rivista anarchica
anno 35 n. 311
ottobre 2005


G8

La teatralizzazione dello status quo
di Andrea Papi

 

Se si vuole prendere la strada dell’alternativa radicale al sistema, fin da ora deve diventare strategica e programmatica la costruzione della società altra che si vuole proporre.


Il G8 svoltosi nella prima settimana di luglio a Gleneagles, vicino a Edimburgo capitale della Scozia, in tutto e per tutto è stato il compendio di una realistica rappresentazione dello stato del mondo nella fase attuale. Una perfetta realizzazione teatrale della tragedia globale perpetrata e coccolata dagli esseri umani, che si espande e incombe sull’intera manifestazione del pianeta con totale prepotenza, mettendo a rischio la sopravvivenza di ogni specie vivente e del pianeta stesso.
Per come è stato strutturato, per i contenuti di cui era portatore e per i fatti che sono accaduti attorno ad esso, l’evento si è caricato di un’alta pregnanza simbolica. Era stato concepito in origine come una delle rituali riunioni degli autoproclamatisi grandi della terra i quali, secondo copione ormai consolidatosi, avrebbero fatto finta di affrontare i problemi del globo per risolverli. Seguendo l’agenda concordata si dovevano occupare e si sono occupati della povertà endemica che attanaglia interi continenti, in particolare l’Africa, come del problema dell’inquinamento che incombe sull’intera superficie terrestre. Se tutto si fosse svolto secondo le usuali scadenze burocratiche, i “grandi” si sarebbero visti, avrebbero mangiato raffinati manicaretti, si sarebbero strette le mani davanti ai fotografi dei media, avrebbero scambiato tra loro qualche parola da potenti ed avrebbero prodotto un documento finale che ne giustificasse la presenza. Come se non si fossero mai riuniti veramente, per poi finir catalogati nel dimenticatoio dei momenti inconsistenti della storia.
Invece, se da una parte sono stati coerenti avendo rispettato la tradizione di dimostrarsi incapaci di risolvere i problemi che affrontano, dall’altra sono stati costretti ad uscire allo scoperto della loro programmata inconsistenza per la serie di eventi che sono piombati addosso al vertice ed a tutti noi.

