Rivista Anarchica Online
F. S. Merlino - tra marxismo e anarchismo
di Giampiero Landi
Qualcuno potrebbe meravigliarsi del fatto che sia proprio una rivista anarchica ad occuparsi del
pensiero di Francesco Saverio Merlino, nel cinquantenario della sua morte (Roma, 30 giugno
1930). Tantopiù che, se si eccettua un paginone sull'Avanti! del 10 settembre, nessuna voce
si è
levata, negli organi di informazione e nelle riviste politico/culturali, a ricordare questa originale
figura di studioso e di militante socialista (nel senso più ampio del termine). Questa "sfortuna" di
Merlino trova forse qualche spiegazione nella singolarità del suo percorso politico e nella
complessità del suo pensiero, nel quale si intrecciano tematiche storico/teoriche e problemi di
non facile soluzione. Militante di primo piano del movimento anarchico per un ventennio, infatti, Merlino ne
uscì
polemicamente nel 1897 criticando l'astensionismo elettorale e propugnando la partecipazione
alla vita istituzionale. Si iscrisse al partito socialista, ne fu anche candidato alla Camera, ma restò
sempre su posizioni critiche e finì per ritirarsi dalla vita di partito per dedicarsi allo studio.
Precursore e protagonista della revisione del marxismo di fine secolo, giunse nella maturità
all'elaborazione di una concezione integrale ed organica del socialismo, decisamente originale e
refrattaria alle solite schematiche classificazioni. Pur rispettandone l'onestà intellettuale e la statura
morale, gli anarchici polemizzarono
fermamente con la "svolta" merliniana del '97 e con i successivi sviluppi del suo pensiero. La
lunga e vivace polemica pubblica svoltasi nel '97 tra Malatesta e Merlino contribuì a chiarire le
ragioni dell'insanabile dissidio tra l'anarchismo ed il riformismo: ancora oggi gli elementi
essenziali di quella polemica restano validi ed a noi sembra che l'esperienza storica abbia fornito
ulteriori basi alla critica malatestiana. Ciò non toglie che già allora, nel momento del distacco in
cui prevaleva l'esigenza della differenziazione, si potessero cogliere nella posizione di Merlino
elementi utili per un riesame critico dell'anarchismo: lo stesso Malatesta, ricordando
sull'Almanacco libertario del 1931 l'amico da poco scomparso, osservava acutamente che gli
anarchici, ai quali egli avrebbe potuto essere molto utile con le sue critiche spesso giustissime,
non potevano certo seguirlo per il complesso delle sue idee e specialmente per le sue tendenze
parlamentari. E quando nel 1907 in un'intervista pubblicata su diversi giornali Merlino criticò a
fondo il movimento anarchico, quasi negandone la stessa ragion d'essere, Luigi Galleani ebbe
modo di scrivere in polemica risposta alcune delle sue pagine più belle, per riaffermare la vitalità
e l'irrinunciabile validità dell'anarchismo. Legato a Malatesta da sentimenti di profonda stima ed
amicizia, al di là delle polemiche
ideologiche, Merlino seguì con intelligente attenzione gli sviluppi del nostro movimento e nel
primo dopoguerra collaborò più volte con scritti alla stampa anarchica - approfondendo la sua
critica dell'anarchismo. La revisione che dal '96 in poi Merlino continuò a propugnare, se accolta
nella sua integralità avrebbe snaturato l'anarchismo, rendendolo qualcosa di altro da sé. Ma per
chi è animato da volontà di approfondimento, non è difficile individuare certe posizioni
merliniane che meritano di essere riprese e discusse. A volte, poi, l'incompatibilità tra alcune
posizioni di Merlino e l'anarchismo è forse più apparente che reale. Merlino è,
comunque, uno dei pensatori ancor oggi più stimolanti per affrontare da un angolo
critico libertario l'analisi delle questioni centrali e dei nodi irrisolti del pensiero anarchico. Le
grandi tematiche economiche, socio-giuridiche, ecc., che sono state oggetto principale del suo
studio e per le quali si è sforzato di prefigurare le linee di soluzione in una società socialista,
restano un campo aperto d'analisi e di progettazione. In questo contesto, nella continuità storica della
nostra critica al Merlino post-1897,
pubblichiamo questo servizio del compagno Giampiero Landi.
