rivista anarchica
anno 35 n. 312
novembre 2005


rappresentatività

Democrazia in pillole
di Andrea Papi

 

Mentre il sistema dichiara di riconoscersi nel principio di restituire potere al popolo, al contrario agisce per toglierglielo.


Per la maggioranza governativa di centro-destra questo settembre 2005 sembra essere stato proprio un settembre nero. Al momento non è dato sapere se la difficoltà che stanno dimostrando nel condurre le cose, sia al proprio interno sia rispetto alla responsabilità di dover governare lo stato, sia sintomo di una futura debacle alle prossime elezioni politiche di aprile 2006. Poco importa, tanto meno a noi.
Ciò che invece mi sembra certo è che il loro continuo incespicare in una miriade di ostacoli che sembrano non finire mai, dipenda in gran parte dall’effetto psicologico reattivo che hanno avuto in seguito alla batosta subita alle ultime regionali. Hanno cioè un’incontenibile paura, che in più d’un’occasione ha dato l’idea di trattarsi di vero e proprio timor panico, di perdere quelle molto prossime future elezioni.
La paura, si sa, rende insicuri e, nolenti, porta a muoversi in modo disarmonico e scomposto, a volte, se non si sta attenti, e se si è impauriti è fatica essere attenti, fino a diventare grotteschi e ridicoli. Così, in questo settembre appena trascorso, nella CdL abbiamo assistito ad una rappresentazione drammatica e comica insieme, in gustoso spirito goldoniano, dove difficilmente era comprensibile se il clima fosse più da resa dei conti interna o da necessità di sopravvivenza. Il polo dei centristi di destra, o dei destro-centristi che dir si voglia, si è trovato sempre più aggrovigliato in un fuoco di fila di veti incrociati, di proposte fatte da un gruppo politico e negate dall’altro, diviso all’ultimo sangue tra “fazisti” ed “antifazisti”, abbandonato dal ministro tecnico dell’economia Siniscalco, che a suo tempo aveva sostituito Tremonti sfiduciato da Fini, il quale è stato subito sostituito dal redivivo Tremonti, questa volta al contrario della prima fiduciato da Fini, con la Lega unica partigiana di Fazio, governatore della Banca d’Italia, e Berlusconi che a malincuore ha dovuto sfiduciare a parole Fazio alla vigilia del vertice internazionale del FMI.