Bomba mediatica e bombe reali

Già si era focalizzata una grande attenzione dell’opinione pubblica mondiale sul G8 di Gleneagles prima che iniziasse, a causa del Live 8, il concerto che Bono e Geldof sono riusciti ad organizzare sabato 2 luglio in contemporanea in otto delle principali città del mondo. Lo scopo del concerto, vera e propria bomba mediatica, passerella irripetibile delle più famose rock-star, che ha convogliato tre milioni di persone nelle piazze e due miliardi davanti ai teleschermi, è stato dichiaratamente quello di premere sui potenti della terra, affinché risolvessero il problema della fame nel mondo cominciando ad azzerare il debito che i paesi più poveri hanno contratto da decenni col FMI, gestito dall’atto della sua nascita dalle banche dei paesi più ricchi e causa prima del loro costante ed inarrestabile declino economico. Con un po’ di retorica d’immagine e di un ben calcolato buonismo infarcito di perbenismo, in qualche modo il concerto è riuscito a creare nell’opinione pubblica l’aspettativa che questa volta i “grandi” dovessero seriamente impegnarsi.
Ma già alla vigilia, seguendo le cronache incalzanti dei media, ombre cupe di contestazione si erano assemblate fosche sul vertice, dando l’impressione che quasi quasi fosse a rischio. Lo spettro dei fatti di Genova del luglio di quattro anni fa sembrava riproporsi minaccioso, attanagliando gli umori e le coscienze di tutti i fruitori mediatici. Naturalmente si trattava soltanto del solito copione, capace di convogliare verso lo spettacolo i sentimenti e gli umori dei telespettatori. Erano ricomparsi i protagonisti per eccellenza di questi vertici, i famigerati black-bloc, neri e aggressivi al punto giusto, capaci di ridare verve e importanza a una riunione di capi di stato che altrimenti rischiava di nullificarsi nella sua inconsistenza endemica. Quando lo spettacolo offre la vigoria di un nemico al contempo giovane e battagliero, seppur perfettamente controllato, in qualche modo diventa sempre interessante perché regala emozioni tipiche delle immagini ad effetti speciali.
Non erano però stati fatti i conti con l’imprevedibile, sempre in agguato quando le telecamere sono puntate. Il vertice era appena stato inaugurato la sera del sei. Con sorprendente tempismo, rubando la scena a qualsiasi altro, la mattina dopo inaspettatamente ha fatto irruzione il fantasma di Bin Laden, star della mattanza e dei massacri ad alto livello di spettacolarizzazione.
Quattro ottimi ragazzi molto religiosi, inglesi di buona famiglia benestante e allevati nel londonistan, la vasta comunità musulmana londinese, hanno scelto d’immolarsi per la causa di dio ed hanno regalato la morte diffusa in sei punti della città. Perfettamente in linea con le tensioni terroristiche e teocratiche che stanno scuotendo il mondo dall’11 settembre 2001. Al Qaeda ha dimostrato di mantenere le sue promesse ed ha subito annunciato che in un futuro prossimo colpirà anche Italia e Danimarca quando come e dove deciderà, fottendosene ed allo stesso tempo rispettando le scadenze e i rituali di gestione dei gestori del mondo perché funzionali alla sua propaganda mediatica. Intanto si è subito rifatta viva giovedì 21 luglio, sempre a Londra ma questa volta senza vittime, e sabato 23 a Sharm el Sheik in Egitto, devastando alberghi ed ammazzando circa 70 persone.
Anche il terrorismo non legittimato del fondamentalismo islamico fa parte dello spettacolo. Il gioco delle parti in atto permette di ottenere risultati importanti. Prima di tutto l’identificazione del nemico: da una parte il dominio ufficiale cui sono designate le sorti del sistema vigente e imperante, dall’altra il potere contrapposto che vuole scalzarlo e sostituirvisi; l’uno si fonda sulla promessa (in realtà mai voluta né mantenuta) della diffusione del benessere materiale, l’altro sull’imposizione teocratica e totalitaria del potere di dio, moralizzatore dei corrotti costumi umani. In secondo luogo tende a convogliare le energie delle genti su fronti contrapposti, entrambi vogliosi di imporre la propria volontà, e induce gli individui che assistono a schierarsi, perché impone un senso d’impotenza che porta a desiderare di essere protetti dai forti che stanno conducendo la guerra.
Naturalmente è uno spettacolo che regala emozioni forti, perché è un reality scaturente dalla spontaneità degli stessi avvenimenti, non una fiction televisiva, la quale ha il compito di esorcizzare angosce, paure e desideri non realizzati. Qui i morti sono veri, come gli scontri dei black-bloc, come le folle di persone che manifestano il dissenso, come i “grandi” in assise che se ne fottono, o vorrebbero farlo, dei bisogni e dei pensieri di tutti noi. Tutto ciò cui assistiamo accade realmente e lo sappiamo.
Ma non siamo là dove il tutto si svolge, mentre attraverso l’organizzazione mediatica delle immagini in diretta viviamo un transfert di appartenenza psicologica e, pur essendo qua, ci esaltiamo e soffriamo e partecipiamo come se fossimo là. Siamo stati trasformati in consumatori degli avvenimenti, fruitori del teatro vivente che si svolge in nostro nome senza che siamo protagonisti. Questo ci porta, almeno nei calcoli dei registi che ne traggono profitto sia come business sia come direttori dei nostri destini, ad affidarci a chi sa condurre ed essere dentro il gioco, di cui ci fanno essere partecipi senza partecipare veramente. Senza rendercene conto ci affidiamo così ai veri interpreti degli avvenimenti e deleghiamo loro la conduzione di ciò che avviene. Forte di questa delega, il potere di comando che ci sovrasta non può che uscirne rafforzato.

