rivista anarchica
anno 41 n. 362
maggio 2011


acqua

Dialogo tra un referendario e un non so
colloquio di Marco Gastoni con Luca Martinelli

Votare? Non votare? Che fare?

 

Alla luce del grande dibattito apertosi in Italia sulla risorsa idrica a seguito dell’iniziativa referendaria, abbiamo ritenuto di aprire un confronto su questi temi per stimolare i libertari ad una riflessione rispetto a questa iniziativa. Senza dogmi e con molto pragmatismo in modo che ciascuno possa decidere in modo più informato come affrontare la questione.
Il nostro collaboratore Marco Gastoni dialoga con Luca Martinelli, giornalista della rivista Altreconomia (www.altreconomia.it), autore del libro “L’acqua non è una merce” (Altreconomia, 2011) e membro del Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune”.

MG: I referendum abrogativi della legge che obbliga gli enti pubblici a privatizzare la gestione del servizio idrico si dovrebbero tenere a giugno. Ci puoi spiegare brevemente quali sono gli obiettivi dei referendum?
LM: Si tratta, formalmente, di un referendum “contro la privatizzazione dell’acqua”, in quanto l’obiettivo è l’abrogazione di norme che la rendono non solo possibile ma praticamente certa. Ma è anche, secondo il punto di vista del Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune” (www.referendumacqua.it), di un referendum propositivo. I due quesiti guardano, infatti, alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato. È per questo che andando a votare, e votando “sì”, gli italiani contribuiranno ad aprire scenari di radicale cambiamento, verso una gestione partecipata del servizio. I due referendum – che tra il 25 aprile e l’inizio di luglio del 2010 sono stati sottoscritti da 1,4 milioni di cittadini italiani – hanno per questo motivo una portata storica, che in questo dialogo cerchiamo di analizzare, guardando all’aspetto economico, politico e sociale.

MG: Com’è composto il Comitato promotore e qual è il rapporto fra i comitati referendari e i partiti politici?
LM: All’interno del comitato referendario non c’è spazio per i partiti politici. Alcuni partiti (nell’area del centro-sinistra e della sinistra) hanno scelto di sostenere il comitato referendario, a partire dall’azione di raccolta firme, ma lo hanno fatto dall’esterno e – in ogni caso – senza ostentare segni di appartenenza (come le bandiere) ai gazebo.

MG: Che tipologia di persone è attiva in questi comitati e qual è la visione prevalente?
LM: L’attività del Forum, in questi anni, si è sviluppata in particolare sui territori attraverso la creazione di comitati. Coloro che partecipano a questi ambiti hanno dato vita ad esperienze di formazione/autoformazione significativa in merito alle modalità di gestione del servizio idrico integrato. I lavoratori delle società che gestiscono il servizio idrico integrato sono i maggiori conoscitori dei sistemi di rete, coloro che detengono il sapere relativo ad un patrimonio collettivo. Secondo il disegno che immaginiamo, questi soggetti avranno un ruolo fondamentale nel nuovo modello di gestione del servizio idrico integrato che non è “statalista” ma pubblico e partecipato. La differenza sta nell’idea di “bene comune”: l’acqua non è un bene nella disponibilità dello Stato (e quindi dei burocrati e dei partiti) ma della collettività, con un ruolo di primo piano dei cittadini.

Privatizzazione o liberalizzazione

MG: Una delle principali giustificazioni adottate per promuovere la privatizzazione della gestione dell’acqua realizzata in Italia riguarda la necessità di rendere più efficiente la gestione della risorsa idrica. Come giudichi questa posizione?
LM: Massimo Giannini, vice direttore del quotidiano La Repubblica, ha scritto in un editoriale “C’è una realtà pratica, che vuole l’acqua pubblica mal gestita, se è vero che sulla rete idrica nazionale si disperde quasi il 50% della risorsa complessiva”. Per rispondere, dovremmo porci una domanda: è, davvero, la riduzione degli sprechi uno degli obiettivi perseguiti dai gestori del servizio idrico integrato negli ultimi sedici anni, da quando con la legge Galli (l. 36/1994) venne attuata l’ultima importante riforma nel settore? La risposta a questa domanda è no. La riduzione degli sprechi non è nemmeno un tema “dibattuto” all’interno dei consigli di Federutility, l’associazione di categoria dei gestori industriali dei nostri acquedotti. Nessuno si gloria di aver “tappato i buchi”.
Le parole sono “confermate” dai dati del rapporto del centro studi Mediobanca sulle società controllate dai maggiori Comuni italiani, che certifica che il peggior acquedotto d’Italia, in termini di perdite di rete, sia quello romano. A Roma c’è Acea, una multiutility quotata in Borsa (il primo azionista privato, dopo il Comune di Roma, è Francesco Gaetano Caltagirone) che probabilmente ritiene strategico e prioritario allargare il proprio mercato piuttosto che tappare i buchi nell’acquedotto della capitale. Non si spiegherebbe altrimenti una strategia che ha portato la società a “partecipare” attivamente (direttamente o attraverso società controllate) nella gestione del servizio idrico integrato in una dozzina almeno di Ambiti territoriali ottimali, dalla Toscana alla Campania, passando per l’Umbria e – ovviamente – il Lazio.

