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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 24 nr. 213
novembre 1994


Rivista Anarchica Online

3 giorni in fiera
di Elisabetta Minini

Forte Guercio. La struttura del luogo suggerisce eventi di guerra, per contro lo stato di abbandono dei locali e del parco indica tutta la distanza non solo temporale da ogni situazione bellica, e in più getta un'ombra di marginalità sull'immagine della fiera. Polveriera fino alla seconda guerra mondiale, due enormi ali semicircolari di stanze susseguentisi una dentro l'altra, con un giardino inselvatichito al centro, popolato in questi giorni umidi da centinaia di lumache. Arrivando l'effetto è di sicuro impatto scenografico: la voce del microfono esce da un tunnel di mattoni a vista e graffiti color neon, una finestra dietro il palco mette tutti in controluce, (un banchetto che vende birre e uno d'accoglienza) gestito dal Circolo Berneri di Torino, ideatore e principale organizzatore della fiera. Dibattito sull'antipsichiatria, venerdì pomeriggio. Provocazione di Giuseppe Bucalo. «Vorrei sapere chi di voi non ha mai usato la psichiatria». Prosegue parlando di sciamanesimo come altra forma di approccio alla realtà, ammesso in culture diverse dalla nostra e qui bollato come manifestazione di follia, le voci che uno sente e a cui deve dare una spiegazione razionale pena l'esclusione dal mondo dei savi. «La cosa che manca è che non hai nessuno dalla tua parte. Soltanto la condivisione delle tue idee con altri ti può salvare». Vale anche in generale, come legge di integrazione sociale e di segregazione della diversità, qui applicata in forma feroce. Un coordinatore del reparto psichiatrico autogestito di Imola dice di come sia necessario superare la cultura della psichiatria innanzitutto, ancora prima di chiudere i manicomi. «Uno dei nostri pazienti parla coi marziani. Quello è il suo mondo. Suo fratello magistrato chiede di aumentargli la dose di psicofarmaci. Bisogna avere molta fantasia per fare gli psichiatri». Alessandra Pagetti racconta dell'esperienza antipsichiatrica statunitense: non comunità con senso di protezione perenne all'individuo, ma luoghi di confronto e ascolto dove le storie di ognuno vengono considerate normali, umane, spesso derivanti da fattori fenomenici - per fugare il pericolo di venire ancora una volta ghettizzati, perché i problemi non diventino immediatamente malattia. Progetti di questo tipo si prefiggono una qualche autonomia economica per non dover dipendere dai balletti delle politiche statali, perciò negli Stati Uniti si è ricorso a sovvenzioni private. Il pubblico - circa sessanta persone - interviene e ogni tanto protesta per il vociare che giunge dal fondo della sala, dove quelli che arrivano alla spicciolata si riconoscono animatamente. Due ragazze dell'auditorio impegnano le orecchie e le mani: pelano patate e puliscono verdure per la cena. Domande di un pubblico interessato: come superare la ghettizzazione, in cosa consiste praticamente l'autogestione nel trattamento, come affrontare l'angoscia di chi teme le sue percezioni alterate della realtà e chiede gli psicofarmaci. Le risposte assecondano la richiesta di concretezza e si calano anche nei particolari e negli aneddoti di esperienze vissute, Messina, Imola, Stati Uniti, Olanda, dilungandosi con gli ultimi interessati e scivolando tranquillamente fino al momento della cena. Preparare il cibo per cento o duecento persone non è cosa facile eppure nell'ambito dei tre giorni risulta uno dei momenti di più credibile autogestione e collaborazione. Lo si riconosce sia stando in cucina che fuori, dove la transenna è un bancone di legno aperto sotto. La prima sera i pizzoccheri mandano in delirio chi prepara: sono sbagliate le previsioni delle bocche da sfamare e bisogna organizzare il bis, lo sformato di patate non si può fare perché manca il forno, le richieste fanno improvvisare frittate con cipolle, non si potrebbe avere qualcosa senza formaggio, barattolo del pepe che si rovescia in una pentola piena. Insomma ordinarie scene di frenesia da grandi numeri, con molto divertimento e poco mestiere. Il locale cucina sta tra i banchetti e due stanze con tavoli e sedie. La cena pare davvero conviviale, c'è anche il piacere di ritrovarsi di molti e molto vino per far fronte al clima decisamente umido che, per la mancanza strutturale di porte e finestre non può essere lasciato fuori. Banchetti esplorati prima e dopo cena. Alcuni sono immediatamente identificabili: Centro Sociale Anarchico Torricelli, come dice la bandiera rossonera dietro. Serie di gadgets dell'anarchismo, spilline adesivi libri cassette più un folto campionario di materiale animalista. La scuola