rivista anarchica
anno 41 n. 366
novembre 2011


cyber

Anonymous è anarchico?
di Biella Coleman

La rete, l’anonimato, l’anarchia. È in corso un dibattito in e sulla rete. L’opinione di Biella Coleman.

Perché A rivista anarchica dovrebbe interessarsi all’hacking? Negli ultimi mesi si sono verificati molti attacchi informatici a istituti di credito, società legate ai militari e ai servizi segreti, siti governativi, ecclesiastici e molto altro. Questi attacchi, portati sotto il nome collettivo di Anonymous da diversi gruppi non coordinati fra loro sparsi in tutto il mondo (ma per lo più di area anglosassone), sono stati a volte devastanti. Se il sito web di una banca (è accaduto a Visa e Paypal, perché seguendo le indicazioni del governo USA hanno impedito le donazioni al progetto Wikileaks) viene hackerato, saltano funzionari, ci sono perdite finanziarie anche gravi, i clienti fuggono, le borse tremano; se un sito governativo viene manomesso, saltano politici, l’opinione pubblica si interroga, la polizia e i servizi si mobilitano. Insomma, gli effetti concreti delle azioni di hacking e cracking possono essere enormi. Anche la repressione è concreta, per quanto in Italia le decine di arresti di ragazzi più o meno cresciuti (USA, UK, Paesi Bassi) indicati come responsabili delle azioni sono passati sotto silenzio.
Recentemente, alcuni partecipanti alle azioni di Anonymous sono scesi in strada e hanno dato vita a proteste più tradizionali, usando spesso la maschera di Guy Fawkes (V for Vendetta) per sottolineare il loro essere anonimi, sempre contro i soliti obiettivi: il capitale globale, la libertà d’informazione e di parola, i militari, le grandi corporazioni (di cui le chiese sono una manifestazione). Alcuni commentatori, come c’era da aspettarsi, non hanno esitato a esclamare: questo è il caos, questi sono anarchici! In maniera indipendente, alcuni gruppi di Anonymous, nel mondo digitale come in quello reale, hanno cominciato a dirsi anarchici.

Ippolita

A detta di molti, il movimento politico noto come Anonymous evoca un’unica cosa: l’anarchia. Ho avuto modo di veder compiere questa associazione talmente tante volte che ho pensato che potrebbe essere una buona idea esporre con un certo dettaglio i punti in cui le connessioni tra Anonymous e l’anarchismo possono trarre in inganno, sfatare alcuni miti, e porre alcune domande per ulteriori ricerche. È fondamentale osservare fin da subito che il termine anarchismo può significare cose ben distinte per cui vorrei fornire tre definizioni relativamente ristrette, che pure non esauriscono del tutto i suoi significati e manifestazioni concrete.

  1. In primo luogo, prenderò in considerazione quello che chiamo Anarchismo Politico Contemporaneo (CPA, Contemporary Political Anarchism). Per contribuire a definirlo, ricorrerò ampiamente a uno dei suoi più importanti cronisti, pensatori e partecipanti, l’antropologo David Graeber. Il CPA ha conosciuto una certo fermento, particolarmente evidente durante il periodo di massimo splendore delle proteste anti-globalizzazione. Il CPA è variegato, comprende molti filoni e filosofie diverse, e mostra differenze regionali. Tuttavia, senza sollevare troppe polemiche possiamo dire che la sua incarnazione recente è segnata da una sensibilità di sinistra, da un ethos anti-capitalista e anti-neoliberale, da un impegno per il consenso, e da nuovi modi di immaginare l’azione democratica diretta. Graeber lo descrive in questo modo: «A prescindere da come scegliamo di ricostruire le loro origini, queste nuove tattiche sono perfettamente in accordo con l’ispirazione generale del movimento anarchico, che non è tanto conquistare il potere statale quanto piuttosto esporre, delegittimare e smantellare i meccanismi di governo, conquistando al tempo stesso spazi di autonomia sempre maggiori nei suoi confronti.»
  2. n secondo luogo, voglio esplorare il legame tra Anonymous e ciò che molti associano all’anarchia: tutto è permesso e non c’è nessuna regola. Questa non è l’idea filosofica o politica dell’anarchismo, ma semplicemente come la parola anarchia viene usata senza riflettere in una sorta di diffuso «senso comune».
  3. Infine, vorrei prendere in considerazione una tipologia minore, ma di grande spicco della tattica anarchica, forse il volto dell’anarchismo più noto a livello di immagini mediatiche, visto quanto i media amano descriverlo nel dettaglio durante le proteste: il black bloc. I media, comprensibilmente, amano occuparsi di loro perché durante le proteste si dedicano alla distruzione della proprietà privata, e lo fanno ben coperti e mascherati con vestiti neri.

