rivista anarchica
anno 33 n. 295
dicembre 2003 - gennaio 2004


canzone d’autore

a cura di Alessio Lega

 

Sulle tracce di Herbert Pagani (1944-1988)

Immagina, amore mio tutta un’infanzia senza carezze
Una guerra di vent’anni a colpi di bolli e di avvocati
Nella mia isola si battevano tre naufraghi della tenerezza
Tre relitti dell’amore. Questa fu la mia famiglia.

Il bambino ha pochi anni, 2, 5, 7, e già deve conoscere, approfondire e scavare nella ferita di ogni tormentoso grado della separazione… deportato di collegio in albergo, usato come arma di ricatto e di ritorsione fra due genitori separatisi prestissimo, un anno e mezzo dopo la sua nascita.
Il bambino possiede già nel DNA la mappa delle differenze, delle controversie del tempo, degli esili, delle fughe, delle persecuzioni. È egli il figlio di due ispano-ebrei libanesi, ormai italiani quando nel 1944 nasce.
Il padre, uomo d’affari in incessante movimento, un vero ebreo errante col suo piccolo in spalla, lo porta con sé; la madre, tenuta all’oscuro di ogni spostamento, inizia un incessante inseguimento, approfittando, solo qualche volta in questi primi anni, della fortuita occasione di poter riabbracciare suo figlio… qualche minuto, qualche ora… poi sarà di nuovo un’incognita distanza a separarli.
Il ragazzo completa i suoi studi in un pensionato francese, dove, prima che a forza d’amore/perdesse il suo accento, s’inventa il linguaggio universale della propria arte grafica e pittorica, con quella le barriere linguistiche cadono. Immediatamente un illustre poeta quale Jean Rousselot si accorge del suo talento e consegna al mondo un articolo entusiastico che inneggia a questo visionario di vent’anni. La scoperta delle arti visive, primo amore del ragazzo, sarà alla fine l’ultimo amore dell’uomo che negli anni estremi si occuperà solo di queste.

Ma di parlare del prodotto mi son rotto e ti sei rotto
E se ci tieni fatti sotto: i dischi miei li puoi rubare!
Ma vuoi mettere il teatro con te lì a mezzo metro
Ed io che ti scartavetro e tu padrone di fischiare
Infatti cerco sempre un occhio in cui poter ficcare il dito
Ma non attacco il mio vagone a nessun treno di partito.

Ma nel frattempo l’esigenza di non essere solo (“l’amicizia”, oltre che il titolo di un suo disco e di una sua famosa canzone, sarà la parola chiave della sua vita), di usufruire di un mezzo di comunicazione che gli metta direttamente in mano – e subito – le emozioni palpitanti che sente di poter suscitare in chi gli sta di fronte, lo spinge a occuparsi di musica; la necessità di essere profondo e di comunicare la sua visione del mondo, lo spinge alla poesia… nasce così il cantautore.

