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Rivista Anarchica Online

rivista anarchica
anno 2 nr. 16
novembre 1972 - dicembre 1972


Rivista Anarchica Online

Camillo Berneri
di Camillo Levi

L'intellettuale anarchico come militante rivoluzionario

"Mi mandò a chiamare, lui che non mi aveva mai parlato, per dirmi: "Dunque ci lascia". Ma soggiunse: "Ma resta sempre nel socialismo". E questa parola mi fu di sollievo, ché mi pareva triste di veder allontanarsi quello che allora ero: l'unico studente militante della città socialistissima." (1).
Così Camillo Berneri, ormai adulto, ricordava l'unico colloquio da lui avuto con Camillo Prampolini, figura di punta del socialismo riformista, quando nel 1915 si dimise dalla Federazione Giovanile Socialista di Reggio Emilia, per passare definitivamente nelle file del movimento anarchico.
Il giovane studente Berneri, nato a Lodi (Milano) nel 1897, abbandonò così a soli diciott'anni il socialismo riformista e legalitario del Partito Socialista, ricco già di mesi intensi di attività politica, di meditazioni, di lunghi colloqui con l'operaio anarchico reggiano Torquato Gobbi, che favorì in lui il primo maturarsi della sua coscienza anarchica; ricco soprattutto di un grande desiderio di dare attività alla lotta per la rivoluzione socialista libertaria ed egualitaria.

Guerra, fascismo, bolscevismo

Durante i tre lunghi anni del servizio militare, Berneri svolse un'intensa attività anti-militarista nelle caserme, in stretto collegamento con i compagni di fuori; espulso dalla Scuola militare di Modena come "sovversivo", fu condotto al fronte sotto scorta, ed ebbe successivamente modo di farsi denunciare due volte al tribunale di guerra. Durante lo sciopero generale del luglio 1919 fu confinato a Pianosa, e nell'anno successivo partecipò all'occupazione delle fabbriche, a moti locali antifascisti, ed in particolare alla preparazione armata della lotta contro le squadracce fasciste come membro di una speciale Commissione costituita dall'Unione Anarchica Fiorentina.
Gli sguardi del movimento operaio italiano, e non solo di quello, erano intanto sempre puntati al lontano sterminato impero zarista, ed alla profonda rivoluzione che ivi avveniva, e di cui giungevano in Italia notizie parziali, contraddittorie, che spesso riferivano più di desideri che di effettive realtà. Questo spiega il completo capovolgimento di opinioni di Berneri nei confronti dei bolscevichi e del ruolo che giocarono nella rivoluzione russa. Dapprima Berneri partecipò al crescente entusiasmo per Lenin ed i suoi seguaci, entusiasmo che contagiò quasi tutti i settori del movimento dei lavoratori, al giungere delle prime notizie dalla Russia. Furono appunto queste notizie confuse e pur concordemente positive che fecero scrivere a Berneri, allora ventiduenne, che "in Russia il bolscevismo ha rinnovato, in modo radicale e sistematico, i sistemi rappresentativi" (2).
Ma appena si fecero più precise le informazioni riguardanti il corso realmente imposto dai bolscevichi alla rivoluzione sovietica, Berneri prese nettamente le distanze dai comunisti autoritari di Lenin, criticandone innanzitutto lo spirito gregario e militarista (3), giungendo infine ad una valida critica globale del leninismo come diretta conseguenza dell'ideologia autoritaria marxista. Sarà questa una costante fondamentale del pensiero del rivoluzionario lodigiano, che con questa chiara visione libertaria si dedicherà alla riscoperta ed allo studio critico dei "classici" dell'anarchismo, sempre legando studio attento ed approfondito a quotidiana militanza politica.

