Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 26 nr. 228
giugno 1996


Rivista Anarchica Online

Science fiction: Leggere Philip K. Dick
di Marzia Rubega

In una enciclopedia su CD rom P. K. Dick viene così menzionato: «Dick, Philip K.// Il lavoro di P. Kindred Dick, nato a Chicago il 16 dicembre 1928, morto il 2 marzo 1982, riflette il suo interesse per la natura umana e la realtà psicologica. I suoi personaggi non sono eroici, ma impegnati a risolvere situazioni conflittuali e ciò sottolinea lo stato d'animo dello scrittore...». Forse questo nome può suonare sconosciuto e poco evocativo, ma basterà citare il film di Ridley Scott Blade Runner per illuminare i perplessi, chi non ricorda infatti la bellissima mutante ribelle e capace di provare sentimenti «umani»? E proprio da un libro del 1968 di Dick Il cacciatore di androidi la sceneggiatura, che si annovera tra una delle migliori produzioni cinematografiche sul tema del doppio
meccanico, è tratta. Autore estremamente prolifico (qui ci si limita solo a qualche riflessione) e per anni quasi ignorato, Dick scrive il suo primo romanzo Il disco di fiamma (Solar Lottery) nel 1955. L'argomento è politico, dietro all'apparato proprio del genere, alla coreografia bizzarra, in un mondo popolato di personaggi surreali e al tempo definiti in termini piuttosto credibili, si scorgono immagini di una società tecnologica spietata, proiettata in uno dei futuri possibili, che rivela inquietanti analogie e somiglianze con il reale. La trama di questo romanzo sembra per alcuni aspetti profetica: i quiz radiotelevisivi hanno sovrastato e imposto una nuova egemonia sugli organi istituzionalmente deputati a formare un governo e le leggi che reggono e regolano il consenso delle masse. L'unica istituzione sopravvissuta a tutti gli accadimenti è il gioco, un gioco mortale e all'ultimo sangue che ha come obiettivo finale il potere assoluto, il dominio incontrastato del Quizmaster. La gara affidata ad un'estrazione, tra le carte di riconoscimento di tutti i cittadini, sancisce il nuovo despota e inaugura contemporaneamente la caccia all'uomo, al predecessore destituito. Teoricamente chiunque può accedere alla massima carica sociale, ma in pratica molta gente non possiede la carta di catalogazione e quindi non ha nessuna chance, nessuna possibilità di mobilità all'interno di un sistema caratterizzato da una gerarchia ossificata in imperscrutabili codici, dove vigono nei grandi monopoli industriali rapporti di lavoro di tipo feudale (si presta giuramento di fedeltà al proprio superiore!). La stessa economia si basa sui Giochi, inventati da due matematici, su un complicato sistema di distribuzione delle merci a premi, anche se, ovviamente per ogni persona che vince un «video per l'omeogiornale
», una macchina o altro, milioni restano senza. Lentamente la disintegrazione della società a tutti i suoi livelli «era scesa tanto in profondità che la gente aveva perso la fiducia persino nelle leggi di natura...
Le predizioni statistiche erano diventate popolari. La gente non aveva che una speranza: avere fortuna...» (p.21). E la Fortuna, quindi, assurge ad unico valore e temuto signore-padrone di questo universo allucinato, in cui gli uomini si muovono come sunnambuli-burattini nel timore di avversità fatali e invincibili. Il senso non esiste più, il principio di causaeffetto è stato ormai dimenticato e sostituito dall'adesione incondizionata ad un'oscura forza, alla quale si possono opporre soltanto scongiuri e amuleti di svariate forme, copiosamente utilizzati in ogni strato
