rivista anarchica
anno 39 n. 348
novembre 2009


antimilitarismo

La pace armata
di Gaia Raimondi

Siamo in guerra. Non lo vogliono dire, cercano di coprirla con la retorica mediatica della pace e della lotta al terrorismo. E poi non ci sono solo le missioni all’estero. C’è la militarizzazione delle nostre città. E, peggio ancora, dell’immaginario collettivo.

 

Ci sono ovvietà che nella società contemporanea risultano talmente scomode e atroci da dimenticarsene, da seppellire in un oblio forzato, da rendere tutti increduli quando esse riemergono con violenza.
Siamo in guerra. E questo è ovvio. Ma si preferisce non pensare e percepire l’impegno che l’Italia pone con patriottico afflato nelle “missioni di pace” che continuano a coinvolgerla come un gesto assolutamente democratico e umanitario, quasi scevro di conseguenze in quanto volto ad un intento di pace, piuttosto che analizzarlo per quello che è, un intervento bellico su uno o più territori.
Sarà forse questa la ragione per la quale l’opinione pubblica si scandalizza e accenna ad una timida richiesta di disarmo di fronte alle morti di sei soldati italiani, rispolverando l’argomento perché la contingenza lo richiede, perché non si può tacere di fronte alla morte, quasi fosse un dovere morale doverne annunciare la notizia e farla risuonare in un lutto di stato a livello nazionale.
Ma che la percezione degli italiani sia quella dell’essere coinvolti in una situazione di intervento militare non sembra essere così radicata. Del resto non è una novità che nell’epoca dell’eterno presente ci si dimentichi in fretta di quel che il passato non cela, delle evidenze catastrofiche che i conflitti provocano, delle infinità di violenze, morti e soprusi che emergono dalle pagine di ogni storia insanguinata di sporchi interessi espansionistici, biechi razzismi, dittature spietate, avidità di capitali. In un mondo in cui la prospettiva è inesistente, o peggio ancora apocalittica, quel che conta è solo sopravvivere e se il problema non ti tocca personalmente, allora non è un problema. La forma mentis che si manifesta nel linguaggio comune contemporaneamente si trasforma, omettendo e ripulendo dalla connotazione delle parole ciò che potrebbe rimandare al significante primo dei termini, quello in cui riecheggia tutto il male possibile; con tetra alchimia si passa dunque dal lemma “guerra” a “missione di pace”, da “colonizzazione” a “esportazione di democrazia”, da “cadaveri” a “danni collaterali”.
Palliativi indolori per occultare e far digerire una realtà cruenta.

L’astuzia della retorica

Il controllo massmediatico del resto non fa che cogliere l’occasione, servitale da un triste evento, per ribadire le assurde motivazioni dell’impossibilità di non far parte del conflitto globale del nuovo millennio, millantando alleanze internazionali strategiche contro le minacce terroriste che aleggiano costanti sui nostri “pacifici” territori, o propugnando esportazioni di democrazie in lontani paesi per sgominare le offensive dei più feroci barbari fondamentalisti alla conquista del globo. Ecco che allora il tubo catodico e la stampa si infittiscono di servizi su una dimensione che è rimasta sopita dall’immaginario collettivo per mesi, la dimensione della guerra, della distruzione che essa semina, per forza di cose, al suo passare. L’orrore e la violenza trovano però giustificazione, con l’astuzia della retorica, nei nobili intenti di pace, di legittima difesa, di aiuti umanitari, di diffusione di civiltà e progresso.
Peccato che i nostri modelli di civiltà e progresso si fondino all’attuale sul perpetuarsi di un sistema capitalistico di tipo avanzato che si nutre di soprusi, di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, di sfruttamento dell’uomo sulla natura, di dominio incondizionato delle risorse, dei mezzi e degli individui che porterà presto o tardi ad un collasso generalizzato del pianeta. Tutto ciò naturalmente viene omesso dai mezzi di comunicazione, già alla ricerca della nuova notizia da dare in pasto agli utenti, e fra pochi giorni le informazioni torneranno ad eclissare quella che dovrebbe essere una realtà ben più che evidente: lo stato di guerra.
Nell’affollato deserto metropolitano la situazione però non è affatto migliore. Se i danni materiali della guerra non ricadono direttamente sul territorio opulento di un’ Europa avanzata e sui suoi civilizzatissimi abitanti ciò non significa che gli effetti collaterali non ci siano; sono semplicemente meno apparenti e più subdoli, si insinuano tentando di mimetizzarsi nella frenesia quotidiana del prodotto-consumo. Basterebbe rallentare un attimo e fermarsi ad osservare gli elementi che compongono le metropoli, contare quante forze armate circolano ogni giorno con la scusa delle presunte molteplici minacce interne ed esterne che una città subisce, chiedersi il perchè uomini in divisa militare presidino da un più di un anno a questa parte le nostre strade, i nostri quartieri, piantonino le piazze e i posti più inaspettati.
La risposta che suggerisce il potere è l’emergenza sicurezza, un’emergenza quasi astratta e assoluta, che portata alle estreme conseguenze si materializza in fobie xenofobe, in leggi sempre più coercitive, più escludenti e atte a trovar sfogo in isterismi collettivi, in discriminazioni serrate, in deliri di necessità di militarismo “autorganizzato” al punto di far scendere la gente per strada per prender parte ad una ronda di “controllo e sicurezza”.