Rafforzare il re

Soprattutto l’UDC di Casini e Follini, sentendosi forte perché è l’unica della coalizione che di volta in volta si è rafforzata nelle ultime tornate elettorali, sempre disastrose invece per il polo berlusconiano, in particolare in questo mese ha premuto, lavorato ed ufficialmente dichiarato con determinazione e convinzione per togliere la leadership a re Silvio.
A sorpresa, ma neanche tanto, quasi ad imitazione dell’Unione, ha proposto le primarie anche per il centro-destra, o destro-centrati che dir si voglia. Grande scompiglio nella casa delle libertà presunte. In una libera monarchia non si può mettere in discussione il re, altrimenti si rischia di incrinare la libertà addotta. Subito i vassalli leghisti, dopo aver difeso senza remore Fazio, hanno creato un servizio d’ordine di difesa dei privilegi regali (se perdono il patriarca Silvio chi si occuperà più di loro?), mentre Fini, più astuto, al Devolution day di Reggio Calabria, dove tentavano di spiegare gl’invisibili vantaggi per il Sud dati dalla devoluzione leghista, ha detto a chiare lettere che se primarie ci saranno lui si candiderà, udite! udite!, non per vincere, ma per rafforzare il re.
Anche questa sembra una fotocopia di molti avversari prodiani alle primarie, quelle vere, del centro-sinistra. Il re a sua volta ha detto che non ne ha paura, ma bisogna chiarire bene le regole di svolgimento (il principe dei telegenici non può rinunciare ad un’occasione in più per organizzare un’altra investitura in diretta).
All’interno di questo comico bailamme governativo, è spuntata una proposta di legge sulla quale in particolare vorremmo soffermarci.
Verso la metà di questo fatidico settembre la maggioranza di governo, in piena emergenza legge finanziaria, è partita all’attacco per far approvare dal parlamento italiano il cambiamento della legge elettorale, ripristinando il proporzionale che ha caratterizzato l’intero periodo della cosiddetta prima repubblica, per far decadere il maggioritario in vigore col quale aveva trionfato alle precedenti elezioni. Non più collegi uninominali, le cui assegnazioni sono stabilite in un vero e proprio mercato di accordi e scambi tra le componenti di ogni coalizione, ma elezione dei deputati di ogni singola forza politica che raccolga un numero sufficiente di voti, ridefinendo la distribuzione dei seggi parlamentari in base alla proporzione dei voti ricevuti.
Appena la macchina ha tentato di mettersi in moto in tal senso si è subito scatenata la bufera. Prima di tutto perché gli aggrovigliamenti della maggioranza sono entrati in fibrillazione portando all’ennesima potenza la sua scompostezza ormai endemica.
Non si capiva bene chi di loro volesse veramente questo rientro del proporzionale nei termini inizialmente proposti. Gli unici sicuri sembravano quattro “sherpa” guidati dall’ineffabile Calderoli, come li ha definiti Scalfari su “la Repubblica”.
Per il resto dei destro-polisti si capiva ben poco. Fini non era d’accordo e, come spesso gli succede da quando ha scelto di essere nel calderone della CdL, più che altro si è turato il naso. Follini, che pure è sempre stato convinto sostenitore del proporzionale, ha minacciato di uscire dalla coalizione se fosse rimasta quella versione. Dentro FI c’è stata subito una quasi rivolta per la paura di molti di loro d’essere spazzati via dal nuovo meccanismo, al punto che due giorni dopo lo stesso Berlusconi ha dichiarato che la condivideva solo in parte.
La pietra dello scandalo iniziale era l’introduzione dello sbarramento del 4% per tutti, tale che alle prossime elezioni buona parte dei piccoli partiti dell’Unione prodiana, come l’UDEUR, il PdCI, i socialisti, gli stessi verdi, avrebbero rischiato di non esistere in parlamento perché non sarebbero stati in grado di raggiungere singolarmente il quorum prescritto.
Ma, abituato ai forcing finali, nell’ultima settimana settembrina il Polo delle libertà (negate!), ha finalmente trovato l’accordo interno con una proporzionale di sbarramenti: sbarramento del 2% per i partiti delle coalizioni, del 4% per chi sta fuori dai poli, del 10% per ogni coalizione (si vuole evitare che si possa formare un terzo polo), con aggiunta di un premio di maggioranza, così che chi vince acquista uno strapotere e può decidere a suo piacimento, fottendosene del confronto democratico. Inoltre si voterà su liste di stretta osservanza dei partiti in lizza, evitando la trappola delle preferenze che potrebbe sfuggire al controllo centrale. Insomma, invece di rispettare il senso del proporzionale, che vorrebbe che gli eletti siano in proporzione ai voti espressi, si usa il proporzionale per creare un reticolato che rinchiuda le proporzioni all’interno del recinto di controllo di chi conquista la maggioranza. Neanche con quest’ultimo accordo è finita l’abituale bagarre. Follini vorrebbe le preferenze per una maggiore autonomia e se l’è presa con Casini perché, lui assente, ha concordato una cosa simile.
L’intero centrosinistra davanti alla prima versione ha gridato a gran voce allo scandalo: «Non si cambiano le regole mentre si sta giocando!», «L’ultima legge ad personam», «È una vera vigliaccata contro il centrosinistra», «È l’ennesima legge-truffa!». Prodi alla testa dell’Unione con gran cipiglio ha solennemente accusato: «Cambiare la legge elettorale a poco più di sei mesi dal voto è una cosa indegna!». Senza esitazione l’intera opposizione fin da subito ha annunciato le barricate parlamentari, decisa a fare un compatto e determinato ostruzionismo e, anche con la versione definitiva, i centro-sinistri sono ancora più convinti delle barricate: ci rimetterebbero comunque in assegnazione di seggi e, ancor più grave, Prodi si trova costretto a presentarsi nella lista di un partito che al momento non ha.
Mentre sto scrivendo, a fine settembre, la dirigenza dell’Unione ha annunciato una mobilitazione popolare ed ha chiesto le dimissioni del presidente della Camera Casini perché non è stato imparziale.
Ciò che sorprende veramente in tutta questa spirale di parole impazzite è l’ostentazione di sorpresa scandalizzata da parte dell’attuale opposizione parlamentare. Al di là dei casini e degli scontri interni, infatti, sono anni che nel centrodestra in più occasioni si dichiara di voler cambiare la legge.
Lo stesso rampante Berlusconi, soprattutto da quando i veri sondaggi che lo informano gli suggeriscono un progressivo costante declino, aveva più volte dichiarato di volerla cambiare, ovviamente, come s’è visto, non per rispettare le proporzioni di voto, ma per ingabbiarle. Lo stesso Follini, capo dell’UDC e alleato scomodo della CdL, sono mesi che insiste sull’adesione ideologica al proporzionale, argomento da lui usato soprattutto per combattere il premierato berlusconiano e per contrapporsi agli avversari interni della Lega.

