rivista anarchica
anno 36 n. 319
estate 2006


attualità/2

L’importanza dei sogni
di Cosimo Scarinzi

 

Il conflitto apre prospettive, la passività produce depressione. Quindi...

 

La legge delle aspettative decrescenti

Mi è capitato spesso di rilevare come, negli ultimi anni, si sia affermata un'attitudine realistica che caratterizza sia comportamenti collettivi ed individuali sul terreno sociale che l'autorappresentazione politica degli stessi movimenti di lotta.
Questo realismo che, acutamente, i compagni del Comidad definiscono minimalismo (1) ha, a mio avviso, ragioni di lungo periodo e ragioni contingenti abbastanza note.
Credo che, in primo luogo, siamo ancora nella fase storica dell'elaborazione del lutto per la fine del blocco sovietico. Il fatto che quel modello sociale nulla avesse a che vedere con una società di liberi e di eguali è, da questo punto di vista, irrilevante. Ciò che conta è che il ciclo rivoluzionario del XX secolo non solo ha prodotto società dispotiche ma si è chiuso con il trionfo, quanto duraturo è tutto da valutare ma per ora evidente, del modello mercantile occidentale.
Nel senso comune del buon popolo in genere e del buon popolo di sinistra in particolare si è consolidata l'opinione, peraltro non nuova, che ogni forzatura dell'ordinato svolgimento dei fatti sociali non può che portare a risultati devastanti, che al disordine non può che seguire il dispotismo, che il prezzo da pagare alla rivoluzione in termini di risorse, vite umane, diritti, libertà non solo è esorbitante ma inutile visto che alla fine del giro si torna sulla strada maestra.
Ne consegue l'affermarsi di punti di vista assai moderati per quanto riguarda forme di lotta, rivendicazioni, prospettive.
Al discredito che caratterizza ogni ipotesi di fuoriuscita dall'attuale modello economico e sociale si somma l'assunzione come questioni proprie delle presunte leggi di funzionamento dell'economia.
A questo proposito, mi capita sovente di ripensare ad un mio zio, uomo allora di sinistra ed oggi di destra, che, un quarantennio addietro, mi tediava ponendomi il classico quesito “Se tu dirigessi la Fiat, cosa faresti?” Ero allora abbastanza ragionevole da sapere che se io avessi diretto la Fiat:

  • In primo luogo l'avrei condotta all'immediato fallimento per palese insipienza;
  • Laddove non l'avessi fatta fallire, l'avrei governata esattamente secondo gli stessi criteri di coloro che la dirigevano effettivamente e cioè la ricerca del massimo profitto possibile.

L'evidente retropensiero che fondava la mia risposta era il convincimento che una forma di produzione e riproduzione sociale fondata su altre priorità e su altre regole fosse non solo possibile e desiderabile in prospettiva ma agisse in qualche modo dentro il ciclo di lotte che scuoteva l'ordine dominante a livello mondiale. Ritenevo insomma, e non ero il solo, che nelle lotte si sviluppassero rapporti sociali egualitari e libertari, rapporti sociali che, quantomeno in potenza, erano la premessa di nuovi rapporti di produzione.
L'esaurirsi di quel ciclo di lotte, quello che in Italia attraversa gli anni ’70, comporta la fine della percezione del conflitto come momento di fondazione di una vera e propria comunità di classe.
Non che oggi le lotte dei lavoratori non siano rilevantissime, manca, però, una loro percezione nel senso comune come espressione di un'alterità sociale e di una forza potenzialmente capace di animare una mutazione radicale dell'esistente.
Il conflitto di classe, di conseguenza, anche nelle sue forme estreme, sembra non riuscire a fondare una nuova percezione del mondo e, di conseguenza, un collocarsi autonomo rispetto alle leggi di movimento dell'economia.
Alla fine, sembra sempre necessario dimostrare la ragionevolezza delle proprie rivendicazioni, il loro non essere pericolose per l'ordinato svolgersi della produzione e riproduzione sociale, il loro carattere, al limite, benefico per la convivenza civile.
Pensiamo, ad esempio, alla rivendicazione del salario garantito ed agli argomenti sui quali si fonda.
È mia opinione che questa considerazione non comporti conclusioni definitive sulle potenzialità del conflitto di classe, al contrario.
La fine del ciclo di lotte precedenti si è intrecciata con un salto di paradigma produttivo e di modello sociale che pesa a livello internazionale in maniera evidentissima. Sono, ad esempio, convinto che oggi meno che mai abbia fondamento il tradizionale eurocentrismo della sinistra anche nei suoi settori radicali.
Quanto avviene oggi in Cina ed in India, per fare un solo caso, è certamente assai più importante di ciò che anima i patri lidi.