MG: Un altro mito è quello della concorrenza capace di portare ad un miglioramento del servizio. Cosa è successo in pratica nelle esperienze di liberalizzazione italiane finora?
LM: La dicotomia tra “privatizzazione” e “liberalizzazione” rappresenta un falso mito che vale la pena approfondire. Coloro che sono contrari al referendum parlano di “liberalizzazione” del settore. E “l’insegnamento” ci arriva sempre da Acea, e dalla lettura di un interessante sentenza con cui nel 2007 l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato ha multato la ex municipalizzata romana e la francese Suez (secondo azionista privato di Acea, oggi, dietro Caltagirone, ma il primo al tempo) per un accordo di cartello (una sorta di “patto di non belligeranza”) nell’ambito del quale le due aziende avrebbero sostanzialmente eliminato la concorrenza in buona parte della gare del servizio idrico integrato che si sono svolte in Italia dal 2002 all’avvio dell’indagine Antitrust (la sentenza è reperibile, integralmente, sul sito agcm.it, ed è una lettura istruttiva). In una situazione del genere, quando si ha la certezza che la gara sia truccata stiamo solo trasferendo un monopolio naturale ad un soggetto di natura privatistica. Stiamo, in poche parola, privatizzando un monopolio, lasciando libero arbitrio al gestore.
Da quest’analisi discende necessariamente una considerazione “amara”: da un affidamento non si torna indietro. Nonostante la ricca documentazione che accompagna la sentenza dell’Antitrust (che pure non ha sollevato l’indignazione della politica), Acea e Suez continuano a gestire a braccetto, e lo faranno almeno per i prossimi vent’anni, gli acquedotti di mezza Toscana. La legge Fitto-Ronchi non tocca assolutamente il nodo del “come si svolgono le gare”. E questo è preoccupante, ed è un invito a votare sì – intanto – al primo dei due quesiti referendari, quello che abroga la legge che rende obbligatorie questo tipo di gare per l’affidamento.

Quale gestione pubblica?

MG: E cosa riguarda il secondo quesito?
LM: Il secondo quesito referendario, invece, pone l’accento sulla tariffa del servizio idrico integrato. Spaventa molti tra i politici e i commentatori perché scopre un nodo irrisolto, mai dibattuto con la dovuta cura sui media. Quali sono le modalità di finanziamento del servizio idrico integrato? Possibile che debba essere lasciato totalmente al mercato, e alle tasche dei cittadini? Eppure è così, dal 1994. Da quando è stato introdotto il modello del full recovery cost paghiamo in bolletta anche tutti i costi d’investimento (una “tassa occulta”) e un tasso di remunerazione del capitale investito (ovvero anche gli interessi sui mutui accesi per realizzare le opere). Ma il modello non funziona: gli ultimi sedici anni hanno palesato una riduzione assoluta degli investimenti sulla rete, e – in termini relativi – il Comitato di vigilanza sulla risorse idriche presso il ministero dell’Ambiente certifica che poco più della metà degli investimenti programmati sono stati effettivamente realizzati. Che fare di fronte a questa situazione? Federutility chiede finanziamenti pubblici a fondo perduto a favore dei gestori privati del servizio. Il Comitato referendario chiede invece di riflettere seriamente sul modello e sulla composizione della tariffa. E invita, indirettamente, a ridiscutere l’esigenza di una finanza pubblica, ruolo cui istituzioni che pure esistono come la Cassa depositi e prestiti paiono aver abdicato.

MG: Molti libertari temono che la formula della gestione “pubblica” sia un sinonimo di “lottizzazione partitica” vecchio stile. Da persona che non è mai stata iscritta a nessun partito, come rispondi a questi timori? E quali sono gli strumenti per assicurarsi un’effettiva partecipazione?
LM: Fin qui, abbiamo affrontato le ragioni contro la privatizzazione del servizio idrico integrato. Guardando però alla ripubblicizzazione, l’azione e l’analisi del Comitato referendario hanno già elaborato modelli gestionali “alternativi” al ritorno alla gestione pubblica del Ventesimo secolo, quella lottizzata dai partiti. Si tratta di “gestione pubblica e governo partecipato del servizio idrico integrato”, secondo quanto descritto nel disegno di legge in discussione presso il Consiglio regionale della Regione Puglia. Come si legge nella relazione che accompagna il testo di legge, l’articolo 8 prevede infatti la presenza, nel consiglio di amministrazione, di tre rappresentanti eletti da un’assemblea di sindaci dell’ambito territoriale ottimale; inoltre l’articolo 6 assicura ai cittadini, singoli e associati, la partecipazione alle principali decisioni, in osservanza del principio di sussidiarietà orizzontale sancito dall’art. 118 della Costituzione, e la sorveglianza e il controllo, anche attraverso meccanismi di sorveglianza e di consultazione in ordine ai livelli di servizio erogati”. Questo disegno di legge è frutto di un “tavolo tecnico” cui hanno partecipato anche esperti nominati dal Comitato pugliese “Acqua bene comune”, ed è l’esemplificazione di quanto descritto anche nel testo della legge d’iniziativa popolare che, dal luglio 2007, giace nei cassetti della commissione ambiente della Camera.
L’iter travagliato (o, meglio, mai avviato) di questa “legge” per la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato, sottoscritta nei primi sei mesi di quattro anni fa da 406mila cittadini italiani, è – infine – l’espressione più evidente del fatto che tanto il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) quanto il Comitato referendario “2 sì per l’acqua bene comune” non hanno padrini politici. Le due realtà – il Forum che è nato nel 2006, e il Comitato referendario formatosi nei mesi scorsi –, sono un’aggregazione di associazioni, organizzazioni sindacali, ambientaliste, e di centinaia di comitati spontanei cittadini, nati dall’Alto Adige alla Sicilia. L’espressione di un movimento dal basso e di base, popolare. Capace di ottenere il più grande successo referendario nel nostro Paese sfruttando la ricchezza della propria capillarità, senza alcun sostegno dei media di massa. Anche per questo, la sfida del 12 giugno ha una portata epocale.

