rivista anarchica
anno 39 n. 346
estate 2009


trentasette anni fa

Anarchici… e orgogliosi di esserlo

 

Sul noto fogliaccio reazionario «Corriere della sera» (mi si perdoni il riferimento), il noto pennivendolo Indro Montanelli (mi si perdoni doppiamente il doppio riferimento) scriveva a conclusione di un suo inopinato pezzo storico-letterario-sentimentale sul centenario della Conferenza di Rimini, che, se v’è qualcosa ancora «di romantico, di poetico, di gratuito» nel movimento socialista italiano, lo si deve ad una qualche sopravvivenza della natura originariamente anarchica del socialismo italiano stesso.
È questa una affermazione che sollecita la nostra vanità sentimentale, ma che al di là di un briciolo di verità è fondamentalmente mistificatrice. Certo la scelta anarchica, che è scelta globale, coinvolge in larga misura (assai più di altre scelte meramente politiche) anche aspetti esistenziali. Solo noi anarchici sappiamo quanto di «poetico» (cioè di ricerca della bellezza, dell’armonia nei rapporti inter-umani), di «romantico» (cioè di sentimentale, di emozionale), di «gratuito» (che va oltre cioè l’interesse immediato dell’individuo o della categoria) v’è stato nella nostra scelta iniziale. Ed è certo molto. Più di quanto vorremmo ammetterlo per un certo pudore ed una radicata avversione per la retorica sentimentale ed una diffidenza ragionata per l’«irrazionale». Ma non sono questi i tratti caratteristici dell’anarchismo. Questi sono tratti comuni a tante scelte umane e politiche. Anche la vecchietta monarchica, che morendo lascia a Umberto Savoia quattro soldini risparmiati a fatica sulla pensione di fame, ha qualcosa di romantico, di gratuito e, in un certo senso, di poetico.
Non è l’adesione appassionata, disinteressata di tanti militanti famosi e oscuri a caratterizzare l’anarchismo (che pure ne è ricco) dalle altre dottrine sociali ed in particolare da quelle socialiste autoritarie, ma un complesso originale di ipotesi scientifiche e di proposte di lotta ed un patrimonio secolare di applicazioni, di approfondimenti, di rettifiche, di arricchimento di tali ipotesi.

Rimini, 30 settembre - 1 ottobre 1972. La sala del palazzo
dell’Arengo in cui si è tenuta la manifestazione celebrativa
della conferenza di Rimini del 1872. La manifestazione,
pomossa dal gruppo anarchico di Rimini, aperta al pubblico
ed alla stampa, non ha voluto essere un convegno di studiosi
ma di militanti, non di commemorazione ma di conferma
critica di quella scienza sociale e di quel progetto
rivoluzionario che hanno nutrito cento anni di anarchismo.
Sia i relatori (Berti, Doglio, Bertolo) che gli intervenuti
hanno sottolineato la validità attuale delle scelte che
un secolo fa portarono alla netta e definitiva separazione
fra socialisti libertari e autoritari. Alla manifestazione hanno
partecipato alcune centinaia di compagni di ogni parte d’Italia

