rivista anarchica
anno 35 n. 312
novembre 2005



a cura di Marco Pandin

 

Oggi che il qualunquismo è un’arte

Luca Bassanese è un cantautore vicentino, giovane sui trent’anni. Ha una voce simpatica che si ascolta volentieri, ma non è questo il punto. Di bello c’è che sa scrivere testi molto diretti e semplici senza scivolare sulla superficialità, anzi ci incastra dentro qua e là tracce di poesia intima, quasi confessasse attraverso le canzoni i suoi piccoli desideri e i suoi grandi sogni. A leggerle senza l’accompagnamento della musica, le sue parole restano ritte in piedi -a volte con un sasso in mano altre con addosso il rumore rosso della sete di cambiamento- a rivendicare una giustizia più giusta, spazi liberi ed aria pulita.
“Oggi che il qualunquismo è un’arte...”, questo il titolo del suo lavoro, è un assaggio breve delle sue capacità: solo due canzoni, però ben rifinite nell’arrangiamento e nella registrazione.
“Confini” è una bella ballata pacifista e internazionalista come da troppo tempo non se ne scrivono più (cantata in due versioni distinte, italiana e spagnola), a cui contribuisce la sezione fiati degli Ska-J, il che sta a dire che è impossibile ascoltarla restandosene fermi come pietre, e che è valsa a Luca il premio Recanati per la migliore musica.
“Il 20 luglio 2001” racconta in modo visionario i sanguinosi fatti di Genova, un po’ sulla scia della traduzione della “Desolation row” di Dylan a suo tempo addomesticata da De André ai fattacci di casa nostra. Complice la tromba assassina di King Naat Veliov (quello de “Il tempo dei gitani” di Emir Kusturica) e l’intera Kocani Orkestar, si consuma in sei minuti a passo di 3/4 una tragedia personale, in cui Luca mette in rima la frustrazione di non poter reagire alla violenza: “Mi sento inutile, come se non fosse qui quest’aria che respiro”. Volendo esagerare, ci si potrebbe soffermare su qualche intrusione leopardiana tra le pieghe del testo.

Luca Bassanese

Qualcuno ha scritto, senza barare, che Luca è una specie di Manu Chao che incontra De André tra i campanili e i capannoni del nordest: può sembrare un accostamento sacrilego, ma mi sento onestamente di sottoscriverlo, con un pizzico di entusiasmo (e Faber si sarebbe certamente messo a sorridere, accogliendo a braccia aperte Luca in camerino dopo un suo concerto). Queste canzoni sono una dimostrazione luminosa che si può ancora scrivere musica da offrire generosamente in giro senza farcirla di banalità per renderla appetibile. Gran bel lavoro, e chissà che ci sia presto un intero album di questo livello. Complimenti, davvero. E grazie.

contatti: www.lucabassanese.it.

PS: alcune copie del cd di Luca sono disponibili, in offerta libera, tramite la lista di Musica per A/Rivista Anarchica.

“Le stanze dei giochi”

I monzesi Daniele Manini e Roberto Barbini sono dentro a progetti musicali dai primi anni Ottanta, coinvolti nelle attività di Faded Image e Underground Life (molti quasi-cinquantenni di oggi, tra cui il sottoscritto, sono i punx e i new-wavers di allora). Li ritroviamo nel passato recente nel Circo Fantasma e a gironzolare nell’Apecar dei Mercanti di Liquore.

Roberto Barbini e Daniele Manini

I nomi dunque non suonano nuovi. Quello che suona nuovo (…e pure assai strano) è questo loro disco fatto marcandolo con i cognomi appiccicati insieme e intitolato “Le stanze dei giochi”, perché contiene canzoni che esigono un ascolto attento. Del genere: se vi interessa musica del tipo qualcosa-non-importa-cosa da mettere sotto i denti mentre fate dell’altro, lasciate stare, girate alla larga. Se invece vi va di tuffarvi in un viaggio sonoro piuttosto impegnativo e nodoso, allora prendetevi un’ora libera e mettetevi seduti tranquilli, e dategli tutta l’attenzione e la pazienza che potete perché altrimenti questo disco non funziona. E non funzionano soprattutto i testi, elaboratissimi e contorti: ogni parola pesa, ha un significato, un suggerimento preciso.
Il disco, musicalmente parlando, è popolato da presenze inquietanti e numerosi fantasmi ispiratori, tanto da sembrare un viaggio privato italiano di Tom Waits e David Thomas finiti a cucinarsi una pasta e bere vino e grappa di contrabbando a casa di Vinicio Capossela. Ma qui non c’entrano né Tom né David né Vinicio, perché si va ben oltre. Forza ora. Liberate la mente, e pigiate play.

