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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 6 nr. 44
gennaio 1976


Rivista Anarchica Online

La sinistra in frantumi
di S. Parane

Lettera dalla Francia
Storia esemplare di una vertenza nel settore editoriale - La lotta per la "democratizzazione dell'esercito" e le reazioni della sinistra ufficiale - Il gioco delle parti tra governo e opposizione.

Gli operai e gli impiegati del quotidiano Le Parisien Libéré sono in sciopero da più di 10 mesi. O, più esattamente, non lavorano più, perché la redazione, il padrone Amaury, edita il giornale in una serie di tipografie di periferia e della vicina provincia. Si tratta di una situazione paradossale originata dal rifiuto della Fédération du Livre Parisien (affiliata alla potente Fédération du Livre, membro della C.G.T. a direzione comunista) di accettare lo statuto di "quotidiano regionale" per Le Parisien Libéré. In effetti, quando Amaury decide di separarsi dall'intesa padronale parigina (Le Figaro, Le Monde, France Soir, L'Aurore, ecc.) perché si considera come "regionale" della regione parigina e dei dipartimenti vicini, egli non accetta più i contratti che lo legavano alla Fédération du Livre Parisien e vuole applicare regole di lavoro e salari propri della provincia.

Il rifiuto dei lavoratori, l'occupazione dei locali della tipografia, il loro controllo sulle tirature, il loro sciopero, non servono a far cambiare idea ad Amaury, uno dei "corazzati" del mondo della stampa, proprietario del quotidiano sportivo L'Equipe, organizzatore del Tour de France...

Egli sonda quindi le tipografie di provincia ed estere nel tentativo di continuare ad uscire col giornale. Si ingaggia allora una lotta dura, lunga, a volte violenta. I furgoni provenienti dal Belgio, che trasportano decine di migliaia di esemplari del giornale, vengono bloccati, svaligiati, e il loro contenuto distrutto. I sindacati belgi del Libro prendono posizioni a favore dei lavoratori parigini e vietano l'uscita del giornale. Pertanto Amaury decide di rompere la Federazione Operaia, che detiene il monopolio delle assunzioni e controlla il mercato della mano d'opera in tutta la regione parigina e di quasi tutta la provincia, registra le perdite, moltiplica le iniziative, e riesce alfine a creare una rete di centri di composizione e di stampa che gli permette di rimettere il suo giornale sul mercato, di aumentare la tiratura, di recuperare i contratti di pubblicità. Gli è d'aiuto, in questo frangente, l'atteggiamento della piccola Federazione del Libro affiliata a Force Ouvrière, che subiva il monopolio della Federazione C.G.T., e che coglie l'occasione per piazzare i suoi disoccupati o ingaggiare personale nelle piccole fabbriche di provincia.

Divenuto un vero e proprio bubbone, il conflitto tra Fédération du Livre Parisien - C.G.T. e Le Parisien Libéré diviene uno strumento per una serie di manovre di alta e di bassa politica. Dal lato padronale la solidarietà non entra in gioco, fatto che si spiega con le difficoltà economiche dei giornali parigini. I quotidiani del mattino sperano di togliere lettori ai concorrenti in crisi. D'altra parte, essi non vogliono mettersi contro la Fédération du Livre - C.G.T., poiché essa è padrona di laboratori e spesso impone la pubblicazione dei suoi comunicati. Questa neutralità è, evidentemente, solo apparente, perché tutte le direzioni padronali desiderano vedere spezzata l'onnipotenza del Sindacato del Libro, che fa pagare cari piccoli servizi e gonfia il personale al massimo, mentre i periodi delle vacche grasse sono finiti e la pubblicità tende a spostarsi verso la radio e la televisione. Curiosamente, le "riviste della stampa" quotidiane dei programmi radiofonici dall'inizio del conflitto non menzionano più Le Parisien Libéré (riprenderanno a citarlo solo il 26 dicembre). Solidarietà di lavoratori o semplice interesse delle finanze radiofoniche?

Il conflitto continua. Gli scioperanti disoccupati del giornale di Amaury sono sostenuti dall'insieme dei sindacati della regione parigina, che pagano il 10% del loro salario alla cassa di solidarietà. Ma nel giro di sei mesi l'entusiasmo si è spento e diviene difficile incassare i versamenti. Diviene sempre più ipotetica una soluzione vittoriosa della vertenza mentre diventa sempre più improbabile una situazione di impasse. Pacchi di giornali possono essere ancora sequestrati, distrutti, bruciati dalle squadre di scioperanti, possono essere rilanciate manifestazioni spettacolari (striscioni in cima a Notre-Dame, manifestazioni improvvisate durante cerimonie ufficiali, ecc.). Il fatto è che Le Parisien Libéré viene stampato, distribuito, venduto.