I liberali del socialismo

Laureatosi in filosofia all'Università di Firenze, allievo particolarmente caro a Gaetano Salvemini, Berneri dal 1922 al '26 insegnò in varie città italiane, sempre continuando la sua attività politica, e soprattutto collaborando alla stampa anarchica italiana e straniera. Non solo a questa stampa indirizzò comunque i suoi scritti, come testimoniano, ad esempio, i suoi scritti comparsi su Rivoluzione Liberale, il settimanale torinese diretto da Piero Gobetti che fu pubblicato a Torino dal febbraio '22 all'ottobre '25.
In una lettera allo stesso Gobetti, Berneri difese l'autonomia dal marxismo e la validità attuale del pensiero economico anarchico (e soprattutto Proudhon) in contrasto con l'accentramento economico-politico teorizzato ed attuato dai marxisti. Proponendo una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo, Berneri affermava che "ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: esser stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo". E per spiegar meglio che cosa intendesse con questa affermazione certo per molti audace, ma non per questo meno vera, aggiungeva che "storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora" (4).
Sempre impellente fu in Berneri la coscienza che molto c'era ancora da scoprire, da studiare e da ristudiare, ed egli stesso dedicò tanta parte di sé allo studio di vari aspetti libertari nel movimento di emancipazione umana, costantemente attento agli spunti autonomistici ed antiautoritari nelle lotte passate e presenti. Ma il fascismo ormai imperante rese sempre più dura la vita di Berneri, nel tentativo di intimidirlo con aggressioni e di isolarlo cingendogli intorno quasi un "cordone di sicurezza". Sia la sua attività di professore, sia la sua attività politica furono progressivamente controllate e limitate, fino al punto che Berneri fu costretto, avendo rifiutato il giuramento di fedeltà al fascismo richiesto agli insegnanti, a prendere nell'aprile del 1926 la via dell'esilio, passando clandestinamente il confine con la Francia, latore di importanti informazioni ai compagni già all'estero.

L'operaiolatria

Senza soluzione di continuità, Berneri prese immediatamente il suo posto di lotta nel movimento anarchico internazionale, e più in particolare negli ambienti dell'emigrazione antifasciste italiana a Parigi. Mai potè comunque aver tregua, poiché le autorità francesi mal tolleravano l'attività rivoluzionaria di un compagno come Berneri, che godeva ormai della stima di tanti e tanti compagni; le sue peregrinazioni dunque continuarono senza sosta, così come si susseguirono le espulsioni dai vari paesi in cui cercava di stabilirsi. La Francia, il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo, la Germania ed ancora altri paesi lo ebbero a cercar stabilità sul proprio territorio, e lo espulsero, lo minacciarono, lo condannarono.
Pure in questa continua tensione, Berneri non solo continuò a militare, ma anche a spedire articoli a giornali anarchici di tutto il mondo, polemizzando con i traditori ed i denigratori dell'anarchismo, e sostenendo utili polemiche anche con molti compagni sui temi fondamentali della lotta libertaria.
Nel polemizzare, Berneri rifiutò sempre i facili giochi di parole per aver ragione dell'avversario, puntando invece sul concreto, cercando di mostrare, con la massima chiarezza, le contraddizioni centrali del pensiero dell'interlocutore. Ciò spiega perché la rilettura di tante pagine critiche di Berneri sia utile non solo come testimonianza storica, ma anche e soprattutto come documento politico attuale.
Il suo saggio sull'operaiolatria (5) resta uno degli esempi più lampanti in proposito. Al di là delle singole persone citate, Berneri attaccò in queste dieci pagine uno dei luoghi comuni più diffusi, allora come ora, nel movimento socialista in generale: si tratta di quell'assurda posizione di "privilegio" nella lotta rivoluzionaria che tanta parte del movimento socialista, sotto la perniciosa influenza marxista, ha sempre attribuito ad una mitica classe operaia, che dovrebbe esercitare addirittura la propria dittatura sui contadini e sulle altre forze interessate alla rivoluzione socialista. Coerentemente con le sue posizioni di sempre, Berneri negò in questo saggio l'esistenza stessa di una qualsiasi forma di cultura operaia, se non "come simbiosi parassitaria della cultura vera, che è ancora borghese e medio-borghese"; e, negando la stessa possibilità di esistenza di una autonoma cultura operaia, Berneri negò l'esistenza anche di quell'operaio ideale del marxismo e del socialismo che lui definì un "personaggio mitico".
Il discorso di Berneri, in questo saggio come altrove, più che affermare una vera politica, tese sempre a respingere tanti luoghi comuni che impedivano lo sviluppo del pensiero e della lotta libertaria.
Il rifiuto di ogni prevenzione anti-contadina, anzi l'esaltazione del ruolo rivoluzionario spesso avuto dagli organizzatori e da molti nuclei contadini, rientravano in questa sua concezione rigorosamente umana ed antiautoritaria dell'anarchismo.
Il discorso polemico di Berneri fu sempre dettato da esigenze costruttive nel movimento anarchico, e di ciò testimoniano sia la sua instancabile attività sia la sua concezione generale dell'anarchismo, per cui sempre alla polemica contro l'operaiolatria si accompagnò la altrettanto dura polemica con i detrattori tout-court dell'anarco-sindacalismo.
Con il suo consueto equilibrio di giudizi, Berneri sostenne che, pur non essendo privo di difetti, l'anarco-sindacalismo, come organizzazione specificamente libertaria dei lavoratori, era - ed è tuttora - una necessità inderogabile per gli anarchici. Di pari passo va la sua valutazione positiva del "sovietismo" (cioè dei consigli operai), di cui Berneri sempre approvò lo spirito inizialmente libertario, rifiutandone completamente la degenerazione burocratica imputabile soprattutto alle manovre politiche dei bolscevichi. A chi gli fece notare la contraddizione esistente fra l'ideale anarchico e la prassi anarco-sindacalista, Berneri opportunamente rispose che "l'anarchismo, se vuole agire nella storia e diventare un grande fattore di storia, deve aver fede nell'anarchia, come una possibilità sociale che si realizza nelle sue approssimazioni progressive. (...)
L'anarchismo è più vivo, più vasto, più dinamico. Egli è un compromesso tra l'idea ed il fatto, tra il domani e l'oggi. L'anarchismo procede in modo polimorfo, perché è nella vita. E le sue deviazioni stesse sono la ricerca di una rotta migliore." (6).