L’anarchismo è insieme una scienza sociale ed un progetto rivoluzionario. È cioè da un lato un sistema di ipotesi interpretative della società e della storia (cioè del mutamento sociale), di analisi che partendo dal riconoscimento dei mali sociali risalgono alla natura dello sfruttamento e dell’oppressione, dell’ingiustizia e della disuguaglianza, ne seguono l’evoluzione storica e ne identificano le cause.
D’altro lato, esso è anche (e soprattutto) un progetto rivoluzionario, cioè una volontà organizzata di trasformare radicalmente la realtà sociale, sostituendo alla logica gerarchica dei potenti (dei padroni, dei re, dei generali, dei vescovi, dei presidenti, degli altri burocrati) la tendenza egualitaria e libertaria delle classi sottoposte (dei proletari, degli schiavi, dei servi della gleba, dei sudditi, dei cittadini…). Una volontà organizzata sulla base di scelte operative, strategiche e tattiche, derivate dalle ipotesi scientifiche assunte come fondamentali.
Se è da questa volontà che deriva la possibilità di passare dall’osservazione della realtà alla sua pratica trasformazione, è dalla validità della scienza sociale utilizzata per il «progetto» che deriva la possibilità di adeguare i mezzi ai fini, di ottenere cioè risultati conformi agli obiettivi posti.
La validità delle ipotesi nel campo delle scienze sociali si verifica non in «laboratorio», (se non per aspetti circoscrivibili a esperimenti ridotti nel tempo e nello spazio e con risultati più indicativi che risolutivi) ma nel «futuro», cioè nella conferma delle previsioni, nella verifica storica a posteriori.
Ora, sono passati cento anni da quando gli anti-autoritari della Prima Internazionale (fondatori del movimento anarchico) enunciarono in modo dapprima intuitivo e schematico, poi man mano più completo ed articolato, alcune ipotesi scientifiche di base e, a nostro avviso, sono stati cento anni di conferme clamorose della validità di quelle ipotesi e di clamorosa condanna delle ipotesi autoritarie alternative. Cento anni di lotte sociali, di sommosse, di rivolte, di rivoluzioni, di esperimenti, di sacrifici, di realizzazioni, di delusioni, di sangue, di Spagna, di Russia, di parlamentarismo, di dittatura proletaria… che hanno verificato puntualmente le previsioni anarchiche e smentito quelle marxiste, che hanno verificato il progetto socialista anti-autoritario e smentito quelle autoritario.
Dimostrazioni palesi, se solo si voglia vedere, dimostrazioni tessute di fatti (e che fatti!) e non parole, dimostrazioni del fatto, che, se vi è nel socialismo qualcosa di scientifico, di razionale, di sensato, esso attinge all’anarchismo.

Rimini. Un compagno tipografo di Milano durante
il suo intervento. Sia gli anziani militanti (qualcuno con
oltre mezzo secolo di lotte sociali sulle spalle) sia i giovani
compagni hanno concordato nella conferma della secolare
scelta anti-autoritaria. I primi hanno ricordato gli insegnamenti
tratti dalle battaglie, a volte epiche, da essi combattute;
i secondi hanno testimoniato, rifacendosi alle lotte
di cui sono stati e sono partecipi,
la dirompente attualità dell’anarchismo

Fra le ipotesi scientifiche dei pionieri dell’anarchismo voglio privilegiarne una, che ritengo fondamentale e dalla quale, a mio avviso, si possono derivare quasi tutte se non tutte le altre: quella dell’autorità. All’ipotesi economica marxista che generalizzando una forma storicamente limitata voleva ricondurre alla proprietà dei mezzi di produzione la causa del privilegio e dello sfruttamento, gli anti-autoritari opponevano l’ipotesi sociologica della distribuzione ineguale e gerarchica del potere come origine della disuguaglianza sociale.
Dall’ipotesi marxista derivò un progetto rivoluzionario che esauriva l’essenza della rivoluzione nell’abolizione della proprietà privata (facendo conseguire automaticamente da questo l’abolizione delle disuguaglianze «sovrastrutturali») e che si avvaleva di mezzi autoritari (Partito, Stato, ecc.). Dall’ipotesi anarchica derivò un progetto rivoluzionario che, accanto alla socializzazione dei mezzi di produzione, poneva contemporaneamente la distruzione dell’autorità nella sua forma sociale più completa e moderna: lo stato; e si avvaleva di strumenti organizzativi e operativi libertari (il mutuo accordo, la federazione, ecc.) in coerenza scientifica tra mezzi e fini. Alla distinzione tra ricchi e poveri, tra possidenti e non possidenti, gli anarchici affiancavano (e, generalizzando, talora anteponevano, considerando la disuguaglianza economica un aspetto particolare della disuguaglianza sociale e, in certe fasi storiche e probabilmente alle origini, un fenomeno derivante dal potere politico) la distinzione tra governanti e governati, tra quelli che comandano e quelli che devono obbedire.