Eroismo caricaturale

Dapprima minacciato dagli assalti all’arma bianca dei black-bloc, che sono riusciti a tener la scena per due giorni, messo poi seriamente in crisi dagli attentati di Londra del 7 luglio, il G8 di Gleneagles ha così tentato di proporsi con l’eroismo caricaturale del “continuiamo ugualmente, non facciamoci intimidire”, che fa sempre bella figura. Ciò che forse può apparire sconcertante, anche se nessun media ha mostrato di notarlo, è che i black-bloc, ma anche la protesta delle diverse decine di migliaia di persone che ha occupato per giorni le prime pagine dei quotidiani, sono d’incanto spariti non appena ci sono state le deflagrazioni londinesi. Come se non fossero mai esistiti. Sconcertante perché nessuno ne ha più parlato, nonostante i lavori del vertice siano continuati, come se i potenti della terra per discutere non fossero stati costretti ad asserragliarsi nel palazzo per le proteste che li circondavano. La contestazione, che da Seattle in poi accompagna i vertici mondiali muovendo ministri e politici da ogni parte del globo, d’incanto era svanita, non aveva più voce, mentre tutta la scena era stata mediaticamente occupata dal nemico: Bin Laden e i suoi accoliti. Il blitz mediatico è riuscito a convogliare l’attenzione dell’opinione pubblica sulla guerra in atto, quale unica imposta necessità cui devolvere sforzi ed energie, tralasciando i problemi del mondo.
Sommersi dalla spettacolarità bellica orchestrata mediaticamente, accantonata la contestazione che mette in discussione l’operato degli apparati che dirigono le nostre sorti, i “grandi” della terra, potendosi finalmente occupare delle faccende che preferiscono, in quattro e quattr’otto sono così riusciti a liquidare i veri problemi per cui si erano ritrovati, lasciandoli irrisolti e rimandandoli ad “occasioni migliori”. Cos’hanno deciso? In pratica nulla di sostanziale. Mentre si sono confermati nell’arte di cui sono maestri: hanno sancito di prendere soltanto impegni generici.
Per l’Africa sono stati stanziati 50 miliardi di dollari entro il 2010, del tutto insufficienti a promuovere un’autentica politica di sviluppo. In realtà infatti sono veramente pochini per l’enorme fabbisogno che necessiterebbe realmente, mentre non è stato affatto chiarito il modo e la qualità della loro distribuzione, soprattutto se si pensa a come sono sempre stati distribuiti finora, dal momento che hanno sempre rimpinguato le pochissime tasche di voraci affamatori e in più di un’occasione sono serviti ad impinguare gli apparati militari, arricchendo al contempo i trafficanti d’armi.
Collegato sempre all’Africa e al problema della povertà, è stato confermato l’azzeramento del debito per i 18 paesi più poveri (14 africani e 4 latino-americani). A parte il fatto che i paesi che ne dovrebbero usufruire sono di più, se l’azzeramento non viene accompagnato da un serio programma di avvio dello sviluppo capace di rispettare, incentivare e valorizzare culture e capacità locali, senza diventare occasione di nuovi mercati e nuovi sfruttamenti per le multinazionali che già impestano il mondo, in poco tempo perde efficacia e si trasforma in boomerang.
Per quanto riguarda l’inquinamento climatico, a Gleneagles è stata offerta una rappresentazione da classico della commedia dell’arte. È stato infatti considerato un vero successo che il presidente americano Bush abbia finalmente ammesso che, forse, è in atto una degenerazione del clima dovuta ad agenti dell’opera umana. Però ha subito chiarito che gli USA, maggiori produttori mondiali di gas serra, continueranno a non aderire neanche all’insufficiente protocollo di Kyoto perché non se lo possono permettere economicamente. Così, invece di diminuire le emissioni, il problema è stato spostato genericamente, molto genericamente, sui finanziamenti alla ricerca, sul modo in cui si deve usare l’energia, sull’intento di rendere il futuro più pulito con energie come nucleare e bio-energie.
In altre parole, tutto continua nel disastro attuale, con l’unica differenza che da parte di chi conta ci dovrebbe essere un maggiore impegno a cercare nuove soluzioni economicamente praticabili. A tutti gli effetti si è sancito di confermare lo status quo, che ormai tutti riconoscono devastante.
Non c’è affatto da stupirsi! In fondo tutto procede seguendo le scadenze e il senso dello stato del mondo per come si è costituito storicamente e consolidato nel tempo. Il problema principale è la guerra, questa volta non tra nazioni o stati, ma tra il governo del sistema globale e le cellule di una spietata teocrazia clandestina, autoreferenziale e autoproclamatasi voce di dio, che persegue l’intento di fiaccare gli avversari e piegare alla propria volontà i regimi islamici moderati, agendo con la sanguinaria efferatezza del terrore ed usufruendo della pubblicità mass-mediatica.
Rispetto al vecchio colonialismo ottocentesco e alla barbarie delle guerre mondiali del novecento i protagonisti contendenti sono cambiati, come pure le ideologie giustificative, ma il fine rimane quello di assicurarsi il dominio su tutto e su tutti. Al di là della guerra tutto il resto viene ridotto a gestione ordinaria dell’esistente, correggibile e teoricamente riformabile per renderlo più efficiente, all’occorrenza più funzionale alla conservazione dello status quo, irrimediabilmente e testardamente considerato non modificabile nella sostanza e nelle strutture portanti.

