rivista anarchica
anno 35 n. 311
ottobre 2005


Germania

Elezioni di settembre
di Antonio Cardella

 

Un’Europa in cui prevarranno l’incultura della destra, la sua miopia politica, il suo revanchismo demenziale è un panorama che occorre esorcizzare.


Mentre scrivo, mancano pochi giorni allo svolgimento delle elezioni politiche in Germania. Le mie considerazioni, quindi, si basano sui dati che emergono dai sondaggi più aggiornati, la cui flessibilità, comunque, non è tale da lasciar prevedere significativi spostamenti di voto. Per sintetizzare, i dati degli analisti sono sostanzialmente i seguenti: la CDU-CSU di Angela Merkel non dovrebbe andare oltre il 40% dei suffragi, ai quali, ai fini della governabilità, vanno aggiunti i voti dei liberali, accreditati di un 6-7%; la SPD del Cancelliere uscente Schröder si attesterebbe tra il 29 e il 30%, la nuova sinistra di Lafontaine e Gysi godrebbe del 10-12% dei suffragi.
Se tali sondaggi risulteranno vicini all’esito reale del voto del 18 settembre, il problema della governabilità del sistema Germania sarebbe di difficile soluzione. La squadra dei ministri anticipata dalla Merkel nell’ipotesi, peraltro assai probabile, di una sua vittoria elettorale è di quelle che non lasciano margini ai futuri indirizzi di governo.
Agli Interni andrebbe Günther Beckstein, bavarese, considerato un uomo dal pugno di ferro, insofferente nei riguardi di ogni manifestazione di pensiero e di mobilitazione che contestino il così detto “ordine costituito”. Non è tenero con gli immigrati ed è stato uno dei maggiori oppositori dell’ingresso della Turchia nell’UE. Al governo dell’economia andrebbe Paul Kirchhof, meglio conosciuto come “il rambo delle imposte”, la cui riforma del sistema fiscale si ridurrebbe alla semplificazione del prelievo in due grandi categorie di contribuenti: quella al di sotto dei 20.000 euro annui, che verrebbe tassata dal 15 al 20%; l’altra, al 25% secco così, sia che si guadagnino 20.000 + 1 euro, sia che si percepiscano 20 milioni di euro l’anno, tutti avranno un’imposizione del 25%.
È la semplificazione del sistema fiscale vagheggiata anche da noi dai liberal-liberisti, ai quali stanno a cuore le sorti dei ricchi, che si vorrebbero sempre più ricchi, a scapito dei redditi da lavoro.
Naturalmente queste misure sarebbero farcite da dichiarazioni a favore delle famiglie e dei più poveri, ma la sostanza resta quella di un sistema che non consentirebbe più margini di sostegno per uno stato sociale, che, in effetti, come da noi, si vuole smantellare.
Altra misura in programma sarebbe l’aumento dell’IVA dal 16 al 18 %; agli Esteri andrebbe Wolfgang Schäuble, numero due di Angela Merkel, il cui programma è molto vago: pare voglia contribuire a diminuire la conflittualità all’interno della UE e stabilire più stretti rapporti con gli USA: bei progetti che andranno poi sottoposti a verifica nel concreto dei comportamenti specifici; resta,infine, un mistero il destino (e le ambizioni) del leader bavarese della CSU, Edmund Stoiber, autore di clamorose gaffe contro i tedeschi dell’est, che, secondo lui, sarebbero “frustrati” indegnamente chiamati a decidere delle sorti dell’intera Germania.
Ha dichiarato che si renderà disponibile a ricoprire un ruolo nel prossimo governo della Merkel solo dopo l’esito delle elezioni: può darsi che voglia a quel punto proporsi addirittura come alternativa alla leadership della Merkel.
Questi sono, quindi, i numeri e gli uomini che supporteranno Angela Merkel nella conquista del cancellierato e nella gestione della Germania per la prossima legislatura. Il problema che, come dicevamo, incombe è adesso quello della reale governabilità.
Se il quadro dei suffragi elettorali sarà realmente quello prefigurato dai sondaggi, una maggioranza parlamentare andrà contrattata e, in questo caso, l’unico interlocutore della Merkel non può che essere l’SPD del Cancelliere uscente Schröder, perché a destra della CDU-CSU non c’è nulla e, a meno di grosse sorprese, dalle elezioni non dovrebbe emergere alcuna forza politica che riesca a superare lo sbarramento del 5% stabilito per accedere alle istituzioni parlamentari.
D’altra parte, la nuova sinistra e i verdi sono lontani anni luce dalle linee programmatiche enunciate dalla Merkel.
Resta quindi l’ipotesi, insistentemente prospettata anche dalla stampa moderata, di una Grande Coalizione che veda i democristiani uniti ai socialdemocratici per tentare il varo di un governo coeso, che riesca a guidare la Germania in una transizione difficile, e della politica economica e dei rapporti internazionali.

