rivista anarchica
anno 39 n. 342
marzo 2009


chiesa cattolica

Il papa dal pero
di Carlo Oliva

A proposito del vescovo Williamson, delle sue esternazioni antisemite e della sorpresa della Curia romana.

 

È strano, se ci pensate, il clamore suscitato in questi giorni dalle opinioni del vescovo Williamson, quello che ha festeggiato la revoca della scomunica dalla quale era stato colpito in quanto esponente della comunità scismatica tradizionalista di monsignor Lefebvre, dichiarando che la Shoah, a suo avviso, non ha mai avuto luogo e che le camere a gas a tutto potevano servire fuorché ad ammazzare degli esseri umani. È un punto di vista ovviamente abominevole e contrario a ogni evidenza storiografica, ma piuttosto diffuso negli ambienti antisemiti e del fatto che un membro di quella confraternita sia e si dichiari antisemita non ci si dovrebbe stupire. Dal punto di vista giornalistico, anzi, si tratta di una tipica non notizia, sul modello cane-morde-uomo. Quella comunità – che non a caso è intitolata alla memoria di papa Pio X, il feroce persecutore del modernismo – è stata costituita per conservare e proseguire la tradizione della chiesa preconciliare e la tradizione della chiesa preconciliare, come ci è capitato di osservare già parecchie volte, è appunto antisemita. Che poi tra tutte le forme possibili di antisemitismo quei signori abbiano uno speciale interesse per il negazionismo, come si definisce, di solito, l’atteggiamento di chi mette in dubbio il genocidio perpetrato dal nazismo, è altrettanto ovvio. Quella dottrina (chiamiamola così) ha il vantaggio per chi la professa di permettere di essere antisemiti in modo, per così dire, implicito, senza compromettersi con argomentazioni razziali o teologiche ormai preterite. Sarebbe difficile, ormai, in tempi di genetica del DNA, sostenere il concetto di inferiorità biologica delle popolazioni non ariane o riesumare, come se nulla fosse, un’accusa che la chiesa stessa ha lasciato cadere da un po’ come quella di deicidio, ma sugli orrori della seconda guerra mondiale si può sempre discutere e una certa discordanza di opinione sul bilancio delle vittime, spostando il dibattito su un piano, per così dire, non ideologico, come quello dell’accertamento della verità storica, può sembrare a prima vista accettabile. Il fatto che il negazionismo sia considerato un reato dalla legislazione di un paio di paesi europei non è particolarmente grave, visto che è abbastanza evidente l’inopportunità di considerare un reato una opinione, per quanto folle e pericolosa.

Sincero rammarico?

Naturalmente, la situazione è un poco più complicata. Una volta dichiarato pubblicamente che la Shoah è una invenzione propagandistica, bisognerà individuare e denunciare chi l’ha elaborata e diffusa e questo offrirà il destro di rimettere in auge quella leggenda della “congiura degli ebrei” che, dai tempi di Filippo V di Francia a quelli dei Protocolli dei savi di Sion, cioè dal XIV al XIX secolo della nostra era, è servita da motivazione più o meno occulta di ogni incitamento all’odio antiebraico, ma questo non è necessario dichiararlo in esplicito: basta darlo per sottinteso. È per questo, dicevo, che si può parlare del negazionismo come di un “antisemitismo implicito”: implicito, piuttosto ipocrita e in quanto tale – se permettete – tipicamente ecclesiastico. Come piuttosto ipocrite e molto clericali sono, se ve le andate a rileggere, tutte le dichiarazioni di monsignor Williamson, dalle sue prime esternazioni sul tema alla recentissima lettera in cui esprime “sincero rammarico” per aver creato “tante tensioni e problemi non necessari” al Santo Padre con la tremenda tempesta mediatica” causata da certe sue “imprudenti osservazioni”, ma si guarda bene dallo smentirle in alcun modo.
Sembra che in Vaticano di queste parole ci si sia compiaciuti, ma non accontentati e che all’ex vescovo scismatico sia stato chiesto, espressamente da parte del cardinale Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi, di “fare chiarezza” sul tema della Shoah. E questo è strano, perché nelle dichiarazioni di Williamson e di quei suoi confratelli che le condividono (compresi quei due o tre monsignori italiani con cui i ministri Maroni e Calderoli amavano tanto farsi fotografare e chissà cosa ne pensano oggi) l’unico elemento che non ha mai fatto difetto è appunto la chiarezza. Ha sempre detto apertis verbis che gli ebrei morti nei campi di concentramento non sono stati più di due trecentomila (dal suo punto di vista, evidentemente, una piccolezza) e, specialmente “non nelle camere a gas”. Un problema storico, come fa notare anche il cardinale Re, ma non dottrinale, tale dunque da permettere a un vescovo di dire liberamente la sua (perché la libertà di parola i tipi come Williamson la negherebbero volentieri agli altri, ma per sé la rivendicano, eccome) e ininfluente dal punto di vista della revoca o del mantenimento di una scomunica, ma non esattamente il biglietto da visita con cui ci si aspetterebbe che si ripresenti un ex reprobo riammesso nel senso della chiesa. Onde tutto il casino che ne è seguito e l’evidente imbarazzo in cui, una volta tanto, si è trovata la Curia Romana.

Tecnica non nuovissima

In realtà, quella che si ricava da tutto il giro delle dichiarazioni, delle accuse, delle controaccuse, delle scuse e delle controscuse che si sono succedute è l’impressione che un simile ambaradan in Vaticano proprio non se lo aspettassero. Al papa interessava, per motivi suoi, chiudere lo scisma con la “Fraternità San Pio X” e del fatto che ai suoi vertici ci fosse un antisemita dichiarato non s’era dato per nulla pensiero e le circostanze, per di più, non gli sono state propizie, perché la revoca della scomunica è arrivata proprio in coincidenza con la Giornata della Memoria e il contemporaneo riaccendersi delle polemiche sull’antisemitismo provocate dalle accuse interessate dei sostenitori della politica del governo israeliano. Tuttavia, si potrebbe ipotizzare che la “tempesta mediatica” di cui sopra al Vaticano non sia stata del tutto inutile, perché gli ha permesso, se non altro, di organizzare una dialettica tra un corpo ecclesiastico “sano”, stretto attorno al pontefice e mondo di qualsiasi colpa o tentazione in quel senso, e una sorta di “scheggia impazzita”, cui chiedere scuse e ritrattazioni in gran copia. È una tecnica non nuovissima, ma funziona sempre. In questo caso ha impedito che la gente si ponesse il problema del perché fosse tanto importante per i vertici della chiesa inglobare senza residui quella scheggia nella propria struttura. Ma resta il sospetto che piuttosto che rispondere a questa domanda il papa preferisca far finta di essere, come si dice, caduto dal pero.

Carlo Oliva