Un pensiero originale
Nato a Napoli il 15 settembre 1856 da una famiglia della media borghesia, Merlino compì gli
studi nella città natale e si laureò giovanissimo in giurisprudenza. Il moto di Benevento (1877),
in cui era implicato Errico Malatesta, antico compagno di studi, suscitò l'interesse e la curiosità
di Merlino, ponendolo di fronte alle idee propugnate dall'Internazionale. Assunta la difesa di
Malatesta, Cafiero e altri internazionalisti, Merlino aderì con entusiasmo alle idee socialiste
anarchiche, ed entrò nella lotta politica attiva, portandovi il suo coraggio e una notevole
intelligenza sorretta da una solida cultura. Con Malatesta venne riannodata un'amicizia che
proseguì poi per tutta la vita, al di là delle divergenze teoriche manifestate negli anni della
maturità. Nel 1879 Merlino pubblicò i primi due opuscoli di una certa importanza, dedicati alle
figure dei
napoletani Vincenzo Russo e Carlo Pisacane, precursori del moderno socialismo. Con questi
saggi Merlino poneva in risalto le radici della sua formazione culturale e politica, riannodandosi
esplicitamente alla tradizione democratica e rivoluzionaria meridionale. Per molti anni l'opera di
Merlino si svolse totalmente e senza incertezze nell'ambito del movimento anarchico, di cui egli
divenne, al pari di Malatesta, uno degli esponenti più autorevoli e ascoltati. La svolta di Costa lo
lasciò sostanzialmente insensibile e, a parte alcune sfumature d'accenti nel giudicare il transfuga,
egli rimase per il momento su posizioni intransigentemente rivoluzionarie e antiparlamentari. Furono anni
dedicati in prevalenza a un'attività di propaganda e di battaglia politica quotidiana,
che attirò su di lui la sorveglianza e le persecuzioni della polizia. Nel 1884 venne condannato a 4
anni di carcere in un processo a Firenze che lo vide imputato con Malatesta e altri compagni.
Prima che la sentenza diventasse definitiva, Merlino riparò all'estero, ponendo inizio a un esilio
che sarebbe durato dieci anni. È un periodo fondamentale per la sua formazione, avendo egli
modo di sprovincializzare definitivamente la sua cultura, con l'esame diretto della realtà sociale e
politica di altri paesi e con l'ampliarsi dell'orizzonte dei suoi interessi e conoscenze. Si stabilì a
Londra, allontanandosene diverse volte per recarsi in numerosi paesi europei e negli Stati Uniti.
Alternò una febbrile attività di militante, per cui fu ripetutamente alle prese con la polizia, a
quella dello studioso. Pur tra disagi e rischi diede prova di una prodigiosa operosità intellettuale.
Partecipò, in qualità di delegato italiano, a diversi congressi internazionali anarchici o socialisti,
tra cui quello di Parigi del 1889, in cui venne fondata la Seconda Internazionale e durante il quale
ebbe uno scontro polemico con i rappresentanti della socialdemocrazia tedesca. Esperto
conoscitore di molte lingue, collaborò con apprezzati articoli teorici a numerose e importanti
riviste francesi, belghe, tedesche e inglesi (La Société Nouvelle, Le Journal des Economistes,
La
Revue de Sciences Sociales, The Forum, Nineteenth Century, ecc.). Nel 1887 pubblicò a
Londra Socialismo o Monopolismo?, opera impegnativa e di una certa
originalità, in cui l'autore mostrava una padronanza dei fenomeni economici sconosciuta ai
socialisti italiani del suo tempo. Notevole soprattutto l'intuizione del peso crescente dei monopoli
nell'economia dei paesi più sviluppati, e delle trasformazioni che tale fatto comportava. Seguiva,
nel 1890, L'Italie telle qu'elle est, scritto per il pubblico francese. Per la prima volta veniva
affrontata da un punto di vista socialista, in un'opera di vasto respiro, la storia dell'Italia post-risorgimentale, dopo
la conquista regia e l'unificazione. Sulla base di un'ampia documentazione
di provenienza la più varia, Merlino vi dimostrava che "la rivoluzione del 1860 fu compiuta dalla
borghesia contro il popolo, dal capitale contro la terra, dall'industria contro l'agricoltura, dal
Nord contro il Mezzogiorno" (1). Per tale consapevolezza - è stato notato - Merlino può
essere
definito il primo socialista meridionalista d'Italia (2). Questo libro e il precedente spiccano
decisamente, sia per l'argomento, sia per il rigore scientifico della trattazione, nel panorama della
letteratura anarchica e socialista italiana del periodo, e testimoniano nell'autore una autonomia e
una originalità di pensiero che prelude alle opere della maturità. Iniziava intanto un processo
di approfondimento delle teorie anarchiche, che portò Merlino ad
elaborare, sia pure dall'interno, posizioni critiche nei confronti delle tendenze prevalenti nel
movimento. Spirito pratico e alieno da ogni utopismo, Merlino aveva una visione costruttiva e
realizzatrice dell'anarchismo, che si manifestava in particolare nell'attenzione costante dedicata ai
problemi organizzativi della società futura (3). Egli poneva l'accento sugli aspetti positivi e
realizzatori del programma, ed era mosso da un'esigenza di rigore e di concretezza nell'approccio
ai problemi, che lo portava a manifestare insoddisfazione e insofferenza nei riguardi delle