Il decreto sicurezza

E come se non bastasse con il nuovo DDL, un insieme di leggi che evocano tragicamente tempi di dittature passate ma quanto mai attuali, tutto un insieme di soggetti “civili” assumono ruoli di controllo e di difesa; e così i medici potranno denunciare i clandestini che andranno a farsi curare; ci sarà il carcere fino a 4 anni per coloro che, una volta espulsi, si trovino ancora sul territorio nazionale; verranno istituiti punti a credito per il permesso di soggiorno; vedremo la legalizzazione delle squadre paramilitari (definite eufemisticamente “ronde”); ci saranno operazioni di schedatura dei barboni, che seguono a ruota le impronte digitali ai bimbi nomadi, la restrizione ai matrimoni misti, il ripristino dello stato dei luoghi, a carico dei colpevoli, per occupazione indebita del suolo pubblico cittadino da parte dei sindaci ed extraurbano da parte dei prefetti; nessuna residenza a coloro che vivono nelle baraccopoli; carcere fino a tre anni se si oltraggia pubblico ufficiale; se c’è il sospetto che associazioni, gruppi od organizzazioni non riconosciute (vi rientrano quelle religiose di matrice islamica, ma anche le case occupate, i centri sociali) svolgano attività con finalità terroristiche, il Viminale può disporne lo scioglimento e ordinarne la confisca dei beni; il ministero dell’Interno potrà ordinare l’oscuramento dei siti Internet sui quali si commette il reato di apologia o si istiga a delinquere. O potrà chiedere che vi vengano apposti filtri adeguati.
I siti «disobbedienti» dovranno pagare una sanzione dai 50mila a 250mila euro. E poi, i militari che fanno i poliziotti; la polizia municipale con i suoi vigili armati di pistola che fanno i poliziotti; i vigili del fuoco che fanno i poliziotti; le guardie giurate che fanno i poliziotti; i controllori di biglietti che fanno i poliziotti; i dipendenti pubblici che diventano, poco a poco, dei poliziotti; i poliziotti che fanno i militari. Insomma, a ognuno è data la possibilità di introiettare un modello di difesa altamente militare che fa nascere sceriffi in ogni dove e per ogni evenienza. A tutto questo breve elenco di norme che sono già in vigore o che vi entreranno presto, vi sono poi tutte le misure sulla sicurezza prese dalle amministrazioni locali, in specie dai comuni, sia sinistrorsi che destrorsi, portatori entrambi della cultura del terrore: spesso costoro fanno a gara per dimostrare chi garantisce di più il controllo e la repressione territoriale. (1)

