rivista anarchica
anno 39 n. 348
novembre 2009


Berlusconi

L’egocrate in declino?
di Andrea Papi

Il problema non è la personalità del premier, ma il consenso di cui gode e soprattutto ciò che rappresenta e ha messo in moto.

 

Cè qualcosa di sempre più inquietante nel modo contorto di essere della politica italiana. Qualcosa di non facile definizione e che facilmente sfugge a una piena comprensione del senso. Di primo acchito vien da dire, come lo stanno dicendo i rimasugli vaganti della sinistra e come lo stanno facendo intendere i piddiini, che sta prendendo piede una nuova forma di totalitarismo. Oppure, come ha scritto Le Monde, che stiamo assistendo all’agonia di una democrazia. Purtroppo entrambe le interpretazioni, nella percezione che ne ho, pur evidenziando dei forti elementi di realtà, non riescono a rendere fino in fondo l’idea di ciò che sta accadendo.
Per quanto riguarda il totalitarismo, compresa la versione ormai classica della Arendt, è denotato da alcune caratteristiche di sostanza che qui sono assenti. L’ideologia totalitaria pretende di spiegare con certezza assoluta e in modo totale il corso della storia ed impedisce in modo repressivo/coattivo la presenza di qualsiasi ente o struttura che non dipenda dall’oligarchia al comando, producendo e generando un terrore istituzionale che proibisce e uccide ogni libera e spontanea manifestazione, di stampa, di riunione, di opinione, di comunicazione. Oggi in Italia nulla è formalmente proibito, mentre la carta costituzionale garantisce la libera circolazione delle idee, la libertà di riunione e di stampa e i politicanti al potere dichiarano di voler difendere queste libertà acquisite. Sul piano formale e giuridico, a differenza di una condizione totalitaria, ci è permesso e garantito di stampare e distribuire ciò che vogliamo, di dire ciò che ci aggrada, di ritrovarci e riunirci con chi vogliamo.
Per quanto è inerente a “l’agonia di una democrazia”, ritengo che la fase di decadenza che sta erodendo la democrazia sia in movimento da molto prima del momento attuale. Da quando è stato accettato dai più di ridurne la portata e il senso a una mera tecnologia di elezione, facendo in modo che la rappresentanza politica eletta più che rappresentare veramente fosse semplicemente designata ad esercitare il potere di scelta per tutti su tutti, avendo l’unico mandato di governare e imporre i propri comandi indipendentemente dalla volontà generale. L’assenza di controlli dal basso, tutti gli organismi esecutivi sottoforma di potere separato autoreferente e il controllo sui controllori da parte dei controllati sono a dimostrazione che la democrazia è concepita quasi esclusivamente come struttura di dominio, sorveglianza e disciplinamento delle masse sottoposte da parte delle oligarchie del potere costituito, reso legittimo dal consenso elettorale.
Tutti i politicanti di mestiere che hanno il privilegio dell’audience parlano in continuazione di libertà e liberalismo e di fatto non c’è né l’una né l’altro. In fondo Schumpeter ci aveva messo la pulce nell’orecchio già nella prima metà del secolo scorso. Con un’analisi lucidissima ci aveva chiarito che la liberaldemocrazia originaria non è possibile nella complessità delle società attuali. Al suo posto aveva preconizzato la democrazia dei leader, in competizione tra loro con lo stesso tipo di concorrenza del mercato capitalista. Invece di prenderlo come un campanello d’allarme, tutti lo hanno immediatamente assunto come il nuovo vate delle democrazie occidentali. Così è stato preparato il terreno per l’inquietante scivolamento nel baratro che ci stiamo godendo.