Si tratta di un quotidiano destinato a strati popolari, di una bassezza, di un conformismo, di una piattezza estrema, incentrato sul crimine, i delitti, e il ruolo benefico della polizia. Un pubblico che esiste, e di cui una buona parte deve votare "a sinistra" (fino a che ha potuto, Le Parisien Libéré era il solo giornale, con L'Humanité, a pubblicare una pagina intera annunciando la festa annuale del quotidiano comunista!).

Il conflitto illustra un problema di fondo. Ancor più che in provincia la stampa parigina si "fabbrica" in condizioni arcaiche, molto in ritardo sulle nuove tecnologie. Se in provincia (è il caso di Le Progrés - Le Dauphiné Libéré che copre tutta la regione Rodano-Alpi), i centri di stampa sono modernizzati, a Parigi la resistenza corporativa della Fédération du Livre impedisce una evoluzione tecnica. Questo comportamento degli operai sarebbe comprensibile se fosse accompagnato o da uno sforzo tendente a privilegiare gli attuali lavoratori specializzati per l'apprendistato, il riciclaggio, l'adattamento ai nuovi procedimenti (sistema riformista che il vecchio Keufer fece applicare nella Fédération du Livre quando il mestiere passò dalla composizione tipografica alla linotype), o da una rivendicazione rivoluzionaria: le tipografie e la loro gestione a coloro che le fanno funzionare, a quelli che scrivono, a quelli che leggono. Nessuna di queste soluzioni è stata avanzata. Esse avrebbero messo in pericolo la politica equivoca, contraddittoria, mettendo alle corde la direzione comunista di un sindacato corporativo.

Il P.C. in effetti non possiede più quotidiani, a parte L'Humanité - la cui vendita è difficile - mentre l'indomani della liberazione ne editava un gran numero. Egli dunque può contare solo sulla Fédération du Livre per esercitare pressioni e controlli. Ma questa Federazione, che è entrata a far parte della C.G.T. nel 1948, solo dopo un referendum che sottolineava l'importanza delle correnti autonome e di Force Ouvrière, deve la sua unità solo al privilegio di avere il monopolio delle assunzioni.

Il ministro - comunista - del lavoro Ambroise Croizat diceva, nel febbraio del 1947: "Le pretese della Federazione del Libro hanno portato le imprese del settore stampa a gravare il loro budget di pesanti spese generali imponendo loro venti o ventidue uomini quando prima della guerra ne bastavano dieci o dodici. Inoltre, questi operai percepiscono salari superiori a quelli dei loro compagni di altre professioni, e spesso hanno due lavori, per cui percepiscono due salari...". Questa è anche l'argomentazione di Amaury oggi. Ed è anche il tema di un manifesto (padronale) affisso a Nizza, quando fu lanciato il recente sciopero: l'ammontare dei salari degli operai dell'editoria, pubblicati, provocò lo stupore dell'opinione pubblica locale e il movimento cessò.

Oggi, dopo uno sciopero imprevisto lanciato nel settore della stampa parigina il 5 dicembre per protestare contro la brutalità della polizia che aveva disperso una manifestazione di scioperanti, si è verificata la rottura tra la Fédération du Livre Parisien e il padronato dei quotidiani. Tanto che l'insieme del problema deve essere riesaminato, questa volta in condizioni difficili per gli operai: deficit generale dei giornali e chiusura frequente di aziende del settore. La Fédération du Livre è minacciata dalla evoluzione tecnica, dalla sua limitatezza corporativa, dalla sua manipolazione da parte del partito, che utilizza il conflitto per denunciare la "neutralità" del governo.

All'inizio del mese di dicembre del 1975 vengono distribuiti volantini nelle grandi stazioni parigine ai soldati in licenza. Essi sono firmati da sezioni socialiste parigine. In provincia si formano comitati di soldati che tengono conferenze stampa. Le loro dichiarazioni sono redatte su macchine appartenenti a sezioni sindacali della C.F.D.T. (Confédération Francaise Démocratique du Travail, inizialmente di formazione cristiana e in seguito sindacalista, sinistrorsa). Precedentemente era stata iniziata una campagna da una frazione di trotzkisti, quella di Krivine, per "organizzare" i soldati.

I Sindacati dei soldati

Questo interesse convergente per i problemi dell'esercito si poteva spiegare col ruolo importante svolto dai militari in diverse recenti esperienze: i colonnelli in Grecia, i capitani in Portogallo, i colpi di stato in America Latina. Esso non poteva esprimersi pubblicamente, in un paese patriottardo come la Francia, se non appellandosi alla progressiva inutilità dell'esercito di leva in un'epoca in cui la guerra è concepita come contrapposizione tra tecniche moderne e una preparazione e un aggiornamento continui, se non professionali.

