rivista anarchica
anno 42 n. 370
aprile 2012


cinema

 

La rappresentazione del movimento

Tutto ciò che è riproducibile con la macchina da presa può essere rappresentato sullo schermo. I film si adeguano alle più profonde esigenze cinematografiche soltanto quando seguono la tendenza realistica, concentrandosi sull’esistenza fisica reale. Un esempio? La bellezza del vento che si muove tra gli alberi, le onde del mare, la neve che cade…
In altre parole, nonostante la sua capacità di riprodurre indiscriminatamente tutti i fatti visibili, il cinema gravita verso la realtà immediata. E da questo fatto nascono due diverse premesse legate l’una all’altra. In primo luogo la messa in scena è legittima dal punto di vista estetico finché dà l’illusione della realtà. In secondo luogo, e per la stessa ragione, ogni messa in scena è anticinematografica se trascura o va al di là delle proprietà fondamentali del mezzo.
Fino all’avvento del cinema cercare di riprodurre un movimento nell’interezza della sua natura, nella continuità della sua evoluzione, restava insoluto e sembrava insolubile. Nel tempo in cui si diffondeva l’uso dei treni, della bicicletta, dell’automobile, del telegrafo, del telefono, dell’aereo e di ogni mezzo adatto a battere il record della velocità, il problema della rappresentazione del movimento, sembrava non interessare molto. Se ne occupava soprattutto la pittura, ma sempre in forma statica. Il cubismo e i suoi derivati proposero una raffigurazione prospettica dell’oggetto su molti piani. Tale complessa prospettiva dava un’impressione di movimento, invitando lo spettatore a spostarsi anch’esso fantasticamente.
Tali espedienti, avevano però lo stesso difetto a cui non sembrava poter mettere rimedio. L’impossibilità di raffigurare un movimento con un altro movimento.
Il cinema ha risolto proprio questa impossibilità, sommando una serie di infinitesimali fotografie istantanee e discontinue nella loro successione integrale e continua che è appunto il “movimento”, permettendo così quella che noi oggi riconosciamo come “narrazione cinematografica”.
La rappresentazione del movimento, permessa dal cinema, fu dapprima percepita in modo del tutto superficiale (il linguaggio cinematografico non aveva ancora sviluppato tutte le sue capacità), poi usata un po’ a sproposito (riproducendo fino all’avvento del sonoro nel 1929 una sostanziale messa in scena teatrale filmata) fino a quando i grandi padri dell’arte cinematografica, penso Chaplin, Griffith, Stoheim, Ejsenstein, Pudovkin, Vertov, Lang (solo per citarne alcuni) gli restituirono dignità e forma artistica. La domanda è: quella dignità e qualità artistica appartiene ancora oggi al cinema contemporaneo?

Bruno Bigoni