Moloch imperioso e terrificante

A tutti gli effetti si tratta di uno sguardo ed un atteggiamento antropocentrici fondati sulla logica e la volontà di predominio. Ciò che conta, che continua imperterrito a contare, sono il bisogno e la volontà di esercitare il dominio sugli altri e su tutto. Così le scelte che lor signori fanno sono dettate dallo scopo primario di conservare il potere impositivo, l’esercizio del comando e la gestione a tutti i costi dell’ordinario, preoccupati soprattutto di non stravolgere e non mettere in crisi le strutture portanti del sistema vigente. Una specie di Moloch imperioso e terrificante ci avvolge con le sue spire. La causa della situazione che viviamo, che per riconoscimento unanime ha sempre più necessità di dover essere mutata, secondo il volere di chi ha il potere di decidere non può essere rimossa perché è indispensabile alla conservazione del suo potere, considerato il bene più prezioso al quale sacrificare qualsiasi altra cosa.
Alla base di tutto c’è il potere/denaro, che assicura a chiunque lo possieda proprietà e possesso di qualsiasi cosa e qualsiasi possibilità, al di fuori e contro ogni regola ed ogni etica più o meno condivise. Assecondato e garantito da questa base, principe per importanza, c’è il potere/decisione, che permette all’élite che lo possiede, sia essa un’oligarchia economica o militare o religiosa o politica, di definire in modo incontrastato che cosa si deve o non si deve fare. Infine, importante alla pari degli altri due, c’è il potere/imposizione, che attraverso l’esercizio del comando garantisce l’esecuzione, imposta con la forza o condivisa, delle decisioni prese dall’oligarchia che comanda.
Questi tre poteri sono strettamente interconnessi e interdipendenti tra loro, in modo da formare una catena compatta che permette ad un’esigua minoranza d’imporsi su tutto il resto del genere umano. Purtroppo nelle società attuali sono queste e non altre le fondamenta irrinunciabili del funzionamento della conduzione che riguarda tutti, determinando uno stato di cose altamente ingiusto, secondo cui lo scopo di vivere è arricchirsi e comandare fottendosene di tutto e di tutti.
Il capitalismo liberista, impostosi e consolidatosi storicamente a livello planetario, è il sistema di potere vigente che condiziona pesantemente le vite di ogni essere umano in ogni parte del globo, costringendoci ad accettare e subire le logiche, la cultura, le ingiustizie e le imposizioni di cui è creatore e portatore. Sfruttando opprimendo e impoverendo, uomini donne esseri viventi e risorse naturali, ha raggiunto l’apice nella soddisfazione del potere/denaro per un’esigua minoranza di privilegiati a discapito di tutti gli altri, usando con grande avidità e al di là e contro ogni principio etico sia il potere/decisione che il potere/imposizione.