Herbert Pagani

Per puro caso, a bazzicare l’ambiente, finisce per ritrovarsi leggendario speaker degli anni più gloriosi di Radio Montecarlo, le sue trovate, i jingle, lo stile della sua conduzione, il modo frizzante, umano e sensibile al contempo (diremo per inciso che sua fu l’ultima intervista a Luigi Tenco), inaugurano tutto lo stile radiofonico moderno.
Parallelamente cresce l’autore, s’affaccia, prima con qualche peccato di gioventù, facile e disimpegnato (Cin-cin con gli occhiali), poi intessendo un disco di interessante impostazione radiofonica (Amicizia) dove i temi si fanno già più approfonditi e difficili. L’Italia è però immatura per quest’artista dalle ambizioni totali che tenta un linguaggio stratificato, popolare e poetico insieme…
L’ennesimo divorzio da una patria si celebra quando la censura colpisce Albergo ad ore: siamo quasi nel ’70 e lo spettatore medio italiota non può sopportare un esplicito riferimento al suicidio… e pensare che è una canzone che la Piaf, nell’originale versione francese, cantava senza problemi negli anni quaranta…
Così il nostro prova a farsi un’expérience nello stesso ambiente dei suoi idoli di sempre, Brel e Ferré.
La cosa marcia piuttosto bene: 5 dischi in cinque anni, fra cui il monumentale capolavoro Megalopolis, e poi spettacoli celebrati, dirette televisive, un gran numero di concerti per ogni dove… Ogni tanto un ritorno in Italia per vari e interessanti progetti, gli ultimi dei quali saranno la partecipazione come attore e musicista allo sceneggiato Rai Marco Visconti e un ultimo bellissimo disco in italiano, Palcoscenico, nel ’76.
Profittando della notorietà raggiunta l’uomo, ormai maturo ma mai pacificato, lancia le sue battaglie di sionista di sinistra sollevando un vespaio di polemiche… notissima l’Arringa per la mia terra (11 novembre 1975), che si conclude con le parole “per oggi la famosa frase di Cartesio: Penso dunque sono non ha nessun valore. Noi ebrei sono 5.000 anni che pensiamo e ci negano ancora il diritto di esistere. Oggi, anche se mi fa orrore, sono costretto a dire: mi difendo, dunque sono.”
Non sono per niente d’accordo con lui, ma mi sarebbe piaciuto poterci litigare assieme!
In seguito sarà il silenzio per quasi dieci anni, interrotto ogni tanto da una mostra, da un intervento polemico, da tanti progetti visivi e di scrittura in un ritiro operoso. L’uomo inquieto non soccombe alla palude degli anni ottanta, ma la sua voce non trova più la strada per uscire, né la troverà più dal momento che una vigliacca e fulminante leucemia ci separa, dopo soli 46 anni, dal nostro testardissimo compagno, il nostro meraviglioso amico. Herbert Avraham Haggiag Pagani.
Questa, per sommi capi, fu la sua vita; altrettanto per sommi capi diremo che chi si accosta alle sue opere, e mi riferisco a quelle discografiche, che delle altre ho una conoscenza del tutto lacunosa, si troverà di fronte a un quasi inafferrabile patchwork, in cui la canzone più classica, spesso scritta con intenzione espressamente populista, convive con arrangiamenti lussureggianti, pieni d’interventi extra-musicali: di voci, di versi, di rumori della strada, in cui la musica è al contempo accompagnamento, controcanto e colonna sonora; a fare da collante a questi strani ingredienti c’è l’irresistibile convinzione dell’interprete, la sua passionalità candida.
Attenzione, quando parliamo di candore non ci riferiamo a una qualsivoglia incoscienza da parte dell’artista, che invece nelle ardite costruzioni delle sue opere si mostra scaltro e perfetto dominatore dei suoi mezzi, semplicemente ci richiamiamo a quella specie di miracolo laico che unisce la più squisita naturalezza alla più rifinita fattura. Questa è l’impressione che ci lasciano quei vecchi dischi, quelle scarse testimonianze filmate: un uomo di infinita passione e cristallina chiarezza, che abita nel corpo di un fine cesellatore; un artigiano che umilmente si arrovella su manufatti tanto ricchi quanto comodi, continuamente attraversato dal dionisiaco vento dell’ispirazione. Un puro.
I suoi dischi in italiano, che si possano considerare maturi e definiti, sono alla fine solo due, e il curioso che vorrà farsi un’idea chiara di questo poeta dovrà necessariamente ricorrere ai dischi in francese, peraltro oggi stampati in una bella riedizione digitale, al contrario degli introvabili vinili nostrani, fuori catalogo e venduti a peso d’oro dagli antiquari.
Tanto per cominciare, caso più unico che raro, Pagani scrive perfettamente in entrambe le lingue, abitandole da vero artista, ugualmente bene e in modo sottilmente diverso.
La pasta della sua voce, bella espressiva e caldissima, è come, nel fondo, incrinata da una ferita, come velata da una dolcissima goccia di miele. Che canti per i cani abbandonati e rinchiusi in lager maleodoranti (Berger d’artiste), che invochi l’attenzione su Venezia che affoga, che irrida alle convenzioni del suo stesso mestiere (Palcoscenico), o che descriva le sue ferite profonde (Des gens hereux, Il est toujours trop tot...), Pagani resta quell’affascinante nodo di gentili contraddizioni che lo faceva apparire al contempo un apocalittico e un ottimista, un animo tormentato e ferito e un cuore generoso e aperto, uno di quelli che insomma in difetto di radici/s’è costruito delle ali.