formulazioni vaghe e generiche. L'impostazione costruttiva e problematica di Merlino lo portò a
scontrarsi sin dal loro primo apparire, con le tendenze individualiste e antiorganizzatrici che si
diffusero negli ultimi lustri del secolo nel movimento, anche per reazione al legalitarismo della
socialdemocrazia. Per rompere con gli anarchici antiorganizzatori e proporre una piattaforma
comune per le correnti rivoluzionarie del tempo, Merlino pubblicò nel 1892 l'opuscolo
Necessità
e basi di un accordo. L'autore vi sosteneva, forse con maggiore radicalità e determinazione,
posizioni che erano proprie anche di Malatesta, con cui agiva ancora di perfetto accordo. La
campagna proseguì con la pubblicazione, l'anno seguente, de L'Individualismo nell'anarchismo
(4), in cui alla critica all'individualismo terroristico e alle posizioni di Tucker, si affiancava,
come novità, la critica alla concezione comunista anarchica di Kropotkin, ritenuta da Merlino
troppo ottimistica e approssimativa, sostanzialmente non scientifica e impraticabile. Al
semplicissimo Kropotkiniano veniva opposta l'esistenza di fenomeni e leggi economiche, come il
valore, praticamente indistruttibili, e utilizzando il pensiero della scuola marginalista, Merlino
enunciava per la prima volta la teoria della socializzazione delle rendite e dei profitti, destinata a
restare un originale aspetto del suo pensiero economico. Nel 1894, a seguito dei Fasci siciliani e dei moti in
Lunigiana, tra gli esuli internazionalisti si
diffuse la speranza di una prossima rivoluzione. Con Malatesta e Malato, Merlino rientrò in Italia
per organizzare l'insurrezione, ma venne arrestato quasi subito a Napoli su delazione di uno
studente. Mancando ancora pochi mesi alla caduta in prescrizione, venne condannato a scontare
la vecchia pena dell'84. Uscì dal carcere nel 1896 per effetto di un'amnistia, e dopo una breve
permanenza a Napoli, trasferì definitivamente la sua residenza a Roma. La sosta forzata subita negli anni
di carcere venne utilizzata da Merlino per rimeditare le
esperienze passate. Giungeva a maturazione il processo di distacco dal movimento anarchico,
con il passaggio da posizioni di adesione critica a una nuova fase che si poneva ormai
marcatamente e coscientemente all'esterno.
Il distacco dall'anarchismo
L'atto formale di uscita di Merlino dal movimento anarchico si ebbe con una lunga e giustamente
famosa polemica con Malatesta che, iniziatasi nel gennaio 1897, proseguì su vari giornali per
tutto il corso dell'anno (5). Partita da un invito rivolto da Merlino agli anarchici perché
abbandonassero il tradizionale astensionismo e partecipassero alle elezioni, la polemica si allargò
man mano ad altri temi, investendo tutta la problematica dell'anarchismo e della democrazia.
Nonostante la passione che li animava, i protagonisti riuscirono a mantenere il dibattito su un
tono elevato di confronto teorico, evitando con eleganza ogni facile scadimento personalistico.
Merlino, disilluso sul movimento anarchico e incalzato dalla sua esigenza di concretezza,
sottopose il suo contraddittore a un bombardamento di quesiti e di obiezioni. Influiva forse sul
suo atteggiamento la difficile situazione politica italiana di fine secolo, caratterizzata da un
attacco repressivo alle libertà statutarie fondamentali, di fronte al quale sembrava a molti naturale
fare fronte comune tra tutti i partiti e i movimenti della sinistra, accantonando temporaneamente i
contrasti ideologici. Non vanno escluse poi le suggestioni che potevano derivare dal successo che
le posizioni socialdemocratiche sembravano ottenere su scala europea. Malatesta intuì la sincerità
di intenzioni del vecchio amico, riconobbe che esso sollevava dei problemi reali con cui non si
poteva fare a meno di confrontarsi, e colse l'occasione della polemica per stabilire alcuni punti
fermi che servissero di chiarificazione e di orientamento per i compagni. Malatesta si rendeva
conto che, al di là dell'apparente somiglianza dei percorsi politici, con Merlino non ci si trovava
di fronte a un nuovo caso Costa. A parte ogni considerazione sulla levatura intellettuale
dell'uomo, in questo caso non c'era un partito costituito o da costituire, e del resto l'anarchismo
aveva ormai acquisito una robustezza e uno spessore teorico sufficiente per assorbire senza
traumi e lacerazioni una perdita pure dolorosa quale quella di Merlino. Rileggendo i documenti
della polemica, respirando il clima di relativa serenità in cui essa si svolse, si ha l'impressione di
assistere a uno sforzo comune di sviscerare il complesso groviglio degli stessi problemi,
collocandosi i protagonisti uno all'interno e l'altro all'esterno, ma muovendo da ispirazioni vicine
più che opposte. L'uscita di Merlino dal movimento anarchico, per i modi e i termini nei quali venne
espressa, non
comportò la fine dei rapporti di amicizia e di rispetto con i vecchi compagni. Questi rapporti
vennero anzi rinsaldati nel tempo per la generosa disponibilità sempre manifestata da Merlino
nell'assumere la difesa legale degli anarchici, come avvenne dopo il regicidio di Monza, con la
coraggiosa accettazione della difesa di Bresci (rifiutata invece da Filippo Turati).