L’anarchismo politico contemporaneo

La prima questione da prendere in esame è se Anonymous sia un’istanza, o sia quantomeno collegato alla recente ondata dell’anarchismo politico contemporaneo, nel senso delineato in maniera molto dettagliata da David Graeber (1).
La risposta su cui punto, nella sua forma più elementare, è «no»; ma naturalmente è sempre più complicato di così.
L’anarchismo è variegato, come tutte le tradizioni, ma le diverse correnti sono in qualche modo in dialogo fra loro e la recente ondata anarchica si è intrecciata e fecondata con i movimenti di protesta antiglobalizzazione, ispirati da sviluppi del Sud Globale, come l’EZLN.
Assumendo una prospettiva sociologica e storica, Anonymous non proviene dal CPA né se ne alimenta in maniera sostanziale, anche se, come dirò tra un attimo, ci sono certamente alcuni anarchici coinvolti. Anonymous ha diverse radici storiche nel mondo del trolling e della bacheca di immagini 4chan (2), che ho esaminato in dettaglio altrove (3); le ideologie politiche di Anons hanno la tendenza ad essere di natura molto eterogenea.
È complicato identificare Anonymous da un punto di vista ideologico, ma c’è un punto che sembra irrinunciabile, che ribolle alla superficie di tutti i diversi nodi di Anonymous: una particolare versione della libertà di parola, il free speech, (come aveva spiegato un Anon, «la libertà di parola non è negoziabile») (4); spesso Anonymous sembra comparire quando la censura mostra il suo volto, come ben dimostra la recente azione OpBart (5). Questo impegno non è assente nell’Anarchismo, ma ha avuto un ruolo più importante nelle tradizioni liberali e libertarie (e più in generale tra gli hacker di diversa estrazione).
Bisogna inoltre sottolineare che i partecipanti di Anonymous provengono da diversi ambienti politici e da differenti tradizioni. Quando si partecipa a organizzazioni o circoli esplicitamente anarchici, si tende a farlo come anarchici. Quando si partecipa ad Anonymous non si tende a farlo in modo esplicito in quanto anarchico, socialdemocratico, o libertarian, ma come Anonymous, con poche eccezioni (6).
Ma se non ci sono forti connessioni storico-sociali tra CPA e Anonymous, è possibile tracciare connessioni di altro tipo? In effetti altri tipi di connessioni sembrano essere un po’ più consistenti.
In primo luogo ci sono certamente alcuni anarchici che partecipano ad Anonymous; ovvero , Anons ha attirato attivisti che hanno partecipato IRL (7) a movimenti anarchici e anti-capitalisti. E ora ci sono Anons anarchici. Ma ci sono anche un sacco di libertarians, di socialdemocratici, e altri che non si riconoscono in nessuna di queste correnti politiche tradizionali.
La seconda connessione, forse la più corposa, è a livello di cultura organizzativa. Citiamo ancora una volta Graeber: «[l’anarchismo] si sforza di creare e mettere a punto reti orizzontali invece che strutture fondate su relazioni dall’alto verso il basso come gli stati, i partiti o le società; reti basate su principi di responsabilità decentrata, di democrazia non-gerarchica consensuale».
Per coloro che conoscono Anonymous, la questione appare ora lampante. Anons cerca di mettere in atto modalità di interazione non gerarchica e decentrata, anche se, come collettivo, non hanno la tendenza a teorizzare la loro modalità di funzionamento e gestione come parte della tradizione anarchica o di una delle tradizione anarchiche, né a collegare le loro azioni a qualche pensatore anarchico di spicco come Bakunin o Kropotkin. Ho notato che alcuni formulavano tale legame individualmente o in gruppi ristretti, anche se i pensatori di riferimento sembrano essere spesso Deleuze e Guattari, i principali teorici del rizoma.
L’ impegno per il metodo del consenso si manifesta anche nella più ampia cerchia dei geek (gli smanettoni) che l’hanno messo in pratica sia in passato sia al giorno d’oggi: a partire dalle procedure della IETF (Internet Engineering Task Force, http://www.ietf.org https://www.ietf.org/rfc.html).
La domanda da porsi è: dobbiamo etichettare come «anarchico» il consenso, un processo decisionale che incarna una forma organizzativa non-gerarchica importantissima tra gli hacker e i geek? A mio avviso, dipende. Certo, è il caso di sottolineare che il consenso è stato teorizzato e valorizzato dagli anarchici, ed è una forma sociale di tipo democratico ampiamente rappresentata in molte società e periodi differenti (Graeber solleva la questione molto acutamente nei suoi Frammenti di antropologia anarchica). Ma penso anche che sia importante notare come molte concretizzazioni del consenso, comprese quelle di Anonymous, non vengono esplicitamente concettualizzate dagli attori in gioco come parte di una tradizione anarchica più ampia o specifica.