Che tipo di aspettative?

La legge delle aspettative crescenti si riferiva ad un meccanismo sociale abbastanza evidente: l'individuo sociale medio si attendeva una graduale ma robusta crescita del reddito, dei diritti, delle libertà e si regolava di conseguenza nella propria azione individuale e collettiva. Le aspettative, fondate sull'esperienza dei decenni precedenti, di conseguenza, retroagivano sui comportamenti con l'effetto che la profezia si rendeva vera.
Oggi avverrebbe, seguendo lo stesso schema, il contrario. Nel senso comune si è affermata l'idea che i diritti, il salario, le libertà precedentemente garantiti non sono sostenibili a fronte, tanto per stare al senso comune, della globalizzazione e, di conseguenza, in particolare le giovani generazioni dei lavoratori sembrano adattarsi ragionevolmente alla precarietà, al taglio del reddito, al degrado.
Naturalmente nascono e si affermano movimenti in controtendenza, pensiamo, per fare un solo esempio, ai recenti fatti d'oltralpe, ma si tratta, appunto, di una controtendenza rispetto alla tendenza che sembrerebbe dominante.
Varrebbe la pena di tornare in maniera più approfondita sulla dialettica fra aspettative e prassi ma credo che, a questo punto, sia opportuno spostare l'asse dell'attenzione.
Le aspettative, crescenti o decrescenti che siano, delle quali ragioniamo, si collocano dentro il modello sociale mercantile: più salario, più diritti o il contrario.
Effettivamente, laddove ci si attenda un miglioramento, si è più facilmente disponibili ad agire per vederlo garantito e si immagina che se il governo o i padroni fanno resistenza a concedere qualcosa lo fanno per meschini interessi. Al contrario, quando le aspettative sono decrescenti, si immagina che gelati non ve ne siano più, che la competizione globale è un problema, che le imprese hanno le loro ragioni.
In altri termini, le aspettative crescenti generano conflitto sociale, quelle decrescenti passività. Il conflitto apre prospettive, la passività produce depressione.
D'altro canto, abbiamo detto che si tratta di aspettative che, in nessuno dei due casi, prendono le mosse da una radicale autonomia sociale.
Proviamo, a questo punto e per concludere, a formulare un'ipotesi provocatoria.
È vero che le aspettative decrescenti comportano, di norma, un adattarsi al quadro politico e sociale dato.
È, però, anche vero che si va affermando una riflessione interessante sulla natura della produzione, sul suo impatto con il contesto vitale, sul consumo. In una visione classista hard, questi temi di discussione caratterizzerebbero i cosiddetti ceti medi riflessivi ma, se assumiamo che un nuovo movimento di classe non potrà fondarsi che sulla dialettica fra lavoratori dell'industria e dei servizi a qualificazione medio bassa e settori della ricerca tecnico scientifica, ne consegue che, come credo ci inducano a pensare anche i recenti fatti valsusini, di questa nuova sensibilità vada data una lettura non riduttiva.
Se quanto si è detto ha un senso, ne consegue che un nuovo movimento di lotte dovrà avere certamente aspettative crescenti ma di natura e qualità significativamente diverse rispetto al passato e che la crescita della quale ragioniamo non può che essere crescita di autonomia rispetto al quadro dominante.

Cosimo Scarinzi


1. Una teoria sociologica che andava di moda alla fine degli anni '70, affermava che la società tende ad esprimere “aspettative crescenti”. I fatti di questi ultimi decenni hanno rovesciato questa “legge delle aspettative crescenti”, dato che oggi le aspettative risultano palesemente decrescenti, ed ormai l'elettore di sinistra è disposto ad andare ogni volta disciplinatamente alle urne accontentandosi di sempre meno. Ad una destra sempre più oscena ed impresentabile, corrisponde perciò una sinistra sempre più minimalista. L'emergenza antropologica costituita da Berlusconi, consente infatti alla sinistra di legittimarsi sempre più al ribasso, senza dover mettere in questione nessun assetto di potere e nessuna posizione di privilegio.
Comidad, 6 aprile 2006