rivista anarchica
anno 41 n. 366
novembre 2011


canzone d’autore

a cura di Alessio Lega

 

Genova: le storie cantate

Spettacolo da cantastorie di Alessio Lega e Marco Rovelli, con Guido Baldoni alla fisarmonica

Raccontiamo Genova. Raccontiamo la gioia e la rivoluzione di Genova. Raccontiamo un fatto epocale che ha cambiato la nostra vita. Raccontiamo la storia dei ribelli che da 150 anni vogliono un mondo più giusto, un altro mondo che è possibile. Raccontiamo il dolore di storie spezzate che non hanno spezzato la storia. Raccontiamo una lacrima e mille speranze che ancora ridono.

Si tratta di uno spettacolo che riprende una grande tradizione popolare, ormai abbandonata, quella del Cantastorie.
Il Cantastorie faceva informazione, raccontava fatti grandi e piccoli, faceva cronaca e commento. Portava con sé anche alcune leggende, alcune favole.
Il suo punto di vista era quello del popolo, non per ragioni astratte, ma perché del popolo era emanazione diretta. Questo sua provenienza conferiva ai suoi racconti un punto di vista preciso, spesso non conforme a quello del potere. Come diremmo oggi faceva “controinformazione”. Come s’è sempre saputo faceva poesia della realtà.
Queste sono le parole con cui io e Marco Rovelli presentiamo lo spettacolo che ha debuttato a Genova nel luglio 2011 per il decennale del G8, e che da allora abbiamo portato in giro per l’Italia. Provo a descrivere, dal di dentro, che cos’è questo spettacolo.

Con quella faccia un po’ così…

Ci siamo incontrati spesso, noi che siamo stati a Genova.
Io e Marco Rovelli ci siamo incontrati spesso, nel nome di Genova, a cantare e a testimoniare, e sono passati dieci anni da quei giorni di sangue e dolore, di risate e acqua salata e ripide risalite.
L’abbiamo raccontata e cantata quella storia, dapprima a chi era stato con noi e a chi aveva seguito la cronaca esaltante e terribile aggrappato alle radio e ai telegiornali. Poi, sempre più, s’è affacciata a bordo del palco una generazione che non era stata a Genova, che non ci sarebbe potuta essere perché all’epoca aveva 10, 8, 6 anni… e così Genova entrava nella Storia senza uscire dalle nostre personali storie.
Genova fu un punto d’arrivo in cui s’erano confermati i nostri dubbi peggiori, in cui s’era infranta qualche magra speranza. Nel 2001 eravamo tutti e due troppo vecchi per perdere l’infanzia, per essere amputati della speranza ingorda: io avevo 28 anni e Marco 3 di più. Ma un incubo di quelle proporzioni fino a quel momento non l’avevamo ancora vissuto, e un incubo è pur sempre il lato sbagliato di un sogno.
Il luglio 2001 è stato effettivamente un passaggio epocale. Non tutto si capiva da Genova e molte cose le avremmo chiarite di lì in avanti: che un certo modo di fare politica tramontava. Che il movimento che aveva come bussole di riferimento l’esperienza dei centri sociali – nei quali politicamente e artisticamente ero cresciuto – arrivava lì al suo zenit, al suo momento di massima esposizione, che coincideva con una crisi senza precedenti. Che la storia dissaldava definitivamente i partiti politici italiani da quel movimento e dai movimenti a venire: nessuno poteva passare al botteghino elettorale dopo Genova. Nessuno ha potuto (o voluto?) fare luce su quella storia dagli scranni del parlamento.

Chi siamo noi.
Io e Marco ci troviamo ancora, a dieci anni da Piazza Alimonda, dal corteo bastonato il giorno dopo, dalla Diaz e da Bolzaneto, con l’urgenza di raccontare come la nostra vita e le nostre storie girino attorno a quei giorni fatidici. Come le nostre storie di riferimento, assieme alle nostre vite, siano confluite su Genova per fermarsi un attimo e da lì ripartire.
Io venni via da quella mattanza con una canzone, che un po’ ha girato:

(…) Chi siamo noi? Ora siamo il mare, il mare nero che si scatena
che si rovescia sopra al porto, sopra al porco che lo avvelena
il mare più salato che ci avete fatto lacrimare
date un bacio ai vostri candelotti, giusto prima di affogare.

Chi siamo noi? Ora siamo il vento che non potete più fare ostaggio
aria libera dai mulini, dalle catene di montaggio
il vento che spazzerà via, cancellerà l’orma dei vostri passi
che schianterà muri e sbarre scatenandosi per Marassi.

Chi siamo noi? Ora siamo il fuoco che non avete mai domato
quello che brucia in fondo agli occhi di questo grigio supermercato
quello che cortocircuita i fili dell’allarme e del divieto
mentre noi spargeremo sale sulle rovine di Bolzaneto.