Nel socialismo
Contemporaneamente alla critica all'anarchismo, Merlino riprese e sviluppò ampiamente la
critica al marxismo e alla politica della socialdemocrazia tedesca; si trattava di critiche iniziate
già negli anni precedenti, e che ora trovavano una formulazione più approfondita e organica.
Con
Pro e contro il Socialismo (1897), L'Utopia collettivista e Formes et essence du
socialisme
(1898), e l'importante Rivista Critica del Socialismo, che uscì per tutto il 1899 sotto la sua
direzione, Merlino si pose al centro del vasto movimento europeo di critica e di revisione del
marxismo che caratterizzò gli anni di fine secolo. Merlino, che aveva percorso e in certa misura
avviato il fenomeno, divenne l'interlocutore apprezzato di personaggi come Berstein in Germania
e Sorel in Francia, ma si attirò pure gli strali polemici, spesso velenosi, di interpreti ortodossi del
marxismo come Antonio Labriola e Leonida Bissolati (6). Più che di revisione, nel caso di
Merlino è corretto parlare di critica del marxismo, non avendo egli mai aderito propriamente alle
teorie marxiane negli anni precedenti (7). Si trattò per Merlino di un periodo di straordinaria
operosità intellettuale, nel quale il suo pensiero giunse a maturazione, e vennero tracciate le linee
fondamentali della sua originale visione del socialismo, a cui doveva attenersi abbastanza
fedelmente nelle opere successive. Nonostante la rilevante diversità di ispirazione politica e le
polemiche che lo opponevano agli
esponenti di maggior spicco del partito, alla fine del 1899 Merlino aderì al PSI. Egli sembra
nutrire in questo periodo la speranza che lo sviluppo della situazione politica generale, o un
processo di naturale maturazione teorica e ideologica, potessero portare il partito su posizioni
simili a quelle che egli veniva elaborando. L'obiettivo di Merlino divenne quello di stimolare e
aiutare ad affermarsi dall'interno un processo di revisione, in modo da fare del partito la trave
portante di un progetto politico di trasformazione socialista della società a cui, nella sua visione,
dovevano concorrere tutte le forze politiche progressiste, compresi i socialisti anarchici. Le speranze merliniane
non tardarono ad essere deluse. Egli dovette sostenere duri e prolungati
scontri con i dirigenti del partito e in particolare con Turati. In polemica con Turati, Merlino
scrisse nel 1901 gli opuscoli Partito socialista o Partito operaio?, e Collettivismo, lotta di classe
e... Ministero (Controreplica a F. Turati), nei quali la discussione era allargata dai temi teorici
alle questioni tattiche e contingenti della lotta socialista. Nel 1902, al Congresso di Imola,
Merlino venne interrotto con fischi e schiamazzi e potè terminare il suo discorso solo per
l'intervento di Enrico Ferri in sua difesa. Dopo una sfortunata candidatura alle elezioni politiche
del 1904 in un collegio della Puglia, egli appariva ormai stanco e amareggiato, pressoché isolato
all'interno del partito organizzato attorno alle due principali correnti del riformismo turatiano e
del sindacalismo rivoluzionario, da lui giudicate entrambe inadeguate. L'esperienza di Merlino
nel PSI può dirsi conclusa con la scissione che nel 1907 sancì il definitivo distacco dei
sindacalisti. Dopo quella data Merlino si ritirò a vita privata, dedicandosi quasi esclusivamente
all'esercizio
della sua professione. A parte polemiche occasionali, come quella sulla "fine dell'anarchismo"
che nello stesso 1907 lo oppose a Fabbri e Galleani, una ripresa effettiva di attività politica si
verificò solo nel primo dopoguerra. Nel clima arroventato e convulso delle lotte sociali e
politiche apertesi dopo la conclusione del grande massacro, Merlino non rinunciò, nonostante
l'età ormai avanzata, a portare il suo contributo di cultura e di intelligenza alla comprensione dei
fenomeni. Buona parte degli scritti merliniani di questo periodo uscirono su giornali e riviste
anarchiche (Umanità Nova, Pagine Libertarie, Pensiero e Volontà). Riprendeva in
questi scritti,
dopo una lunga parentesi e allargandosi anche a Fabbri e ad altri esponenti dell'anarchismo, la
vecchia polemica con Malatesta. Ne uscivano alcune tra le più acute, stimolanti e suggestive
pagine della letteratura politica italiana, che costituiscono ancor oggi uno dei documenti più alti e