  1. Si parte con “Ecosentimento”, storia spigolosa di Mario e Maria che fanno l’amore presso la discarica abusiva o lo svincolo della tangenziale o dove capita, portando a loro modo un po’ di verde disperato tra l’immondizia e l’asfalto, giocata su ammiccamenti e sinuosità, la fisarmonica soffocante e la chitarra desertica annodate strette. Da qui alla fine è un percorso sghembo lungo un’ora fatto di disagio metropolitano e stati mentali/sonici allucinati, il suono ultracurato e gli arrangiamenti ricchissimi di incastri, sorprese e particolari.
  2. “Donna ideale” racconta di un amore andato a male che manda luce di lampadina economica, tratteggiato da un basso elettrico distorto e cattivo come un cane trattenuto a fatica al guinzaglio dell’arrangiamento.
  3. “Riti domestici” è una foto senza futuro, ritagli di spazzatura televisiva ricomposti in forma di tango strappabudella a raccontare della vita obbligatoriamente felice della famiglia nucleare condannata all’ergastolo tra le quattro mura di casa.
  4. “I vicini” è la mostra delle atrocità delle ossessioni condominiali, porte chiuse a chiave per paura del mondo di fuori, segreti sepolti sotto la carta da parati e il foglio di nylon appoggiato a conservare il divano buono, parole sussurrate perché non scavalchino le pareti sottili.
  5. “Fido destriero” è l’inno alle quattro quote spinte a benzina e suona del suono della polvere petrolifera del deserto texano a metà tra Howe Gelb e i Cardigans…

E il viaggio allucinato dei due continua tra mazurche sporche di periferia e cori femminili così improbabili da suonare malati, piccole melodie da osteria e macchine cromate parlanti, rate da pagare e rassegnazione infinita. Una specie di circo sinistro dove pian piano noi che ascoltiamo scopriamo di assomigliare inesorabilmente agli animali/mostri in gabbia, scimmie, tigri, topi, cani.
Daniele Manini me lo immagino come il padrone del circo o meglio come il truce capo dei domatori, altissimo irraggiungibile e sguardo di fuoco, divisa nera e bottoni e alamari d’oro su cui si riflette tagliente la luce dei riflettori. Cappello a cilindro e baffi impomatati, avvicina un megafono alla bocca e fa prendere alla sua voce colori di perversione e disgusto, trasformandola in un gelato amaro variegato di cattiveria e sguaiatezza.


La fisarmonica di Roberto Barbini è assieme ricamo cangiante e rumore di fondo dell’intero disco: si arrampica sulle pareti di ogni canzone come un ragno in fuga, trasformandosi ora in voce familiare altre in brivido di spettro.
È un disco che ha un coltello in mano, e che continua a colpire proprio dove fa più male, perché ci ha sorpreso nudi all’angolo del letto con tutte le nostre bugie e scuse sparse per terra, inservibili. Un disco da cui difficilmente si esce rappacificati, e che continua a far compagnia di notte -a pezzi- nella colonna sonora vischiosa che hanno i sogni che non si raccontano al mattino.

contatti: www.putiferio.it.

PS: alcune copie del cd di Manini & Barbieri sono disponibili, in offerta libera, tramite la lista di Musica per A/Rivista Anarchica.

John Loder

Due parole – infine – per ricordare John Loder (1946-2005), che se n’è andato lo scorso agosto dopo una lunga e terribile malattia.
L’ho incontrato a Londra all’alba degli anni Ottanta, proprio una delle primissime volte in cui sono andato a trovare i Crass alla loro casa comune (erano stati proprio lui e Scott Piering di Rough Trade a telefonare a Dial House annunciando la mia visita): Penny Rimbaud e compagni avevano messo in piedi la loro attività appoggiandosi al suo piccolo studio di registrazione e dato vita alla loro etichetta discografica con il suo contributo determinante, così che John era considerato a tutti gli effetti come uno del gruppo.
L’intera attività della Crass Records è passata attraverso i Southern Studios di John Loder, che offriva impeccabile assistenza tecnica e creativa e consigli utili oltre che registrazioni di elevata qualità ad un prezzo accessibile.
“La musica era pessima e i soldi erano pochi, ma ci si divertiva” – così lo ricorda Penny dalle pagine del Guardian. Nel giro di un paio d’anni, il piccolo studio casalingo col registratore a quattro tracce dove venne registrato il debutto dei Crass si trasformò in una sala attrezzatissima sempre fervida di lavoro che attirò, oltre che musicisti in numero sempre maggiore, anche il Signor Padrone, dal quale John seppe tenersi sempre a distanza di sicurezza propugnando un’assoluta e incompromissoria indipendenza.
Grazie a John abbiamo potuto ascoltare buona parte del canto anarchico dell’Inghilterra thatcheriana, da Crass a Conflict a Flux a Poison Girls, nonché l’espressione artistica di Bjork, Chumbawamba, Fugazi, Jesus and Mary Chain e cento altri musicisti occupati a colorare d’arcobaleno un mondo che il Signor Padrone vorrebbe invece grigio e silenzioso, oppure frastornato dal rumore delle bombe.

Marco Pandin
stella_nera@tin.it