rivista anarchica
anno 41 n. 362
maggio 2011


patriottismo

Una giornata difficile
di Carlo Oliva

Alcune considerazioni sulla commemorazione del 150° anniversario dell’unità d’Italia.

 

Voglio assicurare agli affezionati lettori che questa volta ho cercato di impormi un atteggiamento maturo e responsabile. Ne ho parlato per radio, perché ne parlavano tutti, ma l’ho fatto, come si dice, sine ira et studio. Mi sono detto e ripetuto che se qualcuno ci teneva tanto a festeggiare il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, avrà avuto i suoi buoni motivi e chi ero io per fare il bastiancontrario. Ho riconosciuto con la dovuta diligenza che i tempi sono cambiati, che la patria non è più proprietà esclusiva del nazionalismo becero, che l’identità condivisa e il senso di appartenenza sono comunque valori e che, in ogni caso, valeva pur sempre la pena di mostrare la propria ripugnananza per la Lega, anche se l’idea di sventolare il tricolore insieme a La Russa per fare un dispetto a Bossi, che con La Russa sta nello stesso governo, era, a ben vedere, incredibilmente cretina.
Mi sono adattato, così, agli sventolii e agli sbandieramenti, ai giornali con la testata tricolore, alla rivalutazione dell’elmo di Scipio e della Vittoria (ahimè) schiava di Roma, al Marzo 1821 in prima pagina sul “Corriere”, agli inni risorgimentali a Radio Popolare, ai monumenti illuminati di bianco rosso e verde, che più kitsch di così non si può e all’omaggio delle autorità alla tomba di Vittorio Emanuele II padre della patria, in presenza, ahimè, di Emanuele Filiberto, che è vero che è il primo in famiglia a guadagnarsi il pane facendo un mestiere, tutto sommato, rispettabile, ma è anche una testimonianza vivente della pochezza storica della dinastia. Ma quello che proprio non sono riuscito a sopportare, quello che mi ha – in un certo senso – rovinato la festa, è stato il messaggio presidenziale della vigilia, quello in cui l’ottimo Napolitano, forse per prepararsi alle fatiche del giorno dopo, ha spiegato che se noi italiani non ci fossimo uniti saremmo stati spazzati via dalla storia. Sì, ha detto proprio così, “spazzati via dalla storia”, sottintendendo abbastanza esplicitamente che, anche se si riferiva ai casi del Risorgimento, il concetto vale anche oggi e se non continuassimo a essere uniti via la storia ci spazzerebbe.
Ora, è vero che in occasione dei centenari e dei sesquicentenari una certa dose di retorica è ammessa e persino contemplata, ma cosa è saltato in mente a quel brav’uomo? La proposizione, con tutto il dovuto rispetto, rischia di suonare un po’ come un ricatto, e ai ricatti di questo genere non si può che rispondere ribadendo il diritto di unirsi con chi si vuole e separarsi da chi si desidera. Se poi, nella sua prospettiva, pari diritto rivendica anche uno come Bossi, be’, siamo in democrazia e non glielo si può certo impedire. E quanto alla Storia, la “guerra illustre contro il Tempo”, come ebbe a definirla un celebre Anonimo, sarà bene ricordare che di norma essa non spazza via proprio nessuno (a questo provvede, se mai, la natura), ma conserva, anzi, il ricordo di tutti e dei loro fatti e misfatti, aggiungendovi di suo la proposta di un giudizio da condividere. Il che significa che non si può ignorare che una cosa è l’Italia e una cosa è lo stato italiano unito e che l’una, nei circa duemila anni di storia che precedono il 1861, ha accumulato assai più meriti, sul piano culturale e civile, dell’altro.
Così che a me, per esempio, non spiace più di tanto di essere (in quel senso) italiano e appartenere a un paese di antica e nobile civiltà, anche se so benissimo che questa caratteristica non giustifica alcuna pretesa di primazia, ma dell’onore di essere cittadino della presente repubblica potrei benissimo fare a meno, sia perché alla compagnia di certa gente rinuncerei volentieri, sia perché non ho ancora rinunciato all’aspirazione di essere cittadino, come si dice, del mondo. E concluderò confidandovi che sì, quella di giovedì 17 marzo è stata una giornata difficile, ma mi ha consolato e confortato il pensiero che, avendo già vissuto il centesimo e il centocinquantesimo anniversario, l’età mi precludeva qualsiasi prospettiva di vedere e soffrire anche il prossimo duecentesimo. Ai posteri (ai superstiti), i miei auguri più cari.

Carlo Oliva