della popolazione. Tematiche ricorrenti sono individuabili in tutta l'opera dickiana, vastissima, quanto poco valutata durante la sua vita, al punto che per sopravvivere (letteralmente per non morire di fame!) era costretto a scrivere circa 60 pagine al giorno. I suoi personaggi sembrano animati dal desiderio spasmodico di carpire proprio quel senso che supera la realtà imposta e il presente desolato in cui sono relegate le loro esistenze. L'anelito ossessivo nei confronti di una pacificazione del dilemma più antico dell'uomo domina la cupa solitudine nella quale tali figure sono profondamente calate. L'autore si interroga su cosa sia veramente «umano» con meticolosa insistenza, tratteggia mondi paralleli e realtà altre (mondi virtuale), pone l'accento sul rapporto uomo-macchina, anticipando ciò che oggi viene definito cyberpunk.
In Vedere un altro orizzonte (The crack in the space del 1966) emergono chiaramente problemi di una società tecnologica avanzatissima, post-capitalista, dove l'unica soluzione per porre fine alla sovrappopolazione si manifesta nella pratica diffusa di «surgelare», ancora vivi, gli individui appartenenti alle classi più emarginate destinati altrimenti ad una perpetua indigenza, senza nessuna speranza occupazionale. Il dialogo iniziale, tra due giovani sposi di colore che richiedono l'ibernazione e il responsabile di un agenzia del Dipartimento Speciale di Salute degli Stati Uniti, introduce elementi fondamentali (e comuni ad numerosi altri racconti) intorno ai quali il romanzo si snoda: il razzismo, innalzato a diritto inalienabile alla vita dei bianchi-minoranza- sui neri-maggioranza, l'aberrante corruzione politica e i suoi legami con la sfera economica (!) e infine, ancora una volta, l'anelito ideale ad un'esistenza migliore, più «umana». Argomento frequente di buona parte della letteratura cyberpunk è ciò che-già presente e anticipato nell'opera di Dick- Baudrillard chiama «iperrealtà» ovvero la dimensione virtuale in cui la tecnologia ha trasportato gli uomini, generando una sorta di «allucinazione consensuale» affrancata dalla realtà. E se qui la realtà virtuale gioca un ruolo essenziale come teatro dell'azione e come possibilità di fuga dall'aumento di mondi distopici, nei testi dickiani essa assume, invece, un significato antitetico e prospetta un'ottica completamente differente.
Nei suoi racconti i protagonisti lottano sempre disperatamente nel tentativo di trovare il reale, cercano di liberarsi dal mondo virtuale in cui sono incagliati in preda, non ad una «allucinazione consensuale » ma, al desiderio di scorgere l'uscita.
In Ubik, capolavoro del 1969, tale motivo è brillantemente rappresentato. La storia si dipana lungo un intricato
percorso di graduali scoperte che mettono totalmente in discussione eventi apparentemente inopinabili: la spedizione sulla luna di un gruppo di uomini e il loro capo, proprietario di un organizzazione «prudenziale », ucciso in uno strano incidente, attribuito ad un'associazione avversaria. Le certezze razionali si sgretolano una
dopo l'altra a causa di messaggi e segnali misteriosi che sembrano provenire dall'aldilà, dalla voce del defunto. I piani temporali e cronologici si confondono in un gioco di oscillazioni e criptici rimandi che conducono alla rivelazione eclatante del decesso avvenuto dell'intera squadra e non del padrone dell'agenzia. Tale scoperta si mostra lungo un percorso tortuoso di luci e ombre, frammenti di un ricamo sul nulla insidiano ogni ragionevole deduzione per ricusare le false certezze nella Terra del confine e della più angosciosa attesa. A proposito di questo affascinante romanzo, Goffredo Fofi ha scritto: «tra incubo e speranza, Dick esplora un territorio che è insieme nuovo e antichissimo. Da Alice frastornata, da Giobbe disperato. È un oscuro scrutare, il suo e il nostro, ma intensamente, il suo, da dentro le profondità opache e velate dello specchio.» Spezziamo quindi una lancia a favore di Philip Dick (anche se ne abbiamo parlato in modo sommario) e della science fiction che, nonostante l'opinione largamente condivisa, non è solo un genere minore o una lettura da autobus, poiché descrive situazioni che non distano poi anni luce, forse sono solo celate e mascherate da una pesante coltrina.