Rimini. Marco Pannella, esponente
radicale e segretario della Lega Italiana
per il Divorzio, nel portare il suo saluto
all’assemblea, ha sottolineato la scelta
anti-autoritaria che a suo avviso
accomuna anarchici e radicali

L’ipotesi sociologica anarchica fondamentale comportò sviluppi necessari e fecondi in mille direzioni, arricchendo il patrimonio culturale del movimento anarchico e dell’intera umanità (grazie anche ad influssi diretti e indiretti su pensatori «progressisti», grazie a «recuperi» riformatori del sistema).
Si svilupparono così le acute critiche delle istituzioni coercitive, della pedagogia, della religione e della Chiesa, dell’amministrazione della «giustizia», della repressione sessuale, della famiglia patriarcale, si sviluppano le proposte di integrare la città e la campagna, il lavoro manuale e quello intellettuale… In tanti psichiatri, pedagoghi, sessuologhi, urbanisti di avanguardia si ritrova oggi l’ispirazione libertaria (per lo più diluita in modo da perdere il carattere dirompente) di quell’esplosiva fertilissima ipotesi anti-autoritaria.
Nel campo più strettamente politico, da quell’ipotesi nacquero indicazioni sui modi per distruggere il potere (distribuendolo tra tutti attraverso un’organizzazione decentrata, federalistica, basata sugli accordi anziché sulle leggi, sul consenso anziché sulla coercizione) e previsioni sul fallimento necessario del «socialismo di stato».

Giampietro “Nico” Berti

L’ipotesi sociologica anarchica sulla natura della disuguaglianza sociale è un’ipotesi che oggi, a cento anni di distanza trova conferma scientifica nella sua capacità di comprendere ed interpretare mutate realtà socio-economiche, mutate forme di sfruttamento, sia nei paesi sedicenti socialisti che nell’occidente neo – o tardo – o post – capitalistico (a seconda della terminologia preferita), mentre l’ipotesi marxista non spiega più nulla, di fronte a sistemi dove la proprietà più non esiste (U.R.S.S., ecc.) o dove al potere ed ai privilegi da essa derivati si affiancano quelli derivanti dal controllo esercitato nelle imprese e nell’apparato statale dei tecno-burocrati. Infatti l’ipotesi sociologica anarchica è ipotesi scientifica generale, applicabile sempre e ovunque, dalla tribù al superstato, dall’economia pastorale a quella post-industriale, mentre quella marxista è risultata applicabile (e con talune riserve) alla sola società capitalistica classica. Così la natura delle classi e del conflitto di classe può essere ragionevolmente spiegato nella sua realtà attuale e nella sua generalizzazione scientifica solo facendo riferimento all’ipotesi anarchica.
Prendiamo, quasi a caso, un sociologo marxista, il polacco Stanislaw Ossowski, moderatamente eretico, ed il social-democratico Ralf Dahrendorf, sociologo tedesco e tecnocrate della C.E.E.
Il primo scrive («Struttura di classe e coscienza sociale», Torino 1966): «L’inadeguatezza della classica concezione marxiana-leniniana della classe all’analisi della struttura sociale dei paesi dai mezzi di produzione nazionalizzati ha trovato espressione da una parte nella concezione staliniana delle classi non-antagoniste, dell’altra nelle discussioni sui sistemi di privilegi dei singoli gruppi della popolazione di questi paesi. Ma anche in rapporto ai paesi capitalistici il criterio marxiano della classe sociale ha perduto in parte la sua adeguatezza. (…)
La concezione ottocentesca della classe sociale, in questo caso sia nella interpretazione marxiana che in quella liberale, anche sotto altri aspetti ha perduto nel mondo odierno una parte della sua attualità… Là dove il potere politico può apertamente ed efficacemente cambiare la struttura di classe, là dove i privilegi decisivi per la posizione sociale, tra cui il privilegio di una maggiore partecipazione al reddito sociale, vengono conferiti per decisione del potere politico, là dove una notevole o addirittura la maggior parte della popolazione è inquadrata in una stratificazione del tipo delle gerarchie burocratiche, il concetto ottocentesco della classe diventa in misura più o meno grande un anacronismo…». Il Dahrendorf scrive («Classi e conflitto di classe nella società industriale»): «Sussistono classi e conflitto di classe in ogni caso in cui l’autorità sia distribuita in misura disuguale tra le posizioni sociali. Potrebbe sembrare poco importante affermare che nelle associazioni della società post-capitalistica si ha una distribuzione diseguale di autorità; tale affermazione serve invece a stabilire la applicabilità della teoria delle classi…»