Con le sue capacità onnivore ed efficienti è riuscito a convogliare ai suoi scopi le strutture di potere dei regimi politici di ogni paese e di ogni stato sulla faccia della terra, siano esse democratiche o dittatoriali o assolutiste. Sotto gli occhi di tutti, impotenti, si sta consumando l’enorme tragedia della dilapidazione delle ricchezze culturali e di quelle naturali, dell’inquinamento climatico delle acque e della terra, dell’estinzione di intere specie viventi e della scomparsa progressiva della biodiversità. Gli allarmi di associazioni e di scienziati si moltiplicano, ma la folle corsa dei potentati economici politici e militari non si arresta e non accenna ad arretrare. Chi ha in mano le nostre sorti conosce soltanto un dettato: continuare ad arricchirsi e comandare, costi quel che costi.
Avendo una natura onnicomprensiva ed esclusivista, non è possibile riformare dall’interno un sistema siffatto. Lo dimostrano i mille tentativi del principio riformista socialdemocratico applicato che, partito con tutte le buone intenzioni di modificarne la natura agendo sulle sue presunte contraddizioni per trasformarlo in senso socialistico, è stato sempre riassorbito e inglobato, fino a divenire elemento della sua conservazione là dove è riuscito a gestirne i governi, sia centrali che locali. Se esiste una possibilità di cambiare la sostanza delle cose non può che essere agendo esternamente al sistema, seguendo una logica di sovvertimento dell’ordine e degli ordinamenti esistenti.

Ma per essere efficace ed acquistare possibilità di riuscita la sovversione non può limitarsi ad essere contrappositiva, a finalizzare cioè scelte d’azione e impegno nel suscitare innanzitutto lo scontro col sistema nella speranza di vincerlo.
Un ordine costituito si riesce a sovvertire quando si è in grado di mettere in piedi e costruire qualcos’altro di radicalmente differente che lo sostituisce. Altrimenti, anche nel caso, sempre più raro, che si riesca momentaneamente a metterlo in ginocchio, se non vi si sostituisce in breve tempo un assetto alternativo che sia in grado di funzionare, il vecchio che ci si era illusi di aver abbattuto si ricostituisce istituzionalizzandosi di nuovo, magari in forma riformata, ma riproponente modi e strutture capaci di attivare cultura senso e procedure che instaurano di nuovo oppressione e sfruttamento che si volevano eliminare.
Se veramente si vuole prendere la strada dell’alternativa radicale al sistema di potere vigente, fin da ora deve diventare strategica e programmatica la costruzione della società altra che si vuole proporre.
Una costruzione che si concepisce come momento di sperimentazione e di lotta insieme, che riesca ad esprimere la tendenza e la volontà di espandersi nel sociale per sovvertirlo, che allo stesso tempo manifesti la capacità di saper costruire collettivamente il nuovo che si vorrebbe e si desidera. Per gli anarchici non può che avere le caratteristiche della libertà della solidarietà e della reciprocità all’interno di relazioni intercolletive ed interindividuali egualitarie, in tutti gli ambiti che definiscono la qualità dell’identità societaria, da quello economico, a quello politico, a quello culturale, per scalzare cultura e metodi autoritari e gerarchici e di appropriazione finanziaria.

Andrea Papi