rivista anarchica
anno 39 n. 342
marzo 2009


memoria

L’Olocausto e il chewing-gum
di Milena Magnani

Considerazioni apparentemente provocatorie sulla ricorrenza del 27 gennaio.

 

Come solito, in prossimità del 27 gennaio, abbondano le celebrazioni per ricordare l’Olocausto.
Ghirlande di fiori vengono posate ai piedi delle lapidi, spettacoli, letture, incontri fra studenti e sopravvissuti, Primo Levi, Aharon Appelfeld, Anna Frank, Elie Wiesel e quanti altri, per un istante, hanno la meglio sulle vicende toccanti del grande fratello, sui tormenti del calcio mercato, sul basso profilo delle argomentazioni politiche dei nostri esponenti del governo.
Per un giorno, ma forse anche per tre (il giorno prima e il giorno dopo?), le commemorazioni della Shoah calamitano partecipazione e cordoglio, sono oggetto di dibattiti e esternazioni che lasciano trapelare un’Italia ancora capace di indignarsi di fronte ai vescovi negazionisti, un’Italia civile e responsabile che sa destinare un po’ del suo tempo e del suo spazio mediatico alla rievocazione storica di una delle più grandi tragedie del novecento.
In questi giorni, tra polemiche e posizioni critiche, storici e intellettuali di vario genere vengono chiamati a raccontare la portata della tragedia della persecuzione razziale, l’abominio della sciagura e del sadismo di cui si macchiarono i militari di stanza ai campi di concentramento nazisti, nonché la disumanizzazione dei Kapò incaricati di gestire i movimenti intorno alle baracche e ai crematori di Auschwitz-Birkenau e di tanti altri campi ancora.

Nel tritacarne mediatico

Una sorta di protocollo della rievocazione che fa sì che in un solo giorno passino nel tritacarne mediatico tutte le immagini possibili e immaginabili dei deportati, si ascoltino tutte le possibili voci dei sopravvissuti , persino quelli meno graditi, poiché, con pudore, si affaccia nel gioco del memoriale anche qualche timido rom che tenta di ricordare che c’erano anche i suoi parenti a morire nei forni, si affaccia qualche rom insieme a qualche Testimone di Geova che mostra il triangolo viola, e qualche esponente di associazione di omosessuali che ricorda come a causa del progetto T4 morirono nei campi di sterminio tanti uomini eccellenti, straordinari cervelli, insieme ad altri a-sociali, comunisti, oppositori, liberi pensatori, anarchici scomparsi alla chetichella senza che alcuno ne celebri alcuna esatta e valorizzante memoria.
Eppure in questa strana afflizione che ci coglie, credo sia lecito maturare un sospetto o quanto meno farsi una domanda.
Una domanda così elementare da provare persino pudore a formularla. La seguente: Ma siamo sicuri che questi atti di memoria indotta e mediatica dicano all’oggi, alla nostra coscienza di cittadini del ventunesimo secolo, qualcosa di più di quello che non ci dica il ricordo della battaglia di Lepanto? O della battaglia di Solferino?
Siamo sicuri che i milioni di rom e anarchici e ebrei e “diversi” di vario genere morti nei forni di Auschwitz insegnino al nostro presente qualcosa di più di quello che non ci insegna, sempre per fare un esempio, la rivolta delle filatrici di Mariano?
Posta così la questione può sembrare provocatoria e invece è purtroppo una faccenda seria.

Qualcosa ha fatto cilecca

Guardando lo scenario sociale dell’ Italia in cui viviamo, considerando che abbiamo avuto ben 64 anni per elaborare in chiave di civiltà la tragedia delle leggi razziali e dell’olocausto, nonché per imparare qualcosa che ci distanzi da tutte le follie omicide e guerrafondaie del 900, appare evidente che qualcosa nella pedagogia nel nostro apprendimento ha fatto cilecca.

Su base etnica

Non è successo quest’anno nel nostro paese che un gruppo di cittadini ha dato fuoco alle baracche di un campo rom alla periferia di una grande città? Non è nella nostra piccola Italia che si sono spesi fior di risparmi pubblici per attuare una rilevazione delle impronte digitali alle persone rom esattamente come fecero i nazionalsocialisti tedeschi dopo la promulgazione delle leggi di Norimberga? E non è forse ancora da noi che si continua a escludere sistematicamente su base etnica certe persone dal mercato del lavoro, e che li si vessa con un sadismo burocratico e amministrativo, che già da solo è degno delle peggiori versioni delle politiche razziste. E infatti chi potrebbe contraddirmi se dico che, certe pratiche in uso nella nostra piccola Italia, calzano perfettamente con lo spirito di discriminazione razziale che caratterizzò certi regimi totalitari del 900, mi riferisco ad esempio alla beffa ormai consueta di consegnare il permesso di soggiorno già scaduto a cittadini stranieri che lo aspettano da anni e che come lo ricevono devono ricominciare il travaglio angoscioso di riconquistarlo. O alla pratica di ammassare i rifugiati e i profughi nei Cpt o di destinare centinaia di famiglie rom in campi container senza l’uso di acqua potabile.
Davvero noi celebriamo la giornata della memoria affinché la storia ci insegni qualcosa?
Ma cos’è successo l’anno scorso, non abbiamo ricordato in modo giusto? E l’anno prima ancora? E per 64 anni addietro?
La verità è che la storia delle persecuzioni è una faccenda tremendamente aperta. Una faccenda di tutt’altra pasta che di quella di un oggetto di memoria. La storia delle persecuzioni e dell’intolleranza è ancora pratica della nostra quotidianità.
Per questo lo dico e lo ripeto. Facciamo un gesto di onestà. Nel giorno della memoria. Con discrezione, senza fare tanto fracasso, portiamo alla bocca un confetto di chewing gum e mastichiamo il nostro silenzio.

Milena Magnani