autogestita Bonaventure ha un banchetto con cassette video sulla sua esperienza e album di foto progressive e commentate. Dietro un poster con un bambino che cammina sulle mani recita «Sì, sono per una scuola libertaria», e la foto porta la firma di Cartier-Bresson. Dopo cena una presentazione della scuola con video. Il Centro Documentazione Anarchica di Padova ha magliette autoprodotte colorate e nessun segno di identificazione se non il forte accento locale dei ragazzi addetti alla vendita. A proposito di identificazione. Se la fiera passa nella percezione dei cittadini di Alessandria come l'acqua che scorre - esclusi ovviamente i «gestori» del Forte Guercio e un gruppetto di giovanissimi contestatari solo nella sequela di bestemmie per essersi inzaccherati di fango i pantaloni - tutt'altra attenzione ci riservano le forze dell'ordine. Stanno tranquillamente disseminate nei pressi del «luogo convenuto» diverse macchine di polizia e carabinieri; fermano anche quelli a piedi, come noi tre che arriviamo dalla stazione. Uno dei due si chiude in macchina con le nostre carte d'identità e si perde nella trafila delle verifiche, l'altro è addetto all'intrattenimento. Da dove venite. Milano, dopo i «fatti del Leoncavallo», mette subito in allarme. Questa, su richiesta, afferma essere la ragione del controllo. Ordine pubblico detto fatto. Dove andate. Fiera dell'autogestione bla bla bla nella pretesa di far passare una particella di interesse e valore e umanità su un'iniziativa che per «loro» è solo una rogna. Fate parte di qualche centro sociale. Rispondiamo no tentennando. Avete gli zaini e i sacchi a pelo... Anche dopo aver discusso con amici sull'episodio, capitato quasi a tutti in forme diverse, questo trattamento continua a non sembrarmi normale. Mi allarma e mi disturba. Torniamo ai banchetti. Quello della Cooperativa Alekos (Milano) ha prodotti del Commercio equo e solidale, libri edizioni Elèuthera e la rivista Volontà, marmellate di prugne cotte sul fuoco nel villaggio di Granara, libretti informativi e addirittura un computer portatile con dimostrazioni dei programmi che la cooperativa realizza. Su un altro banchetto esteso ci sono in successione olio e sciroppi, marmellate e collane fatte a mano. Dietro, uno striscione : «Centro studi libertari Emma Goldman », Imperia. Un banchetto itinerante a seconda delle bizze atmosferiche è quello di Franco e Priscilla di Seborga (Imperia): le loro marmellate e sacchetti di lavanda sono per lo più andati in regalo o scambio. «Qui abbiamo regalato cinquanta vasetti di marmellata. Non è la fine del mondo ma almeno sono sicuro che quella lì non è merce» dirà Franco domenica prima di partire. Non passare necessariamente dalla mediazione del denaro non significa già smantellare il concetto di profitto? La pratica del baratto si estende alla fiera e domenica prima di congedarsi raggiunge il culmine. Olio per libri, marmellata per marmellata, cioccolato per magliette, libri per niente. Anche se simbolico e improvvisato, questo è comunque un tentativo di applicazione delle molte parole alate uscite dai dibattiti, eccessivamente teorici e non dimensionati su quello che c'era intorno. L'impressione è che siano stati toccati concetti fondamentali e ricorrenti, parole chiave e d'ordine senza cercare riscontri con la storia quotidiana dei gruppi presenti che in buona parte hanno - o tentano di avere - un deciso risvolto economico. Le cascine di produzione biologica, le cooperative sociali e culturali, le Mag e non solo nascono calandosi appieno nell'economico, pur nell'intento di ricongiungerlo alla sfera politica e culturale, la cui separazione ha prodotto il collasso della società e l'emergere dello stato (Dario Padovan). A questo punto forse risulta ancora più chiaro come, affrontando questi temi, sia auspicabile uscire dai confini del movimento anarchico. Problemi come i rapporti col mercato capitalista, lo stritolamento conseguente dei piccoli produttori, la necessità di una rete di vendita e mutuo appoggio, l'accesso al credito, la circolazione delle informazioni, le attività politiche e sociali connesse con i progetti economici per concretizzare la ricomposizione - hanno comunque trovato poche risposte mirate nella parte teorica della fiera. Ciò in parte può essere dovuto alla mancanza di uno spazio di espressione preliminare dei gruppi, di presentazione finalizzata a un indirizzo più progettuale dei tre giorni. Comunque nell'ultimo dibattito una proposta di censimento è stata avanzata e accolta e ci siamo «scambiati gli indirizzi» per farne un bollettino di collegamento. Tornando alle conferenze. Sabato mattina circa ottanta persone riempiono il tunnel per ascoltare Dario Padovan, Piero Toesca e Salvo