lavaggio’ di molti termini di uso locale con la lingua nazionale”.
  5. Vittorio Vidali, uno degli elementi di spicco del Comintern nel periodo compreso fra le due guerre, fu non solo uno degli artefici della criminale repressione degli anarchici e dei militanti del Poum in Spagna, ma fu anche sospettato (molto probabilmente a ragione) di aver contribuito ad organizzare l’assassinio di Trotsky in Messico.