La polemica con Carlo Rosselli

In questa sua concezione originalmente pragmatica e critica dell'anarchismo, Berneri, scevro di ogni e qualsiasi preoccupazione "purista", si ritrovò a polemizzare con i più significativi rappresentanti delle correnti non-anarchiche dell'emigrazione italiana antifascista. La sua decisa totale ripulsa del socialismo autoritario risulta non solo dai suoi continui attacchi ai bolscefascisti, ma anche nella sua costante attenzione a sottolineare gli equivoci non meno pericolosi di qualsiasi cedimento al mito statale, come accadde appunto all'ideologia del movimento antifascista Giustizia e Libertà, il cui principale esponente, Carlo Rosselli, si troverà in seguito fianco a fianco di Berneri in alcune fasi della rivoluzione spagnola del '36.
La polemica fra il rivoluzionario lodigiano e Carlo Rosselli, pubblicata sui numeri di Giustizia e Libertà del dicembre '35 sotto forma di quattro lettere, servì a Berneri, ormai quasi quarantenne, per fare chiaramente il punto sui compiti che avrebbero dovuto assumersi gli anarchici in seno alla rivoluzione italiana. Il problema che secondo lui si sarebbe posto ai comunisti libertari era "quello di scegliere tra l'integralismo tradizionalista e un possibilismo che, pur mantenendo fisso lo sguardo alla stella polare dell'Idea, ci permetta di incunearci fecondamente nella linea di frattura delle forze rivoluzionarie." (7). Questo eclettismo, questa coscienza della necessità di sapersi adattare alle situazioni specifiche per meglio modificare la realtà, furono e sono un dato importante, e per certi aspetti nuovo, nella concezione della lotta libertaria; ed è particolarmente significativo che Berneri abbia apertamente teorizzato questa sua concezione pragmatista nel momento stesso in cui attaccava alla radice l'equivoco di fondo di Rosselli e del suo movimento: quello cioè di non rifiutare lo stato, e di soffocare così nell'equivoco (ed in un domani nell'inevitabile tradimento) anche le istanze libertarie presenti. Berneri sempre vide, nello svolgersi della lotta rivoluzionaria, che comunque sarebbe sempre giunto il momento in cui si sarebbe prodotta inevitabilmente una linea di frattura nell'arco delle forze rivoluzionarie; e questa frattura non avrebbe potuto costituirsi se non sul problema della libertà, sul terreno della quale socialisti autoritari e libertari si sarebbero scontrati. Che queste previsioni di Berneri si siano realizzate l'ha dimostrato, pochi mesi dopo questa cordiale ma decisa polemica, la rivoluzione spagnola.