Vaccaro sul tema «definizione di spazi per un'autogestione allargata». Padovan, come già accennato, ricostruisce le tappe della separazione letale tra sfera pubblica e privata, dalla polis greca a noi. Toesca affronta le ricadute di questo processo nell'esercizio del potere. L'uso della violenza nella rivoluzione entra come suo connotato dall'ottocento alla metà del novecento, e si tratta evidentemente di un mezzo coniato dal potere che passa attraverso una parziale identificazione con esso. Oggi, a seguito di una maturazione, il concetto di rivoluzione è diventato questione di rappresentazione ed esercizio dei metodi. Quelli delle istituzioni, dove la concentrazione del potere necessita della violenza, e quelli della cosiddetta società civile, che è viva e reale ma ha ancora poca consapevolezza di sé e non riesce a sganciarsi dall'immaginario del potere perché si pone il problema di come conquistarlo (la società alternativa). I suoi spazi invece sono interstiziali, le aree «dismesse e dimesse» dal controllo istituzionale, punti dove l'attuazione è già possibile. Per molti anni uno di questi spazi è stata la scuola. Si tratta, dunque, di occupare le pieghe, distinguendo la pratica dell'organizzazione dall'esercizio del potere. Finisce con questa indicazione programmatica l'intervento di Toesca; il successivo di Salvo Vaccaro sposta la riflessione su livelli generali spiegando la formula dell'«autogoverno extraistituzionale». Due sono i movimenti di sottrazione dal potere: 1) sfuggire al ricatto della forza come modo di gestione; 2) sfuggire la proprietà nel senso più vasto di tutto ciò che è appropriabile: occorre una critica della politica, ovvero, con una metafora efficace, «uscire dallo specchio». Ossia dal riflesso del potere, dalla sua mimesi. È questo l'errore, preterintenzionale, tipico del riformismo. Le caratteristiche di questo nuovo sé: «solitaire solidaile», da Camus. Cioè non chiuso, capace di orientarsi, che ha deprofessionalizzato la politica ricongiungendola alla sfera economica, che si esprime attraverso regole. Il dibattito, più conferenza invero, si conclude incalzato dall'ora del pranzo. Zuppa d'orzo a seimila e ratatouille a quattro. Forse i prezzi sarebbero sembrati più accettabili in presenza di una specifica delle spese da far rientrare. Senza polemica. Dibattiti ancora nel pomeriggio. Non c'ero. La serata finalmente all'asciutto vede fuori un fuoco enorme dove verranno cotte melanzane peperoni e scamorza. Una ragazza dai capelli neri nell'operazione si arrosta e si bagna alla fontana alternativamente. Il fuoco raccoglie un gran numero di persone divise in gruppi, fitte conversazioni, musica da due chitarre, neanche un accenno di danza. Naturalmente ci si dilunga fino allo stremo, oltretutto stanotte finisce l'ora legale. Domenica. Gli umori si sono affiatati; in un lungo trascinarsi di colazioni, con la selva di tende che si dirada e un sole pallido, inizia l'ultimo giorno della fiera. Al dibattito relatori di tre esperienze autogestite già ampiamente avviate. Paolo Ermani del Centro di Biotecnologie di Hannover fa una breve storia del progetto e si dispone in attesa di domande. Distribuisce volantini esplicativi sul centro: nato nell'81 per studiare e divulgare energie alternative e rinnovabili, per renderle credibili e collegarci prospettive di lavoro. Una mostra itinerante - la cosiddetta «Mobile» - porta in giro queste conoscenze: in questo periodo transita per l'Italia. A livello molto più locale, un gruppo sociale in provincia di Asti nato nel 1977 per far fronte all'emarginazione, si trasforma poi in cooperativa di lavoro. Ne parla Silvia Cotto. «All'inizio si faceva raccolta di materiali di recupero, poi abbiamo collaborato con piccoli comuni sulla raccolta differenziata. Seguono altre attività come un laboratorio di tessitura manuale, una promozione del biologico nelle mense dei bambini, con rete di collegamento per la distribuzione locale. Col tempo è rimasto solo il punto vendita; la cooperativa attraversa ora un momento di ristrutturazione». Per la Mag 6 di Reggio Emilia, ben nota nei circuiti «alternativi», parla Giovanna e ne enuncia i punti saldi: eterogeneità, qualità dei rapporti interni e dei prodotti, bilanci di giustizia per dirottare meglio i consumi, partecipazione aperta ai consigli di amministrazione, trasparenza, trasversalità, garanzie fiduciarie basate sui rapporti di conoscenze. Si apre il dibattito, o meglio il tanto atteso giro di presentazione delle «realtà» partecipanti. Prima di ciò, un intervento bellissimo ricorda un'altra ricaduta delle leggi di mercato, di come vengano riproposte nei rapporti interpersonali: chi si offre troppo scende di prezzo, vale meno. Pare acquisito.
O no?