Compiacimento plaudente

Certo oggi viviamo una situazione particolare, molto legata al telegenico personaggio premier che sta condizionando tutta la politica del belpaese. Ma non va visto come una semplice iattura imprevista. Tutto era pronto a succedere, soprattutto con l’irrompere dei media televisivi, che Schumpeter non poteva conoscere, come padroni della comunicazione e dell’imbonimento in politica. L’ideologia leaderistica e la gestione mediatica hanno rappresentato una mistura micidiale, pronta ad essere sfruttata opportunamente, come in effetti è successo, da chi avesse le necessarie capacità spregiudicatezza e potere per farlo. Così abbiamo una tensione di tipo totalizzante, ma che non agisce attraverso le metodologie e le tecniche totalitarie. Chi occupa lo spazio d’immagine e istituzionale del potere si muove per occupare tutto il più possibile, ma lascia intatta la forma della democrazia accreditata, svuotandone completamente la sostanza.
Però non è tutta colpa, o merito che dir si voglia, dell’egocrate, come l’ha definito Curzio Maltese. Pensare che l’essenza del problema risieda tutta nella concretissima voglia smisurata di potere di Berlusconi è un grosso errore. Significa non aver compreso la natura del problema. Prova ne sia che l’opposizione parlamentare sta pagando duramente da un quindicennio la concentrazione di attacchi alla sua persona, continuando sistematicamente a blaterare che è lui e soprattutto lui il nemico da abbattere, eliminato il quale si riuscirà a “vivere in pace e in modo normale”. Grave e superficiale carenza di valutazione, oltre che maliziosa finta ingenuità, e incapacità di identificare il vero problema.
Personalmente a volte più che prendermela con lui, che in fondo mi dico fa il suo mestiere, me la prendo con quella che una volta veniva chiamata “maggioranza silenziosa”. Almeno da quello che ci stanno facendo credere, non solo gli dà il consenso, ma sembra identificarsi in pieno in ciò che rappresenta. Guardando in modo disincantato la situazione che stiamo vivendo, uno degli aspetti che più colpisce e lascia perplessi è appunto questo compiacimento plaudente che continuamente gli viene riservato da masse di esseri umani che pure non hanno i suoi privilegi, che dovrebbero sapere che non godranno mai di una condizione anche soltanto mille volte inferiore alla sua. Non posso fare a meno di evocare la sapienza di De La Boétie, che già nel cinquecento denunciava “la servitù volontaria”, cioè l’accettazione di essere servi, il pieno riconoscimento della propria condizione di servaggio. Ebbene il paradosso è che oggi, a differenza dei tempi di De La Boétie, i sudditi sono servi senza sapere di esserlo. Anzi! Sembrano addirittura convinti che proprio il loro padrone premier li possa emancipare dal servaggio, perché ha l’astuzia di proporsi come il paladino della libertà, rifiutandosi di capire che invece ha la capacità di estinguerla.
La presenza e il potere dell’egocrate esprimono un modo di essere molto diffuso della società in cui tutti siamo immessi. Se l’immagine che è abilmente riuscito a fabbricare di se stesso fosse rappresentativa solo della sua persona, per quanto abile astuto e potente non avrebbe retto con tanta tenacia e per tanto tempo. Il fatto è che il suo modo di porsi e presentarsi risponde ad un modello che muove corde invisibili, capace di solleticare anfratti della psiche desiderosi di emergere e pronti ad esplodere. Lo conferma il suo modo di vivere e di governare. Immerso in un lusso sfrenato, padrone di televisioni, di testate giornalistiche, di case editrici, di produzioni e distributrici cinematografiche e di quant’altro, si è circondato di una corte immensa di cicisbei, di ciambellani, di ruffiani ben contenti di esserlo, invidiati da una miriade enorme di esseri umani frustrati che aspirerebbe, come succedeva alla corte del re sole, a farne parte. Ha tradotto in politica, massimizzando Schumpeter, la logica aziendale. È imperante il partito-azienda e lo stato-azienda, in cui ha diritto di decidere per tutti il socio di maggioranza, cioè lui.