Catalogna libertaria

"Lo scoppio della rivoluzione spagnola, nel luglio 1936, fu la vera liberazione di Berneri, l'attimo tanto atteso per poter dare finalmente tutto se stesso, anima e corpo, alla causa della rivoluzione anarchica": così ebbe a dire Giovanna Caleffi Berneri, la compagna della sua vita che gli sopravvisse, continuando a militare nel movimento. E Berneri fu appunto fra i primi ad accorrere in terra di Catalogna, dove una solida tradizione di propaganda e di lotta anarchica ed anarco-sindacalista erano la migliore garanzia per uno sviluppo libertario della rivoluzione in corso.
Fu dunque fra i fondatori della Colonna Italiana, composta perlopiù da anarchici, e ne fu delegato politico, partecipando ai primi duri combattimenti sul fronte antifascista, fra cui la famosa battaglia di Monte Pelato. Successivamente si stabilì a Barcellona, capitale della Catalogna e massimo centro dell'anarchismo spagnolo. In stretto contatto con i compagni spagnoli della F.A.I. (Federazione anarchica Iberica) e della C.N.T. (Confederazione nazionale del lavoro, il sindacato libertario spagnolo), Berneri partecipò a tanti momenti di lotta e di costruzione rivoluzionaria, organizzando, tenendo i contatti, scrivendo, essendo il più possibile presente di persona, e soprattutto redigendo il giornale anarchico in lingua italiana Guerra di classe, la cui lettura resta a tutt'oggi indispensabile per la comprensione del pensiero e dell'opera non solo di Berneri, ma di tanta parte dell'anarchismo militante. Nei pochi numeri che poterono essere pubblicati il rivoluzionario lodigiano insistè continuamente sull'inscindibile binomio lotta antifascista-rivoluzione sociale, attaccando duramente chi invece sosteneva che la prima doveva comunque essere anteposta alla seconda. Contro il pericolo fascista, contro il disinteresse ed i tradimenti delle democrazie borghesi, contro tutte le manovre bassamente politiche (e sempre antilibertarie) dello stalinismo, Berneri non si stancò mai di sottolineare che la vittoria contro tutte queste forze indirettamente coalizzate non avrebbe potuto essere ottenuta che sullo slancio di una vasta e continua mobilitazione popolare; intendendo per mobilitazione non solo l'aspetto militare del termine, ma anche più generalmente la costruzione quotidiana dell'autogestione nei luoghi di lavoro ed in tutte le collettività.
Questo chiaro disegno politico libertario si scontrò subito con la politica dei comunisti succubi di Stalin e del Comintern. Non solo. Berneri dovete anche polemizzare duramente contro la tendenza ministerialista nel movimento anarchico spagnolo, contro quei compagni cioè che sostennero la necessità di accettare posti di governo, prima regionale e poi addirittura nazionale, al fianco di altre forze antifasciste, fra cui i comunisti.
In una famosa lettera aperta alla compagna spagnola Federica Montseny (che aveva accettato un posto di governo), Berneri sottolineò polemicamente: "È l'ora di rendersi conto se gli anarchici stanno al governo per far da vestali ad un fuoco che sta per spegnersi o vi stanno ormai soltanto per far da berretto frigio a politicanti trescanti con il nemico o con le forze della restaurazione della "repubblica di tutte le classi".... Il dilemma: guerra-rivoluzione - non ha più senso. Il dilemma è uno solo: o la vittoria su Franco mediante la guerra rivoluzionaria o la sconfitta." (8). L'atteggiamento coerentemente rivoluzionario di Berneri era inaccettabile per i comunisti stalinisti, che lo fecero avvertire, subito dopo la pubblicazione della lettera sopracitata alla Montseny, da Antonov-Ovseenko, tramite la Generalità di Catalogna, che rischiava grosso se avesse continuato ad esporre pubblicamente il proprio pensiero: di ciò Berneri avvertì immediatamente i suoi amici a Parigi, ed è per questo che quest'informazione è sopravvissuta alla sua morte.