Il “bravo” soldato e le donne

Altro fattore oltremodo inquietante è dato dal fatto che le politiche securitarie del nuovo millennio, dell’Europa come rinata super-potenza impegnata in costanti guerre globali, sociali e permanenti, trovano anche largo consenso in virtù di una fantomatica esigenza di protezione – o celata schiavitù? – della figura della donna.
Se a livello di guerre e militarizzazione globale le donne subiscono i peggiori soprusi perché considerate bottino di battaglia e carne da macello di cui abusare senza ritegno dagli invasori, “portatori di democrazia”, a livello di politica interna si giustifica una sempre più ingente militarizzazione dei territori proprio con la scusa che le donne siano i soggetti sempre a rischio più alto di violenze e per questo bisognose di sicurezza e visibile protezione, esplicitamente virile e machista, in divisa verde militare, con arma in bella vista.
Paradossalmente nell’immaginario della femminilità occidentale si cerca di inculcare un concetto semantico di per sé ossimorico, dal momento che un uomo in tuta mimetica e armato di mitraglia viene eletto a difensore e “angelo protettore” delle indifese donne moderne, che rischiano abusi continui nelle jungle metropolitane se girano sole, soprattutto la notte...
Quale escamotage migliore per rendere “buono” e ben voluto un uomo armato che si aggira per le strade delle nostre città in assetto da guerra, con la mimetica e il mitra a tracolla, con cui ci si scontra faccia faccia dietro un angolo, se non facendolo passare come l’ eroe in difesa dei più deboli, e quindi, secondo loro, ancora una volta in difesa le donne – madri-lavoratrici-sfruttate-studentesse... – in altre parole, un bottino da salvaguardare dalle “invasioni barbariche” dei fenomeni migratori del nuovo millennio e figure considerate incapaci di potersi autogestire la vita e la propria autodifesa?!
Sarebbe interessante indagare il portato significativo che l’idea del soldato occupa nella mente delle donne che invece vivono in prima persona l’offensiva bellica, nel loro paese bombardato, nelle loro case divelte dalle cosiddette bombe intelligenti, nelle loro famiglie dilaniate dal conflitto e dalle atroci crudeltà che gli stessi “esportatori di pace” commettono, dalle torture dei prigionieri, con molta probabilità mariti e compagni di queste donne, alle violenze sessuali che in prima persona esse si vivono, colpevoli solamente di essere nate nel posto sbagliato al momento sbagliato. Altro che difesa, sarebbe la probabile risposta, ma dominio e sopraffazione in nome di una democrazia vuota e priva di valori umani.

Con la scusa del terrorismo

Ovviamente gli interessi economici non sono affatto da sottovalutare, al contrario costituiscono una buona percentuale della risposta ai perché posti in precedenza sino ad esserne causa primaria e impulso. I 1464 miliardi di dollari di spese militari nel pianeta e l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di armi di Europa e Stati Uniti, sono la prova più inconfutabile della relazione simbiotica di sopravvivenza stabilita dal sistema capitalista con i conflitti armati e le occupazioni militari. L’uno si retroalimenta dall’altro e entrambi i termini dell’equazione formano la pietra angolare dell’esistenza stessa del sistema che oggi controlla il mondo. In un solo decennio le spese militari sono aumentate del 50% e di fronte alla crescente “militarizzazione” del pianeta. Una spesa mondiale che sale ormai alla cifra incredibile di 1464 miliardi di dollari (oltre ai miliardari affari per le industrie delle armi) marca uno scenario di crescente escalation militare delle potenze e dei paesi in tutti i continenti. Le spese militari globali hanno raggiunto, nel 2007, 1200 miliardi di dollari essendo aumentati i costi della “guerra al terrorismo” e delle operazioni dell’occupazione statunitense in Iraq e in Afghanistan.
L’idea della ‘guerra contro il terrorismo’ ha stimolato molti paesi a vedere i propri problemi attraverso una lente altamente militarizzata, usando questo argomento per giustificare le loro alte spese militari. In questo modo si verifica la relazione diretta della “guerra al terrorismo” con i guadagni e l’espansione dei consorzi di armi degli Usa, che risultano essere, insieme alle industrie petrolifere e alle aziende di servizi (che includono le compagnie di assicurazioni private), i principali beneficiari delle invasioni e delle occupazioni militari, sia in Iraq come in Afghanistan come in tutti i conflitti attuali e potenziali in tutto il pianeta.
Il concetto di “capitalismo transazionale” significa, nell’era informatica, la presenza di un “capitalismo senza frontiere” poggiato su due pilastri fondamentali: la speculazione finanziaria informatizza e la tecnologia militare - industriale di ultima generazione (la cui massima espressione di sviluppo si concentra nel Complesso Militare Industriale degli Stati Uniti). Come si è già verificato nella pratica, dopo che i carri armati e gli aerei nordamericani convertono in rifiuti infrastrutture, strade ed edifici dei paesi invasi militarmente, arriva l’esercito delle aziende transazionali a prendere al balzo la favolosa palla capitalista della “ricostruzione”. Gli Stati Uniti dispongono di più di 450.000 militari effettivi nel mondo, quasi la metà in “situazione di combattimento”, contano su una rete di 825 installazioni militari in diversi luoghi del pianeta (15 grandi, 19 medie e 826 di grandezza minore), 5 comandi funzionali aerei, terrestri e navali (tra di loro il Comando Sud e la IV flotta) e 5 comandi geografici, ai quali si è aggiunta la recente creazione dell’AFRICOM. L’attuale preventivo destinato alla Difesa è 15 volte superiore a quello destinato al Dipartimento di Stato, ed il Pentagono dispone di 200 volte il personale destinato all’area della politica estera. Ma c’è un paragone ancora più da incubo: quello che richiede l’ONU per “combattere la fame” nel mondo (700 milioni di dollari) equivale a solo l’1 % della finanziaria per la Difesa Usa. Il Pentagono farà la parte del leone nella finanziaria del 2009 con 730000 milioni di dollari destinati a sostenere la gigantesca struttura militare della prima potenza imperiale su scala globale. Inoltre, la siderale finanziaria della Difesa ingrassa l’espansione geometrica dei guadagni dei consorzi di armi del Complesso Militare Industriale statunitense, ed è la prova più irrefutabile della relazione simbiotica di sopravvivenza stabilita tra il sistema capitalista con i conflitti armati e le occupazioni militari. (2)