Ad Alessandria, tra gli altri c'erano anche....

Mag 6, Reggio Emilia. Domanda di partenza: come essere alternativi in economia? Risposta: ponendo l'uomo al centro dell'economia. Traducendo: creare una struttura non a scopo di lucro, con alto grado di democraticità interna (chi ci lavora prende le decisioni); scegliere di finanziare chi ha queste stesse caratteristiche; chiedersi qual è il tasso di interesse equo.

Centro Studi Libertari Emma Goldman, Imperia. Biblioteca, archivio, interventi nel sociale (es. partecipazione a un comitato di base contro un inceneritore). Agricoltura e artigianato per sostenere le spese del centro. Progetto di ristrutturare una cascina e dedicarsi appieno all'agricoltura.

Circolo Bakunin, Roma. Agricoltura biologica, cooperazione sul territorio. Necessità di interconnessione con altri gruppi su attività come doposcuola, centro di commercializzazione.

Centro Documentazione Anarchica, Padova. Archivio, biblioteca, distribuzione militante, laboratorio di serigrafia, potenziale laboratorio fotografico.

Centro Sociale Indios, Grottaglie (TA). Propone un coordinamento regionale delle realtà autogestite e dei centri sociali, non solo anarchici. Azioni politiche, esempio contestazione antiberlusconi alla fiera del Levante.

Cooperativa Robert Owen, San Giorgio Jonico (TA). Problemi del lavoro.

Earthfirst, Stati Uniti. Sfida al potere industriale, produttivo, tramite azioni dirette (es. blocchi a strade di accesso a foreste e miniere). Intervenire laddove c'è la base economica dle potere: le risorse, che noi chiamiamo ecosistemi viventi. Sostegno alla cultura degli Indiani d'America e in generale ai "nativi" delle varie zone del mondo (movimento de-colonialista).

Gino, Bitonto (BA). Cinque ettari di terreno da coltivare fuori dalla logica di sfruttamento e colonialista del nord. Necessità di collegare le realtà autogestite del sud Italia.

Enrico, Agrigento. Agricoltura biologica da dieci anni. Cooperativa di consumatori con negozio. Necessità di stabilire contatti di affinità per mutuo appoggio, scambio di esperienza, sostegno economico.

Franco e Priscilla, Seborga (IM). Produzione orticola biologica, tentativi di scambio anche tramite dono.

Cooperativa Alekos, Milano. Scopo: favorire, attraverso una rete di scambi economici, personali, culturali e politici, la realizzazione di un ambiente di lavoro attento ai valori della relazione, della convivenza, del mutualismo, della solidarietà e dell'ecologia. Aree d'intervento (eterogenee almeno quanto i soci): servizio guida nei musei storici di Milano, vendita prodotti commercio equo e solidale, divulgazione su tecnologie appropriate, creazione e gestine sistemi informatici, animazione, grafica, ristrutturazioni e imbiancature.