L'assassinio

Camillo Berneri si assunse poi la pubblica responsabilità di difendere a spada tratta il P.O.U.M. (piccolo ma combattivo partito comunista di generica ispirazione trotskista) dagli attacchi dei comunisti spagnoli, che ne chiedevano l'eliminazione come forza sostanzialmente alleata del fascismo e del disfattismo, calunnie destituite di ogni fondamento, messe in giro dai burocrati stalinisti con la ferma intenzione di eliminare definitivamente un concorrente pericoloso perché sinceramente rivoluzionario, ed alieno dai compromessi e dalle false unità sostenute dai burocrati rossi alle dipendenze di Mosca. Non aveva infatti scritto la Pravda del 17 dicembre 1936: "In quanto alla Catalogna è cominciata la pulizia degli elementi trotzkisti e anarco-sindacalisti, opera che sarà condotta con la stessa energia con la quale la si condusse in Russia"?
Di fronte a tanto livore controrivoluzionario Berneri insorse pubblicamente, e la sua presa di posizione fu pubblicata sull'Adunata dei Refrattari (9). "Contro le mire egemoniche e le manovre oblique del P.S.U.C. noi dobbiamo instancabilmente ed energicamente affermare l'utilità della libera concorrenza politica in seno agli organismi sindacali e l'assoluta necessità dell'unità d'azione antifascista. Bisogna evitare i toni zoccolanti, le prediche francescane. Bisogna dire ben alto che chiunque insulta e calunnia il P.O.U.M. e ne chieda la soppressione è un sabotatore della lotta anti-fascista che non va tollerato. Questa nostra presa di posizione, oltre che aderire alle necessità della grave ora e rispondere allo spirito dell'anarchismo, costituisce la migliore profilassi contro la dittatura controrivoluzionaria che vieppiù si profila nel programma di restaurazione democratica del P.S.U.C. e nella disgiunzione tra rivoluzione e guerra di alcuni rivoluzionari miopi e disorientati."
Così, con questa solita chiarezza, Berneri difese il P.O.U.M. dalla campagna di calunnie imbastita dagli stalinisti. Questi ultimi risposero nell'unico modo a loro concepibile, per battere un avversario così preparato, onesto, deciso a esprimere la propria opinione senza chiedere "imprimatur" a chicchessia: la risposta dello stalinismo fu l'assassinio. Arrestato la sera del 5 maggio 1937 a casa sua da agenti in borghese ed in divisa al soldo della G.P.U. (la polizia politica staliniana), scomparve, ed il suo corpo fu raccolto dalla Croce Rossa sulla Piazza della Generalità, trafitto da colpi d'arma da fuoco. Sulla Rambla, a poca distanza, fu trovato anche il corpo di Francesco Barbieri, altro anarchico italiano volontario antifascista in Spagna, grande amico e collaboratore di Berneri, che era stato arrestato con lui.
Erano in corso in quei primi giorni del maggio '37 violenti scontri armati fra i lavoratori della C.N.T. e le varie polizie para-comuniste, impegnate unicamente nella repressione dei moti e delle istanze popolari libertarie. Nonostante il clima fosse ormai più che surriscaldato, l'assassinio di Berneri assunse subito un suo significato particolare, odiosa e delinquenziale risposta dei comunisti autoritari alle critiche precise e motivate di un sincero rivoluzionario: la tragedia di Kronstadt e dell'Ucraina si ripeteva in Catalogna ed in tutta la Spagna, come Berneri - facile profeta - aveva previsto.

Camillo Levi

1) Da Pensieri e Battaglie, edito a cura del Comitato Camillo Berneri, Parigi 1938, pag.41.
2) Da "L'autodemocrazia" su Volontà (Ancona) del 1-6-1919; come altri articoli di Berneri citati successivamente, questo trovasi riprodotto negli scritti scelti di Camillo Berneri Pietrogrado 1917/Barcellona 1937 pubblicati da Sugar editore nel 1964 a cura di P. C. Masini e di A. Sorti.
3) Vedansi, p. es., gli articoli "L'attesa di Lenin" su Il grido della rivolta (Firenze) del 26-6-1920 e "Bolscevismo e militarismo" su Umanità Nova del 29-10-1921.
4) La lettera di Berneri a Gobetti fu pubblicata su Rivoluzione Liberale (Torino) del 24-4-1923, sotto il titolo "Il liberismo dell'Internazionale".
5) "L'operaiolatria", pubblicato in opuscolo dal gruppo d'edizioni libertarie di Brest nel 1934.
6) Da "Sovietismo, anarchismo ed anarchia" pubblicato su L'Adunata dei Refrattari (New York) del 15-10-1932.
7) Da Giustizia e Libertà (Parigi) del 27-7-1936, sotto il titolo "Discussione sul federalismo e l'autonomia".
8) La lettera aperta alla compagna Federica Montseny è stata integralmente riprodotta in appendice al già citato Pensieri e Battaglie.
9) Pubblicata sotto il titolo "Noi e il P.O.U.M." su L'Adunata dei Refrattari (New York) del 1 e dell'8 maggio 1937.