Le rivendicazioni espresse pubblicamente dai movimenti di sinistra, dai partiti e da certi sindacati non andavano al di là di una difesa dei diritti del cittadino momentaneamente sotto le armi. Era necessario che il soldato potesse, come in Olanda o nella Germania Federale, difendere la qualità del suo rancio, ottenere un salario sufficiente, poter leggere tutte le pubblicazioni, poter vestire abiti civili dopo le ore di esercizio e, nella "migliore" delle ipotesi "partecipare" all'amministrazione della sua unità.

Il governo Chirac vede in questa seppur relativa effervescenza un eccellente pretesto per dividere l'opposizione: grida alla disgregazione dell'esercito, alla sovversione, all'antimilitarismo, agli interventi stranieri (degli emissari portoghesi, degli agenti russi...). Ordina l'arresto di tre dozzine di persone, militari in servizio, civili che avevano aiutato la creazione - o il tentativo di creazione - di comitati di soldati. La Corte di Sicurezza dello Stato - invenzione del generale De Gaulle - ne è incaricata.

Confusione nel tentativo, manovra di governo per trarne vantaggio. Da questo momento la sinistra scoppia. In primo luogo per il carattere infantile della propaganda e dei metodi dei "gauchistes": se si vuole organizzare i soldati con un fine rivoluzionario non si comincia, come in questo caso, col far apparire in televisione comitati i cui membri sono mascherati con fazzoletti sul viso. Non è più l'utilizzazione dei mass-media, è il gusto per il comunicato.... Ed è facilitare la repressione. In secondo luogo, l'unanimità della sinistra ufficiale: Partito Socialista, Partito Radicale di sinistra, Partito Comunista, C.G.T., C.G.T.-Force Ouvriére e anche C.F.D.T. si dichiarano subito patrioti, avversari dell'antimilitarismo, condannano i "gauchistes", si perdono in una serie di affermazioni sull'esercito e la Nazione, sulla necessità di modernizzare e democratizzare l'esercito, ecc...

Nessuna voce si leva, pur avendo abbastanza mezzi per indirizzarsi all'opinione pubblica, per ricordare che l'antimilitarismo era una delle caratteristiche del sindacalismo francese e si esprimeva praticamente per mezzo del "Soldo del Soldato", sistema in uso nella C.G.T. fin dai suoi inizi per mantenere i contatti tra l'organizzazione operaia e i suoi membri momentaneamente arruolati nell'esercito.

Non vi sono molti gruppi di sostegno agli obiettori di coscienza: gruppi libertari, nuclei militanti, e il Partito Socialista Unificato (P.S.U.) che non si allineano e quindi "pagano" sotto forma di perquisizioni e arresti.

Il segretario della C.F.D.T., Edmond Maire, cerca invano di uscire da una situazione ridicola dichiarandosi contro i metodi di alcune delle sue sezioni (quando nessun Congresso ha discusso il problema), domandando che i detenuti siano liberati, chiamando la C.G.T. e i partiti di sinistra a condurre una campagna per la loro liberazione. Ancora una volta, impantanato nelle sue operazioni di grande politica, egli sciupa quello che costituiva ancora l'originalità della sua confederazione: un certo non conformismo (1).

Felice di prendere le distanze dai "gauchistes" e di lasciare la C.F.D.T. a sbrogliarsela con le misure di polizia, il Partito Comunista, seguito dalla C.G.T. come un cane fedele, proclama il suo patriottismo, la sua preoccupazione per l'indipendenza nazionale, il suo amore per un esercito popolare, il suo perfetto legalismo. Non è più il caso di parlare degli ufficiali come di mercenari al servizio del grande capitale, di trattarli come "facce di vacca", di richiamarsi al disfattismo rivoluzionario. Esso sceglie l'occasione per dimostrare che la sua disciplina è intatta e che i puri "gollisti" come Michel Debrè possono avere in lui una completa fiducia (per il caso in cui una alleanza di tutti nazionalisti, con un autentico ritorno alla politica di De Gaulle, divenga una via d'uscita al pasticcio politico attuale). Meno tonitruante, improntando già il tono e il comportamento a un presidente cosciente della sua responsabilità, evitando qualsiasi parola che potesse costargli degli elettori. Francois Mitterand olia e pontifica.

Il rituale corteo di manifestanti della sinistra "unita" sarà infatti composto da quattro tronconi, ciascuno dei quali inquadrato da solidi "servizi d'ordine" (quello P.C. è composto in parte da membri di sindacati della polizia C.G.T. e ciò indica senza dubbio che ci troviamo in un periodo di transizione verso il socialismo), e su parole d'ordine di stile bric à brac: contro le nuove decimazioni elettorali della regione parigina; per l'indipendenza nazionale; contro la repressione; per il Programma Comune....