difficilmente superabili di riflessione sul nodo democrazia-socialismo-anarchismo. Ostile al bolscevismo, la
reazione scatenata dal fascismo e il suo vittorioso avvento al potere,
consolidarono in Merlino le particolari convinzioni democratiche cui era ormai approdato. Il suo
impegno etico e politico si espresse, con notevoli rischi personali, nella assunzione della difesa in
numerosi processi in cui erano implicati antifascisti. Assunse anche la difesa di Malatesta e
Borghi nel processo di Milano del 1921, e la difesa al processo del Diana. In polemica diretta
contro il fascismo e i suoi metodi, ma con interessanti implicanze teoriche più generali, scrisse
gli ultimi opuscoli Fascismo e Democrazia (1924), e Politica e Magistratura (1925). Dopo
di
ciò, e fino alla morte avvenuta in piena età fascista, Merlino fu costretto a tacere, ma non
cessò
per questo la sua intransigente opposizione morale alla dittatura. Solo nel 1948 usciva postumo, a cura di Aldo
Venturini, Il problema economico e politico del
socialismo, scritto da Merlino intorno al 1923, opera di notevole importanza che dava gli ultimi
ritocchi al suo sistema teorico e che assumeva, per le circostanze stesse della sua pubblicazione,
il valore di vero e proprio testamento spirituale.
La concezione del socialismo
Fin dal primo sguardo, il socialismo merliniano si caratterizza come socialismo etico. La
questione, egli afferma, prima ancora che economica, è morale e giuridica. Il socialismo viene
visto come lo sbocco del lento affermarsi nella storia di una nuova idea della giustizia, basata su
una più evoluta concezione dei rapporti tra gli esseri umani. Il perno su cui ruota tutta la
riflessione di Merlino è la distinzione, affermata con forza, tra l'essenza del socialismo e le
dottrine economiche, politiche, scientifiche, filosofiche, morali, in cui esso si viene concretando.
I vari sistemi trovano una loro giustificazione storica e hanno ciascuno una parte di validità, ma
rappresentano nello stesso tempo la parte caduca del socialismo. Le inefficienze dei sistemi non
inficiano per nulla la validità del socialismo, che è un'aspirazione umana al benessere generale e
alla giustizia, e in quanto tale è insopprimibile ed è destinato ad affermarsi. In questo assunto
troviamo le radici della forza perpetrativa dell'indagine merliniana, ma anche
un elemento di ambiguità che si trascinerà in tutta la sua elaborazione. Merlino infatti, sulla base
della distinzione effettuata, si pone nella condizione di potere analizzare e criticare le varie
dottrine con estrema spregiudicatezza, senza collocarsi all'esterno del campo socialista e con la
consapevolezza anzi, di star compiendo un'opera di necessaria revisione che, lungi
dall'indebolirlo, rafforza il socialismo. Nello stesso tempo nella formulazione merliniana, a
fianco della felice intuizione dell'autonomia del progetto socialista rispetto allo sviluppo storico,
vi è anche una inaccettabile riduzione del socialismo a generica tendenza verso il progresso nei
vari campi della vita sociale. Questa fiducia nel progresso, che oggi può apparire ottimistica e
acritica, e suona comunque inaccettabile, è un effetto evidente della formazione positivista di
Merlino, che tende a riaffiorare frequentemente in forme che sono comunque particolari e
discrete, ben diverse dalle ubriacature scientiste di molti suoi contemporanei (8). Imbevuto di
positivismo, Merlino ritiene di cogliere nella storia umana un'evoluzione, costante anche se non
sempre lineare, verso una sempre maggiore giustizia e razionalità. Di qui, per quanto il
socialismo merliniano si presenti sotto un aspetto fondamentalmente volontaristico, si sviluppa la
tendenza a concepire la lotta in termini di assecondamento di un processo già in atto e
sostanzialmente inarrestabile. Viene accantonata la valenza di radicale trasformazione dell'esistente che ogni
autentico progetto
socialista comporta. Viene abbandonata, soprattutto, la fondamentale intuizione anarchica del
nesso che intercorre necessariamente tra mezzi e fini, da cui emerge che solo mezzi appropriati,
che contengano già in sé elementi della nuova società, possono portare al socialismo. Si
lascia il
campo a un approccio pragmatico e relativistico ai problemi, che sarà all'origine di risultati
notevoli e di notevoli cadute. Una verifica immediata di questa asserzione l'abbiamo esaminando