L’etica di “lor signori”

Non trovo affatto sorprendente che, dati questi presupposti, in seguito alla recente batosta delle regionali, presi dallo spauracchio delle prossime elezioni politiche, qualcuno di loro abbia provato a mettere in campo una strategia in grado di limitare i probabili danni, se non addirittura a ribaltare un ormai quasi sicuro risultato.
Tutta la classe politica professionista, di destra di sinistra di centro non ha importanza, non ha forse accettato da sempre l’uso spregiudicato delle regole a disposizione per condurre a proprio favore le battaglie che si combattono? Da quando l’etica è il metro di misura per giudicare la giustezza delle scelte di lor signori? A memoria, posso solo dire che è sempre stata invocata solo da chi di loro ci stava rimettendo, mentre, sempre loro, ogni volta che si sono trovati in vantaggio, con buona capacità sofistica sono sempre stati capaci di dimostrare l’apparente giustezza delle proprie scelte.
Non esistono i puri nel palazzo e bisogna essere ciechi per non accorgersene. Non è forse il machiavellismo una sicura via maestra riconosciuta e coccolata? Per favore, lasciamo dunque perdere l’ipocrisia e la verginità di facciata.
Povera tirannica democrazia rappresentativa, quali danni sei capace di combinare? Perché il punto è proprio questo: al di là delle nefandezze e dei comici conflitti interni alla classe dirigente, è la struttura stessa, l’ordinamento procedurale, definitorio e sanzionatorio su cui si fonda il sistema di governo a comprendere e legittimare queste scelte e questi comportamenti istituzionali.
Ammettiamo per un attimo, senza tener conto di ciò che effettivamente sta accadendo, che l’attuale Polo di maggioranza non si trovasse nelle secche di una situazione da cui fa fatica ad emergere.
Che fosse invece solidale e compatto al suo interno, potendo quindi esercitare senza farsi del male la propria legittima capacità di governare secondo le regole in auge. Senza intoppi e senza remore farebbe approvare in modo del tutto legittimo una qualsiasi legge rispondente ai bisogni ed agli interessi più confacenti a sé. Non è forse prevista dalla carta costituzionale e dagli attuali regolamenti legislativi una simile eventualità? Chi l’ha detto che non si cambiano le regole quando si è in corsa? Non si cambiano se c’è una regola che lo sancisce espressamente. Per quanto ci risulta una tale regola non è mai stata legiferata, tanto è vero che la legge maggioritaria vigente fu approvata a suo tempo a fine legislatura. Poi, a rigor di logica, non è neppure ufficialmente in vigore la campagna elettorale, quindi non si è ufficialmente in corsa.
Con ciò non voglio dire che la destra al governo fa, o meglio farebbe, bene a fare ciò che fa o vorrebbe fare.
Voglio invece dire che gli argomenti sono pretestuosi per entrambi i contendenti e rispondono soltanto a ragioni di propaganda di parte, dal momento che tutto avviene perfettamente dentro i confini legislativi che entrambi riconoscono. Se dunque c’è scandalo non è nei fatti cui assistiamo, ma nella cosa in sé, nel sistema su cui si sorregge l’esercizio del governo parlamentare.
È la democrazia rappresentativa in quanto tale ad essere uno scandalo in sé, dal momento che ha fatto letteralmente a pezzi ogni serio principio di rappresentanza reale, smembrandolo a un punto tale che non ne esiste più nemmeno l’ombra. Lor signori che si trovano lassù, di qualunque parte siano, pur essendo stati regolarmente eletti, non rappresentano ormai che sé stessi, di conseguenza, i propri interessi.
Il mandato che ricevono dagli elettori, più che un mandato in senso stretto è una designazione, una vera e propria investitura di potere. Come si fa a non capire che si elegge chi deve decidere indipendentemente da ciò che deciderà, perché poi, una volta elettili, gli elettori non hanno nessuna effettiva e concreta possibilità di intervenire e controllare ciò che fanno. Non a caso difficilmente mantengono le promesse che fanno in campagna elettorale per estorcere il consenso. Per legge non sono tenuti a farlo.