Chi siamo noi? Ora siamo la notte, la luna persa dei disperati
dice il poeta: “Quando cade un uomo, si rialzano i mercati”
e per quest’uomo di eterna notte, per questa luce che se ne muore
aspetteremo che il sole sciolga il blocco nero che portiamo in cuore. (...)

Ma da Genova in poi – e sempre più – faccio fatica a dire “noi”, chi è quel “noi”? C’è una memoria condivisa, una serie di punti di riferimento, una tradizione comune? Oggi è difficile dire “noi”, per paura che da questo “noi” molti, troppi si sentano esclusi. Oggi canto singole storie a singoli individui. Queste storie però si ritrovano sempre in una storia collettiva.

Le nostre storie.
Louise Michel che partecipa alla Comune di Parigi, che scampa alle fucilazioni sommarie della settimana di sangue, che viene deportata in Nuova Caledonia e lì piange per 5 minuti sui compagni uccisi. Poi si guarda attorno e vede che c’è troppo da fare per perdersi nei ricordi. Riscopre la sua prima vocazione e diventa insegnante per gli autoctoni, i bimbi Canachi.
A volte penso all’insegnante Louise Michel che, vedendo scrivere la parola “Libertà” a uno dei suoi allievi strappati all’abrutimento e all’analfabetismo, pensa che in fondo la Comune ha vinto.
Sophie Scholl e la Rosa Bianca. Il gruppo di studenti ventenni che in piena Germania nazista iniziarono, tutti soli, una resistenza fatta di passione e di coraggio. Diffusero 6 volantini, poi furono presi e crudelmente uccisi dopo un processo farsa. Il vecchio Thomas Mann disse di loro “Splendidi, coraggiosi giovani. Non sarete morti invano, non sarete dimenticati. I nazisti hanno eretto monumenti a killer ordinari, li hanno promossi a criminali disumani, ma la rivoluzione tedesca li spazzerà via e al loro posto celebrerà questi ragazzi che in un momento in cui la storia era avvolta nelle tenebre, dissero ad alta voce : una nuova fede nella libertà è all’orizzonte”.
Dino Frisullo, il militante pacifista che, dopo un sessantotto vissuto da extra-parlamentare, non si rassegnò alla strage delle illusioni e impiegò tutta la sua meravigliosa incapacità di accettare il mondo per difendere le cause perse. Quando, con le loro cartelle sdrucite, quelli come Dino si presentano a denunciare l’ennesima strage di clandestini in mare, il solito piccolo popolo a rischio di genocidio nel deserto, ci sarà sempre qualche cinico imbecille a ridergli alle spalle chiamandoli “anime belle”.
Queste tre storie, e le altre che cantiamo, si ritrovano nelle storie collettiva della Comune di Parigi, della resistenza europea, nella grande ondata migratoria che viviamo, nella speranza e nella lotta che dalle banlieues parigine ai campi No-Tav, illuminano di fuochi la notte degli anni a venire.

Sette sono i quadri della nostra esposizione.
Incubo numero 0: Genova, luglio 2001
Sogno numero 1: la Comune di Parigi, 18 marzo-22 maggio 1871
Sogno numero 2: la scuola la resistenza, 1968-1943
Sogno numero 3: La piazza, la loggia, la gru. Brescia, maggio 1974-novembre 2010
Sogno numero 4: Eterne migrazioni dona loro
Sogno numero 5: Banlieus No-TAV, le rivolte degli anni 2000
Sogno numero 6: l’Unità d’Italia vista da Pontelandolfo, 14 agosto 1861
Sogno numero 7: noi che abbiamo visto Genova, luglio 2001.

Come dei veri cantastorie ci portiamo dietro i nostri quadri: vecchie foto, una sequenza di immagini fisse che accompagnano la mobilità assoluta della musica e delle parole.
Tutto vogliamo fare tranne che del reducismo! Ci è stato subito chiaro che nulla finisce a Genova. Genova partorisce nuove storie da raccontare, come queste due che ho stralciato dal copione, due scene (“sogni” li abbiamo chiamati) scritte rispettivamente da me e da Marco Rovelli.