Sgretolamento del trono

Più che di totalitarismo, la cui caratteristica è quella d’imporsi con la forza, qui si tratta di una specie di “onnicomprensivismo”, generato dalla cupidigia narcisistica di comprendere tutto e di essere il centro di riferimento di ogni cosa, imponendosi non per sottomissione, ma per desiderio di emulazione. Ed è più pericoloso perché non vuole opprimere e impedire, ma vuole sedurre. Agendo sui desideri scatenati dal bisogno di consumo e di superare condizioni di vita insoddisfacenti, è riuscito a dar forma all’immaginario di una gran massa di persone. Lui e il suo modo di vivere rappresentano la libertà. Se si vuol essere liberi bisogna aspirare a diventare più o meno come lui e ha fatto credere che il suo governare offra le possibilità di riuscirci. La libertà non è più nella possibilità di muoversi e di scegliere, non è più in una diversa qualità della vita e delle relazioni sociali. I desideri solleticati l’hanno ricollocata nella ricchezza e nel potere. Solo se sarai ricco e famoso potrai sentirti veramente libero. L’allettamento è rafforzato dagli attacchi sistematici contro il fantasma del comunismo, propagandato come una continua insidia alla felicità agognata, perché ti vuole impedire di diventare ricco e famoso pianificando la tua vita. Questo è il messaggio, queste le aspirazioni generalizzate dominanti, questo il nemico da combattere.
Ma le cose fortunatamente non sono semplici e lineari come piacerebbe al plutoegocrate che finora ha condotto il gioco. La situazione reale è molto più complessa e destinata a complicarsi. In questi giorni in cui sto scrivendo comincia ad aleggiare l’idea che lo scettro cominci a traballare sempre più pericolosamente. Da mesi il premier è sottoposto a un micidiale continuo fuoco di fila, che al momento sembra destinato ad aumentare d’intensità. Dalla lettera della moglie Veronica, che chiede il divorzio attraverso stampa perché lo accusa di star male e frequentare minorenni, a tutto il polverone mediatico sulla sua vita privata fatta di dionisiaci allegri festini, giri di prostituzione, arruolamento di veline fatte in serie destinate a rallegrare il grigiore della vita parlamentare nazionale ed europea; poi le bacchettate di eminenti esponenti ecclesiastici, probabilmente pressati da un’opinione pubblica cattolica che mal sopporta la leggerezza festaiola delle alte cariche dello stato; poi ancora l’attenzione mediatica internazionale sui suoi pantagruelici lauti banchetti frammisti di politica e sesso. Se vi aggiungiamo la fronda interna guidata da Fini, forte dell’appoggio di una consistente parte di deputati e senatori ex An, le costanti pressioni-ricatto della Lega che vuole spadroneggiare con la sua politica xenofoba e secessionista, fino al flop televisivo dello speciale di Porta a Porta, nelle intenzioni autocelebrativo del proprio “successo” nella ricostruzione post-terremoto, il quadro per il nostro premier è ben poco edificante. Mostra uno sgretolamento in progress del suo trono quindicinale impensabile solo qualche mese fa.
A cosa porterà questo movimento antiegocrate che si sta consumando soprattutto nelle stanze inaccessibili dei palazzi del potere? Al momento non è dato sapere. Non è da escludere che il suo declino sia cominciato veramente e che in breve crollerà, come succede prima o poi quando ci si trova sommersi da un surplus esorbitante di potere. Come non è da escludere che riesca nuovamente a sopraffare l’ondata di ostilità che lo vuole sommergere. In fondo non ha dichiarato sprezzantemente di essere un superman? Non è neppure da escludere che tenti un estremo colpo autoritario se si vedrà perduto.
Ciò che m’interessa sottolineare è che Berlusconi potrà anche cadere, ma non si estinguerà in breve l’inversione culturale degenerativa che ha messo in moto. A livello più o meno inconscio in fondo ha fatto leva su un sogno tipico dei nostri tempi: la bramosia di agiatezza sfrenata. Ha creato con abilità una neverland immaginaria dei desideri inappagati. Non è da escludere il rischio che se le manovre di palazzo funzioneranno ci sarà un rigurgito di delusi che si rivolteranno perché si toglie loro la possibilità di realizzare il sogno che lui aveva alimentato, che non vorranno tornare all’accettazione pura e semplice della mediocrità quotidiana. Non c’è solo lui come nemico vero. C’è soprattutto la realtà artificiale e immaginaria che ha messo in moto ed ha gestito per alimentare il proprio narcisismo. Se vogliamo veramente combattere l’aberrazione che rappresenta dobbiamo riuscire a far ricollocare culturalmente nel luogo appropriato il desiderio di libertà ora stravolto, cioè in noi stessi e nelle scelte che facciamo consapevolmente, al di là e contro i luccichii di un potere che ci vuol sottomessi anche nei sogni e che suscita la brama di essere come lui.
Il vecchio motto anarchico né servi né padroni non è mai stato tanto valido.

Andrea Papi