Lizza tra leader

In particolare dopo la svolta schumpeteriana, che, con lo scopo di governare la complessità delle attuali società, ha trasformato la democrazia in una lizza tra leader, accollando alla politica il principio economico della concorrenza tipica del mercato capitalista, tutto il gioco politico ha assunto il senso dell’assicurarsi il consenso dei voti con qualsiasi mezzo a disposizione solo per esercitare il comando nell’espletamento della funzione di governo. Schumpeter è stato davvero preveggente, perché ha offerto ai politici professionisti la teorizzazione di un leaderismo direttivo in grado di cancellare ogni residuo di partecipazione e di rappresentanza.
Ed oggi tutti ne usufruiscono a piene mani, auspicando, teorizzando ed agendo per incentrare sui leader ogni attenzione, al fine di portarli al comando attraverso le consultazioni elettorali. In un certo senso è una militarizzazione del dibattito politico: ammesso che l’abbia mai avuta, il parlamento ha perso la funzione dichiarata di luogo di confronto tra pari eletti, per diventare campo di battaglia tra eserciti che lottano ognuno per il trionfo del proprio generale (dando per scontato che ogni generale riesca a farsi seguire).
La situazione strutturale sopra descritta per sommi capi mette in evidenza, da una parte che il sistema non funziona, dall’altra che la radicalità della critica anarchica coglie perfettamente nel segno. Questi signori, tutti indipendentemente dagli schieramenti di appartenenza, sopra ogni altra cosa vogliono il raggiungimento della governabilità. In altre parole vogliono poter decidere senza aver intoppi di nessun tipo, potremmo dire secondo una logica decisionale tipica dei manager industriali e finanziari.
Per questo, se in qualche modo vigono forme autenticamente democratiche, capaci cioè di dar spazio reale alle istanze di base dal basso, si sentono disturbati e sabotati. Così studiano continuamente il modo di annullare e nullificare ogni partecipazione popolare.
Così il sistema non funziona, perché, mentre dichiara di riconoscersi nel principio di restituire il potere al popolo, al contrario agisce continuamente per toglierglielo. Non a caso ogni democrazia rappresentativa in vigore nel mondo trova sempre più difficile governare e riesce sempre meno a risolvere i problemi procurati dal sistema nefando cui essa garantisce continuità.
A riprova: perché lor signori non fanno la cosa minima, quasi ovvia? Perché non chiedono a chi deve votarli che cosa, chi e come vorrebbero votare? Non risolverebbe nessun problema, perché nelle società attuali il consenso è telediretto e mediaticamente indirizzato, ma perlomeno farebbero qualcosa di coerente rispetto ai presupposti di fondo della democrazia. Forse non lo fanno perché hanno paura di sorprese sgradite. Come possono rappresentare gli elettori se li temono?

Andrea Papi