Sogno numero 3: La piazza, la loggia, la gru. Brescia, maggio 1974-novembre 2010
Nel 2009 viene finalmente approvata la Sanatoria per immigrati che svolgono la funzione di colf e badanti. È una grande speranza per molti immigrati clandestini che lavorano ma vivono come fantasmi in Italia, così spendono e faticano per il miraggio del permesso di soggiorno, e chissà, un giorno, per la cittadinanza.
Ma presto la sanatoria si rivela un “pacco”. La Lega Nord non ha nessuna intenzione seria, si mette per traverso. I migranti si sentono truffati.
Nell’ottobre 2010 nel Nord Italia si fanno presidi, e manifestazioni, ma nessuno pare accorgersene. A Brescia quando anche il permesso di manifestare in presidio viene revocato, un gruppo di 6 migranti sale su di una gru nel cantiere della metropolitana di Piazza Cesare Battisti.
36 anni prima, il 28 maggio 1974 in Piazza Loggia a Brescia sono le 10 del mattino. Quasi tremila persone partecipano a una manifestazione antifascista.
Inaspettatamente piove e fa freddo.
Dal palco al centro della piazza parla un sindacalista. Non terminerà mai il comizio perché esattamente dopo dodici minuti il suo discorso è interrotto dall’esplosione.

La piazza, la loggia, la gru s’incrociano come in un campo di guerra
frustata dal vento la pioggia s’infogna ed in rivoli va sottoterra
si sperde nel buio obbligato di vicoli, trame, di oscure vicende
del tempo che passa, che passa, e non cura il dolore però lo sospende.

Sospesi al vento, sul braccio di una gru ci sono sei lavoratori immigrati
saliti per trentasei metri nel freddo d’autunno e rimasti aggrappati
a un esile filo a un pensiero, ad una speranza che brucia le ali
che gli uomini in fondo al futuro, mondati dall’odio, si svelino uguali…

Li prendono in giro i lavoratori stranieri / parlano
di sanatorie e poi sono storie / inapplicabili tranelli legali / balzelli contro i più poveri / da anni venuti in Italia / sfruttati, beffati / fra il bisogno e la paura / paura di mostrare il viso
d’incontrare una divisa che ti dica
“tu qui non ci puoi più stare” / e così al mattino lavori / la sera ti chiudi in casa / e muori di nostalgia. / La pubblica via è un sofisma, c’è tutto un paese fantasma / l’identità è una carta / una corta illusione, una strana nazione.
Qui Brescia, qui nord produttivo / qui angoscia dal giorno che arrivo / qui niente sembra più vivo / la piazza è un deserto / trentasei anni fa / fu un luogo aperto / di speranza e di dolore: era un porto di resistenza ed amore (il 28 maggio 1974 c’erano in piazza lo studente e il professore perché un mondo migliore inizia da una scuola migliore).

Sui banchi di Piazza Loggia cade una pioggia che macchia di scuro
come l’inchiostro della sentenza che abbiamo lasciato al futuro
per raccontare ai nipoti dei figli l’assurdo segreto di stato
dei morti arrivati per caso nell’ora sbagliata e nel posto sbagliato:

otto morti sbranati dal fuoco, dall’urlo, il furore, dai canti assassini
lo scoppio, lo scolo di sangue in fretta pulito, lasciato ai tombini.
Passati dieci anni, vent’anni, trentasei anni quel lutto s’è stinto
si acceca il ricordo, muore memoria e il lutto è un pensiero indistinto.

E trentasei anni più tardi, trentasei metri sopra tutto questo
sei lavoratori stranieri resistono ad ogni costo
dal trenta di ottobre aggrappati a una gru stanno guardando dall’alto
il mondo fantasma che in basso ha perduto la sua strada nell’asfalto

ARUN, JIMI, RACHID, SAJAD, SINGH, PAPA
i nomi, il sudore, le ore, i bulloni, le viti, s’inciampa, si crepa
PAPA, SINGH, ARUN, SAJAD, RACHID, JIMI
al dieci novembre son stanchi e due fra di loro scendono primi…

Ancora la fame il vento la gru e il quindici undici solo
gli eroi della disperazione cedono infine e scendono al suolo
il quindici di novembre scendono piolo per piolo
mentre otto mute presenze da Piazza Loggia stan prendendo il volo.

Otto angeli custodi si fanno sotto le braccia
di croce della gru, col vento che punge la faccia
nel freddo che fa lacrimare, Rachid e gli altri hanno chiesto
“chi siete voi che salite qui su fino al nostro posto?”
Son Giulia Banzi Bazzoli donna, madre insegnante
uscita un mattino di maggio per una cosa importante
ho corpo d’amore ed ho voce, schiantata in un portico, rotta
aspettami dissi a mio figlio… è trentasei anni che aspetta.

Ed io impregnata di pioggia son Livia Bottardi Milani,
la pioggia che insanguina maggio, la pioggia che lava le mani
di quelli che fecero bombe e sperano il tempo cancelli
le tombe nel mare ai migranti e loro rimangono quelli.