Umberto Marzocchi

Ecco perché, cento anni dopo, le ipotesi ed il progetto di Bakunin, Malatesta, Cafiero e degli altri pionieri dell’anarchismo sono ancora il progetto e l’ipotesi su cui si muove ostinatamente il movimento anarchico: per ostinazione della ragione e non del sentimento. Ecco perché a cento anni di distanza è ancora più che mai valida e insanabile (se non per artifici dialettici) la contraddizione fondamentale tra anarchici e marxisti, tra autoritari e anti-autoritari, non per fedeltà ad una contrapposizione di personaggi (Bakunin e Marx), ma per fedeltà ad una scelta di fondo che si è dimostrata corretta nei fatti. Una scelta che è divenuta pratica di lotta e di organizzazione per centinaia di migliaia di militanti e simpatizzanti, una scelta che, divenuta da intuizione popolare intuizione scientifica (non dimentichiamo che lo stesso Bakunin dichiarò di aver imparato l’anarchismo dagli operai e dagli artigiani del Giura svizzero), è ritornata verità «viva» nella vita e nella militanza di operai, contadini, artigiani, muratori, minatori, nelle epopee rivoluzionarie e nell’oscura attività quotidiana di diffusione delle idee e di agitazione, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle galere, nell’esilio, nelle piazze, nella clandestinità, nelle caserme, nelle campagne, nei gesti vendicatori e nella umanità del gesto quotidiano, nelle rivolte clamorose e nello sforzo educativo ed autoeducativo… Nessun movimento sociale ha visto tanta creatività, tanta fantasia rivoluzionaria, tanta varietà di mezzi (nell’unicità del fine e del metodo): dal sindacalismo all’attentato giustiziere o protestatorio (non terroristico), dall’impegno pedagogico all’agitazione di massa, dalla propaganda alla fondazione di comunità sperimentali, dall’insurrezione alla non violenza…

I cento anni vissuti dal movimento anarchico italiano ed internazionale dalla Conferenza di Rimini e dal Congresso di St. Imier ad oggi ci lasciano un patrimonio inestimabile di pensiero e di esperienza, un patrimonio etico-scientifico unico nella storia dell’emancipazione umana, per coerenza e vastità. (Non un’eredità su cui vivere di rendita, beninteso, o peggio su cui sopravvivere stentatamente esaurendola, ma un capitale – mi si perdoni la metafora – da investire nell’azione, nelle lotte, nello studio).
I cento anni vissuti dal movimento anarchico sono stati cento anni di sconfitte, di repressioni sanguinose, di errori, ma anche e soprattutto cento anni di conferme esemplari della sostanza dell’anarchismo, usa serie di durissime prove cui è già quasi vittoria sia sopravvissuto come movimento e come sistema di pensiero.
La scienza sociale ed il progresso anarchico, se nelle linee essenziali sono più che mai validi, mostrano certo nelle sviluppo una povertà ed un ritardo che mortificano l’anarchismo e che vanno superati nel pensiero e nell’azione. Ma senza complessi di colpa perché il movimento anarchico ha fatto quello che ha potuto, immerso nelle lotte ed alle prese con la repressione, senza mezzi e senza professionisti del pensiero politico; e senza complessi di inferiorità, perché nonostante tutto il disprezzo degli accademici (che è il disprezzo-odio-paura per tutto ciò che è semplice perché vero) quella scienza e quel progetto hanno segnato sinora il punto più alto raggiunto dal movimento di emancipazione dell’uomo, nella sua millenaria storia di sforzi e fallimenti, di tentativi e di sconfitte.
Per questo, per quanto oggi il movimento anarchico sia fragile e contraddittorio, appena ripresosi da una crisi che l’ha visto quasi scomparire dalle lotte sociali, per quanto il movimento anarchico si oggi in taluni suoi aspetti insieme senile ed infantile, siamo anarchici e, perdio, orgogliosi di esserlo.

A.B.