Una intensa espressione di Angela Merkel

Espulsione senza alternative

La Germania soffre attualmente di una disoccupazione pari all’11,5% della sua forza lavoro. Si tratta di oltre cinque milioni di lavoratori, in maggioranza allocati nell’est del Paese, i quali non solo sono privi di lavoro, ma con scarse possibilità di trovarlo nel prossimo futuro. Anche la Germania, naturalmente, subisce quel processo, che è generale nell’Occidente industrializzato, di un aggiornamento tecnologico, che espelle risorse umane senza offrire alternative, e di una concorrenza spietata che cancella i soggetti più deboli. Si calcola che ogni anno circa quarantamila imprese siano costrette a portare i libri contabili in Tribunale, per l’incapacità di reggere il confronto col mercato.
Ad aggravare il contesto, c’è la profonda disparità delle condizioni economico-produttive tra le due Germanie, quella dell’Est, che deve recuperare un gap di sviluppo risalente alla gestione del governo comunista e terminata solo nel 1989 con la caduta del Muro; e l’altra, quella dell’Ovest, che ha viceversa goduto in pieno – e di cui, per molti versi, è stata protagonista – dell’epoca del benessere generalizzato che ha caratterizzato l’Occidente dagli anni Sessanta agli anni Novanta, salvo alcune parentesi buie poi superate.
A rendere difficile il raggiungimento di un equilibrio, che non faccia gravare sull’Ovest del Paese tutto il peso di una ristrutturazione del sistema produttivo dell’Est, c’è il mutamento profondo della fase internazionale, che, intanto, non è più in grado di reggere l’accelerazione impressa allo sviluppo nel trentennio sopra ricordato, poi ha costretto i singoli Stati europei a impiegare risorse per tenere in ordine i conti di una spesa corrente e di un disavanzo pubblico crescenti. C’è – e non soltanto in Germania – l’illusione di poter superare le difficoltà erodendo quello che comunemente va definito lo stato sociale. Si tratta di un calcolo miope perché queste fasi difficili dell’economia di un paese possono essere superate se, accanto a misure che riescono a razionalizzare la spesa, si allarga la base dei consumi. Non è quindi togliendo risorse al mondo del lavoro, ai pensionati o a quanti non possono soddisfare esigenze vitali; non è riducendo le salvaguardie sociali, l’assistenza sanitaria, l’efficienza dei servizi di assistenza, non è azzerando queste voci che si può venire a capo dell’intricato problema dell’equilibrio dei bilanci.
Occorrono ben altre misure, che limitino lo strapotere delle diverse lobby, che regolino l’esercizio del credito, impedendo la costituzione di capitali di rapina che alterano i mercati e soffocano lo sviluppo. Occorrono misure di lungo periodo per rilanciare la ricerca, creare infrastrutture, aggiornare il patrimonio produttivo e sottrarlo ai giochi tutt’altro che trasparenti della politica di corto respiro.
Serve, insomma, una visione strategica in grado di prefigurare gli scenari futuri, visione che è offuscata da una dinamica del capitalismo, che, nel suo stadio attuale di accumulazione fine a se stessa, non riesce a trarsi fuori dall’impasse in cui si è cacciata se non con l’espediente della produzione bellica e di una politica imperialistica priva assolutamente di ogni fondamento.

Chissà cosa avranno da brindare Schröder e Chirac

Stanco pachiderma

Bene, questi nodi vengono al pettine nel più ristretto ambito della politica del futuro governo di Angela Merkel. Le sue ricette per governare sono più o meno quelle di un capitalismo temperato da tracce di un liberalismo sociale difficilmente sopprimibile nel quadro di una consolidata tradizione tedesca.
Adesso occorrerà aspettare la risposta della SPD, sempre che dai democristiani venga la proposta di una cogestione del potere. Si lascerà coinvolgere in un’operazione che contraddice alcuni fondamenti del pensiero socialdemocratico? Come potranno convivere le posizioni di un Fischer con quelle di Schäuble? L’avvicinamento all’America di Bush, inscritto nel programma di quest’ultimo, è in netto contrasto con la politica socialdemocratica che certamente non vuol sottrarsi al confronto con gli americani, ma salvaguardando la prospettiva di un’Europa che rivendichi un ruolo autonomo nel consesso dei popoli e si proponga come alternativa credibile alla politica di potenza e neocolonialista dei neocon d’oltre Oceano. Su questo terreno lo scontro è duro anche oltre le apparenze di prospettive mediatrici avanzate dal ministro ombra democristiano. Si tratta di alterare equilibri faticosamente raggiunti dalla comunità europea dopo la tragica avventura irachena. Si tratta anche della ricerca di un ruolo nei futuri assetti di un pianeta che marcia inesorabilmente e con paura verso uno scontro non incruento tra potenze emergenti (asiatiche), i poveri della terra alla ricerca di riscatto (Africa ed America Latina) e lo stanco pachiderma dell’occidente industrializzato.
Per non essere irrevocabilmente coinvolta nel declino, l’Europa ha bisogno di ricorrere a tutte le sue risorse di intelligenza e, soprattutto, di cultura. Ha bisogno di mettere ordine al suo interno, prima di tutto. Un panorama europeo in cui prevalgano l’incultura della destra, la sua miopia politica, il suo revanchismo demenziale è proprio il panorama che occorre esorcizzare. E la vittoria della Merkel in Germania non va purtroppo in questa direzione.

Antonio Cardella