È l’anarchia!

Molte persone che non sanno nulla di una tradizione politica nota come anarchismo tendono a usare il termine anarchia come si usa nel linguaggio comune, attribuendo alla parola una combinazione di significati tra: vale tutto, caos totale, assenza di regole.
Molti anarchici sono profondamente turbati da questo uso della parola anarchia, perché fa credere che l’anarchismo sia semplicemente qualcosa che ha a che vedere con il caos e l’assenza di regole, cosa che non potrebbe essere più lontana dalla realtà. Certo, gli anarchici si fanno beffe delle regole rigide. Per usare un eufemismo, non sono appassionati sostenitori dello Stato, né del diritto liberale, ma sono piuttosto ossessionati dalle forme organizzative, dall’etica del dibattito e del processo decisionale, e in effetti sono stati criticati per aver lasciato che quello che chiamano «processo» sottraesse vitalità ed energie alle loro forme organizzative e incontri (in effetti il processo richiede molto tempo!).
Ma mettiamo tra parentesi per un momento le questioni di denominazione e proviamo a chiederci: l’anarchia, intesa come «vale tutto», coglie le dinamiche sociali prevalenti di Anonymous? Ci sono certamente elementi di Anonymous che si conformano a questo significato di anarchia, in quanto l’imprevedibilità ha spesso connotato le ali politiche di Anonymous. Ci sono anche momenti, soprattutto durante operazioni su larga scala, in cui Anonymous sembra barcollare sull’orlo del caos.
Ma questo significato della parola anarchia non calza bene. Innanzitutto, dal mio punto di vista antropologico, in Anonymous c’è un po’ troppo di ordine rispetto a quello che la parola anarchia nel senso comune intende, come ho indagato in dettaglio nell’articolo su lulz (8). Ci sono norme, ci sono politiche precise e le risorse tecnologiche sono strettamente controllate.
Forse la parola migliore da usare è casuale. Parecchie delle operatori più note di Anonymous sono emerse in maniera piuttosto accidentale nel corso di una qualche azione, senza che il tutto fosse stato pianificato in anticipo. Anche l’operazione Avenge Assange (Vendica Assange) è emersa in prima battuta in questo modo casuale; su questo vorrei scrivere più in dettaglio.

