Rivista Anarchica Online
È morto un uomo libero
di Gruppo Germinal
Con la morte di Umberto Tommasini, militante anarchico di Trieste, scompare una delle figure
più prestigiose del nostro movimento. Un prestigio, questo, che non si misura tanto con il
numero delle battaglie sostenute (pur numerosissime e su tanti "fronti"), quanto nella condotta di
vita e nel quotidiano impegno di lotta, anche e soprattutto nei momenti più difficili. Noi della rivista,
che l'abbiamo conosciuto bene e tante volte l'abbiamo avuto vivace ospite in
redazione, preferiamo che a parlare di lui siano i suoi dati biografici, i suoi compagni/e del
gruppo Germinal ed infine lui stesso, riportando due brani dalle sue memorie autobiografiche
raccolte per ora su nastro e di prossima pubblicazione.
Nato da una famiglia operaia e socialista (Trieste, 1896), Umberto Tommasini inizia
giovanissimo a lavorare come apprendista fabbro. Tredicenne partecipa al suo primo
corteo, di protesta contro l'esecuzione avvenuta a Barcellona del militante anarchico
Francisco Ferrer. Internato durante la prima guerra mondiale nel campo di prigionia di
Mauthausen, ritorna nel '18 a Trieste dove aderisce al movimento anarchico. Prende parte
alle lotte di quegli anni infuocati, in particolare pratica l'azione diretta contro i crumiri e la
montante criminalità fascista. Nel '25 collabora al fallito attentato di Gino Lucetti contro
Mussolini. L'anno successivo è tra i primi antifascisti ad esser confinato sulle isole: per sei
anni è "ospite" di Ustica e di Ponza. Nel '32 espatria clandestinamente in Francia, dove
prende parte attiva alla lotta antifascista in esilio. Allo scoppio della rivoluzione spagnola,
accorre a Barcellona e milita nella Colonna Ascaso della CNT/FAI sul fronte Aragonese di
Huesca. Arrestato nel '37 dagli stalinisti durante un tentativo di sabotaggio contro la
marina franchista, riesce a fuggire dal carcere comunista di Valenza. Rifiuta la
militarizzazione imposta dai comunisti e torna in Francia. Qui viene arrestato nel '40,
internato nel campo di concentramento di Vernet d'Ariege e quindi estradato in Italia. Dal
'41 al '43 è tra le centinaia di anarchici confinati sull'isola di Ventotene. Nel dopoguerra
torna a Trieste, dove fonda con altri compagni provenienti dall'esilio e dalla lotta
partigiana, il Gruppo anarchico Germinal e l'omonimo giornale. Sempre in prima fila,
viene condannato dal governo militare alleato nel '54 per propaganda anarchica. L'ondata
libertaria del '68 lo trova attivo e disponibile al colloquio con i giovani: il gruppo riprende
quota, si riapre la sede, fervono le attività. E Tommasini è tra i più attivi. A 74 anni,
respinge nel '70 un attacco fascista alla sede, ricacciando fuori alcuni degli aggressori e
dando il benservito agli altri. Nel '72 sostituisce un altro vecchio militante anarchico,
Alfonso Failla, alla direzione responsabile di Umanità Nova, attirando su di sé altre
denunce e condanne. Ottantenne partecipa alle marce anti-militariste, ai congressi della
F.A.I., alle attività locali del gruppo. Ogni tanto si ritira a Vivaro (Pordenone) per
ritemprare la salute. Qui muore il 15 agosto: ai funerali partecipano un centinaio di
compagni, in gran parte giovani, con bandiere e striscioni.