Speranze deluse?

MG: Per quanto si cerchi d’introdurre il concetto di “governo partecipato” l’impressione anche basata su esperienze similari è che gli strumenti utilizzati (posti riservati a rappresentanti delle amministrazioni locali nei CdA, leggi d’iniziativa popolare, etc) siano ampiamente insufficienti per ottenere il risultato che sulla carta si rincorre. I movimenti per l’acqua hanno in qualche modo cercato di inserire il concetto di autogestione del servizio idrico come possibilità concreta di controllo da parte dei cittadini?
LM: Numerose esperienze che rimandano all’autogestione, praticata soprattutto nei comuni di montagna, attraverso forma di cooperazione tra utenti, sono parte integrante del percorso del Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Dal trentino alle montagne del biellese, a Varzi (Pavia). A queste esperienze guardiamo come ad un modello interessante, realizzabile in contesti non complessi. È molto difficile realizzare un modello di questo tipo in contesti urbani o metropolitani.

MG: Ipotizziamo i due scenari di vittoria e sconfitta dei referendum. Cosa succede dopo nei due casi? Come ritieni che i comitati referendari possano mantenere un ruolo e magari crescere anche dopo il referendum al fine di continuare ad esercitare una forte pressione sulla politica?
LM: In caso di vittoria referendaria, l’obiettivo sarà senz’altro l’approvazione delle Legge d’iniziativa popolare del 2007. In caso di sconfitta, senz’altro si aprirà una fase di riflessione all’interno del comitato referendario e del forum italiano dei movimenti per l’acqua. Quel che è certo, è che non sarà uno stop, per quanto brusco, a frenare l’attività della rete di comitati: negli ultimi cinque anni (il Forum è nato a Roma nel 2006) questo movimento ha saputo articolarsi e crescere in modo esponenziale (basti pensare a due dati numerici: 406 mila firme in 6 mesi nel 2007, in calce alla Legge d’iniziativa popolare; 1,4 milioni in due mesi e dieci giorni nel 2010).
L’arroganza degli eletti che non hanno nemmeno discusso la legge d’iniziativa popolare nell’arco di tre anni, non è stato un deterrente alla crescita del movimento. Che ha già, in qualche modo, modificato la mentalità la politica, determinato l’agenda della politica: la parola “privatizzazione”, un mantra fino a cinque anni fa, oggi viene sussurrata sottovoce. Anzi, i politici sottolineano che con questa legge non privatizzano l’acqua, ma solo la sua gestione.

MG: Ringrazio Luca per la chiacchierata che spero possa contribuire a informare i nostri lettori riguardo al referendum. Dal mio punto di vista, il referendum così come le leggi d’iniziativa popolare sono strumenti largamente insufficienti per un cambiamento. Soltanto l’impegno diretto dei cittadini nell’esercitare una pressione crescente nei confronti della politica e degli affari potrebbe consentire un miglioramento effettivo della situazione, non solo in questo campo. Ma la volontà di partecipazione dei cittadini va adeguatamente supportata perché possa svilupparsi e il contesto politico attuale, invece, deprime qualsiasi tentativo d’iniziativa autonoma. Ritengo che l’iniziativa referendaria abbia contribuito e possa ancora contribuire a costruire le condizioni per una maggiore informazione e consapevolezza dei cittadini riguardo a queste tematiche. Se questa consapevolezza porterà ad un coinvolgimento ed impegno crescente dei cittadini nei comitati popolari per controllare la gestione delle risorse idriche, allora il referendum avrà avuto un effetto positivo a prescindere dalla vittoria o sconfitta alle urne. Se, invece, i cittadini delegheranno agli esperti ed ai politici “amici” l’iniziativa dopo il referendum, le speranze di cambiamento saranno deluse come troppe volte è avvenuto in passato.

Marco Gastoni / Luca Martinelli