Io Pinto Luigi emigrante, come voi, ma venuto da Foggia
per lavorare nel nord, col sangue mischiato alla pioggia
tornai stretto dentro una bara, la schiena straziata di schegge
l’Italia riunita nel sangue che ancora discrimina ma non protegge.
Io, Natali Euplo / fui partigiano qui a Brescia / di colpo mi colse l’angoscia / e venni in piazza a vedere / quanto era ancora da fare / cosa la liberazione / avesse lasciato in cantiere / e venni in piazza a morire / sai ‘eravamo in tanti / con Bartolo Talenti / e con Vittorio Zambarda / siamo i “vecchi” di piazza loggia / vecchi per modo di dire / pronti ancora a salire / in alto sul posto di guardia / perché chi è vecchio ricorda / e vede con la stessa angoscia / che l’orizzonte rovescia / il vecchio fascismo di Brescia / nel nuovo razzismo leghista.
Amore che insegna il percorso che c’è da una piazza a una gru
amore che non sciolse allora che non può sciogliersi più
amore che libera e sfida, ditelo ai nostri scolari
ha nome di Alberto Trebeschi e di Clementina Calzari
finche morte non ci separi, le frasi di rito un po’ orrende
noi fummo moglie e marito e il modo ancora ci offende
col quale una morte feroce in una piazza di maggio
volle spezzarci la voce, volle disfare il coraggio
ma è amore che ancora ci porta da una piazza a una gru
coraggio pietà non è morta e resta aggrappata lassù.
(Il 15 novembre 2010 a Brescia i lavoratori immigrati scendevano dalla Gru mentre la sentenza sulla strage di piazza Loggia poneva definitivamente una pietra tombale su quelle otto vittime. Nessuno è stato. Continua la lotta.)

Sogno numero 5: Banlieus No-TAV, le rivolte degli anni 2.000.

Comincia tutto, sempre, con la feccia da pulire,
fantasmi senza volto senza voce ma un colore
il nero dei fantasmi che appaiono di notte,
neri più del nero, il nero giusto per morire
senza frasi memorabili da potere ricordare,
che non c’è tempo di pronunciarle quando la fine è per venire
in una cabina elettrica colpiti da un trasformatore,
e “più luce” come Goethe non si può davvero dire
Zyed e Bounna, adolescenti, immigrati nati in Francia,
che meraviglia il paradosso, marchio infinito di un’infamia
la polizia li insegue, loro trovano rifugio
in quella cabina elettrica, e in quella luce, il buio.
Il quartiere si rivolta, lanci di sassi e fuochi accesi,
e poi due giorni dopo lacrimogeni in moschea
il ministro di polizia ingaggia la battaglia,
bisogna schiacciarla questa feccia canaglia

La battaglia infuria nei luoghi del bando
Si schiacci la feccia è stato il comando
Una mano meccanica ha eseguito
La feccia ha reagito, ha preso il suo partito
Nel cuore del ghetto unanime ha deciso
di colpire il cuore, di essere il nemico
di far radicalmente la piazza pulita
di un tempo inerte che non è vita

Fiaccole accese a rischiarare notti
Si levano le grida dei figli dei figli
Si illuminano i muri nudi dei palazzi
Noi ci siamo

Comincia tutto, sempre, con la città che impone
parola sguardo senso legge, la voce del padrone
la campagna, e la montagna, senza alcuna condizione,
si immolino al progresso, alla sua grande Ragione
all’immensa megamacchina che non si ferma ad aspettare
chi perde tempo a far domande, A chi serve? A cosa serve?
Chi lo paga? Chi ha deciso? Perché mai questa violenza?
E allora in val di Susa una nuova Resistenza
Vent’anni sono lunghi, c’è chi nasce e c’è chi muore,
generazioni che procedono nella stessa direzione,
radicate nella terra, nel senso del Comune,
e da questo contagio nessuno è immune

Contro il traforo i resistenti a Venaus eran sui prati
arrivarono i gendarmi: teste e ossa fracassate
i resistenti tornarono dai sentieri del bosco,
si ripresero i prati, e altri anni sono passati
A Maddalena di Chiomonte la battaglia campale,
schiere di gendarmi e schiere di corpi su cui passare
ma si continua a resistere con l’assoluta convinzione
che in questo stare insieme è l’unica ragione.

Recalcitro al comando del progresso infinito,
con le armi e la violenza si impone il sacrificio
resistere allo scempio è il mio dover di madre
altra decisione sovrana non c’è
Questa è la mia terra, ma anche di chi viene
la mia terra rifiuta solo chi s’impone
opporsi al dio denaro è una questione di coscienza
un fatto naturale di Resistenza

Fiaccole accese a rischiarare i monti
Si levano i canti dei figli dei figli
La parete calva si illumina di notte
Noi ci siamo

Alessio Lega
alessio.lega@fastwebnet.it