Quando muore un compagno come Umberto, che ha vissuto un'esperienza anarchica di
sessant'anni, molte cose svaniscono e tra di esse la memoria storica che inevitabilmente un uomo
rende concreta e vitale. Molte, troppe volte, la morte di un protagonista di lotte libertarie fa
perdere al movimento anarchico e a tutto il movimento degli sfruttati una serie di riflessioni,
critiche, apporti espressi quasi sempre in forma verbale. In questo modo la storia dell'umanità
può venir redatta dalle accademie di storici ufficiali trascurando gli uomini reali, mentre la
storia dei movimenti di ribellione può essere monopolio degli addetti ai lavori dei partiti che
pretendono di rappresentare il movimento operaio. (...) Dal '68 in poi abbiamo potuto apprezzarne
la coerenza, la sensibilità e la disponibilità le molte
iniziative realizzate. La distanza di mezzo secolo che ci divideva da lui veniva coperta dalla
volontà di capirsi, di cooperare, di organizzare qualcosa di concreto e duraturo. Per Umberto le
novità, anche quella del movimento del '68, non erano oggetto di diffidenza e di estraneità, ma di
comprensione e di speranza, attraverso una forte simpatia e una reale solidarietà verso ogni
fermento antiautoritario. Senza montare mai in cattedra e senza paternalismi, Umberto riusciva
a farci capire che l'anarchismo è qualcosa di più ampio, di più complessivo, di più
solido di una
rivolta generazionale, di una rottura culturale, di uno scontro violento con la repressione
statale. La sua tenacia unita a quella dei pochi anziani sopravvissuti al fascismo, riuscì
a stimolare in
noi l'idea di una organizzazione che si fondasse sulla massima libertà ed uguaglianza interne e
che lottasse per una società di liberi ed uguali. Una visione simile della struttura organizzata e
dei fini ultimi non ha certo significato l'inesistenza di diversità di vedute su alcuni problemi (ad
esempio comportamentali), ma ha dato la possibilità di intendersi e di raggiungere sempre un
accordo sulle questioni essenziali. La continuità del discorso anarchico in sede locale è stato
anche uno dei risultati del suo impegno militante ed umano. Questi sono alcuni brani tratti dalle
sue memorie di prossima pubblicazione. Gruppo Germinal (Trieste)
S. Giacomo - 1921 Nel '21, devi esser stado nel mese de lulio; iera giornade
calde, estate. In tre compagni
andavimo zo pe'l Corso e là gavemo incontrà due, un repubblican e un comunista - li
conossevimo cussi, de vista. E i disi: "Una squadra de fassisti xe 'ndà a terorizar a San
Giacomo. I xe 'ndai se pe'l tunel e de sicuro i torna zo per de là. Gavè qualche cossa voi altri?"
(Qualche cossa voleva dir qualche bomba, rivoltela, fusil). "Bon,, benissimo!". Coremo suo a
San Giusto e 'ndemo a cior la nostra polveriera. Là iera ancora cinque bombe; le gavemo ciolte
tute cinque; sipe, sa, quele picole bombe sipe, opur de quele balerine, quele francesi o petardi,
ancora pezo, lera tre sipe, una balerina e un petardo. E semo andai sora el tunel. E alora iera
nervosismo là; iera un che iera - specialmente el fradel de Cartafina, De Filippi - nevrastenico,
nervoso.... Quando che l'ga visto che i fassisti vien zo de le scale de quel'altra galeria dopo aver
fato el giro a San Giacomo, e i veniva zo cantichiando, alora que la 'l voleva za butar le bombe.
E alora mi: "Sta fermo fin quando no te digo mi". Gavevo fato la guera e savevo qualcosa.
Gavemo spetà proprio che i 'rivi soto, metemo a dir 8-10 metri dal entrata delle tunel, "Adesso!"
Alora tuti quanti con 'ste bombe che fis'cia. "Bum!" Quatro ga scopià in mezo a lori, orca
miseria! Xe stà 28 feriti. E alora: "Scampa via!", e semo sparidi. No xe sta ciapà
nissun.
Verso il confino - 1926 Quando che dovevimo partir per el confin, gavevo
proposto de far una specie de manifestazion,
ma i comunisti no ga volesto marcar de zigar qualche cossa perché iera le familie. I ne ga portà
via alle 6 ore de matina: scuro e nissun, gnente. Quando che semo 'ndai fora del carcere, mi go
zigà: "Viva l'anarchia". Dopo xe stai i poliziotti:
"Silenzio". 'Ste done che pianzeva, 'ste familie.... Dopo i ne ga portà alla stazion in una stanzeta
e iera i poliziotti e i disi: "Eh! lei Tommasini, sempre cussi!" Xe vignù mio papà
a saludarme e 'l ga fato una scenata che anche i carabinieri iera comossi: el
xe vignù dentro: "Ah! Fio mio! Te go visto partir in guera, ma adesso no te vedarò più!" E
dopo
'l xe 'nda via e iera 'sti cavei bianchi, rizzi, impressionante, vesti de lavor, con un grembiul che
gaveva i fachini una volta...
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