la concezione che Merlino ha della lotta socialista. Merlino, sulla scorta anche della critica che si
diffonde alla fine del secolo nei riguardi della teoria marxiana della tendenziale proletarizzazione
dei ceti intermedi - una teoria palesemente e clamorosamente smentita dai fatti - rifiuta e
combatte ogni concezione catastrofica della rivoluzione. La società socialista gli appare come il
prolungamento della società presente, e ritiene che già in questa sia possibile e doveroso inserire
da subito elementi di socialismo, attraverso un vasto movimento di riforme. La rivoluzione non
viene negata, ma resta sullo sfondo. Essa rappresenta una fase attraverso la quale sarà quasi
certamente necessario passare, allorché la cosciente pressione riformatrice si scontrerà con le
forze della vecchia società che non vorranno o non potranno arrivare a concessioni maggiori. Per
realizzare il processo di trasformazione riformista della società, Merlino propone un'alleanza tra
la classe operaia e i ceti medi contro la ristretta cerchia degli effettivi detentori del capitale e del
potere. Il socialismo è visto non come il trionfo di una classe sulle altre, ma come il prevalere
dell'interesse generale sugli interessi particolari. Esso è lo sbocco comune dei movimenti
progressisti di tutte le classi. Per Merlino, il principio della lotta di classe non va eliminato, ma
va modificato e integrato nella teoria socialista con il principio dell'interesse generale, che
comporta anche la solidarietà delle classi. Merlino sostiene tali teorie, lucide e stimolanti, con
argomentazioni di grande finezza. Il rapporto
riforme-rivoluzione che egli delinea è estremamente interessante. Commette però l'errore di
confidare nelle forze istituzionali, largamente anche se non esclusivamente, per la realizzazione
del suo progetto politico. Il movimento riformatore, nella sua concezione, deve investire tutti i
settori. Parte dal basso, ha il suo baricentro nella società, ma deve trovare rispondenza diretta
anche nel campo istituzionale e parlamentare. L'accettazione da parte di Merlino della strategia
elettorale, e ancor più le speranze riposte per diversi anni nel Partito Socialista, evidenziano
quanto andiamo dicendo. Merlino non si rende conto, o meglio dimentica, che solo mantenendo
su un piano rigorosamente anti-istituzionale il movimento di trasformazione socialista della
società, esso potrà evitare di risolversi in un ennesimo mutamento meramente formale dei
rapporti di potere. Con queste limitazioni, va sottolineato che Merlino può offrire importanti
spunti teorici anche a un movimento autenticamente rivoluzionario. Considerazioni analoghe possono essere
fatte a proposito del tentativo di delineare nei suoi
elementi fondamentali la società socialista; un tema a cui Merlino ha dedicato sempre molta
attenzione. Il punto di partenza è offerto dalla doppia critica condotta nei riguardi del marxismo e
dell'anarchismo. Per quanto riguarda l'anarchismo, se la condanna dell'individualismo è netta e
senza appello, in quanto esso non si pone il problema della società o ne fornisce un'immagine
addirittura evanescente, al comunismo anarchico, nell'interpretazione autorevole datane da
Kropotkin, viene rimproverato di fornire una visione della società troppo vaga e vacua, priva di
forme determinate e concrete e sfuggente in tal modo ad ogni esame e ad ogni critica. Più serrata
la critica rivolta al marxismo, che secondo Merlino non offre una sufficiente spiegazione dei fatti
sociali pur avendone la pretesa, e fornisce una concezione della lotta che è in aperta opposizione
con l'azione pratica che deve esercitare il partito socialista. Merlino appunta i suoi rilievi in
particolare sulla concezione materialistica della storia, sul concetto di lotta di classe e,
soprattutto, sulla teoria del valore. Per Merlino, che si avvale anche del contributo di economisti
suoi contemporanei, e in particolare dei marginalisti austriaci, il tentativo di Marx di unificare
tutti i fatti economici e di dare un fondamento scientifico alla teoria del valore è sostanzialmente
fallito. Marx, sulla scorta dell'economia classica, ritiene che il lavoro sia l'unica sorgente della
ricchezza, e fonda la sua costruzione sul presupposto che i cambi abbiano luogo tra equivalenti.