Rimboccarsi le maniche

In questo agghiacciante panorama sembra difficile opporsi e al contempo rispondere adeguatamente, con una proposta concreta che dia respiro ad un’idea di antimilitarismo libertario antigerarchico. Anche perché il potere ha trovato legittimità anche nelle scuole, inventandosi un progetto già in atto in svariate istituti medi e superiori del nord Italia dal nome-farsa “La pace si fa a scuola”. Con l’abolizione del servizio di leva obbligatorio dovevano pur ricorrere a qualcosa che potesse invogliare le giovani menti ad un’idea di vita di servitù volontaria, suicida, benché ben pagata. Sostanzialmente il progetto prevede incontri fra studenti e militari, forze dell’ordine e corpi specializzati nell’attuazione della guerra che, a mo’ di gioco, fanno sperimentare ai ragazzi “l’ebbrezza” dell’addestramento militare, delle tecniche strategiche per gli attacchi con carri armati e cluster-bombs, istituiscono concorsi e premiazioni per gli studenti “proto-militari” migliori presentandosi sempre, naturalmente, come portatori di pace. (3)

Inoltre il 16 settembre 2009 è stata inaugurata presso l’aula magna del rettorato dell’Università di Torino, la Scuola Universitaria Interfacoltà di Scienze Strategiche (SUISS), la prima e unica in Italia collegata al Ministero della Difesa. La Scuola, rivolta sia a civili che militari, ha l’obiettivo di formare i professionisti della società internazionale per la costruzione di una nuova comunità mondiale. Viene da rabbrividire. Nella stessa giornata 139 Ufficiali frequentatori del 188° corso dell’ accademia di Modena, di cui 9 donne e 11 stranieri provenienti dall’Afghanistan, Albania, Armenia, Azerbaijan, Mauritania, Mongolia, Niger e Serbia, presso l’aula magna del Palazzo Arsenale, hanno ricevuto il diploma di Laurea triennale Interateneo in Scienze Strategiche dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e dell’Università degli Studi di Torino.
Non resta che rimboccarsi le maniche e tentare con ogni mezzo di porre fine a questa neutralizzazione del conflitto, a questa normalizzazione di una pace armata che mal cela interessi economici a livello mondiale, a questo obbrobrioso sistema di cose che ci vorrebbe tutti complici, volontari e consenzienti ad una guerra silente, assoluta, totale e permanente. A noi è venuto in mente un opuscolo che metta nero su bianco gli orrori moderni, che possa essere presentato e distribuito nelle scuole, nei dibattiti e nelle assemblee, unito a momenti di discussioni specifici come il meeting che si è svolto a Torino il 24-25 ottobre proprio sulla tematica antimilitarista. La strada è lunga, e il campo d’azione non può che essere minato. Ma bisogna tentare, prima che l’ordigno globale esploda inesorabilmente senza lasciare spazio nemmeno a queste indignate parole.

Gaia Raimondi

Note

  1. Pietro Stara, in “Chi fa la guerra non va lasciato in pace”, opuscolo antimilitarista redatto dalla Rete Antimilitarista Anarchica, Ottobre 2009, pp.61-62.
  2. Fonte dei dati tratta da: “El factor bélico, esclada armamentista con record mundial en gastos militares”, in www.iarnoticias.com, tradotto e pubblicato in “Chi fa la guerra non va lasciato in pace”, Rete Antimilitarista Anarchica, Ottobre 2009, pp. 63-66.
  3. Per approfondimento del programma completo si veda: Dossier, la pace si fa a scuola, in Chi fa la guerra non va lasciato in pace, Rete Antimilitarista Anarchica, Ottobre 2009, pp. 20-31.