Rimini agosto 1872
Risoluzione sul Consiglio Generale

Considerando,
Che la Conferenza di Londra (settembre 1871) ha tentato d’imporre colla sua Risoluzione IX a tutta l’Associazione Internazionale de’ Lavoratori una speciale dottrina autoritaria, ch’è quella propriamente del partito comunista tedesco,
Che il Consiglio Generale è stato promotore ed il sostenitore di tale fatto,
Che la detta dottrina dei comunisti autoritari è la negazione del sentimento rivoluzionario del proletario italiano,
Che il Consiglio Generale ha usato dei mezzi più indegni, come la calunnia e la mistificazione, al solo fine di ridurre tutta l’associazione internazionale alla unità della sua speciale dottrina comunista autoritaria,
(…)
La Conferenza dichiara solennemente innanzi a tutti i lavoratori del mondo, che fin da questo momento la Federazione italiana dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori rompe ogni solidarietà col Consiglio Generale di Londra.


St. Imier settembre 1872
Risoluzione sull’azione politica del proletariato

Considerando,
che voler imporre al proletariato una linea di condotta o un programma politico uniforme, come la via unica che possa condurlo alla sua emancipazione sociale, è una pretesa tanto assurda quanto reazionaria;
che nessuno ha il diritto di privare le federazioni e sezioni autonome del diritto incontestabile di determinare da sé stesse e seguire la linea di condotta politica che crederanno la migliore, e che ogni tentativo simile ci condurrebbe fatalmente al più rivoltante dogmatismo;
(…)
Considerando che ogni organizzazione politica non può essere altro che l’organizzazione del dominio a profitto d’una class ed a detrimento delle masse, e che il proletariato, se volesse impadronirsi del potere, diventerebbe pur esso una classe dominante e sfruttante:
Il Congresso riunito a Saint-Imier dichiara:
che la distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato;
che ogni organizzazione d’un potere politico sedicente provvisorio e rivoluzionario per giungere a tale distruzione non può essere che un inganno di più e sarebbe così pericolosa per il proletariato come tutti i governi oggi esistenti;
che, respingendo ogni compromesso per giungere al compimento della Rivoluzione sociale, i proletari di tutti i paesi, devono stabilire, all’infuori di ogni politica borghese, la solidarietà dell’azione rivoluzionaria.


Nel cinquantenario di Saint Imier
“L’Internazionale staccò gli operai dal seguito dei partiti borghesi e dette loro una coscienza di classe, un programma proprio, una politica propria; sollevò e discusse tutte le più valide questioni sociali ed elaborò tutto il socialismo moderno, che poi alcuni scrittori han preteso uscito dalla loro testa; fece tremare i potenti, suscitò le ardenti speranze degli oppressi, ispirò sacrifizii ed eroismi… e quando più sembrava destinata a seppellire la società capitalistica, si disfece e morì.
(…)
“Io non dico che fu male. Se l’Internazionale fosse restata una semplice organizzazione di resistenza e non fosse stata agitata dalle tempeste del pensiero e dalle passioni di partito, sarebbe durata come durano le “Trade Unions” inglesi inutili e forse dannose alla causa della emancipazione umana. Meglio vale ch’essa sia morta gettando al vento semi fecondi: da essa infatti nacquero il movimento socialista e il movimento anarchico.

E. Malatesta, su Umanità Nova, quotidiano anarchico, settembre 1922

 

Saint Imier, 17 settembre 1972. Per il centenario dello storico congresso che sancì la nascita del movimento anarchico, un centinaio di compagni italiani, svizzeri, francesi, tedeschi, esuli spagnoli (ed inoltre un inglese, due giapponesi, una statunitense) si sono riuniti nella cittadina del Giura svizzero per un incontro informale, promosso dal C.I.R.A. (Centro Internazionale di ricerche sull’anarchismo). L’incontro avrebbe dovuto avvenire all’aperto, in prossimità dell’ex albergo-ristorante «De la Clef», dove soggiornarono gli internazionalisti cento anni fa (Bakunin, Cafiero, Costa, Malatesta, Guillaume e gli altri delegati delle sezioni anti-autoritarie dell’Internazionale).

Invece a causa di una pioggia fitta e insistente, ha avuto luogo nel salone dell’albergo «Des XIII Cantons», dove hanno preso la parola numerosi compagni, in rappresentanza delle nazionalità e delle generazioni presenti (il più vecchio compagno aveva novantadue anni, il più giovane «compagno» tre anni!), testimonianza di continuità storica, fisica oltre che ideale, del movimento anarchico internazionale.