I partiti e i loro settori

Questo valzer tra governo e opposizione e tra componenti di due settori dai limiti mal definiti nasce dall'eterna farsa elettorale, se ci si limita ai discorsi o sapienti manovre. Ma è in vista delle elezioni municipali, cantonali, legislative, che ciascun partito organizza il suo spettacolo. I grossi battaglioni di elettori costituiti da commercianti, quadri, contadini, sono particolarmente presi di mira, a sinistra come a destra, escludendo qualsiasi ricerca della informazione oggettiva ed eliminando così qualsiasi politica francamente operaia. Come, ad esempio, difendere il controllo della Sicurezza Sociale che, originariamente, doveva essere gestita dai lavoratori, e come sbarazzarla dal costo finanziario delle grandi case di produzione e di commercio farmaceutiche, se la "sinistra" non vuole perdere le simpatie né dei medici, né dei farmacisti, né delle diverse categorie di assistiti piccolo borghesi, commercianti e altri, che si sono attaccati al sistema esigendone i vantaggi senza aver pagato la propria quota.

Il divario, la rottura profonda tra lo spettacolo offerto dai partiti e la realtà, sono visibili su due piani. L'uno è sociale e mette in evidenza la relatività, la sempre minore importanza del Parlamento, dei giochi politici in rapporto alle capacità in continuo aumento dei poteri finanziari, dei complessi industriali, delle amministrazioni centrali, delle clientele organizzate.

L'altro piano è quello della politica internazionale. Qui la frontiera non passa tra la destra e la sinistra, ma si perde nei meandri dei pro-atlantisti, dei pro-sovietici, degli europeisti più o meno decisi, dei nazionalisti intransigenti, ecc. Ci sono senza dubbio meno differenze tra le convinzioni, o le conseguenze, dei gollisti e dei comunisti ortodossi che non tra socialisti di tipo Deferre o Marchais, o tra l'ex democratico cristiano Lecanuet e Michel Debrè, pur essendo l'uno e l'altro della maggioranza "presidenziale".

Ciò che viene essenzialmente rimproverato dal P.C. a Giscard d'Estaing è quello che gli rimproverano anche i "duri" della Unione Dèmocratique Republicaine, gollista, cioè di dimostrare una indecisione eccessiva in materia di politica estera. I comunisti oggi parlano di De Gaulle e della sua presidenza come di un'epoca di sogno. Ed è quasi in suo nome che essi attaccano Giscard d'Estaing. Così Guy Hermier, membro del Comitato Centrale del P.C., criticando la recente conferenza nord-sud, si esprime in questi termini: "Non esiste più la rappresentazione francese, ma una delegazione di una Comunità Economica Europea dominata dai trusts multinazionali, sottomessa all'influenza preponderante della Germania dell'Ovest, rinchiusa nella carcassa dell'atlantismo... la grande borghesia è sempre pronta a mercanteggiare la patria per i suoi interessi di classe".

Immaginiamo un Giscard che riprenda senza reticenze la politica gollista in materia di relazioni internazionali; egli potrebbe fin d'ora far valere, con la tacita acquiescenza dei comunisti, il notevole risultato dei suoi primi cinquecento giorni: legge sull'aborto, sul divorzio, sulla garanzia di un anno di salario ai disoccupati, sul limite per la maggiore età portato a 18 anni.... Una serie di vittorie che se fossero state classificate come di sinistra, avrebbero permesso di organizzare una manifestazione di massa e di acclamare il trionfo di un nuovo Fronte Popolare...

Per ora non siamo ancora a una formula di unione nazionale, anche se presto o tardi essa uscirà dal cappello dei prestigiatori elettorali. Quello che è certo, è che la macchina del P.C., abile nel rompere e recuperare gli slanci gauchistes portando avanti una politica piattamente socialdemocratica, capace di lanciare una campagna di "difesa delle libertà" ad uso elettorale, imbavagliando o ingiuriando qualsiasi voce contraddittoria, capace di prendere le distanze dalla immagine stalinista pur di farsi ammettere nel gioco dei partiti "rispettabili" e pur mantenendo al suo interno la disciplina stalinista, resta fedele al "campo socialista". Senza questa fedeltà l'apparato non avrebbe più né unità né consistenza. Sarebbe illusione credere che l'appartenenza al "campo socialista" non produca che reazioni negative; noi ne conosciamo molti, non solo tra gli intellettuali ma anche tra gli uomini d'affari, per cui questa parentela è diabolicamente attraente.

1) Con i tentativi di inserimento del Partito Socialista nelle imprese, per controbilanciare l'influenza delle cellule comuniste, con la presenza di nuclei del Partito Socialista unificato, i cui militanti confondono azione operaia e proselitismo politico, con gli sforzi dei gollisti per crearsi una base nelle fabbriche - e l'accettazione almeno tacita di questo "circo" dalle centrali sindacali - cosa resterà della tradizione sindacalista francese?

S. Parane