Herbert Pagani

Un discorso del tutto a parte meriterebbe Megalopolis, innovativa opera pop, romanzo sonoro e soprattutto visione incredibilmente profetica della degenerazione del nostro sistema di vita ipertecnologico, ma rimandiamo, per ragioni di spazio, al futuro l’occasione di parlare di un materiale così complesso...
Dirò solo che incredibilmente l’apocalisse che conclude Megalopolis inizia con una panne elettrica che precipita nel black-out generalizzato l’intera Europa (anzi gli stati uniti d’Europa, come li chiama lui nel lontano ’72!)... scrivo queste righe a nemmeno venti ore di distanza dal grande black-out che ha lasciato al buio l’Italia per, in media, una decina di ore... pour prevoir l’inconnu/il faut etre poète.

Alessio Lega
amoreanarchia@tiscalinet.it

Lezioni di pittura

Quando lascio Parigi, capital-spazzatura
Quando fuggo dalle pubblicità che mi assalgono a colori
Quando lascio il suo grigio nel retrovisore
Per cantare da qualche parte fra Loira e Mosella
Riscopro il tuo volto fra le rondini
E ritorno pittore e mi scordo il cantante.

Hai dei cieli che danno lezioni di pittura
Hai i cieli dei quadri della rivoluzione
Le tue nubi sputate da enormi cannoni
Si contendono l’alto, e passando in macchina
Mi sembrano navi assetate d’azzurro
E fioccano così basse, che mi sfiorano la fronte

Le tue capanne hanno tutta l’aria di venir fuori da una bibbia
Curata da un qualche Mosè normanno
E i tuoi prati sono di un verde così commestibile
Che si vorrebbe essere cavallo per brucarli un po’

Hai i cieli di Vlaminck, ma di un blu che si muove
Hai i campi di Van Gogh, ma con in più gli odori
Hai Monet per le acque, i riflessi, i vapori
E queste giungle fiorite nelle stazioni dei paesi
Sono talmente Rousseau [il doganiere], che quasi è un peccato
Che manchi un leone che sorride fra i fiori.

Che mi guidino dal cielo o li abbia alle calcagna
Che sian d’oro o di bronzo, di bruma o di sangue
Il tuo sole mi rivela, a questa o quell’ora
Primavere giapponesi, autunni spumosi
Estati violette, come da manuale
Novembri di pioggia, inverni di diamante. [...]

Però io, che prendo le tue lezioni di pittura,
Io che canto la tua terra proprio ai tuoi figli
Io che a forza d’amore ho perduto l’accento
E ti cucio in francese quartine su misura
Come molti amanti ho anch’io una ferita
Che conservo segreta, ma continua a sanguinare.

Ma mi hai visto? Ho il ricciolo berbero
Ma mi hai ascoltato? Ho la voce di un muratore
È nell’olio d’oliva che cucino le canzoni
E parlo gesticolando e adoro la mamma
Ed ho tanti pogrom nel mio cuore millenario
Che talvolta esito davanti al prosciutto.

Cominci a capire perché mi addolora
Vedere il disprezzo che hanno a volte i tuoi figli
Per i neri, gli arabi, gli ebrei, gli zingari
Che non hanno il talento di passare per poeti...