Il Black Bloc

L’ultimo collegamento da esplorare è il seguente: si potrebbero inquadrare le operazioni di hacking sotto il cappello di Anonymous come azioni da black bloc? Ritengo che questa associazione possa portare alcune intuizioni feconde, anche se permangono importanti differenze. Ma prima una parola sulle operazioni di hacking e poi qualcosa di più sul black bloc.
Anonymous è, come è stato ripetutamente affermato, non singolare, ma sempre plurale. Si compone di molti individui, reti e operazioni. Anche se le operazioni di hacking negli ultimi tre mesi hanno fatto la parte del leone, attirandosi l’attenzione dei media, ci sono stati molti interventi diversi contemporaneamente su più reti. Non c’è dubbio però che le operazioni di hacking siano diventate importanti, in parte anche per via del successo dell’operazione Antisec (e del suo predecessore e antenato lulzsec), che ha generato un notevole filone di baldoria hacker. E negli ultimi mesi gli attacchi sono stati meno per il lulz e molto più politicamente orientati.
Per coloro che sanno cos’è il black bloc, non è questo l’ambito per entrare in una spiegazione dettagliata in merito alla sua storia, alle tattiche, all’etica (in ogni caso, la pagina in inglese di Wikipedia presenta un’introduzione di base decente per coloro che non ne sanno nulla, https://secure.wikimedia.org/wikipedia/en/wiki/Black_bloc.
Non so dire se gli obiettivi interni e le motivazioni dei partecipanti agli hacking di Anonymous sono mossi da principi espliciti del Black Bloc anarchico; non è questa la connessione che sto cercando di tracciare qui. Invece, confrontando le operazioni del Black Bloc e le operazioni di hacking come Antisec si evidenziano alcuni aspetti interessanti.
Cosa hanno in comune:

  1. Sfida radicale
  2. Duri attacchi alla polizia (STFU, Shut The Fuck Up, Chiudete quella cazzo di bocca)
  3. La volontà di compiere attacchi diretti
  4. La tendenza da parte di gruppi più ristretti a essere disposti a praticare tattiche più rischiose, che in quanto rischiose sono controverse all’interno degli ambiti fra i quali si muovono sia i BB sia gli Anons.
Ma ci sono anche notevoli differenze.
Abbastanza curiosamente, il Black Bloc è molto più aperto. Si diventa black bloc indossando vestiti neri, coprendosi il volto e gettando pietre; l’hacking richiede più competenze e gli hacker che dirigono le operazioni non saranno propriamente solleciti nello spiegarvi come partecipare (ma non vi impediranno di dare il via a un’altra azione, semplicemente potrebbero non farvi entrare nella loro cerchia, cosa ovvia tenendo conto dei rischi legali).
La natura degli attacchi: sia le operazioni di hacking, sia le proteste del Black Bloc IRL presentano aspetti simbolici e concreti. Nel caso del Black Block IRL molti hanno fatto notare che la distruzione di proprietà promossa dal Black Bloc è in gran parte simbolica, anche se ovviamente le aziende colpite subiscono delle perdite a causa dei danni alle proprietà (tecnicamente, sono le loro compagnie di assicurazione a subire le perdite).
Ma la differenza più grande è che quando spacchi una vetrina, non ne escono informazioni.
Nel caso delle operazioni Antisec sono in gioco elementi simbolici, e le organizzazioni subiscono perdite anche perché spendono risorse per «ripulire» dopo l’hack; ma nel caso dell’hack anche i danni collaterali sembrano più elevati ed estesi anche ai comuni cittadini, come hanno dimostrato alcuni aspetti dell’OPBart hacking (9).
Ma non sono solamente i danni collaterali ad essere davvero notevoli in questo genere i hack: sono possibili conseguenze materiali e politiche a lungo termine, provocate dalle informazioni che sono trapelate. Lo abbiamo visto con l’hack HBGary, che ha spinto Aarron Barr alle dimissioni e una mozione del Congresso per un’indagine sulle aziende di sicurezza coinvolte in affari di tipo Cointelpro (10). A questo proposito, anche il recente hack Vanguard (11) è molto interessante.
Così come per le altre connessioni tracciate, l’adattamento è imperfetto. Eppure, c’è qualcosa nelle operazioni di hacking che si distingue chiaramente da molte altre operazioni che sono emerse dalle ali politiche di Anonymous negli ultimi tre anni; presentano una sfida radicale, un livello di rischio che sembrano giustificare ulteriori analisi in merito.
Questa brevissima e insufficiente indagine delle connessioni tra l’anarchia e Anonymous ha lo scopo di provocare un dibattito. Anche altri hanno scritto su questi legami (12) e spero di vedere più spesso questioni del genere trattate e discusse.