Partendo da una situazione iniziale di parità, si verifica che nel processo di produzione
capitalistico la merce-lavoro, per la sua particolare natura, forma il plusvalore, che costituisce la
fonte del profitto del capitalista, si oggettiva lo sfruttamento. Merlino nega che l'estorsione a
danno del lavoratore avvenga solo nel processo di produzione, e non anche nei momenti
antecedenti e susseguenti. Lo sfruttamento ha una prima concreta attuazione nello stesso
contratto di lavoro, che non può essere considerato equo, perché avviene tra soggetti in
condizioni ineguali. Ma non basta. Il commercio, le imposte, l'usura bancaria e privata, le
speculazioni finanziarie, i dazi di protezione, le frodi, rappresentano solo alcuni dei tanti modi
nei quali l'estorsione prosegue a vantaggio delle classi dirigenti. La critica a Marx si riflette nella
polemica contro il collettivismo sostenuto dalla socialdemocrazia e successivamente fatto
proprio dai bolscevichi. Va notata comunque in Merlino la capacità di saper distinguere tra le
posizioni di Marx, cui è riconosciuta una certa genialità, e quelle dei suoi epigoni. Merlino
insorge con forza contro una visione della società futura che prospetta un'economia dominata da
un rigido piano di produzione elaborato centralisticamente, in cui tutti i lavoratori verrebbero
trasformati in salariati di un unico capitalista collettivo, lo Stato socialista. Merlino riprende le
critiche tradizionalmente avanzate dall'anarchismo contro un tale progetto, e vi aggiunge nuove
considerazioni di carattere prevalentemente economico. Merlino evidenzia la difficoltà di
valutare e retribuire equamente l'apporto di ognuno alla produzione comune, e quindi la pratica
impossibilità di soddisfare integralmente il principio collettivista che si regge sulla formula "a
ciascuno secondo il suo lavoro". Dichiara che la pretesa di affidare a un organismo centralizzato i
compiti di calcolare i bisogni della popolazione, distribuire il lavoro e le risorse, stabilire gli
obiettivi produttivi da raggiungere, è palesemente assurda, e qualora realizzata costituirebbe una
fonte inevitabile di sprechi. Pone in risalto infine che un tale sistema autoritario, anziché liberare
i lavoratori, asservirebbe ancor di più la quasi totalità della popolazione a pochi individui
collocati ai vertici dell'apparato dello Stato. Nonostante le critiche, Merlino apprezza sia lo spirito solidaristico
da cui muove la concezione
comunista, sia l'aspirazione collettivista all'equa retribuzione del lavoro, e cerca di tradurli nella
sua concezione della giustizia (distributiva e retributiva). Al comunismo e al collettivismo,
Merlino contrappone una visione della società in cui sia realizzata la socializzazione dei mezzi di
produzione, affidati ai lavoratori singoli o associati in forma cooperativa, e in cui permanga il
mercato come regolatore della produzione e dei consumi. Tale mercato dovrà essere fornito di
tutti i correttivi che si rendano necessari per impedire storture del sistema, come la possibile
formazione di monopoli. La società deve garantire a tutti eguali condizioni di partenza,
limitandosi a pretendere per sé le rendite (corrispondenti alle differenze di produttività dei
terreni) e i profitti, che saranno destinati alle spese collettive. Merlino ha una visione complessa e
realistica dei fatti economici. Ritiene che essi non possano essere semplificati oltre un certo
limite. La loro esistenza non va negata, e quando si riconoscono insopprimibili, l'unica strada
praticabile è la loro riconversione a vantaggio della collettività. Ad una visione dinamica e
pluralistica sul piano economico, si affianca nel pensiero merliniano
una valorizzazione della democrazia sul piano politico. Come già ha notato Mirko Roberti,
Merlino comprende lo sbocco tecno-burocratico del marxismo, ma non applica gli stessi criteri
nell'analisi del meccanismo del potere democratico e parlamentare (9). Tuttavia è necessario
essere più precisi su questo punto. È evidente in Merlino lo sforzo sincero di giungere a una
società in cui si realizzi il massimo di libertà possibile, e l'esercizio del potere sia ridotto al
minimo indispensabile. Proprio il fatto di partire dall'assunto che un minimo di potere sia
comunque indispensabile nella vita sociale, pone Merlino al di fuori del socialismo anarchico o
libertario, e lo colloca piuttosto tra i socialisti liberali, la cui prospettiva è appunto la ricerca del
"minimo Stato possibile". Sarebbe ingiusto non notare però che quando Merlino ricorre al
termine Stato, lo fa in un senso che si avvicina moltissimo, quando addirittura non coincide,
all'organo di amministrazione delle cose riconosciuto come necessario da larga parte del pensiero
anarchico. Rispetto agli anarchici, Merlino pone maggiormente l'accento sulla necessità di norme
e sanzioni per la coesione sociale, e insiste sulla esigenza di specializzare le funzioni della vita
sociale ed economica, che a suo avviso vanno affidate a corpi istituzionali. Avverte anch'egli la
potenziale pericolosità autoritaria insita in tale meccanismo che gli appare comunque come
l'unico ragionevole e realizzabile, e si premura di sottolineare continuamente che il potere deve
rimanere nel corpo sociale, rendendo gli amministratori i meri esecutori della volontà collettiva.
Merlino muove da problemi reali spesso sottovalutati o elusi dal pensiero anarchico, ed è
innegabile che molte delle sue argomentazioni appaiono convincenti. Forse è giunto il momento
di riprenderlo in mano, e saldare con lui un conto dilazionato per troppo tempo.