Biella Coleman

Originariamente pubblicato il 20 agosto 2011 su Social Text Journal, “Is Anonynmous Anarchy?”, http://www.socialtextjournal.org/blog/2011/08/is-anonymous-anarchy.php.
Gabriella “Biella” Coleman si interessa di antropologia dei media digitali, hacking, sociologia della comunicazione. Insegna alla NYU. Pubblicazione e contatti: http://gabriellacoleman.org.
Traduzione di K. di Ippolita.

Note

  1. David Graeber, «The new anarchists», New Left Review, N 13, Gennaio-Febbraio 2002, http://www.newleftreview.org/A2368; David Graeber, Frammenti di antropologia anarchica, Elèuthera, Milano, 2006, ed. or. Fragments of an Anarchist Anthropology, http://abahlali.org/files/Graeber.pdf
  2. http://www.4chan.org
  3. Gabriella Coleman, «Anonymous: From the Lulz to Collective Action», The new everyday, 26 aprile 2011, http://mediacommons.futureofthebook.org/tne/pieces/anonymous-lulz-collective-action
  4. Calco della celeberrima frase impiegata da Bush Jr. per giustificare la guerra globale al terrorismo: «lo stile di vita degli americani non è negoziabile», n.d.t.
  5. Si veda il video http://www.youtube.com/watch?v=MlsLmDOhQ5Y
  6. Gruppo anarchico (comunista libertario o meglio ancora piattaformista, per la precisione) in Anonymous http://libcom.org/news/anonymous-anarchist-action-hacktivist-group-founded-10032011
  7. In Real Life, cioè nella vita reale, contrapposta a IVL, In Virtual Life, la vita virtuale, n.d.t.
  8. Lulz è corruzione gergale di LOL (Laughing Out Loud, Ridere ad alta voce), espressione diffusissima online specialmente nelle chat. Agire per il lulz significa sbeffeggiare, ridicolizzare, prendere in giro, anche pesantemente, per il puro gusto di farlo. Gran parte delle azioni di Anonymous rivendicano lo spirito del lulz, n.d.t.
  9. http://www.democracynow.org/2011/8/16/disguised_member_of_hacktivist_group_anonymous
  10. Ovvero legate al variegato e vastissimo sistema dei servizi segreti e della sicurezza, che in particolare negli USA ha assunto dimensioni ancora più elefantiache che in passato in seguito al 9/11. “In particolare, COINTELPRO (Counter Intelligence Program) era un programma di infiltrazione e controspionaggio interno dell’FBI attivo formalmente tra il 1956 e il 1971, http://en.wikipendia.org/wiki/COINTELPRO
  11. http://www.huffingtonpost.com/2011/08/19/vanguard-defense-industri_n_931405.html
  12. http://blurringborders.com/2011/08/21/the-paradox-of-anonymouss-anarchy/ http://www.opednews.com/articles/Anonymous-Anarchism-The-Y-by-John-Kelley-110811-124.html.

Ippolita

Il gruppo di ricerca Ippolita si è coagulato nel 2004 attorno alla redazione del saggio «Open non è free – Comunità digitali fra etica hacker e mercato globale» (Elèuthera, 2005). Vi confluiscono competenze diverse, dall’hacking al giornalismo, dalla filosofia al design. Un’identità multipla, complessa e in costante evoluzione. Ippolita è una vecchia zia a cui dobbiamo molto, la nostra vocazione queer, ma anche il nome del server ippolita.net, una macchina che ospita progetti di scrittura. Scrittura collaborativa di saggi di comunicazione scientifica partecipata, soprattutto sul mondo digitale, ma anche scrittura di codice informatico, cioè di programmi, software, ponti in grado di collegare e mettere in relazione i mondi virtuali e i mondi reali. Messa a punto di strumenti e metodologie per scrivere insieme. Scrittura per costruire reti organizzate in maniera autogestita, scrittura per presentare agli altri ciò che facciamo e chi siamo. Scrittura come metodo per cambiare radicalmente il mondo circostante, per influire in maniera radicale. Per costruire spazi di interazione non gerarchica, cioè di comunicazione che rispecchi i nostri bisogni e realizzi i nostri desideri.
I testi di Ippolita si possono liberamente scaricare da http://www.ippolita.net info[at]ippolita[dot]net.