1) F.S. Merlino, L'Italia qual è - Politica e magistratura dal 1860 ad oggi - Fascismo e
democrazia, a cura di N. Tranfaglia, Feltrinelli, Milano 1974, pag. 147. 2) E.
Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, Feltrinelli, Milano 1977 (ed. riveduta e
ampliata), pag.99. 3) Sull'insistenza di Merlino durante l'esilio londinese nel valorizzare l'aspetto
positivo
dell'anarchismo, si veda la testimonianza contenuta in M. Nettlau, Saverio Merlino, traduzione e
introduzione di Luce Fabbri, Ed. Studi Sociali, Montevideo 1948, pagg.4-5. 4) I due volumi sono
stati opportunamente ristampati di recente: F.S. Merlino, Necessità e basi
di un'intesa - L'individualismo nell'anarchismo, a cura di Nunzio Dell'erba, L.P. editrice, Torino
1979. Lo stesso curatore ha ora in preparazione una biografia di Merlino. 5) Questa polemica,
più tardi raccolta in opuscolo, è stata più volte ripubblicata. L'ultima
riedizione, ancora disponibile, è pubblicata nel libro Anarchismo e democrazia delle edizioni
La
Fiaccola, Ragusa 1974. 6) Per una ricostruzione accurata del ruolo svolto da Merlino nella crisi
del marxismo, e delle
polemiche che si attirò, si veda La crisi del marxismo (Una polemica di fine secolo), a cura
di
Aldo Venturini e Pier Carlo Masini, in appendice a F.S. Merlino Concezione critica del
socialismo libertario, La Nuova Italia, Firenze 1957. A questo volume si rinvia anche per la
bibliografia dei testi merliniani, a tutt'oggi la più completa in circolazione. 7) Sulla
controversa questione del marxismo di Merlino, si veda quanto scrive Tranfaglia
nell'introduzione a F.S. Merlino, L'Italia qual è, cit. 8) Sul particolare
positivismo di Merlino, cfr. V. Frosini, Breve storia della critica del marxismo
in Italia, Bonanno Editore, Catania 1965. 9) M. Roberti (N. Berti), Il "riformismo
rivoluzionario" di Saverio Merlino, pubblicato sul n.32
(ottobre 1974 - a. IV, n.7) di questa rivista.
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Ricordando Merlino
Una lettera privata ci dà la dolorosa notizia della morte di Francesco Saverio Merlino, avvenuta
il 29 scorso giugno. Fu uno dei più dotti, chiari e convincenti scrittori di cose nostre. Le
sue opere complete
formerebbero un buon numero di volumi, soprattutto se si potesse riunire quanto ha scritto e
pubblicato in molti giornali che ebbero brevissima vita, in riviste internazionali, in numeri unici,
in opuscoli quasi introvabili. Da un quarto di secolo e forse più, Merlino si era ritirato dal
movimento nostro, dicendolo
esaurito, negandogli quasi una ragione d'essere. Non sappiamo quale insieme di cause lo
condussero a conclusioni tali; certo si è che l'eccessiva tolleranza trovata in mezzo a noi da
pazzoidi, stravaganti e corrotti deve aver contribuito al suo allontanamento. Dal constatare che
un male ha origine sociale, il concludere che non solo non va condannato, ma neppur
combattuto, non solo spiegato, ma elogiato addirittura, condurrebbe i partigiani d'un
rinnovamento totale, ad un'accettazione dei suoi degradanti adattamenti. Ma come mai lo spirito
acuto, perspicace del Merlino non si avvide che era più che mai la nostra ora, di fronte ad un
accentramento economico, con relativo assolutismo politico, divenuti poco a poco, soprattutto
dopo la guerra, il bolscevismo ed il fascismo, una specie di credo universale? Oggi pur di fronte
al fallimento catastrofico della dittatura e rispettive economie, i più si ostinano a darne la colpa
agli uomini e non soprattutto al sistema. Agli anarchici il dimostrare al mondo la possibilità di
armonizzare libertà individuale e solidarietà universale. Anche fuori dalle nostre
file, il Merlino ebbe sempre però un contegno coraggioso, leale, si trovò
sempre dal buon lato della barricata. Di fronte al fascismo non piegò, mantenne un'attitudine
degna d'oppositore che non si è mai illuso né ricreduto. Fino a quando gli fu possibile il
difensore di Gaetano Bresci, non esitò ad assumere con calore di fede e convinzione di dottrina
il patrocinio delle nostre vittime. Sulla sua tomba, deponiamo il fiore della riconoscenza,
augurando che la nuova generazione sia
messa in grado di conoscerne l'opera anarchica che ignora totalmente.
Errico Malatesta (dal "Il Risveglio", 26/7/1930)
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